Paul Virilio, la luce ascendente

Batteria di artiglieria Kora-Karola sull'Île de Ré (Francia), postazione di tiro (foto Jean Richer, 2018)

Jean Richer

Paul Virilio cammina sul lungomare. Lo sguardo dritto davanti a sé, le mani ficcate nelle tasche del suo giubbotto da fotografo. Pronuncia con convinzione le sue idee sulla fine della geopolitica, la sommersione dei litorali e la grande migrazione climatica imminente. Ecco l'immagine che questo pensatore della velocità rimanda alla telecamera di Axel Poisson nel 2009. Dell'uomo che cammina sul lungomare di La Rochelle noi conserviamo questa immagine.

1 Da maestro vetraio a architetto e saggista

La mia origine è la guerra. La guerra è stata insieme mio padre e mia madre. La caratteristica della guerra è quella di bloccare un personaggio sul suo dramma. In un certo senso, a partire dal 1947-1950, io non ho vissuto. Tutto quello che mi ha formato è accaduto prima. Ecco, a dieci anni sono diventato un vecchio signore, un war baby, come Perec e altri”. Alla Liberazione racconta di essersi precipitato a Saint-Nazaire per vedere il mare e bagnarvisi. Lì, ha scoperto “degli oggetti bizzarri, paragonabili alle statue dell'isola di Pasqua, in attesa davanti all'infinito marino”. I bunker diventano da quel momento gli oggetti transizionali del suo pensiero.

Diventa maestro vetraio, si interessa alla trascrizione della pittura su vetro e lavora con pittori come Georges Braque, Henri Matisse, Léon Zack o Serge Rezvani. In parallelo, segue da uditore i corsi dei filosofi Vladimir Jankélévitch, Raymond Aron e Maurice Merleau-Ponty. Nel 1958 Paul Virilio avvia le sue ricerche archeologiche sul Vallo Atlantico. Questo lavoro iniziatico lo porterà a realizzare una mostra al Musée des Arts décoratifs di Parigi (1975) e un libro divenuto ineludibile: Bunker archéologie. La nascita del gruppo Architecture Principe nel 1963 con l'architetto Claude Parent, lo scultore Morice Lipsi e il pittore Michel Carrade porterà alla pubblicazione del Manifesto sulla funzione obliqua: “una cultura del corpo che gioca sullo squilibrio, che muove dall'assunto che l'uomo non è statico, ma in movimento, che il modello dell'uomo è il danzatore”. La funzione obliqua troverà la sua espressione nella realizzazione della chiesa Sainte-Bernadette-du-Banlay a Nevers (1963-1966).

L'infanzia da sola può spiegare l'attrazione del maestro vetraio per l'opacità dei bunker? La visita della chiesa fornisce un elemento di risposta. L'edificio assomiglia dall'esterno a un blocco di cemento armato. I due piani inclinati interni si chiudono alla loro estremità in una grande porta sull'esterno, mentre spesse conchiglie di cemento richiudono i volumi. In questo antro oscuro due fessure di luce gialla sono condotte dalle lastre di pietra al limite delle porte in modo tale che la luce risale dal basso verso l'alto e sfiora le vele di cemento. Contrariamente alla fessura zenitale che sormonta la piega tra i due piani obliqui, la luce che proviene dalle estremità è parsimoniosa e ascendente. Richiama irresistibilmente un sentimento di elevazione e di apertura della forma del bunker che si immaginava chiusa.

Al primo saggio L'insécurité du territoire: essai sur la géopolitique contemporaine (1976) ne seguiranno molti altri i cui titoli illustrano da soli il suo pensiero: Vitesse et Politique (1977), L'espace critique (1984), Esthétique de la disparition (1989), La vitesse de libération (1996), L’université du désastre (2007), Le futurisme de linstant (2009). La questione della velocità, come fattore che esaurisce il mondo finito, lo porta a concepire l'idea di una ecologia grigia, per distinguerla dall'ecologia verde. “Non esiste soltanto un inquinamento della natura – di sostanze come l'aria, l'acqua, la flora e la fauna – ma anche un inquinamento della grandezza-natura del globo, che colpisce le distanze geografiche”.

