Il paralogismo di Coco

Giorgio Mascitelli

cocoAlla manifestazione milanese del 25 aprile scorso ha destato disappunto e ironia il cartello portato da un militante del PD che inneggiava a Coco Chanel come madrina spirituale dell’Europa unita, dati i trascorsi antisemiti e collaborazionisti della celebre stilista che evidentemente gli estensori del cartello ignoravano. Se torno sull’episodio ovviamente non è per rinfocolare le polemiche politiche che da qualche anno in qua accompagnano la festa della Liberazione, ma perché questa gaffe è il sintomo di un certo quadro di idee diffuse nella nostra società non solo tra i sostenitori del PD. Nel commentarlo alcuni hanno tirato in ballo l’ignoranza dei tempi e che lo spirito dei tempi abbia qualche cosa a che fare con la vicenda è indubbio, anche se non sarei così draconiano nell’ascrivere a pura ignoranza la genesi dell’episodio.

In primo luogo, infatti, il cartello per Coco non era isolato ma in compagnia di altri dedicati a personaggi famosi, personalmente ne ho visto uno per Jane Austen e un altro per John Lennon, che, sebbene abbiano condotto vite onorevolissime e immuni da pecche così gravi, con l’Europa unita non c’entravano molto. Diciamo che l’unico criterio che può accomunare insieme personaggi così diversi tra loro in una manifestazione di questo genere è quello di aver goduto di grande successo nei rispettivi campi e nelle rispettive epoche. Insomma essi erano in quel contesto quelli che nel linguaggio pubblicitario si chiamano dei testimonial. Ora è probabile che il meccanismo logico che ha prodotto la gaffe si situi a questo livello: essendo stata Coco una persona di successo e dunque una perfetta testimonial, non occorreva controllare i dati della sua biografia perché si presume che questo genere di personaggi di successo possano avere idee politiche magari vaghe e anodine, ma comunque sempre presentabili. L’idea di dare una controllata su Wikipedia alla sua vita presupponeva uno scetticismo rispetto alle logiche correnti dell’immaginario e una consapevolezza storica della diversità del passato che difficilmente si trovano nei contesti sociali odierni.

È chiaro che questo tipo di mentalità ha molto a che fare con la dimensione del politicamente corretto. Oggi, infatti, il politicamente corretto si presenta in primo luogo come una serie di affermazioni a carattere etico-politico che costituiscono una sorta di standard per poter essere ammessi sia nel circuito mediatico mondiale sia in quella che potremmo chiamare la sfera globale della società. Coloro che hanno necessità impellente di esservi ammessi, d’altra parte, sono le personalità di successo o aspiranti tali in tutti i campi dell’umano agire. Se dunque tuttora Coco Chanel resta un’icona internazionale, non potrà che avere avuto comportamenti e posizioni compatibili con quegli standard. Ecco verosimilmente l’errore logico, che senza neanche troppo sarcasmo potrà essere ribattezzato paralogismo di Coco o anche paralogismo numero cinque, causa della gaffe.

La natura di questo paralogismo ci permette di illuminare quella che è la funzione sociale del politicamente corretto. In questo senso è possibile paragonare il politicamente corretto alla morale vittoriana, naturalmente non dal punto di vista dei contenuti normativi (basti pensare alle prescrizioni sessuali di cui quella era generosissima che in questo sono sporadiche), ma nella sua funzione di indicatore universale e onnipresente di ciò che è appropriato. Come spiega Franco Moretti ne Il borghese, nella morale vittorianaciò che conta non è tanto il contenuto del codice (una prevedibile miscela di cristianesimo evangelico, immaginario ancien régime ed etica del lavoro) quanto la sua inaudita onnipresenza”, che è quanto si può dire del politicamente corretto. Questa sua onnipresenza è dovuta al fatto di essere l’indicatore di appartenenza a una classe o, se si preferisce, a un ceto, quello dei gentiluomini allora, quello dell'élite globale oggi. Come ieri lo era il vittorianesimo, così oggi il politicamente corretto è funzionale alle esigenze di autorappresentazione ideologica dell’organizzazione produttiva della società. L’enfasi posta sulla lotta contro ogni discriminazione, salvo quelle di status economico e competitività, è una forma di universalismo necessaria al dispiegamento del mercato globale, non tanto in senso geografico, ma in quello biopolitico nelle vite di ciascuno, come dimostra il contestuale rifiuto di una percezione dei problemi sociali in termini storici.

