Il mistero buffo della rielezione

Carlo Formenti

Come definire la rielezione di Giorgio Napolitano? Non parlerei di golpe perché, in questo coup de theatre, il dramma si mescola alla farsa, per cui preferirei definirlo (in omaggio a Fo) mistero buffo. Ma veniamo alle performance degli attori; a partire dai media,
i quali, invece di recitare il ruolo di cronisti sono stati fin dall’inizio parte in causa, incalzando la “casta” perché svolgesse diligentemente il compito di passiva esecutrice dell’interesse dei mercati.

Così Michele Ainis (sul Corriere del 21 aprile) ha salutato la rielezione di Napolitano come sbocco inevitabile del “tempo dell’eccezione” (citazione schmittiana?), e il giorno dopo il duo Alesina - Giavazzi ha indicato sulle stesse pagine la via obbligata tracciata dallo “stato di necessità”: ridurre le tasse e tagliare la spesa pubblica. Intanto nessun giornale, a parte Micromega, dedicava uno spazio adeguato alla notizia che i due massimi teorici dell’austerità, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, avevano ammesso che i loro dati erano sbagliati (ennesimo scacco per la teoria secondo cui non si esce dalla crisi senza ridurre il debito pubblico).

Passiamo a Napolitano. Come è stato autorevolmente argomentato, non c’è stata violazione della Costituzione. Il vero punto è un altro: che senso ha parlare di stato di eccezione se non esiste un sovrano? O meglio, se sovrano non è lo stato nazione, che Napolitano dovrebbe incarnare, bensì i mercati? In effetti Napolitano è stato rimesso lì proprio per servire il vero sovrano, ruolo che aveva già assolto egregiamente chiamando Monti alla guida di un governo che ha fatto strame delle nostre condizioni di vita.

Chi ce lo ha rimesso? Tutte le componenti di un sistema democratico in stato di decomposizione avanzata (non a caso molti hanno evocato lo spetto di Weimar), ma il vero regista del mistero buffo è stato il Pd, o meglio la sua attuale, palese impotenza, approdo finale della lunga deriva iniziata con il compromesso storico, con il definitivo accantonamento della sua identità di classe e la conseguente trasformazione in uno dei tanti partiti che si dicono interpreti dell’interesse generale e del bene comune – pompose espressioni dietro le quali (come ben sapevano i vecchi militanti del Pci) si nasconde appunto l’interesse del mercato sovrano.

Ora Vendola (e Barca?) si candidano a rifondare una “vera” sinistra riformista, degna di sedere al fianco delle socialdemocrazie europee. Ma è un’operazione fuori tempo massimo, visto che anche quei partiti, sebbene con stili più dignitosi, accettano passivamente i diktat di istituzioni europee che agiscono come una cupola regionale del finanzcapitalismo globale. Perché il Pd non ha votato Rodotà, si sono chiesti i milioni di elettori di Sel, 5Stelle e dello stesso Pd.

Ebbene, il Pd non poteva votare Rodotà e non tanto perché, come si è detto, ciò avrebbe spaccato il partito (che probabilmente si spaccherà comunque), ma perché a proporre Rodotà è stato 5Stelle, un movimento che – sia pure rozzamente e senza un vero progetto politico – rappresenta quella rabbia popolare contro l’austerità che terrorizza un sistema di cui il Pd è parte integrante; e ancor più perché Rodotà incarna una cultura politica e giuridica che tenta di fare sintesi fra principi e valori della sinistra tradizionale e la domanda di nuovi diritti che sale dai movimenti (parla troppo di beni comuni e troppo poco di bene comune).

Tentativo senza dubbio problematico e in ogni caso troppo radicale per non risultare indigesto all’establishment. Infine due parole su Grillo. La sua reazione è stata significativa: ha gridato al golpe ma poi ha edulcorato il giudizio parlando di “golpettino furbetto”; ha evocato la piazza ma poi si è ben guardato dal mobilitarla.

Grillo “cavalca” la rabbia popolare ma al tempo stesso la teme, ha paura che gli sfugga di mano perché non è in grado di governarla politicamente. Per farlo ci vorrebbe una sinistra antagonista che oggi in Italia non esiste. Tocca dunque sperare che i tanti progetti paralleli di rimetterla in piedi la smettano di contemplarsi l’ombelico, e diano vita a un serio progetto di aggregazione a partire dall’obiettivo comune: rendere la vita difficile al sovrano.

