L’intruso

G.B. Zorzoli

Passi per il Senato. Chi ti sta dando lo sfratto, non può pretendere d’essere accolto col sorriso sulle labbra. Ma alla Camera, dopo la lunga e poco renziana captatio benevolentiae, un applauso un poco più convinto non lo si sarebbe negato a nessun altro. Con in più Bersani che sforna un avvertimento all’altezza della migliore tradizione democristiana nei confronti di un “governo amico”: “Benché questo governo non abbia fra le sue qualità migliori l’umiltà, penso che sia un governo che abbia bisogno di aiuto”.

Il segnale è inequivocabile. Renzi non è uno dei nostri. Insomma, un intruso. Non a caso, chi per lui prova un’evidente empatia è Berlusconi. Divisi dalle loro storie personali e politiche, li accomuna l’essere stati entrambi percepiti dall’establishment politico come corpi estranei. In questo, Renzi per ora si sta dimostrando più accorto dell’altro; forte dell’esperienza politica pregressa, sceglie di non raccogliere la sfida, di non esasperare il distacco che lo separa dalle consolidate pratiche di piccolo cabotaggio, proprie della politique politicienne, anche se i primi risultati sono deludenti.

Nei confronti di un’ostilità oltretutto aggravata dal percorso che l’ha portato alla presidenza del consiglio dei ministri - anomalo perfino in un paese abituato a tutto e al peggio di tutto - la sua conclamata abilità nel sparigliare le carte e nell’imporre agli altri il terreno del confronto almeno in questi primi passaggi da premier sembra non bastare. La scelta di trascorrere una parte consistente della settimana girando per l’Italia, lasciando al fido Graziano Delrio la gestione quotidiana della macchina governativa, è coerente con la venatura populistica del personaggio, ma può trasformarsi rapidamente in un boomerang. Ammesso e non concesso che il panem et circenses continui tuttora a funzionare inalterato, occorrono entrambi gli strumenti: i circenses, da soli, non bastano. Ed è proprio sul pane che il governo Renzi gioca le sue sorti.

I molti problemi irrisolti, evocati nel discorso programmatico, sono tutti autentici e, nessuno escluso, richiedono interventi che modifichino in modo drastico l’assetto esistente: questo, indipendentemente da come gli strumenti adottati ripartirebbero oneri e benefici. Finora maggioranze molto più omogenee (spesso anche più larghe), oltretutto legittimate dal voto, hanno sempre rinunciato a utilizzare il bisturi: troppi o troppo potenti gli interessi che in tal modo si sarebbero colpiti. Si è scelto di lavorare di cesello, col risultato - interventino dopo interventino - di danneggiare soprattutto le componenti sociali meno protette: giovani, donne, immigrati. Inasprendo le situazioni di crisi.

Una maggioranza costruita a tavolino, niente affatto omogenea, percorsa da ostilità verso Renzi, umane e psicologiche prima ancora che politiche, inevitabilmente destinate a saldarsi con le analoghe crisi di rigetto presenti nell’opposizione, rendono il parlamento ancora meno disponibile del passato a votare provvedimenti davvero radicali (sempre che Renzi riesca a farli approvare preventivamente dal governo e a ottenere una benevola neutralità da parte dei mercati finanziari e di Bruxelles).

Matteo Renzi è quindi chiamato a una prova più difficile di un triplo salto mortale carpiato, avvitato con almeno due rotazioni e mezzo. Può farcela solo se non rinuncerà a sfidare le controparti politiche sul terreno dei provvedimenti concreti e queste si renderanno conto che non gli conviene rottamare il rottamatore. In caso di fallimento del governo appena nato, la patata, nel frattempo divenuta ancora più bollente, tornerà infatti nella loro mani.

Reality o politica

Giorgio Mascitelli

Non so se sia vero, come afferma qualche dissidente, che i 5 Stelle nella loro comunicazione seguono i dettami del programmazione neurolinguistica o di qualche altra tecnica di marketing, ma mi sembra indubbio che tengono presente, magari inconsapevolmente, la vecchia regola delle nonne per parlare con gli stranieri: parla la tua lingua a voce più alta.