Nel 2002 organizza la prima esposizione sull'incidente alla Fondation Cartier pour lArt Contemporain a Parigi: Ce qui arrive. La mostra esibisce gli incidenti, dalle catastrofi naturali fino ai disastri industriali, come espressione della modernità in cui la velocità è vissuta come fattore di reclusione. La tesi è semplice: ogni progresso fa nascere il suo incidente. L'invenzione dell'aereo porta all'invenzione del crash, della sua caduta. Il pensiero di Paul Virilio poteva allora apparire cupo e fatalista.

Oggi, la domanda che mi pongo è se Paul Virilio è stato un collassologo ante litteram. Sì, in un certo senso, nella misura in cui prevedeva i pericoli dell'incidente globale per evitarli meglio. Era pervaso dall'escatologia e per questo basta ripensare all'aspetto brutalista di Sainte-Bernadette. In risposta al disastro sul quale voleva creare una università, tendeva allo stesso tempo verso una trascendenza luminosa.

2 Altri pensatori hanno affrontato la velocità nella seconda metà del XX secolo

Il filosofo francese Gaston Bachelard introdusse fin dal 1950 nel saggio La dialectique de la durée l'analisi dei ritmi di vita battezzata ritmanalisi. Il tema è stato ripreso da Henri Lefebvre e Catherine Régulier in Le projet rythmanalytique (1985), dove il conflitto tra visione ciclica e lineare del tempo viene risolto ponendo il ritmo al cuore della vita quotidiana e considerandolo come la somma di questi due processi temporali.

Numerosi altri in seguito, come il geografo inglese David Harvey o il sociologo spagnolo Manuel Castells, hanno postulato una mutazione della grandezza geografica nel corso del periodo moderno sotto l'effetto congiunto della ristrutturazione dell'economia mondiale e dello sviluppo delle reti di comunicazione. David Harvey ha mostrato il cambiamento radicale della nostra esperienza del tempo e dell'ambiente urbano. Quanto a Manuel Castells, ha precisato il passaggio dallo spazio dei luoghi allo spazio dei flussi, quest'ultimo caratterizzato innanzitutto da una organizzazione priva di centro, che funziona in rete all'interno di una governance instabile.

In Modern times, modern places (1999) il critico australiano Peter Conad ha individuato nell'accelerazione del tempo l'evento fondamentale della modernità, tema ripreso e sviluppato dal sociologo Hartmut Rosa in Alienation and Acceleration. Towards a Critical Theory of Late-Modern Temporality (2010), mentre il sociologo polacco Zygmunt Bauman ha svelato i Liquid Times (2007) la cui esperienza decisiva è quella della simultaneità degli eventi e dei processi eterogeni. Hartmut Rosa, sociologo della scuola di Francoforte, è colui che ha teorizzato nel modo più preciso la questione del tempo in questi ultimi anni. Rosa descrive le conseguenze dell'accelerazione: “Le strutture temporali della modernità tardiva sembrano caratterizzarsi in larga misura con la frammentazione. Cioè attraverso la decomposizione delle catene di azioni e di esperienze in sequenze sempre più brevi, con zone di attenzione che si riducono di continuo”.

Paul Virilio è stato l'erede del pensiero di Bachelard e il contemporaneo di Lefebvre. La questione temporale si è imposta nel dibattito urbano al passaggio al XXI secolo e Virilio vi ha contribuito molto attivamente con l'ampiezza della sua opera. Tuttavia non ha fatto scuola, nel senso che pochi autori lo prendono come punto di riferimento. Bisogna allora analizzare la scelta della forma letteraria, del saggio. Questa forma libera, cui Montaigne ha dato in Francia credenziali di nobiltà, non deve far dimenticare l'altro senso del termine. L'operazione attraverso la quale ci si assicura la qualità o il modo di utilizzare qualcosa: il saggio di laboratorio, il test, il banco di prova. Nei suoi saggi Virilio non ha collaudato prototipi di aerei ma concetti filosofici. Solitario e vigilante, ha osservato l'orizzonte dalla sua carlinga virtuale. 