Ritengo, ma mi potrei sbagliare, che l’abbrivio decisivo per questa diffusione universalistica del politicamente corretto sia stato dato dai grandi concerti evento tipo Live Aid che, a partire dalla metà degli anni ottanta fino a qualche anno fa, hanno contrassegnato la nostra vita pubblica arricchendo di una coloritura di impegno sociale le tradizionali attività di beneficenza del mondo dello spettacolo.

Come tutti i generi mediatici di successo il politicamente corretto genera anche un sottogenere d’opposizione dagli accenti populistici, oggi particolarmente in voga dopo Brexit e il successo di Trump, che rivendica la funzione salvifica di alcune forme di discriminazione rivolgendosi a un pubblico tradizionalista disorientato dal progressismo globalista e offrendole come succedaneo della lotta di classe ai ceti impoveriti dalla globalizzazione: si tratta di due fenomeni complementari, che partono dalla premessa comune di accettare la subordinazione alle istanze del mercato, allo stesso modo che sul mercato musicale alle stelle più sofisticate della scena pop internazionale si contrappongono cantanti legati a tradizioni locali o a versioni pop meno aggiornate, che però in un singolo mercato nazionale possono avere più seguito dei primi.

Il fatto che i due generi siano complementari non deve però trarre in inganno sul fatto che solo il politicamente corretto è in grado di assolvere a quelle funzioni, fondamentali per il neoliberismo, di elaborazione di un senso individuale nell’interiorizzare i meccanismi di competitività, di “riscrittura etica delle relazioni sociali” (Moretti) e di fornire un galateo per una vita trascorsa perlopiù in nonluoghi; in breve è solo questo che ha capacità egemoniche. In questo senso allora se la critica del politicamente corretto è un compito primario, esso non può coincidere con l’opposizione ai suoi contenuti, nella maggior parte dei casi difficilmente contestabili per la loro genericità, che è già prevista nel gioco della contrapposizione populista, ma consiste nella capacità di porre al centro ciò che non è dicibile nel discorso politicamente corretto.

***

fakeGiovedì 25 maggio alle 18 si tiene a Roma, allo Spazio culturale Moby Dick (via E. Ferrati 3)  il seminario Verità alternative. Filosofia / media / politica / scienza, il primo organizzato dall'Associazione Alfabeta all'interno del Cantiere di studi che la rivista ha avviato a febbraio. Partecipano Mario De Caro, filosofo, Ida Dominijanni, giornalista e filosofa, Andrea Grignolio, storico della scienza, Vincenzo Piscitelli, esperto di postproduzione fotografica, Fabrizio Tonello, politologo. L'incontro è aperto a tutti. Gli iscritti all'Associazione Alfabeta (incluso chi si iscriverà quel giorno) avranno in regalo una copia dell'ultimo volume pubblicato dalle edizioni alfabeta2, Ricreazioni. L'arte tra i frammenti del tempo, a cura di Achille Bonito Oliva.

Il casco di Hollande, le battute di Renzi

Letizia Paolozzi

Sarà vero che la sinistra ha abbandonato gli operai per il matrimonio gay e che scambia la depenalizzazione della cannabis per la difesa delle pensioni? Dobbiamo proprio (e ancora) scegliere tra deficit di beni e deficit di legami solidali?

