Celan-Sachs, la storia che divora

Tommaso Gennaro

«Infuria ancora / il silenzio nel sangue / e mai mi congeda / la fuga»: è con queste parole che Mariella Mehr parla al cuore di quel secolo che – a detta di Wisława Szymborska – doveva essere «migliore degli altri». Lei, poetessa di etnia Jenisch che «beneficiò» dell’Opera di soccorso dei bambini di strada (nient’altro che un programma di eugenetica attivo in Svizzera fra il 1926 e il 1973, che strappava i figli dalle madri per affidarli con altro nome a famiglie contadine: Mehr patì entrambe le esperienze, come figlia e come madre). La fuga, che non congeda le vittime delle persecuzioni fatte in nome del sangue nel silenzio assordante del mondo, è un’esperienza durata fin troppo a lungo nel secolo breve. «La mia mano, una treccia di fiato», scrive Mehr altrove, «non sa niente dell’affidabilità / di radici con un domicilio»: l’erranza, l’esilio sono la condizione permanente di chi ha sperimentato il trauma di una violenza che ha agito anzitutto sulla lingua, sulle parole: non si darà salvezza «finché il sangue non redimerà il linguaggio». La verità di questi versi rappresenta, più che un denominatore, l’indice di una consanguineità elettiva capace di interconnettere esseri umani nel tempo e nello spazio: funziona, insomma, come un «meridiano del dolore e della consolazione».

Quest’ultima formulazione si trova in calce a una ben nota lettera spedita da Nelly Sachs a Paul Celan il 28 ottobre 1959 e che si legge oggi nella nuova edizione riveduta e aggiornata (una prima edizione parziale era uscita dal Melangolo nel ’96) della loro Corrispondenza, la cui cura italiana è affidata ad Anna Ruchat. La pertinenza di questa triangolazione è di natura molteplice: per il fatto – non certo casuale – che Ruchat è traduttrice di Mehr (della quale ha curato, fra l’altro, la sua ultima antologia italiana, Ognuno incatenato alla sua ora, Einaudi 2014); perché gli interlocutori privilegiati di quest’ultima, i suoi arcimodelli, sono giustappunto Sachs e Celan; e, soprattutto, perché un «meridiano del dolore e della consolazione» ha per davvero toccato questi autori, mettendoli in comunicazione oltre le distanze frapposte dall’epoca e dalle nazioni: ha ospitato un dialogo.

Quale patria hanno in comune un ebreo nato in un paese che non compare più sulle mappe trasferitosi dopo la guerra a Parigi («la storia ha divorato la geografia», aveva confidato amaramente Celan all’amica Ilana Shmueli), un’ebrea scappata appena in tempo dalla Germania verso la Svezia (dove visse per anni in indigenza e isolamento e sempre con il «sangue inquieto») e una svizzera Jenisch che attraversò gli ospedali psichiatrici e il carcere per poi migrare in Italia (nomade ancor prima di nascere: «sulla mappa del cielo / io non sono presente»)? Più che «esuli di lingua straniera» (come si definirà la stessa Sachs in una lettera a Celan del 9 gennaio 1958), sono tutti e tre esuli in una lingua straniera: che, se pure è per tutti quella familiare (il tedesco), allo stesso tempo non lo è. The same is different, spiega la teoria degli insiemi: sì, perché a leggere la Corrispondenza fra Celan e Sachs si intuisce subito che i due si incontrarono precisamente nella lingua, quella inventata (trobar, in provenzale), fatta di mani e fiato, e attraverso di essa riuscirono a istituire un dialogo reso anzitutto terreno di transito e di sosta. Sachs: «Lei conosce le mie cose, le ha con sé. Questo significa che io ho una patria» (21 dicembre 1957); «Con le Sue poesie Lei mi ha dato una patria, una patria che credevo avrei conquistato solo con la morte. Così resisto su questa terra» (19 dicembre 1959); «Paul Celan, caro, caro, Lei viene e vi sarà una patria, su qualunque sabbia ci troveremo» (9 maggio 1960).

E, nei momenti più intensi della malattia di Sachs, il poeta della Bucovina (anch’egli non certo trascurato dai malesseri mentali) cercò in qualche modo di esserle prossimo nella lontananza, riducendo la distanza che li separava con una sostituzione: dalle carte geografiche alle pagine di poesia. Celan: «scrivi ancora. E fai che le tue cose migrino verso le nostre dita» (29 luglio 1960); «io vedo anche le parole che ti aspettano, Nelly, le parole alle quali tu dai un’anima con te stessa e i tuoi nuovi raggi di luce» (9 agosto 1960); «c’è bisogno di te [...], c’è bisogno della tua presenza qui e tra gli uomini, c’è bisogno di te ancora a lungo [...]; tu ci sei, con tutto ciò che ti è vicino, vicino anche nell’estrema lontananza, sei qui e presso di te, e presso di noi!» (19 agosto 1960).