Dal numero 29 di alfabeta2 - a maggio nelle edicole e nelle librerie

La scena a Roma

Augusto Illuminati

L'happening teatrale che si è svolto itinerante fra il teatro Capranica e Montecitorio offre validi spunti di interesse, malgrado la prolissità dello svolgimento (ben tre giorni e non è finita) e la prestazione mediocre della maggior parte degli attori. Ottime invece le calcolate interferenze del pubblico e l'ingerenza degli operatori mediatici. Il carattere gratuito della manifestazione va a onore degli impresari, malgrado il susseguirsi dei colpi di scena e la crescente tensione, eccedente l'interesse della trama, potesse invogliare a biglietti e abbonamenti settimanali.

Deplorevole, invece, l'uso degli animali nei momenti più evocanti il mondo del circo. Lo smacchiamento del giaguaro ha causato un senso diffuso di pena, soprattutto per il suo esito parziale, disastroso sul piano estetico e forse doloroso per l'insofferente felino. Braccare e azzoppare il lupo marsicano significa accanirsi contro una specie protetta. Non ci soffermiamo sulla confezione della mortadella, cui concorrono, presumibilmente, quadrupedi di dubbia origine etnica e spesso provenienti da branchi dopati. La vendita della pelle dell'orso è stata pratica ricorrente e un po’ truffaldina di tutti i maneggi articolati nei tre giorni.

L’intero zoo sovrastato dal catoblepa di Fabrizio Barca, l'animale mitico i cui occhi non possono essere guardati, sotto pena di morte istantanea. L’happening ha avuto un tema fisso e tre scenari variabili. Il tema fisso era giocare a non vincere, sprecare le carte, puntare sulle occasioni sbagliate, bluffare a perdere. In altre parole evitare accuratamente di conseguire, sin dalla prima votazione per il Quirinale, una larga maggioranza a favore di un candidato quale Stefano Rodotà, che avrebbe, per di più, garantito l’incarico di Premier a Bersani o altro esponente del Pd con il concorso dei voti del M5S. Sarebbe stato perfino un Presidente largamente popolare e la stessa destra avrebbe avuto difficoltà a fare scandalo. Non digiuno di politica, un tempo perfino presidente del Pds. Tutti eccellenti motivi per scartare la soluzione, che rischiava di far vincere il Pd e magari anche di trarre l’Italia fuori dal marasma politico. Dio ne scampi.

Primo scenario: Bersani, dopo aver condotto la campagna elettorale promettendo un’alleanza a tutti i costi con Monti, visti i risultati proclama che lui con Berlusconi non si metterà mai, piuttosto va a pescare nel campo di Grillo. La battuta di pesca è trasmessa in streaming e va a puttane. Il governo (monocolore, minoritario e antiberlusconiano) di cambiamento regge virtualmente fino a mercoledì mattina. «Combatterò, procomberò sol io... Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi. E di carri e di voci e di timballi», intesi forse come tortelli.

Secondo scenario, andato in scena al Capranica mercoledì notte. Tutto il rovescio del primo. Presentare una rosa di candidati decotti e impopolari e scegliere nel mazzo, presentandolo quale “sorpresa”, il più sbiadito di tutti, un superstite della Prima Repubblica, dall’eloquio improbabile e di totale verginità internazionale. E che, vogliamo fare concessioni alla globalizzazione? Avrebbe dovuto fare da ponte con Berlusconi, l’unico ad appoggiarlo fuori dal Pd (ma anche dentro il Pd, visti i risultati), per propiziare un governo delle larghe intese che avrebbe distrutto il Pd, sfasciato l’alleanza con Sel e impedito qualsiasi rapporto con M5S. Purtroppo lo scenario è stato recitato in modo maldestro la mattina dopo, quando dentro il bel recinto berniniano Marini non ha raccolto neppure tutti i voti del Pd, tanto meno quelli di Sel. Bersani, nel frattempo, si esibisce in un abbraccio ad Alfano. Fra lo sgomento generale.