È infatti del tutto evidente che l’intensità del loro linguaggio cresce tanto più quanto più emerge la mancanza di una linea politica. Infondo e un’ordinaria saggezza da reality show: se il clima langue nella casa o nell’isola, nulla di meglio di una bella litigata, magari con una spruzzatina di volgarità, e l’audience torna a crescere. Prendiamo ad esempio gli attacchi a Laura Boldrini. Un movimento dotato di una linea politica avrebbe rivendicato ciò che è vero, ossia che senza la sua presenza in parlamento sarebbe stata impossibile l’elezione di una figura dalla storia così limpida a un’alta carica dello Stato, e avrebbe poi cercato di incalzarla specialmente sui temi affini alle due sensibilità politica.

Invece in assenza di politica l’unica cosa che risulta fattibile è portare avanti una sorta di mobbing permanente nei confronti di una persona che per i suoi comportamenti è sentita come concorrenziale per il target elettorale di riferimento dei 5 Stelle. Prove ne siano il fatto che i primi attacchi e, credo, richieste di dimissioni sono già giunte il giorno successivo alla sua elezione proseguendo con cadenze e motivazioni alternate fino a oggi e che il decreto per il quale la presidente della camera è nell’occhio del ciclone è stato discusso al senato senza azioni particolarmente eclatanti da parte del gruppo parlamentare 5 Stelle. L’assenza di una linea politica naturalmente rende impossibile l’elaborazione di un’opposizione radicale e perciò non resta che fornirne il simulacro specialmente a livello verbale.

Si può leggere in questa prospettiva l’episodio degli insulti a sfondo sessuale alle deputate del PD. Naturalmente la matrice del fatto è quello del maschilismo da bar perfettamente complementare a quello delle battute su Rosy Bindi fatte in passato dagli esponenti del Centrodestra, ma il pompino ha qui la funzione di evocare un pathos da bar dell’indignazione contro il potere al passo con i tempi (così nei film contemporanei l’attore per rappresentare la propria indignazione dirà “fottuto” o addirittura “cazzo” anziché “maledizione” come negli anni cinquanta). La volgarità è il surrogato verbale di un’alterità politica che non può esistere perché non c’è linea politica.

Caso analogo è quello degli attacchi a Corrado Augias. Il giornalista esprime le sue critiche indubbiamente dirette, ma argomentate all’operato dei 5Stelle e subito viene additato come nemico del movimento. L’ostilità personale di cui è fatto oggetto e soprattutto il torrente di livore e insulti indirizzati a lui sono ancora una volta dei succedanei di un’assente critica politica al sistema mediatico e al discorso avversario.

Il modo in cui i 5 Stelle si rapportano agli avversari sembra vagamente ispirato a quei consigli che si trovano nei manuali scritti per coloro che si sentono insicuri, ma vogliono fare carriera: non c’è niente di meglio per rafforzare la propria autostima che spianare qualche rivale. Ma non è detto che riesca sempre: Macbeth per esempio, nonostante l’intensa attività di counseling di Lady Macbeth, resta sempre un insicuro che crede alle baggianate che gli dicono le streghe anziché analizzare con realismo la situazione.

Beppe Grillo in un post apparso quest’estate contro il politicamente corretto, che a mio parere è un documento molto importante di strategia comunicativa per il movimento 5 Stelle intero, a un certo punto confonde il disprezzo per l’ipocrisia del politicamente corretto con la sanità morale dell’insulto a ruota libera. In altri termini Grillo confonde il fatto che ciò che è ipocrita nel politicamente corretto sia l’uso di certe parole cortesi e concetti umanitari invece di altri rudi ma onesti, ma non è così: l’ipocrisia del politicamente corretto è che alla correttezza verbale fanno seguito altri tipi di pratiche.

L’ultima grande manifestazione dell’ipocrisia del politicamente corretto è stata l’indignazione delle autorità europee per il bestiale lavaggio degli immigrati a Lampedusa: da un lato protestavano per il trattamento inumano, dall’altro istituivano cose tipo frontex ed eurosur che renderanno ancora più possibili scene del genere in futuro. Invece per Beppe Grillo l’ipocrisia del politicamente corretto consiste nel chiamare rifugiati al sole i clandestini e qui dovrebbe fare attenzione perché a sua volta clandestino è una parola usata per nasconderne altre e dunque ha una sua natura ipocrita. Come del resto l’hanno l’insulto e l’aggressività verbale quando sostituiscono un discorso politico che non c’è.