In quasi sedici anni di lettere (dalla primavera del 1954 alla fine del 1969), seppure con un progressivo affievolirsi delle voci, Celan e Sachs tentarono di colmare con i versi un vuoto indelebile: quella voragine sulla storia spalancata durante la Seconda guerra mondiale e che il poeta di Czernowitz chiamava semplicemete «ciò che è stato». Nelly Sachs si spense il giorno del funerale di Paul Celan, morto suicida nell’aprile del 1970; in vita cercarono di abitare uno spazio fatto delle parole delle poesie, di voci intessute, che occultasse il vuoto scoperto dalla Shoah: la loro però – lo dice Sachs in una delle sue ultime lettere (10 febbraio 1969) – fu irrimediabilmente una «patria invisibile». A essere esposta è sempre stata la Storia.

Paul Celan-Nelly Sachs

Corrispondenza

a cura di Barbara Wiedemann. Edizione italiana a cura di Anna Ruchat

Giuntina, 2017, € 16

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Ingeborg Bachmann e Paul Celan, come papavero e memoria

Anna Ruchat

È uscito da poco in Germania un libro che ricostruisce in parallelo, attraverso testi e lettere in gran parte inediti per il pubblico italiano, le vite irrimediabilmente divergenti di due dei più grandi poeti di lingua tedesca del Novecento, Paul Celan e Ingeborg Bachmann, uniti da una fatale quanto paradigmatica storia d’amore. Nuovi in questo libro non sono i dettagli sulla relazione tra i due, rimasta segreta per tutta la loro vita ma oggi conosciuta grazie al loro carteggio (Troviamo le parole. Lettere 1948-1973, a cura di Francesco Maione, nottetempo 2010), ma lo è la ricostruzione del contesto storico-culturale in cui i due poeti si trovano a combattere per affermare la propria identità artistica ed esistenziale. Di fronte a un’Europa che tace sul genocidio degli ebrei e sulle responsabilità dei tedeschi, di fronte a un’élite culturale che nega l’esistenza del problema fino a macchiarsi di antisemitismo (questa l’accusa rivolta a posteriori al Gruppo 47), Celan viene via via risucchiato dalla propria identità di sopravvissuto, mentre la Bachmann moltiplica le sue personalità per sottrarsi al ruolo di «figlia del carnefice».

La vicenda dei due poeti-amanti ha il suo nucleo vitale e segreto nelle sei settimane che Celan e la Bachmann, nella primavera del 1948, trascorrono insieme in una Vienna da Terzo uomo, ancora tutta attraversata dalle ferite della guerra, ma dove la vita, anche quella culturale e artistica, sta rapidamente riprendendo i suoi spazi. Il ventisettenne Paul Antschel (Ancel nella trascrizione rumena), ebreo di Cernovitz (oggi Černivci) i cui genitori sono morti in un campo di sterminio in Ucraina, è arrivato nella capitale austriaca a piedi da Bucarest, dove ha vissuto e scritto e pubblicato per due anni finché lo stalinismo non l’ha sospinto verso Ovest. La Bachmann invece decide poco più che diciottenne di andare a studiare a Vienna, lontano da quella Carinzia e da quel padre che avevano accolto con entusiasmo il nazismo. L’incontro è esplosivo, un fuoco d’artificio di vita e di testi per i due giovanissimi poeti; ma dopo sei settimane di euforia Celan parte per Parigi e i contatti tra loro si fanno presto sporadici e contrassegnati da malintesi.

Wir sagen uns Dunkles, «ci diciamo cose oscure», recita il titolo del libro: è un verso di Corona, la prima poesia che Celan dedica alla Bachmann, e che diventerà il fondamento delle reciproche citazioni. Helmut Böttiger procede cronologicamente per capitoli dedicati ora a Celan, ora alla Bachmann, ora ai momenti comuni; e, senza voler chiarire le «cose oscure» della poesia, indaga per capire come dall’una e dall’altra parte quell’oscurità abbia potuto generarsi e alimentarsi. Ogni nuovo incontro sembra spingere i due poeti su fronti opposti e al tempo stesso confermare il loro imprescindibile ruolo di testimone bifronte che nessuno vuole ascoltare. La vittima e il carnefice si abbracciano alla finestra e dicono «è tempo che si sappia, è tempo»; ma l’Europa intera è sorda e loro stessi non possono sentirsi.