Su questo terreno assistiamo nel vecchio continente a nuove sfide. Certo, paese che vai, usanze che trovi. Prendiamo la Francia, in questi giorni al centro dell’attenzione dei media di mezzo mondo (bé hanno anche loro il feuilleton, non soltanto l’Italia di Berlusconi) per via della confusione operata da M. Hollande tra corpo pubblico e corpo privato. Molti giornali sostengono che questa confusione non rappresenta nulla per i francesi: si tratta di un affare strettamente personale.

Dunque, Hollande va giudicato per il suo progetto economico (liberaldemocratico). Punto. Sfiduciati nei confronti delle istituzioni politiche (per caso vi ricorda altre situazioni?), i nostri cugini d’Oltralpe sarebbero indifferenti alle “supposte” (l’aggettivo è d’obbligo per dimostrare che prendiamo la questione con serietà, diversamente dai cacciatori di gossip) visite sentimentali del presidente de la République, a cavalcioni su uno scooter (guidato dalla guardia del corpo), con casco totale alla maniera dei motociclisti del “Joe Bar Team”.

Il gossip tuttavia ha le sue pretese. Sono i leader che ci hanno abituati a osservarne l’intimità. Anzi, è lui (o lei) a invitarci in camera da letto dove gioca una nidiata di frugoletti in pigiama oppure davanti ai fornelli dove cucina il pollo alle mandorle. In effetti, qui da noi si cominciò assistendo al “risotto” preparato da Massimo D’Alema. Tutto per convincerci che l’uomo politico è un uomo “normale”.

Altri sono i temi e i problemi che infiammano e dividono i francesi: tra “abolizionisti” della prostituzione e partigiani del diritto a fare commercio del proprio corpo. Tra difensori del velo, considerato strumento della dignità femminile dalle une e dalle altre detestato al punto da vietarlo pure nei luoghi pubblici. Per il matrimonio tra persone dello stesso sesso, sono scese in piazza centinaia di migliaia di persone per manifestare a favore; hanno risposto centinaia di migliaia, in difesa delle nozze eterosessuali.

Ma, una volta promulgata la legge sul “Mariage pour tous”, calma piatta. “Le Monde” ha aperto la prima pagina (del 15 gennaio) annunciando “Matrimonio gay: rivoluzione tranquilla”. In effetti, città con più di duecentomila abitanti e comuni con meno di duemila abitanti hanno celebrato nel 2013 settemila matrimoni di omosessuali.

Veniamo al nostro paese. Sul legame tra persone dello stesso sesso assistiamo a una vera commedia all’italiana. E comunque, dai sondaggi risulta una diffidenza spinta quanto al matrimonio tra omosessuali mentre sulle adozioni il rifiuto è netto. Arriva a smuovere le acque il nuovo segretario del Pd. Non sembra tipo da colpi di testa o idee rivoluzionarie ma forse vedranno finalmente la luce patti simili alla normativa tedesca che regola le unioni civili anche tra persone dello stesso sesso, estendendo i diritti in materia contributiva e assistenziale oltre a regolare le successioni.

Renzi che, per allargare il perimetro di un possibile elettorato, punta molto sulle battute (e via con “il problemino”, “la sorpresina”, “il file Excel”, “Fassina chi?”) piuttosto che sulla qualità del discorso, ha necessità di “portare a casa” risultati su questioni che riguardano la società: depenalizzazione della cannabis, ius soli, l’eliminazione della Bossi-Fini, tagli ai costi della politica non sarebbe poco. Perché l’Italia deve cambiare. Un episodio come quello della lista regionale per il Piemonte giudicata illegale dopo 4 anni, dimostra che non basta (ammesso che si faccia) una nuova legge elettorale.

Dire che l’Italia non può restare imprigionata nei parametri di Maastricht è giusto. Ma insufficiente. Peraltro in Europa, e non solo in Francia, al progetto di società si guarda in alcuni casi con maggior coraggio di noi. Non sarebbe male che qualcuno si facesse avanti a proporre un’idea diversa del vivere insieme. Un altro paradigma, un nuovo contratto sociale in cui il vincolo taumaturgico della legge conti. Ma fino a un certo punto.

