Decostruire il Cacciatore bianco

Serena Carbone

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Pascale Marthine Tayou, La capanna africana

Lo stereotipo, lo sguardo coloniale, il primitivismo e poi le pratiche di riappropriazione e resistenza, le morfologie della differenza e le forme ibride della visione: disposti l'uno dopo l'altro o finemente miscelati, questi elementi strutturano le diverse sezioni della mostra Il cacciatore bianco. Memorie e rappresentazioni africane a cura di Marco Scotini al FM Centro per l'Arte Contemporanea di Milano.

L'egemonia di un sistema culturale di stampo occidentale insieme alla visione monoculare che nel tempo ha orientato la costruzione dell'immaginario moderno, vengono nuovamente messi in discussione da un progetto curatoriale giunto alla terza tappa. FM Centro per l'Arte Contemporanea ha aperto infatti i battenti circa un anno fa, e dopo L'inarchiavibile, che offriva una panoramica sul rapporto arte e politica negli anni settanta, e Non-Aligned Modernity, che invece metteva in mostra opere e materiali d'archivio provenienti dall'est Europa, Il Cacciatore Bianco narra della costruzione del mito dell'altrove e di come gli artisti africani abbiano reagito a tale bianca ma non candida conquista. Ancora una volta la pratica del costruire decostruendo è al centro di uno spazio che oggi in Italia si propone tra i più lungimiranti e coraggiosi nello sfilare la fitta trama di una storia i cui dati certi hanno rassicurato e orientato l'orizzonte umano almeno fino agli albori del postmoderno. L'arte come mezzo per conoscere, l'arte come sistema di immagini che contribuisce ai fenomeni di soggettivazione e negoziazione dell'identità all'interno di una società che - oggi più che mai messa in crisi nella sua centralità da vecchia signora - riflessivamente si interroga sulla fase post-coloniale.

La mostra si costruisce attraverso un percorso serpentinato che dalla stereotipata capanna africana (African Cabana di Pascal Marthine Tayou), risale al tempo dell'Italia fascista e coloniale (The colonial Presence con Kader Attia, Sammy Baloji, Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi, Peter Friedl) per addentrarsi successivamente nel cuore di una sala ricca di opere d'arte antica tradizionale, come maschere e totem (Negro Art), interamente ricostruita su modello di quella presente alla Biennale di Venezia nel 1922, l'anno in cui i quadrumviri marciarono su Roma. Le sezioni che da qui si dipartono, proseguono sugli affluenti della modernità: dalla discussa ma imprescindibile Les magiciens de la terre del 1989 allestita al Centre Pompidou di Parigi (di cui in mostra le opere di Fréderic Brouly Bouabré, Seni Awa Camara, John Goba, Cyprien Tokoudagba, Bodys Isek Kingelez, Chéri Samba) si avanza zigzagando per la scena più recente e ibridata (con William Kentridge, Kendell Geers, Moshekwa Langa, Yinka Shonibare, Rashid Johnson, Ouattara Watts, Cameron Platter, El Anatsui e Abdoulaye Konaté, Wangechi Mutu, John Akomfrah, Meshac Gaba, Georges Adéagbo, Seydou Keïta, Malick Sidibé, Samuel Fosso, Guy Tillim, Gonçalo Mabunda, Nidhal Chamekh, Nicholas Hlobom, Ibrahim Mahama). Nelle opere esposte in queste ultime sezioni non si rintraccia alcun purismo, incontaminazione o ingenuità selvaggia, come volevano Jean-Hubert Martin e André Magnin, curatori di Les magiciens de la terre, ma piuttosto uno sguardo plurimo e plurale sulle forme, i linguaggi e le pratiche. Il viaggio termina davanti a un totem di specchietti portacipria di Joel Andrianomearisoa che rimanda l'immagine del visitatore, immobile. Mutato o identico nella percezione del sé in relazione all'altro, solo alla coscienza è dato saperlo. E nel tentativo di visualizzare il pensiero come un essere corpulento e vociferante, riaffiorano i luoghi comuni del buon selvaggio, dell'esotico, del diverso, del voluttuoso che proprio l'arte e la letteratura hanno contribuito a erigere.