3. Al tempo dell'Antropocene, l'orizzonte del collasso è sempre più importante nel dibattito

I collassologi e altri studiosi delle catastrofi mettono in rilievo i dati scientifici, tra cui il riscaldamento globale, l'esaurimento delle risorse energetiche, il raddoppio della popolazione mondiale che nell'arco di un secolo potrebbero causare un collasso. Lo storico americano Jared Diamond ha studiato il collasso delle civiltà antiche e medievali in Collapse: How Societies Choose to Fail or Succeed (2004) sottolineando la componente ambientale di questi eventi.

Dal 2015, due ricercatori francesi, Pablo Servigne e Raphaël Stevens, hanno affermato la collassologia in Comment tout peut seffondrer con l'obiettivo di fondare una vera scienza del collasso applicata e transdisciplinare. Questo approccio ricorda l'università del disastro auspicata da Paul Virilio. In risposta al rischio di collasso, i survivalisti imparano a nutrirsi da soli o accumulano lattine nei bunker, il che avrebbe fatto ridere molto Virilio.

Ecco dunque quello che sembra connotare il tempo presente: l'accelerazione dei ritmi di vita e un collasso dell'ambiente tale da provocare l'estinzione. I pensatori britannici neo-marxisti Srníček Nick e Alex Williams hanno riproposto la questione del tempo nel 2013, pubblicando il manifesto Accelerazione!. Comincia così: "In questo principio del secondo decennio del ventunesimo secolo la civiltà globale si trova ad affrontare un nuovo tipo di cataclisma. Le prossime apocalissi rendono ridicole le norme e le strutture organizzative della politica ... ". In risposta, propongono un'accelerazione del pensiero: "Ciò verso cui ci spinge l'acceleratorismo è un futuro più moderno (...). Dobbiamo rompere ancora una volta il guscio del futuro, per liberare i nostri orizzonti aprendoli alle possibilità universali di quanto è Fuori”. In altre parole, hanno proposto quella velocità di liberazione di cui Virilio parlava già nel 1995.

Il pensiero di Paul Virilio rimane quindi più che mai attuale. La distinzione tra neo-marxisti, collassologi da un lato, e la dromologia inventata da Virilio dall'altro potrebbe derivare dal senso del sacro che è assente negli uni e costantemente sotto traccia in Virilio. La sorprendente attrazione dei bunker – questa illusione di bastione – per un giovane maestro vetraio ci mette sulla pista. L'opposizione tra la massa immobile e la luce si riferisce a un tempo reso atemporale dall'immobilità abbagliante in cui le due prospettive si uniscono in una forma di simultaneità.

L'escatologia era presente in Paul Virilio a partire dal principio che ogni interruzione di continuità è un incidente, cominciando dalla guerra, e che qualsiasi incidente può essere fatale. Tuttavia, Virilio non era un predicatore dell'apocalisse perché credeva nella possibilità di evitare l'incidente anticipandolo. Pilota sperimentale filosofico, invocava la secolare e sacra redenzione di un mondo ossessionato dalla velocità. Una delle poste in gioco del nostro tempo non sarebbe di andare oltre le posizioni storicamente opposte – tra l'immanenza marxista e la trascendenza sacra, per esempio - e accettare la simultaneità delle alterità? Dalla loro alleanza arriveranno certamente le risposte alle gravi crisi che stiamo attraversando.