Crisi di coscienza dopo i fischi degli spettatori e avvio di uno scenario di nuovo rovesciato: stavolta l’unità già compromessa di partito si fa su Prodi, acclamato all’unanimità, sperando che qualche soccorso arrivi dal M5S, che invece sempre più baldanzoso conferma Rodotà. Berlusconi è furioso e grida al tradimento, Bersani aveva già firmato l’accordo e ora se lo rimangia (temiamo che stavolta il menzognero Cav. abbia ragione). L’inciucio sembra sepolto, anche con il rischio di elezioni a luglio. Dalemiani e teodem remano contro e venerdì pomeriggio, alla fatidica quarta votazione a maggioranza assoluta, Prodi va sotto di 100 voti. È lo scrutinio segreto, ragazzi, vatti a fidare. L’happening ricomincia al Capranica venerdì notte, la notte dei lunghi coltelli. Sta a vedere che tornano in campo Amato e D’Alema, intanto le dimissioni a catena sono già cominciate...

Elezioni a 5 stelle

G.B. Zorzoli

Il film andato in onda il 24 e il 25 febbraio ha riproposto in parte un copione già visto. Come nel 2006 il centro-sinistra ha visto il largo margine di vantaggio iniziale logorarsi progressivamente nel corso della campagna elettorale, e alla fine è riuscito a spuntarla per un pelo al fotofinish (oltre tutto, solo alla Camera).
Questa volta la rincorsa del centro-destra si è però realizzata adottando il passo del gambero. Più che i cali percentuali, sono significativi i voti persi complessivamente dai due schieramenti: circa 11 milioni rispetto al 2008 (quando si parla di “successo” di Berlusconi, vanno messi nel conto i 6 milioni di voti su 11 di spettanza del PdL). In parte minore dovuta ai cali di votanti, questa vera e propria frana è stata soprattutto provocata dalla parte completamente nuova che nel film ha recitato il Movimento 5 Stelle, non a caso al centro di gran parte delle pensose valutazioni dei media e dei politologi di passaggio.

Valutazioni che per lo più mi hanno lasciato perplesso. Per una circostanza affatto occasionale, ho trascorso un’intera serata a discutere di alternative energetiche con una trentina di candidati del M5S. Di conseguenza, mi riesce difficile rinserrare le opinioni che ho tratto da questa esperienza entro gli schemi interpretativi, anche i più articolati, che ho letto a valle dei risultati elettorali.

Temo che l’età media degli osservatori esterni renda alquanto ostico cogliere l’universo grillino in tutto il suo spessore e nella sua, non solo ostentata, diversità. Onestamente, anch’io non penso di essere andato oltre qualche intuizione. Contro questo limite rischia di infrangersi anche la peraltro generica apertura manifestata dal PD (già parlare di scouting è stato un errore madornale). Generazionalmente parlando, in teoria potrebbe riuscirci uno come Renzi, ma la sua eventuale leadership trasformerebbe il PD nella versione XXI secolo del Labour di Blair, difficilmente accettabile dal M5S, al cui interno non mancano difformità di opinioni, ma comune a tutti è l’istintiva capacità di annusare la riverniciatura fatta frettolosamente per rifilarti come nuova la merce usata.

D’altronde, se la situazione parlamentare sembra a rischio paralisi, nel paese la partita è stata raramente così aperta e in movimento. Anche se nessuno, nemmeno il M5S, dispone di una bussola affidabile. Le novità che esso ha portato in un sistema politico sclerotizzato, sono infatti ambivalenti. La molteplicità delle esperienze e delle opinioni che circolano al suo interno, proprio perché prive di una sufficientemente lunga storia in comune, corrono il rischio di tradursi in un caos progettuale e organizzativo; da qui la tentazione, forse la necessità, di accentuare il controllo da parte del vertice. Riproponendo l’infelice uscita di un leader del ’68, una stretta bolscevica per salvare il movimento, col risultato, probabilmente, di strangolarlo nella culla.

D’altra parte l’assenza di interlocutori esterni, credibili perché in grado di leggere senza lenti deformanti la realtà sottesa al M5S (che non è non interpretabile con strumenti analitici tradizionali), aumenta la sua tendenza all’autoreferenzialità e all’autocompiacimento, già amplificati dal successo elettorale. E delle vertigini del successo (famigerata metafora staliniana) sono lastricati i peggiori disastri dei movimenti di sinistra (o sedicenti tali) nel corso del XX secolo.