Abdoulaye Konate, Homme du Sahel, 2015, Textil e, Courtesy Primo Marella Gallery - Milano
Abdoulaye Konate, Homme du Sahel, 2015, Textil e, Courtesy Primo Marella Gallery - Milano

Lo stesso titolo della mostra, Il Cacciatore bianco, riprende le suggestioni delle pellicole di Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi, in cui lo sguardo della macchina da presa e il cannocchiale del cacciatore sono coincidenti. Il bersaglio della telecamera e il mirino del fucile aprono alla medesima visuale, circoscritta dalla mira del battitore libero. Al centro del progetto espositivo si configura così lo sguardo, lo sguardo che costruisce l'alterità e i suoi derivati: dipendenza, subalternità, sottomissione. Osservare, del resto, come ricorda Jonathan Crary, non include nella sua aria semantica soltanto una declinazione del vedere, ma anche il senso di “adeguarsi a”, “conformarsi”, tanto che il verbo si ritrova nell'espressione “osservare le regole”, ovvero rispettare i regolamenti, i codici, le pratiche, perché l'osservatore non è solo colui che guarda, ma colui che compie tale azione all'interno di una determinata serie di possibilità, inquadrate in un sistema di convenzioni e limitazioni che ne influenzano la percezione. Nella conquista mentale prima ancora che fisica si esercita la fantasia dell'osservatore/avventuriere che sogna altri mondi e li possiede, mappando, nominando fiumi, laghi, paludi, montagne, interi territori. Ma l'avventura, oggi, per essere veramente tale dovrebbe passare per la decostruzione di quei dati che la storia ha consegnato come certi, e spogliare il cielo dal suo manto di stelle, e riposizionare lo sguardo, e sentire ancora il sapore del nuovo, e rifuggire da quelle tenebre che ne hanno invaso l'animo. E allora, forse, saremmo pronti non solo a vedere l'altro ma anche a chiederci il perché del bisogno di conquista e pagare il nostro debito con la storia.

«Ora, dovete sapere che, quand'ero un ragazzino, avevo una gran passione per le carte geografiche. Per ore e ore contemplavo il Sudamerica, l'Africa, l'Australia, e mi perdevo nelle glorie dell'esplorazione. A quei tempi vi erano ancora molti spazi vuoti sulla carta della terra, e se ne vedevo uno che mi pareva particolarmente invitante (a dire il vero lo erano tutti per me), ci puntavo sopra il dito e dicevo: Quando sarò grande voglio andare qui. […] Veramente, a quell'epoca non era già più uno spazio vuoto. S'era riempito, dalla mia fanciullezza, di fiumi, di laghi e di nomi. Aveva finito d'essere uno spazio vuoto avvolto di delizioso mistero – una chiazza bianca che un ragazzo potesse popolare dei suoi bisogni gloriosi. Era diventato un luogo di tenebra».

Cuore di tenebra, Joseph Conrad

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lampadUn luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. L'ambiguità delle fake news sarà al centro di una tavola rotonda in programma a Roma presso il centro culturale Moby Dick il 25 maggio. E intanto nel Cantiere online si discute di scuola, di lavoro, di teatro. Vi aspettiamo!

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Esercizi di immaginazione

Augusto Illuminati

Quando ho visto l’emblema della prima giornata – la copertina del 1925 de La Révolution surréaliste che inseriva un archivio dei sogni nel programma di una generale sovversione politica e delle forme di vita – e poi nella fila di attori professionali e non, membri dell’Istituto Svizzero di Roma e bambini che leggevano a turno sogni tratti dalla letteratura o dai diari di scrittori famosi ho riconosciuto ragazze dei movimenti studenteschi che negli anni scorsi avevano portato alla testa dei cortei i book bloc, scudi di cartone con il titolo di un libro. Ecco è svanito il confine fra coscienza e inconscio, ed entrambi mi sono sembrati veridici nel suggerire nuove forme di contestazione e di recupero della socialità. Una conferma del progetto di cui ora ricordiamo le linee guida.