Il gusto di Paul Virilio per la parola penultima


Paolo Fabbri

La sparizione di Paul Virilio mi riguarda. È il memento opportuno d’una «dichiarazione spontanea» e di qualche esplicitazione, rispetto ad alcuni interventi apodittici e apodidattici.

1. Il fatto personale. La memoria – ricordi trasformati e attese modificate – mi restituisce Virilio come co-redattore della rivista “Traverses” del CCI, Centre de Création industrielle di Beaubourg – con Michel de Certeau, Louis Marin e Jean Baudrillard; nel comitato scientifico dei  “Cahiers d’Etudes stratégiques” del CIRPES, Centre International de Recherches sur la Paix et les Etudes Stratégiques (EHESS); co-partecipante al colloquio pubblicato su “L’Etat nucléaire”, nel numero sulla Guerra di “Change international”, n. 2, 1984 ; condirettore di programma del CiPH, Collège international de Philosophie. Virilio era presidente del Colloquio Images et politique, Rencontres internationales de la photographie, Arles, 1997, a cui ho partecipato con Faire de l’image un monument. (AA.VV, Images et politique, Actes sud/AFAA, Arles, 1998.)

2. Esplicitazioni. Voltandosi precipitosamente verso un autore così produttivo – la traduzioni italiane sono numerosissime – si rischia di rinviarlo all’Ade della dimenticanza – com’è capitato al comune amico, Jean Baudrillard. Una sorte comunque migliore delle spicce procedure d’ imbalsamazione: l’inventore della dromologia, il visionario velocista della tecnologia, il teorico delle catastrofi, e absit iniuria verbis, il massmediologo. E soprattutto il Filosofo, una commenda del pensiero di cui Virilio non si è mai insignito, almeno nella tradizione filosofica francese – divisa tra Sartre e Merleau Ponty da un lato e Koyré e Bachelard dall’altro. E neppure filosofo nell’accezione dell’antropologia scientifica (Serres) o della filosofia empirica (Latour). Più prossimo eventualmente a Guattari, con cui ha vissuto il Maggio Francese – Deleuze era assente giustificato! – e per cui era filosofo chiunque sintetizzasse concetti. Piuttosto che appenderlo alla gruccia proteica dei pop-filosofi – che avrebbe tacciato volentieri di filo-follia – meglio riconoscergli il ruolo dreyfusardo di intellettuale. Pensatore forte, critico nei contenuti e saggista nella scrittura grafica – libri, riviste, collezioni – e visiva ; come provano le importanti mostre: Vivre à l’oblique 1970; Bunker Archéologie, 1975; La vitesse, 1991; Ce qui arrive, 2002; Terre Natale, l’ailleurs commence ici, 2008-9. Esperienze visibili di pensiero e di un’“arte Rivelazionaria”!

2.1 Un intellettuale segnato dalla guerra. Figlio di un emigrato italiano, Virilio ha vissuto l’ esperienza del blitzkrieg tedesco prima e poi della sparizione della città di Nantes nei bombardamenti «liberatori». Guerra mondiale e distruzione urbana totale da cui ha tratto un’originale prospettiva verso la velocità e l’architettura, la città e la tecnica bellica. Virilio che ha ricevuto nel 1987 il Grand prix national de la critique architecturale è in primo luogo un urbanista, cioè un architetto appassionato delle arti dello spazio – il teatro e la danza – e dotato d’una visione culturale internazionale. Direttore della scuola speciale d’architettura di Parigi, il suo interesse per i bunker tedeschi del Vallo Atlantico – il Walhalla dei monoliti bauhaus nello spazio militare – viene dalla sua propensione per la Caverna – contro la Torre fortezza – come luogo primario di sopravvivenza e per il cemento come materiale di resistenza. Teorico dell’Architettura Obliqua fatta di spazi interni senza soluzione di continuità attraverso la concatenazione di piani obliqui e orizzontali, ha costruito a Nevers una chiesa-bunker (Sainte Bernadette di Benlay) e influenzato archistar come Jean Nouvel. L’Obliquità è una propensione strategica a sfuggire diagonalmente l’opposizione tra verticale e orizzontale, un ideogramma che lo ha condotto via via fino al suo opposto, alla smaterializzazione contemporanea delle virtualità.