 

Avatar

Paolo Fabbri

“Ed ecco a voi, cari spettatori, il nuovo leader democratico” (applausi). Dal gratta e vinci delle primarie del PD, emerge un nuovo Avatar, un'immagine scelta da milioni di elettori per rappresentarli in comunità politiche virtuali o attuali, luoghi di aggregazione, discussione o di giochi on- e off-line. Il trionfatore del match di ritorno della Coppa del Segretario è homo politicus che vuole “scardinare il sistema” e homo festivus: “da domani ci divertiamo insieme”.

Emerge dal mediascape con tratti espressivi che sono difficili da appurare oggi che i confronti di idee diventano duelli d’immagine con sondaggi a carico, le opposizioni compassate di programmi sono sostituite da comparsate con rissa e i grandi racconti e raccontini della politica si sciolgono in gossip. I media amano le cerimonie, i tonfi delle mancate elezioni e i trionfi di quelle riuscite. Ma è diffusa sensazione che quest’ultimo Avatar sia un nec plus ultrà della società dello spettacolo, un estremista centromediale che si muove come un pesce nel suo liquido campo da gioco.

Ora che l’Illuminismo ha lasciato il posto alle luci e paillettes dei set televisivi, questo showman, più preoccupato dai propri riflessi che dalle riflessioni, non dice nulla di sinistro né di sinistra. Per sostituire la ”la peggior classe dirigente”, ci intrattiene sulla “bellezza delle relazioni umane” e vuol commuoverci: “si può piangere in politica”. Per lui, partecipativo e immersivo, un bello spettacolo è sempre meglio di un buon programma.

Si vale però di un genere discorsivo vintage che si distacca dalla diaspora mentale e linguistica della rete: il Comizio Catodico (CoCa). Anche se miniaturizzato - il CoCa sostituisce alla nobile eloquenza la vivace parlantina - il verbo comiziale ha le sue qualità: non facilita le interruzioni, sostituisce al conformismo dei ruoli la civetteria dell’improvvisazione, permette battute da oratorio e ha un retrogusto politichese - ma senza retropensieri, averne oggi è una colpa! Il CoCa di Avatar è ri-generazionale: vuol far corrispondere il “digital divide” con quello dell’età.

Forse i vecchi sono la nuova “altra metà del cielo” - quello del tramonto, che ha le sue albe e i pomeriggi -, ma per lui sono etichette impagliate, fossili ambulanti, handicappati con anacronismo congenito, guardiani di cimiteri ideologici. Inadatti alla norma del “tu” generalizzato e a figurare nelle metafore favorite del discorso liquidatore: il divertimento, dove il fatto è faceto: lo sport dove l’Avatar gioca anche fuori campo con la fascia di capitano; i concorsi di bellezza politica – “giovinezza primavera di bellezza?”. Nel suo dettame al rottame, il CoCa può sorvolare su alcuni dettagli grammaticali come l’uso dell’impersonale (tutto è noi ed io, niente funzioni e cognomi, solo nomi propri) e l’elisione dei complementi oggetto e d’agente.

I verbi feticcio: il Fare, il Cambiare, Riformare, (cosa, chi e con chi?, dove? quanto? e quando? ecc.?). diventano intransitivi e poi si convertono in sostantivi – il governo del Fare! Alle proposte drammatiche si preferiscono le performance autistiche: una miopia sintattica, rafforzata dallo zoom, che permette di fare un giro intorno a se stessi. Dalla rappresentanza politica al presenzialismo televisivo, con meno protocollo e più effetti speciali; relax politico e contrazione fotogenica.

Per il resto, finito il vecchio civismo della disobbedienza, e arruolati, in luogo degli intellettuali critici, gli spin doctors della circolazione di idee fisse, l’esistente si accetta senza valore aggiunto, le esigue contese facilitano le strette intese e nel vuoto delle convinzioni è facile si praticare la tolleranza e pronunciare solecismi. Il semiologo avanzerebbe qualche riserva sullo storno dei fondi simbolici.