Nel maggio del 1952 – quando in albergo Celan respingerà quella che a tutti gli effetti è una proposta di matrimonio della Bachmann, e le annuncerà di voler sposare la pittrice Gisèle de Lestrange –, a tavola, dopo una lettura pubblica della Todesfuge, Hans Werner Richter dirà «scherzando, con tono leggero», scrive Böttiger, che «la voce di Celan gli ha ricordato quella di Joseph Göbbels». Nessuno nel gruppo sembra rendersi conto della gravità di quell’affermazione, nemmeno la stessa Bachmann, su suggerimento della quale Celan era stato invitato al convegno del Gruppo 47. Fin da quel primo incontro lei avrà grande successo nel Gruppo e ne diventerà «una sorta di feticcio», scrive Böttiger; Celan invece non parteciperà più ai loro incontri; nella sua Parigi, con il matrimonio e la nascita del figlio Eric, sembra aver raggiunto un equilibrio affettivo e lavorativo.

Tra i molti materiali che Böttiger cita per ricostruire l’atmosfera di quegli anni, vi è l’unica intervista che Celan abbia rilasciato alla radio tedesca, nel giugno 1955. All’epoca «del genocidio degli ebrei quasi non si parlava in Germania», scrive Böttnger, dunque il conduttore non fa che un vago accenno alle origini di Celan e alla sua storia. Parlando poi delle poesie, chiede se non possano ricondursi al mondo onirico dell’autore e Celan, in grande imbarazzo, conferma. «Si sente la tensione», scrive Böttiger: a pochi anni dall’uccisione dei suoi genitori, Celan si trova a parlare a una radio tedesca, senza che si faccia cenno né alla Todesfuge, uscita in Germania da poco più di un anno, né al ruolo, nella sua scrittura, del genocidio degli ebrei.

La Bachmann e Celan si rincontrano solo il 13 ottobre 1957 a Wuppertal. Di nuovo la relazione s’infiamma, ma questa volta è la Bachmann a frenare l’euforia. Per un anno si frequentano saltuariamente e si scrivono molto. La moglie Gisèle è a conoscenza di ogni cosa, le due donne sembrano addirittura allearsi per sostenerlo, ma l’equilibrio precario s’è infranto. Pur tra i grandi riconoscimenti che il mondo gli tributa, Celan comincia a vedere nel silenzio forzato sulla Shoah, nelle sporadiche ma pesanti stroncature sui giornali, nelle calunnie della vedova di Yvan Goll (il poeta franco-tedesco, di cui Celan era stato amico negli ultimi anni di vita) che lo accusa di plagio, e dei giornalisti che la spalleggiano, un complotto, una sorta di accerchiamento.

Quando comincia a manifestarsi in lui il malessere psichico, la Bachmann è un interlocutore possibile. Nel 1959 sarà lei a cercare di coinvolgerlo in una pubblicazione per i settant’anni di Martin Heidegger, sarà sempre lei a cercare di mediare nei rapporti tra Celan e gli intellettuali tedeschi che il poeta vede ormai come nemici. E anche nel 1960 (quando, in occasione del conferimento a Celan del premio Büchner, si ripresentano le calunnie di Claire Goll), Ingeborg Bachmann è la sola di cui lui riesca ancora a fidarsi. Ma se Celan negli anni successivi soggiace completamente alla paranoia, anche la Bachmann, con il fallimento della relazione con Max Frisch, entra in una spirale autodistruttiva.

Böttiger accompagna i due poeti fino alla soglia del silenzio: dal 1960 «la catastrofe esistenziale corre parallela». L’uno finirà schiacciato dal peso della propria storia e si butterà nella Senna nell’aprile del 1970; l’altra, annebbiata dai barbiturici, morirà accidentalmente a Roma solo tre anni più tardi. Insieme li incontriamo soltanto in Malina, l’ultimo romanzo della Bachmann pubblicato un anno dopo la morte di Celan, dove lui-Malina è il doppio dell’io narrante. Scrive qui la Bachmann citando ancora una volta Corona: «Lui mi fa vedere una foglia secca e allora so che ha detto il vero. La mia vita finisce perché lui è annegato nel fiume durante la deportazione, era la mia vita».

Corona

Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.

Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:

die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,

im Traum wird geschlafen,

der Mund redet wahr.


Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:

wir sehen uns an,

wir sagen uns Dunkles,

wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,

wir schlafen wie Wein in den Muscheln,

wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.


Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:

es ist Zeit, daß man weiß!

Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,

daß der Unrast ein Herz schlägt.

Es ist Zeit, daß es Zeit wird.

Es ist Zeit.


da Mohn und Gedächtnis

Corona

Dalla mano l’autunno mi bruca una sua foglia: siamo amici.

Sgusciamo il tempo dalle noci e gli insegniamo a camminare:

il tempo torna indietro, nel guscio.

Nello specchio è domenica,

nel sogno c’è chi dorme,

la bocca dice il vero.

Il mio occhio scende giù al sesso dell’amata:

ci guardiamo,

ci diciamo cose oscure,

ci amiamo l’un l’altra come papavero e memoria,

dormiamo come vino nelle conchiglie,

come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Stiamo abbracciati finestra, ci guardano dalla strada:

è tempo che si sappia!

È tempo che la pietra accetti di fiorire,

che l’affanno faccia battere un cuore.

È tempo che sia tempo.


È tempo.

da Papavero e memoria, traduzione di AR

Helmut Böttiger

Wir sagen uns Dunkles. Die Liebesgeschchte zwischen Ingeborg Bachmann und Paul Celan

DVA, 2017, 269 pp., € 22,70

Paul Celan. La colpa, la lontananza

220px-celan_Luca Archibugi

La poesia di Paul Celan attraversa uno dei miti fondanti, e perduranti, di tutta la letteratura del ventesimo secolo e, forse, della letteratura in quanto tale: l’estraneità alla propria origine, alla terra (intesa in senso simbolico, nella duplice accezione di patria, fisica e interiore) e, per inevitabile conseguenza, alla propria lingua, tema ineludibile. Del tutto appropriato, come afferma Jacques Derrida in Schibboleth (il saggio su Celan del 1986, tradotto da noi cinque anni dopo da Gallio), riconoscere – soprattutto per un ebreo – tale frontiera in una phoné, un suono impronunciabile per chi ebreo non è, un modo per individuare il nemico. Da questo sentimento attinge – con maggiore o minore accento – il poeta di Czernowitz. È l’ictus dominante, senza eccezioni, che domina fin dalla prima raccolta che egli pubblicò nel ’48, impedendone in seguito la distribuzione a causa dei numerosi refusi oppure, secondo altri, per un’insoddisfazione circa i risultati: appunto La sabbia delle urne, che ora Einaudi ripresenta nella sua integrale flagranza, per la cura di Dario Borso.

L’enigmatico palinsesto delle inclusioni/esclusioni fra la prima e la seconda raccolta, Papavero e memoria, che due anni dopo includeva parte della prima, e il susseguirsi di poesie mantenute o espunte (per cui rimandiamo alle note del curatore, che mostrano senza lasciare dubbi la necessità di ripubblicare questo libro), non fa che testimoniare del lavorio contrappuntistico (in senso proprio, musicale) che qualifica le due raccolte, come fossero la mano sinistra e la mano destra di una composizione pianistica: da un lato complementari, e consegnate al tener conto l’una dell’altra; dall’altro due voci che sviluppano movenze proprie, svolgendo i temi in modo autonomo, per l’appunto «estranee». Tale «contrappunto» viene notato anche da Emmanuel Levinas (in Nomi propri, raccolta di saggi del 1987 riproposta due anni fa da Castelvecchi), ebreo come Derrida, riguardo all’intera opera di Celan. L’effetto viene ottenuto con semplicità, soprattutto attraverso l’inclusione o l’esclusione di un testo. Ma, per afferrare la composizione finale, La sabbia delle urne e Papavero e memoria non possono che essere «suonate» contemporaneamente.

Uno degli imprescindibili maestri concertatori, e spartiacque riguardo al tema dell’estraneità, non poté essere che Heidegger. Ma questo armonico risuona già in Trakl, in Primavera dell’anima («L’anima è straniera sulla terra»), la cui Erörterung (approssimativamente, «indicazione del luogo», secondo una vecchia traduzione pubblicata da Mursia che sarebbe quantomeno da ripensare) è affermata dal filosofo nelle pagine di In cammino verso il linguaggio. È probabile che proprio da questo punto si possa in parte spiegare il silenzio che verrà rimproverato a Heidegger: il silenzio che seguì alla disfatta della Germania e che lo accompagnò fino alle morte, avvenuta nel 1976. Celan stesso provò una delusione cocente per «la parola che non giunse» durante il notissimo incontro fra i due, a Todtnauberg nel ’67 (Todtnauberg s’intitola un componimento di Celan raccolto in Luce coatta, il libro pubblicato tre mesi dopo la sua morte).