A scanso di equivoci, il M5S non è classificabile di sinistra (e nemmeno di destra), ma questa non appartenenza alle classificazioni tradizionali non riduce affatto il pericolo che ripercorra gli stessi errori di troppi movimenti radicalmente innovatori. Ipotesi nel caso specifico particolarmente catastrofica, perché per la seconda volta in meno di cinquant’anni sarebbe la generazione dei giovani a pagarne lo scotto e a patirne le delusioni.

Capricci teologici

Augusto Illuminati

Nella grande tradizione teologica mediterranea del monoteismo che, con varie commistioni neo-platoniche, va da Filone d’Alessandria allo Pseudo-Dionigi, dagli gnostici al sufismo e all’illuminazionismo iranico, da Agostino e Tommaso a Meister Eckhart, abbondano i paradossi che vertono intorno a due punti chiave: la creazione che responsabilizza il creatore del male e dell’uso peccaminoso del libero arbitrio, il trovarsi Dio al di qua dell’essere e della forma, dunque in una luminosissima caligine che solo una totale e remissiva ignoranza può penetrare. Ne offrirà una buona sintesi, al di là dell’Atlantico, Philip K. Dick nella trilogia Valis. Per quanto prediligesse le anfetamine, l’autore finiva per suggerire l’incarnazione della compassionevole Sapienza nel fungo allucinogeno anokhi. Solo che non si trova soltanto nel deserto del Mar Morto, ma è diffuso – questo è il tratto geniale della conclusione – nei luoghi più impensati.

Certamente a Roma, Berlino e Bruxelles, a scorrere imparzialmente i più recenti eventi, di quel fungo hanno fatto scorpacciate. Prendiamola alla lontana: successore privilegiato della teologia è, a partire almeno dai Physiocrates di metà Settecento, l’economia, con la differenza che mentre la teologia classica aveva sempre più preso le distanze dall’astrologia teurgica platonizzante, l’economia post-keynesiana si è gradualmente accostata, con minori esiti previsionali, alle pratiche astrologiche. Vediamone qualche capitolo, ricorrendo alla forma devozionale del rosario.

Primum mysterium gaudiosum, Annuntiatio (effetto annuncio). L’abbiamo fatta finita con lo scandalo delle pensioni facili, abbiamo prolungato l’età del ritiro e diminuito l’entità delle retribuzioni per incoraggiare a lavorare di più. Così i giovani troveranno più facilmente lavoro. Stessa logica non standard che facilitando fiscalmente gli straordinari cresce l’occupazione. Peccato che la disoccupazione giovanile galoppi oltre il 36%. Inoltre ci siamo ritrovati 300.000 esodati senza salario e senza diritto alla quiescenza, pur avendo pagato tutti i contributi prescritti. E pensare che al Lavoro ci sta una prof ordinaria e meritocratica di Economia (ben poco titolata su Google Scholar, ma, cazzo, mica siamo l’Anvur), madre di associata e piangente, e a vice-ministro il più giovane ordinario italiano di Diritto del Lavoro, il monolibro Michel Martone. Amen, venissimo a capi’ che so’ misteri.

Primum mysterium dolorosum, Agonia in hortu (stagnazione recessiva). Abbiamo reso, con voto di fiducia bi-partisan, seguito da Adoremus di A. Finocchiaro), più facili i licenziamenti e più precari i contratti di ingresso al lavoro, per stimolare le imprese ad assumere e far ripartire produttività e occupazione. Risultati assai dubbi, cadono tutti gli indici statistici relativi a produzione industriale, occupazione e consumi, sale soltanto l’inflazione, ma Monti è andato tutto contento a Bruxelles e poi alla deludente finale di Kiev, mentre Napolitano è apparso soddisfatto e Marchionne si è rivelato studioso di folklore. Lo sviluppo è affidato alle cure di Passera, indagato per elusione fiscale, dunque ben rappresentativo della tradizione imprenditoriale nostrana. Amen, venissimo a capi’ che so’ misteri.