In un testo che la scrive lunga, “De Gasperi e gli U2” si asseriva che i giovani Avatar, tediati dalle diatribe sui valori democratici, prendono la bandiera rossa per un significante della Ferrari e l’Internazionale non come inno, ma come squadra.(Aggiungiamo: Il corporativismo come un disturbo del tatuaggio e la Leopolda per la fidata cagnetta di Leotopolino!). Per questo l’Avatar non sbandiera insegne del PD e scrive slogan con Italia al rovescio (AILATI), obbligando il lettore non mancino, a partire da destra. E tutto in tipografia Gentona, Svizzera, sprovvista di grazie e nota per il suo carattere neuro, normale e flessibile.

Dove collocare questa istanza mutante nel sistema del trasformismo italiano? Non è lo Statista, ma neppure il suo opposto, il Guitto e neppure un Tecnocrate col suo antagonista il Demagogo. Mentre i demagoghi sono già diventati guitti (Bossi) e guitti demagoghi (Grillo), i tecnocrati tentano invano di trasformarsi in demagoghi (Monti) e i guitti in statisti (il caimano). Ci aspettiamo tecnocrate guitto (il concorrente sondaggista), lo statista che danza e fa cucina, ecc.

Dal garrulo Avatar, che esiste digitalmente, senza consistere, che non ha credenze ma solo opinioni, si possono temere combinazioni inaudite. Insomma l’epoca è opaca e il progresso retrogrado; aspettavamo la rivoluzione ed ecco la re-involuzione, il grado zero della volontà politica. Dovremo rassegnarci? O cogliere un’occasione. L’overdose della telepresenza, ci costrringe a rivedere la lettura situazionista della società dello spettacolo (1967).

Siamo ormai certi che l’analisi critica non basterà, come sperava Debord, per ritrovare la realtà alienata e negata nel visibilio, nella falsa coscienza da superare nell’autenticità sociale e personale. Bisogna installarsi in queste istanze di mediazione di cui non conosciamo i dispositivi emergenti e le operazioni. Basta che l’autocritica in corso nei media e in politica non ci tolga l’unico diritto intellettuale: non credere agli Avatar: neanche una parola, neppure un’immagine.

 

Matteo Renzi è Matteo Renzi

G.B. Zorzoli

Matteo Renzi è Matteo Renzi. Si è candidò come outsider alle primarie per sindaco di Firenze, contro le previsioni le vinse e alle successive elezioni comunali del 2009 la lista con il suo nome prese 10.526 voti, seconda soltanto al PD all’interno della coalizione di centrosinistra.

Dopo le primarie che meno di un anno fa hanno preceduto le elezioni politiche di febbraio, Matteo Renzi sembrava condannato a continuare la sua esperienza di sindaco di Firenze, con le penne parecchio abbrustolite. D’accordo, Bersani ci ha messo del suo per facilitargli il percorso, ma ancor prima dell’esito delle elezioni di febbraio non era infrequente incontrare persone che, pur non avendo votato Renzi nelle primarie, confermavano il detto post coitum omne animal triste.

Matteo Renzi è Matteo Renzi. Uno che non ha alle spalle un accettabile tirocinio politico e non può nemmeno vantare, come Berlusconi, indubbi successi imprenditoriali. Unica esperienza pregressa significativa, quella nei boy scout. Eppure sfonda. A Firenze come in Italia. Dalle prime analisi del voto che lo ha eletto segretario del PD emerge che a suo favore si sono espressi soprattutto persone relativamente anziane e classificabili fra i lavoratori dipendenti. Non sono dettagli di poco conto, per un candidato giovane e dall’aspetto giovanile e per un partito che nelle ultime tornate elettorali aveva trovato altrove gran parte dei consensi.