Sembra dunque che proprio il silenzio sia stato un basso continuo (come sostiene, fra gli altri, George Steiner nel capitolo conclusivo del suo La poesia del pensiero, Garzanti 2012). Ma quel pur fragoroso silenzio non esaurisce il significato dell’incontro. Sembra che una parola adeguata l’abbia pronunciata qualcuno che non era presente fisicamente ma, oltremodo, spiritualmente: secondo Karl Jaspers, la colpa vera, indelebile, è quella di essere ancora vivi (nella Questione della colpa, le lezioni di Heidelberg – tradotte da Cortina nel 1996 – suo primo atto dopo il rientro in Germania, da Basilea, nel 1946). La colpa «metafisica» è quella per cui, se pure il nazismo risulta storicamente sconfitto, non sono state sconfitte le condizioni che lo permisero.

È probabile che in Celan agisse un sentimento simile. La colpa di essere vivi accomuna vittima e carnefice. Il rimorso, nel caso di Celan riguardo ai genitori, di aver potuto fare qualcosa di più. Preoccupazione del tutto infondata ma che agisce e scava, fin nelle più recondite fibre, nella depressione che porterà Celan al suicidio nel 1970, a cinquant’anni esatti. Quando ormai – e non da poco – cominciava a raccogliere un consenso crescente intorno alla sua opera. Ma tale esito estremo e l’incapacità di venire a capo della colpa fanno affermare a Otto Pöggeler: «I sacri centri di un nuovo e diverso vivere insieme cominciano con le poesie, nel modo in cui Celan le tenta. […] L’avvenimento terribile della persecuzione e dell’eccidio si rovescia in un nuovo inizio» (Der Stein hinterm Aug. Studien zu Celans Gedichten, Fink 2000).

La traccia compiuta di tale rovesciamento inizia con La sabbia delle urne. La nota dominante è quella dell’«ultimo a parlare», la condizione dell’ebreo sopravvissuto alla Shoah. Per Blanchot, nel suo scritto su Celan, fondamentale quanto esiguo, intitolato proprio L’ultimo a parlare (tradotto dal melangolo nel 1990), crea una figura che accompagna il paradosso di tale annientamento rigenerativo. Considerato che «nessuno testimonia per il testimone», «ciò nonostante ci scegliamo un compagno, […] un compagno perduto in anticipo, la cui perdita stessa subentri alla nostra». È qui che si fa presente, che risponde con la presenza, il Dasein di Celan: un soggetto talmente stralunato, straniato, da diventare un luogo impossibile. È così che fin dai primi componimenti risuona un armonico pienamente congeniale, da cui non si separerà mai: la lontananza. Così, fra i componimenti della Sabbia delle urne, in Drüben («Là, oltre»: «Da me sfavilla lontananza»), in Schlaflied («Ninnananna»: «Oltre il lontano delle cupe pianure»), in Regenflieder («Lillà della pioggia»: «il lillà straniero»). Chi scrive sanguina ed è votato alla «straniera e misteriosamente intima» (il riferimento resta volutamente sospeso nella sintassi), così come in Mohn («Papavero») la notte occhieggia di «fuochi stranieri». In Bergfrühling («Primavera montana») è «azzurro il fumo delle lontananze».

Tutto ciò è curiosamente affine al sentimento di un altro poeta, tutt’altro che ebreo, teorico anzi di una rivoluzione nazionalsocialista ma che venne costretto al silenzio dal regime nel maggio 1936: «Ah, la terra lontana / […] là monologhi senza / riferimenti immediati, / autocoscienze, / remoti meccanismi, / frammenti di totem … / […] così cadono i giorni»: è il Gottfried Benn di Poesie statiche. Ma lo strazio è diverso. Non c’è, in Celan, la possibilità di perseguire una poetica dell’immobilità: come in Nähe der Gräber («Prossimità delle tombe»), davanti alla madre trucidata, maestra di lingua tedesca. Quella lingua che accomuna il poeta e il suo aguzzino: «E tolleri, madre, ah come in passato a casa, / la dolce, la tedesca, la dolorosa rima?»

Paul Celan

La sabbia delle urne

a cura di Dario Borso

Einaudi, 2016, 192 pp., € 14