Mysteria gloriosa 1-5: Resurrectio, Ascensio, Descensus Spiritus Sancti, Assumptio, Coronatio in coelis (missione trionfale di Monti a Bruxelles). Abbiamo salvato l’euro (e le banche), sconfitto l’Anticristo, buttato a mare la Grecia, adesso tutto andrà bene, basta che si proceda alla spending review e a licenziare un po’ di fannulloni statali, tanto i sindacati strillano e non muovono un dito. Oddio, qualche divergenza teologica c’è, com'è giusto che sia: ci sta la fazione predestinazionista agostiniano-luterana (il Corsera-Rcs e Giavazzi), che tifa per la Merkel e vogliono riforme neo-liberiste pure e dure anche in Italia, la fazione pelagiana (gruppo Espresso-Repubblica e Pd a rimorchio), che sostengono un mix di rigore e compassione e sognano un riformismo europeo. Fantasticano addirittura di vincere le elezioni e andare al governo con Casini.

Infine, i cani che abbaiano alla culona e sostengono che Monti porta sfiga. Nulla di nuovo, solo che teologi e bestemmiatori di altri tempi scrivevano un po’ meglio, ma si sa, nessuno è perfetto. Il trionfo addolcisce la nuova ondata di sacrifici, se poi il trionfo non c’è stato e la crisi continua come prima, se non peggio, pazienza, anzi Amen. Venissimo a capi’ che so’ misteri.

Una senatrice all’IKEA

Enrico Menduni

Quando questo articolo sarà pubblicato la piccola polemica sullo shopping con scorta e carrello della senatrice Anna Finocchiaro, austera capogruppo del PD in Senato, sarà fortunatamente estinta, smaltita, cessata (il riciclaggio del gossip è l’unico smaltimento dei rifiuti che funziona in Italia). Meglio; si può ragionare più tranquillamente sul valore testimoniale (o illusorio) della rappresentazione fotografica in epoca digitale.

I fatti sono noti da tempo. La senatrice compra oggetti per l’appartamento (oh, la casa, eterna ansia degli italiani) recandosi da IKEA e anche a Leroy Merlin: giusta par condicio tra due marchi leader di mercato. Lo fa in tailleur rosso fuoco accompagnata da tre men in black. Il solerte settimanale illustrato Chi pubblica un ampio servizio a colori: in una foto uno dei vigilanti spinge il carrello, in un altra il gruppo valuta collettivamente la convenienza di pentole e padelle, la scena è sempre ispirata a una tranquilla quotidianità, da famiglia allargata nel weekend. Le foto sono brandite come prova del misfatto; nell’era della riproducibilità tecnica allargata circolano a velocità supersonica sul web (Google Immagini espone 31.900 risultati) e in particolare su Twitter, sollevando un polverone e anche l’ashtag #finocchiarovergogna.

I vignettisti lavorano sodo, nell’era del mashup i tre uomini più il tailleur rosso traversano la strada sulle strisce come nella cover di Abbey Road. Tanto per rimanere in area Beatles, tutti a fare paragoni con Michelle Obama che zappa l’orto, e non lo fa coltivare ai marines. Prevedibili i contenuti su Twitter e in giro per la rete: Finocchiaro usa uomini dello Stato come camerieri, si fa scarrozzare per fini privati con i soldi nostri, se i poliziotti brandiscono padelle antiaderenti non possono agire in caso di attacco mafioso, ecc.

La reazione della senatrice non supera i confini dell’ovvio: la scorta non l’ho chiesta ma me l’hanno imposta, i motivi non ve li posso dire, e devo fare la spesa anch’io. E poi: chi spinge il carrello non è un poliziotto né un rappresentante del Senato ma un autista che conosco da vent’anni (in parole povere: un dipendente del gruppo parlamentare). Anche la replica non si discosta dal prevedibile: ma è possibile che in tempi di crisi e di odio anti-casta Finocchiaro non abbia la sensibilità di evitare comportamenti che potrebbero essere fraintesi e strumentalizzati, ecc. ecc.? Quando ero ragazzo, il sindaco di Firenze Elio Gabbuggiani (1975 circa) parcheggiava sempre l’autista dietro l’angolo e si presentava a piedi, sorridendo, stringendo mani, figlio del popolo in mezzo al popolo: un professionista serio.