Dopo l’esperienza radicale del Sessantotto – Virilio occupa la Sorbona e il Théatre de l’Odéon – e la delusione che ne consegue, fonda la rivista “Cause Commune” insieme a Georges Perec, come lui segnato dalla guerra. Per entrambi il Maggio ‘68 è un evento culturale, non politico e la sua implosione rimette in causa la realpolitik della sinistra e l’assicurazione obbligatoria dei luoghi comuni. In pieno scandalo Watergate, Virilio analizza la conformazione dell’edificio e nelle indagini urbanistiche studia lo storno (détournement) dei luoghi – chiese che diventano garages, caserme musei e depositi teatri. Ma soprattutto rileva, con Perec, l’Infraordinario di segni banali – né ordinari né straordinari – per dare una lingua e un senso all“antispettacolare giornaliero di cui i giornali non parlano”. Anche se Perec ha aderito dal ‘67 all’Oulipo, Virilio rifiuta di ridurlo ai soli giochi di linguaggio e ne addita la violenza tragica che abiterebbe anche il proprio lavoro. Per lui il nuovo voyeurismo di Perec è – a differenza di Robbe-Grillet – quello d’un nomade urbano che con la scrittura esaurisce sociologicamente e politicamente lo spazio. Espèces d’espaces di Georges Perec (1974) è il primo libro della collana “L’Espace critique”, che Virilio pubblica presso Galilée per riflettere a una nuova branca del sapere che ha chiamato Dromologia. Una disciplina delle traiettorie che si sostituisce alla metrologia, alla geometria delle forme oggettive, che è necessaria per studiare le «onnicittà» multimilionarie, la maggiore catastrofe del XX secolo, che finiremo per lasciare , pensa Virilio, così come i contadini hanno abbandonato le terre.

2.2 Dopo il Sessantotto, si impone la nozione di Evento, messa a fuoco nell’opera di Deleuze e Guattari. Nel paesaggio degli avvenimenti, Virilio coglie la dimensione accidentale dovuta all’accelerazione planetaria della tecnica prima, delle nuove tecnologie poi. L’Incidente, a cui dedicherà lo sguardo trasversale delle sue ricerche, non è solo l’assoluta imprevedibilità dell’evento (accidente in it.) ma il guasto: esito inevitabile quanto impensato di ogni fare tecnico. («È la nave che inventa il naufragio»)! L’attenzione ai sempre nuovi incidenti che capitano nell’ovviare agli incidenti, lo avvia alla definizione di Incidente Integrale catastrofico: con punti di rottura come Seveso, Chernobyl, Fukuyama e la distruzione delle (odiate, babeliche) Torri! Le Catastrofi sono gli esiti implicati nel successo tecnico e non del suo fallimento: più l’invenzione è performante, più l’incidente è traumatico. L’estasi dell’accelerazione che contrassegna l’andatura da Golem della scienza e delle arti tecniche non esige soltanto un principio di precauzione, ma un ripensamento etico e politico. Fino all’urgenza di decrescere e disinventare (v. il caso della plastica e dell’auto)! Soprattutto perché lo svolgersi della tecnica nelle società militari-industriali è sempre orientata, quando non dettata, dalla logistica bellica, dall’invenzione di protesi micidiali, già nucleari ed oggi cibernetiche. La guerra avanza mascherata dal free d’una interattività libera e gratuita. Per Virilio, gli stessi strumenti di comunicazione – da telegrafo alla fotografia e il cinema, dal radar ad internet – sono dispositivi a dominanza ottica ed elettronica, omologati e mutuati nei tecnosistemi di interazione strategica. L’arsenale postmoderno, pronto all’impiego, conta ormai su tre macrosistemi di bombe: nucleare, informatica e genetica – la deliberata, sinistra mutazione della natura umana.