Matteo Renzi è Matteo Renzi. Ha incarnato alla perfezione la domanda di un leader in cui riconoscersi, ormai dominante in una società come la nostra. Non la condivido, ma mi rendo conto che, all’interno della sua apparente irrazionalità, si cela il nocciolo duro di un motivato rigetto del vuoto sostanziale che ha caratterizzato le proposte e le realizzazioni politiche nel ventennio della cosiddetta Seconda Repubblica.

Da tempo tutti gli altri schieramenti, anche quando collocati a sinistra, si erano adattati, affidandosi a un leader più o meno carismatico, che spesso si identifica tout court con il partito. Anche nell’adeguarsi al mainstream, Matteo Renzi è Matteo Renzi. L’uomo non è riducibile al testimonial di se stesso. Lo confermano il discorso di investitura tenuto a Milano e le prime mosse dopo la nomina a segretario.

Le indicazioni sugli strumenti per affrontare il problema della disoccupazione giovanile non possono essere liquidate come aria fritta. La proposta di sospendere nella prima fase dopo l’assunzione l’applicazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori ha incontrato l’opposizione della CGIL, ma sembra piacere a Confindustria e CISL. In parallelo Renzi si impegna con la FIOM a promuovere norme che garantiscano la rappresentanza sindacale nelle fabbriche.

Un abile temporeggiatore come Letta è stato costretto a varare immediatamente un decreto legge sul finanziamento ai partiti, che libera la questione dall’insabbiamento al quale l’aveva destinato la melina parlamentare. L’avere sottratto al Senato la discussione sulla riforma della legge elettorale contro la volontà di una parte consistente dello schieramento politico è iniziativa che, se la memoria non mi inganna, non ha precedenti nella prassi parlamentare. Si può concordare con le sue proposte e con il suo modus operandi, oppure respingerli in toto o in parte. Difficile, viceversa, negare che finora l’uomo dimostrato di avere statura politica.

Anche in questo Matteo Renzi è Matteo Renzi. Almeno nelle sue prime mosse, a differenza di Berlusconi, abile nel coniare uno slogan di indubbia efficacia, come il teatrino della politica, ma nella pratica successiva incapace di fuoriuscire dalle logiche della politique politicienne, si è dimostrato in grado di sparigliare le carte e di imporre agli altri i temi del confronto. Finora questo gli è riuscito anche con il Movimento 5 stelle; e non è impresa da poco.

Se proprio vogliamo appiccicare a Renzi un’etichetta (ma le etichette sono sempre, almeno parzialmente, fuorvianti) la sua è una forma aggiornata di blairismo, con varianti, rispetto al modello, dettate dal differente contesto. Blair voleva accattivarsi una quota dell’elettorato che per anni aveva votato Thatcher, Renzi cerca di replicarne il successo con una parte degli elettori di Berlusconi. Diversi i convitati di pietra, diverse anche le motivazioni di fondo dei rispettivi elettori. Ovvio, quindi, che Renzi berlusconeggi quanto basta, ma il personaggio è molto più complesso di quanto appare quando paga dazio alla società dello spettacolo.

Insomma, le prime mosse nel ruolo di leader politico nazionale suggeriscono di prenderlo sul serio. Qualunque sia il giudizio di merito, sarebbe un errore esorcizzarlo, perché non si gradiscono le innovazioni che sta introducendo in un contesto politico ingessato. Ricordiamoci le ironie che hanno accompagnato l’entrata in campo di Berlusconi, con Forza Italia definita un partito di plastica. Da vent’anni il leader di cartapesta e il partito inesistente hanno segnato il nostro destino e per il momento non sembrano destinati a uscire di scena.

Distrazioni di massa

Augusto Illuminati

Di come andrà a finire Berlusconi, non ce ne può fregare di meno. Delle procedure bizantine di decadenza, incandidabilità, ineleggibilità, ricalcolo interdizione: idem come sopra. L’agibilità o inagibilità politica del Grande Pagliaccio non è questione indifferente, ma neppure il nostro peggiore incubo notturno.