Finocchiaro scrive ai giornali, ritiene che le foto siano state scattate «con tutta evidenza con una macchina fotografica professionale (…), evidentemente non frutto di scatti rapiti o casuali». Dunque un appostamento, un complotto. La senatrice sembra ignorare di quanti megapixel può disporre la fotocamera di uno smartphone e quanto possa essere appetibile, per un giovane squattrinato, valorizzare un incontro fortuito vendendo a un’agenzia scatti impeccabili, e immagina ancora i «paparazzi», Tazio Secchiaroli appostato per fotografare Walter Chiari mentre Elio Sorci fotografa lui… frammenti di anni Cinquanta ormai consegnati ai musei, non all’attualità politica. O forse crede al modo di scattare le foto raccontato da Fabrizio Corona.

A questa cultura analogica, che la senatrice condivide con molti suoi critici, sfugge totalmente come nasca e come viva una fotografia digitale. Senza la schiavitù dei rullini che finiscono sul più bello, si pesca a strascico, scattando una raffica di foto da cui si sceglierà quella più imbarazzante, dai dettagli impietosi, dall’espressione cupa o imbarazzata, contornandola poi – quasi a costruire una storia – degli altri scatti del fotostream. Ci penseranno poi le didascalie a marcare, con finta sobrietà, il punto più dolente. La storia narrata è verosimile, anche se mille dettagli, compreso l’ordine di pubblicazione, si distaccano dall’originalità dell’effettivamente accaduto: prima lievemente, poi con una piega sempre più decisa, che la conduce verso i lidi della docu-fiction.

La foto rimbalzerà da un sito all’altro, da un giornale a un blog, da un talk show del mattino televisivo ai social network, si presterà a infiniti mashup, ritocchi, coloriture, tagli, aggiunte, ormai totalmente indipendenti dall’originario «creatore», il pastore che ha incamminato un gregge di pixel verso un recinto mai chiuso in modo invalicabile: c’è sempre una pecorella in Photoshop che si vuole smarrire. Il valore testimoniale della fotografia era la convinzione che ci fosse stato uno spazio e un tempo in cui fotografo e soggetto erano stati di fronte, e che la foto esprimesse l’oggettività certificata di quell’incontro, di quella sovrapposizione spazio-temporale; una narrazione notarile del reale, una fotocopia del vero dai inserire agli atti. Ciò è avvenuto nell’era dell’istantanea, nata fra le due guerre e diffusa dal rotocalco illustrato, insieme al totalitarismo e alla propaganda che di foto e di fotomontaggi, da John Heathfield in poi, hanno fatto l’uso più ampio, sempre pretendendo che fosse icona della realtà.

Ma la foto digitale è una narrazione senza spina dorsale, una rappresentazione morbida che si lascia piegare dai contesti cui viene adattata, prendendo le distanze dal suo autore, emancipandosi dai suoi sentimenti e dai suoi intenti. È un’icona pop; può far vendere qualche copia a un settimanale di gossip, può mostrare le incertezze del ceto politico prigioniero di un’autoreferenzialità culturale, può rallegrare uno, cento, mille blogger ma quanto a essere testimone della verità, questo proprio no. Effetti duraturi meno che mai, nemmeno se la foto è scattata nei bagni neo-pompeiani di Palazzo Grazioli. Un punto di spread poté quello che centomila scatti invano tentarono, rimanendo soltanto nell’immensa memoria cache di Internet che tutto mostra e tutto dimentica.

Lo sciopero dei moderati

G.B. Zorzoli

La slavina del primo turno nei ballottaggi è diventata una valanga di astensioni dal voto da parte dei moderati. Uno sciopero contro le forze politiche (Pdl, Lega) cui per vent’anni mai avevano negato l’appoggio (l’unica vittoria netta del centrosinistra, nel 1996, è stata resa possibile dal rifiuto della Lega di allearsi con Forza Italia), Quando, vedi Parma, al ballottaggio era presente un’alternativa al centrosinistra diversa dai tradizionali partiti di centrodestra, lo sciopero dei moderati non c’è stato: in tanti a votare Pizzarotti. La controprova viene da Genova, dove l’avversario di Doria era un uomo del cosiddetto terzo polo, dove ad abbondare sono i transfughi dal centrodestra (a cominciare da Casini): lì la percentuale dei votanti al ballottaggio è stata fra le più basse.