Il workshop Touch of Joy. Esercizi di immaginazione si inserisce all’interno del nuovo spazio di ricerca "Studio Roma. Programma transdisciplinare sul Contemporaneo" promosso dall’Istituto Svizzero, articolandosi in diversi momenti di approfondimento, ricerche sul campo, letture e conferenze che si svolgono a Villa Maraini, in un cinema, un teatro, un'università e differenti luoghi della città di Roma e Sabaudia.

In due settimane di intensa attività i metodi e le tecniche dell’immaginazione guidano i partecipanti in un percorso che affronta, tra i molti temi, le forme estetiche del quotidiano e il Social Dreaming, le pratiche urbane e le fantasie del colonialismo italiano, la storiografia e la fiction, la memoria e il fare storia, la narrazione collettiva e le biografie individuali, la dimensione onirica variamente filtrata nei protocolli e il daydream, il sogno a occhi aperti, le fantasie dell’insonnia.

Nella varietà dei luoghi, dei temi e delle attività del laboratorio sono coinvolti storici, artisti, psicologi, studiosi delle scienze umane, attivisti politici e il più ampio pubblico non specialista di Studio Roma. Al laboratorio partecipano: Angelo Del Boca, Elena Esposito, Mia Fuller, Karen Pinkus, Jean-François Chevrier, Billy Ehn, Tonino De Bernardi, Gianluca e Massimiliano De Serio, Marco Avena, Eleonora Planera.

Il 1 aprile si è aperto con le suddette letture di sogni (spettacolari quegli inediti di Adorno), precedute da una spiegazione di Peter Friedl e seguito, dopo una recita “professionale“ (Francesca Mazza) di Immaginazione Morta Immaginate di Samuel Beckett), da due film solo apparentemente diversi, un’intensa riflessione beckettiana su notte e sogni (Nacht und Träume, accompagnato da sporadiche battute del lied schubertiano) e un’altrettanto memorabile (e più gioiosa) invenzione di Buster Keaton sul tema, toccato forse per la prima volta, dell’irruzione del personaggio, anzi del proiezionista, nel film, sconvolgendone la trama: un sognare a occhi aperti che spariglia il sogno convenzionale nel melodramma (Sherlock Jr., 1924). Un giovane irresistibile, impassibile Keaton di cui già presagiamo l’epifania terminale in Film di Beckett.

Nel ricco programma che prosegue fino al 12 aprile con film, raccolta di sogni, dibattiti e un’escursione (mercoledì 9 aprile) alla fantasmagorica Sabaudia, spicca (oggi, sabato 5 alle 17) una conversazione con Angelo del Boca. La giornata, intitolata “La storia infinita”, è una giornata dedicata alla narrazione e alla scrittura della storia, ai suoi metodi, alle sue metodologie, limiti e doveri. Il mestiere dello storico è il tema della conversazione tra l’artista Peter Friedl e Angelo Del Boca, narratore, giornalista e grande storico del colonialismo italiano.

Abbiamo già visto il rapporto sogno-edifici onirici nel surrealismo (Le paysan de Paris di Aragon e poi gli scritti di W. Benjamin). Il colonialismo lo riproduce in forma perversa, quello italiano è addirittura un “doppio sogno”: il primo è l’orientalismo dei manifesti, delle cartoline, delle canzoni, di una certa edilizia minore “moresca”, il secondo è il progetto architettonico razionalista, che si sviluppa in colonia libero dagli ostacoli posti in madrepatria dal classicismo retorico e monumentale.

Lo stato di abbandono delle abitazioni singole e dei villaggi colonici nel Djebel cirenaico – teatro delle più feroci stragi di Graziani e dello sfortunato lavoro pionieristico dei contadini meridionali – fa di questi scenari la messa in scena della pittura metafisica e dell’impossibilità della conquista. Un daydream tinto di sangue e abbagliante sotto il sole.

Programma di Touch of Joy. Esercizi di immaginazione

Il sito Daydream Factory a cui inviare i vostri sogni a occhi aperti