2.3 Il valore della velocità – di cui Virilio riconosce la scoperta alla bellicosa avanguardia del Futurismo – ha guidato le sue ultime osservazioni (v. Futurismo dell’istante nel primo numero di Alfabeta2, 2010). Dallo spazio al tempo, dalla topologia alle «nanocronologie»: i mezzi di trasporto, i flussi turistici mettono fine ai tempi locali e ai jet lag. Si sta invertendo il rapporto tra il Sedentario – che sa sempre, comunicativamente attrezzato, dove sta e dovunque vada ed il Nomade, fuori posto in qualsiasi luogo.

Per Virilio la sincronizzazione temporale inquina le distanze e riduce la percezione stessa della Terra, nella sua dimensione ed ecosistema. E’ questa la radice del ripopolamento planetario in corso, diaspore contro le quali è vano dotare lo spazio di muri ( v. la mostra Terre Natale, Ailleurs commence ici, 2008-9). La simultaneità crea nuove inerzie e nuove insicurezze, non solo spaziali ma temporali – il terrorismo infatti è ubiquo e onnipresente. Virilio segnalava nelle ultime opere il fenomeno della sincronizzazione istantanea degli affetti come la matrice di nuovi flussi e addensamenti collettivi e politici. L’emozione concomitante e in tempo reale si sostituisce ai conti fatti degli interessi che hanno standardizzato l’opinione pubblica delle democrazie rappresentative. La sinonimia di informazione e disinformazione (v. le cd. fake news) sono tra gli effetti della mondializzazione: “la più vasta impresa di trasmutazione delle pubbliche opinioni mai tentata in tempo di pace”.

Un «futurismo dell’istante» è il “qui ed ora” d’un presentismo radicale che altera catastroficamente il senso della storia, ma non ne segna la fine. È un’altra storia, incidentale/accidentale, priva della religione civile del progresso che si aggiungerebbe al regime evenemenziale previsto da Braudel.

3. Quest’opera multiforme e radicale, recalcitrante per partito preso e fuori dai marchi disciplinari, ha scontrato critiche virulente: la nota e risibile « beffa di Sokal» contro chi si definiva critico d’arte della scienza e i pamphlet di sociologi per cui Virilio, come il suo amico Baudrillard, non avrebbe “avuto luogo”. La benevola difesa che gli attribuisce il titolo fourierista di «visionario», ne aggrava la posizione. Attraverso la redazione di dossier documentari sulla tecnologia e la guerra, Virilio coglieva gli incidenti/accidenti come segni anticipatori di tendenze e presagi di orientamenti collettivi in via di realizzazione: come il passaggio dallo sguardo ciclopico della dittatura orwelliana agli innumerevoli occhi dell’attuale capitalismo della sorveglianza. Impronte digitali e oculari, dati DNA, identificazioni facciali ottenute con videocamere di sicurezza, doppler radar, droni, lettori di targhe: dall’osservazione panottica fino alla più privata delle tracce.

A differenza dei modelli econometrici spesso fallimentari, Virilio getta sonde e lancia allarmi: nel mondo pragmatico e neorealista dei matter of fact egli si voleva investito da domande ardue e da problemi generali; non cercava risposte preconfezionate e soluzioni chiavi in mano. Il fastidio sollevato dalle sue proposte – un Museo degli Incidenti, un’Università del Disastro, un Ministero della Pianificazione Temporale, includere la notte nel Patrimonio dell’Umanità – era ironicamente calcolato.