L’ha riconosciuto esplicitamente anche Alfano, che non avrà molto carisma, ma non manca di intelligenza politica. La sua diagnosi del voto - gran parte del tradizionale elettorato del centrodestra ha disertato le urne perché l’offerta politica era inadeguata – è più realistica di quella fornita, mi auguro in modo affatto strumentale, da Bersani. D’altronde che la capacità di attrazione del PD sia bassa, lo conferma non tanto il successo di Orlando a Palermo (dove hanno pesato non poco particolarità locali) quanto quello di Doria a Genova e, nelle scorse amministrative, di Pisapia a Milano e di de Magistris a Napoli, solo per citare i casi più eclatanti.

L’affermazione del movimento Cinque stelle non basta a dissipare i dubbi sulle prospettive aperte dalla crisi complessiva che ha investito il nostro paese. Pochi giorni fa, in questa stessa sede, ne ho messo in evidenza i limiti attuali e le difficoltà che si frappongono a una sua trasformazione in soggetto politico nazionale, capace di un’efficace proposta alternativa. Quasi certamente avrà un certo successo alle prossime elezioni politiche, subito dopo sono elevati i rischi che rapidamente si sfasci, in caso contrario potrebbe dare vita all’equivalente della Lega, semplicemente sostituendo la sfida a «Roma ladrona» con quella a «l’Italia dei ladroni». Mi auguro che non sia così, però... I dubbi si trasformano in timori riflettendo su quanto sia improbabile che il tradizionale elettorato di centrodestra opti per il non voto anche in occasione delle politiche. Per protesta si possono consegnare i comuni al centrosinistra, non il governo centrale: sarebbe troppo rischioso.

Solo un collettivo autodafé, difficile persino da immaginare, potrebbe impedire la riproposizione di una forza politica di centrodestra dotata di una credibilità almeno pari a quella di cui gode oggi il centrosinistra. Quali forme assumerà – un novello Berlusconi?, un Pdl riverniciato? – è per il momento impossibile prevederlo. Non si può nemmeno escludere del tutto che lo diventi il movimento Cinque stelle o una sua costola. Mai come oggi il pessimismo della ragione è prerequisito per programmare il futuro.

Le mutazioni silenti: una politica ri-trasformista

Paolo Fabbri

Dal turbolento territorio della politica emergono forme inattese che attirano l’attenzione e richiedono la nominazione. Dalle pieghe del discorso, tra dileggi e litigi, eufemismi e cacofonie, ci giungono le querimonie dei rottamati, malamati e amareggiati.

“Non riconosco più il mio partito”: È lui - non io - che mi ha abbandonato. “il PD non esiste più”, ecc.. Chi ne ha più da dire più ne metta. Frasi e idee fatte? Formule stantie per vecchie lune? Trasformismi ritualizzati, cerimonie risapute: “Quando si resta in minoranza si fonda un nuovo partito in cui essere la maggioranza”? O dobbiamo invece riconoscere la realtà che “il fatto stà” e ci sono cose, nel cielo e nella terra politica, che resistono alle nostre conoscenze? E ci domandano di mettere i piedi nel linguaggio e trovare nuove definizioni? Un partito, relativamente di maggioranza avrebbe cambiato natura o meglio cultura politica. Un trasformista collettivo?

Déjà vu, certo, il trasformismo è l’epifenomeno di una struttura politica nazionale. Più che un trend, è una trave portante della nostra vita parlamentare, fondata su di un tratto caratteriale e culturale degli italiani. È il versipelle popolo dei trans-: volta-casacca, gabbana e giacca, le cui mene sono filosoficamente giustificate: lo scambio di posti e di voti è un esempio della postmoderna trasvalutazione di tutti i valori. Non indigna nessuno, checchè se ne gridi e scriva.

Giusto, ma di solito si vola in aiuto del vincitore (vedi il Soccorso Azzurro a Renzi) isolati o in gruppuscoli e per motivazioni che lasceremo agli “scienziati” politici e agli opinionisti del pensiero penultimo. Qui siamo davanti all’alterazione transpolitica e transgenica di un intero patrimonio “memetico”, come dicono i biologi. Il PT, Partito Transformer con i suoi rappresentanti e votanti è mutageno: pieno di agenti vitali e virulenti d’alterazioni bicamerali, elettorali e governative che danneggiano il codice dell’ informazione iscritto nel collettivo e responsabile della trasmissione di caratteri ideologici identitari. Quelli che governavano l’andamento semiotico dei (bei?) tempi andati.

Nel discorso rigorosamente interdefinito di allora, (il “lacchè dell’imperialismo” non andava confuso col “servo del capitale”), chiunque varcasse la frontiera dell’appartenenza era un “rinnegato” (come l’ormai ignoto Kautsky). Era il punto di vista interno alla compagine linguistica del partito, che oggi si chiama pudicamente il frame o il paradigma; allora veniva detto articolo di “fede” (es. “di fede socialista”), termine che fin dal 13° secolo si definiva “adesione incondizionata, a un fatto, a un’idea” ed è riservata oggi agli anelli matrimoniali e alle firme di documenti ufficiali. Oggi però quando uno rinnega, i galli evangelici non cantano, perché sanno che si tratta soltanto di un “convertito”.

Il linguaggio è questione di punto di vista e la forza affettiva di deformazione è dovuta alla trasformazione delle prospettive. Rinnegato e convertito fanno la stessa cosa, ma per il principio ideologico “se non sei con me sei contro di me”, il rinnegato passa per bestemmiatore; aderisce a fedi avverse e si merita cruenti castighi. Anche quando si limita a negare la propria di fede – non si può essere “rinnegazionisti”! “Convertito” invece – anche rivolto ad un ex- eversore politico - non è un insulto, perché lui è passato soltanto da una opinione ad un’altra che stima migliore. È un presenzialista più che un rappresentante; per questo il “converso” non ha ancora preso i voti (sta in un gruppo misto), e starà con qualunque maggioranza gli assicuri di prenderli, i voti.

Concetti zombi si dirà. Mutatis mutandis, il problema resta: come un intero partito, relativamente di maggioranza, ha potuto convertirsi a questo punto, e non senza capo!? Una trasformazione silenziosa, meglio una “mutazione silente” in cui sono andati perduti persino i meccanismi interni per la riparazione del DNA ideologico: iscritti, funzionari, compagni di strada, utili idioti ecc. Anche la comparsa di difetti genetici ereditari è attribuita alle solite affezioni della memoria, un disturbo che, a differenza dell’Alzheimer, non è cronico ed è facilmente curabile con dosi massive di vita on line.

Abituati come siamo ai drammi mediatici quotidiani, ci era sfuggita questa mutazione indotta. Gli “eventi sonori” (Braudel) e strepitosi delle massaggerie digitali e i sondaggi ridondanti degli addetti al trasporto e distribuzione delle opinioni, ci hanno nascosto l’in-sensazionale. L’inavvertito, la vite silente e impercettibile dei fenomeni: personale - l’invecchiamento di tutto un paese; linguistiche : per esempio la scomparsa del termine “clericale” e quella in corso di “classe media”; informazionali: l’accumularsi esponenziale dei big data; sociali: la slavina scivolosa dell’educazione e dell’istruzione; internazionali: lo stillicidio dei migranti; naturali: l’erosione del territorio, il riscaldamento planetario.

A furia di tagliar alberi un bel giorno scompare la foresta. Più silenziosa è stata la mutazione, più esplosivo e irriconoscibile sembra l’esito. Com’è accaduto quando il paese si destò berlusconiano, mentre nessun cittadino ammetteva di esserlo. E quando il PD si mutò insensibilmente in Partito della Nazione. Le scienze umane vincolate alla ricerca “sonora” e la “storia”, anche se ha cercato di farsi “micro”, non sono state all’altezza della mutazione.
Che fare? Astenersi? Ma anche l’astinenza, se si vuole trasformazione delle antiche fedeltà, è un vuoto a perdere.

Creare nuovi partiti? Ma come evitare i “teratogeni”, agenti di cultura politica che danneggiano direttamente un tessuto o un organo istituzionale con malfunzionamenti metabolici e visibili ritardi mentali? Resistere alle affissioni e crocefissioni mediatiche aumentando il rumore in rete? Ma si può render ancora più liquida l’emorragia dell’opinione pubblica? Insomma attenti alle mutazioni silenti! Per i miscredenti negli dei ex-machina della politica mediatica (Berlusconi o Renzi), una diagnosi ben fatta è una prognosi già fatta.