Più sorprendente è il rifiuto d’un tratto idiosincratico del suo stile: i neologismi. Virilio non usa parole o immagini chiave da sottoporre a motori di ricerca. Prova, con termini più o meno felici, di farsi carico di nuovi eventi e situazioni, di porre la scrittura al livello degli infra-ordinari disastri che indaga e davanti ai quali la parola quotidiana è in folle. Claustropolis, Dromosfera, Meteopolitica, Magaloscopia, Nanomondo, Postintimità, Telesoggettivo, Tragittografia, ma anche Colonizzazione della telepresenza, Realtà diminuita, Riflesso incondizionato, Spettatore fotosensibile, Tempo multifrattale e via dicendo. Una scrittura sperimentale non diversa nel suo intento da quella delle letterature di avanguardia e dell’operato otticamente scorretto degli artisti – Baj, Beuys, Pollock, Turrell , ecc. – che Virilio prediligeva perché avevano lasciato l‘atelier per il laboratorio.

Come gli sperimentatori, Virilio aveva il gusto della parola penultima: non annunciava sventure ultime, era apocalittico nel senso “revelazionario” del termine. Cattolico fervente, citava Paolo di Tarso: ”Sperare contro ogni speranza” oppure, più laicamente, Winston Churchill: “Un ottimista vede l’opportunità in ogni difficoltà”.

L’impostura dell’immediatezza

Paul Virilio

"L'immediatezza è un'impostura”, scriveva il teologo Dietrich Bonhoeffer. Di questa impostura possiamo misurare gli effetti perversi osservando che ciò che è comune viene oggi messo in discredito dall'immediatezza di ciò che non è comune. Quando un utente della citizen band spiega per esempio che la sua ricetrasmittente gli permette di parlare “di preferenza con gente che non conosce”, di entrare in comunicazione “al di fuori della sua cerchia di affinità geografiche”, significa che quello che non c'è prevale di gran lunga su quanto è presente... In fondo, quella che è stata definita “la pressione dell'audiovisivo”, altro non è che l'espressione del declino dell'unità di vicinanza, e attraverso di esso, della prossima decadenza delle politiche territoriali. Da ciò deriva l'insidioso discredito gettato, da più di vent'anni, sull'estensività geopolitica a vantaggio di una intensità transpolitica insospettata, declino dello Stato di diritto, deregulation accelerata dei diversi sistemi di governo che portano, in questo stesso momento e nonostante l'illusione dei mercati internazionali, all'inversione del principio aggregativo, federativo, dissociazione propizia, raffigurazione di un illusorio decentramento che è solo il prolungamento della decolonizzazione liberale. Questo porta all'infinita serie di “divorzi” operati in nome delle libertà, fra i sessi, le generazioni, le etnie e i gruppi sociali, fino alle più vaste entità comunitari e nazionali, a vantaggio di un'amministrazione o meglio di un impero del tempo proprio di cui l'evoluzione della produzione industriale consente già di valutare la natura, con la precarietà dello statuto del personale temporaneo, costretto al tempo stesso alla disoccupazione congiunturale e agli orari intensivi, senza nessun rapporto con i cicli fisiologici e con i ritmi culturali, dato che si è parlato addirittura di sopprimere il giorno libero domenicale al fine di realizzare la pianificazione di un tempo continuo che starebbe all'intensità transpolitica come l'estensione coloniale e feudale stava ieri alla geopolitica.

La riconversione industriale illustra quindi alla perfezione questo fenomeno di disseminazione panica in cui la maggiore concentrazione del potere implica al contrario il decentramento geografico e transnazionale delle imprese, l'anarchia economica e sociale più grande che si possa immaginare.

Si può così capire meglio la sottile trasformazione delle procedure di liberazione che porta oggi popolazioni intere a diventare non solo lavoratori e migranti costretti alla deportazione industriale, proletari interinali, disoccupati di un lockout programmati in anticipo, ma anche e sempre più spesso, rifugiati, esiliati nel loro stesso paese, nemici o meglio minaccia interna, per un potere senza nessuna esteriorità in cui gli assenti hanno fatalmente ragione.

(da L’orizzonte negativo, traduzione di Maria Teresa Carbone, Costa & Nolan 1986, pp. 174-175)