Non invidiamo le ossessioni diurne di Travaglio e le notti insonni di Asor Rosa, popolate di legalità repubblicana e carabinieri. Altre cose, piuttosto, ci preoccupano. Cosucce materiali che condividiamo con la maggioranza indistinta degli italiani (Imu, Tares, Iva, disoccupazione, mutui) e altre più strutturali. Per esempio, del degrado dell’agire politico, forma primaria della vita liberamente associata, del bios. I suoi nemici sono la necessità e l’indifferenza, i paletti posti da logiche esterne presunte costrittive e la palude del rassegnato disincanto.

Ora, la prassi italiana – la nostra agibilità politica, quella che sola ci interessa – è già fortemente perimetrata da stringenti vincoli economici europei (pareggio di bilancio costituzionalizzato, fiscal compact, mannaia dello spread, pressioni per liberalizzazioni e svendite per far cassa) e vi si aggiunge, aggratis, l’obbligo di imperniare gli spazi residui di manovra sul destino di Berlusconi e la sopravvivenza di un sistema pseudo-bipolare di grandi intese.

Con l’aggiunta di un appassionante dibattito sui regolamenti del Pd, le primarie aperte o chiuse e la finale scelta del leader (cioè del piccione da impallinare) fra Epifani, Cuperlo e Renzi, magari pure Pippo Civati e Deborah Serracchiani. Chi non eromperebbe tutto d’un fiato: il personale è politico! Tanto più che, con l’occasione, abbiamo ripassato – come in un’antologia dei film di Romero – l’intera sfilata dei morti viventi, da Ualter al Baffino.

Nel mondo ne succede di ogni – ascese e cadute di imperi regionali, scontri epocali fra sunniti e sciiti, cambi di regime, droni vaganti, stragi chimiche e manuali – ma noi, in saggia atarassia, discettiamo se le sentenze si rispettano o si applicano, si amano o si esecrano, si scontano nel senso di andar dentro o nel senso di ridurle, tipo saldi. Meno male che da noi guerra civile vuol dire questo, mica stiamo in Siria o in Egitto. L’effetto palude, appunto, che soffoca nella melma quanto della politica è sopravvissuto alla (presunta) necessità.

Ma mi si obbietterà: diavolo, mica tutto va così male, ci sono ancora progetti, battaglie, scadenze che superano questo quadro asfittico! Come no, c’è vita su Marte, ovvero nella sinistra. Leggiamo con avidità il dibattito agostano. Lasciamo perdere le dichiarazioni al vento di Ingroia o le comparsate televisive di Cacciari e lasciamoci sedurre da un bel titolo filosofico: contro le passioni tristi.

Troveremo un sorso d’acqua dissetante, una folata che spazza via il grigio dei rancori? Ahimé, ancor una volta il titolista del manifesto è più bravo dell’estensore del pezzo, Massimiliano Smeriglio, che tira in ballo le passioni tristi in modi che evocano più il benemerito Spinoza.it che l’autore dell’Ethica. Se infatti vogliamo conseguire un più di potenza e di gioia di cui essere causa attiva accozzando sinistra radicale e sinistra di governo (Sel e Pd) sotto l’egida di Bettini e Renzi, beh, alla beatitudine mentale ci manca molto, per non dire alla sanità del corpo e al benessere delle tasche.

Ecco, questo piccolo esempio mi fa pensare che il danno maggiore del capitolo terminale della berlusconeide è ancora una volta lo spostamento del conflitto fuori dall’orizzonte politico, la neutralizzazione risentita e verbosa della sofferenza sociale e della natura di classe della crisi: larghe intese, falchi, colombe e pitonesse, Letta zio-nipote, fronte della legalità con immancabili idoli giudiziari, il bene contro il male, la virtù contro il vizio, tanti sermoni di Napolitano e Scalfari e – alla fine e nel migliore dei casi, se proprio non vogliamo farci sgranocchiare dal Caimano – gli stornelli blairiani di Renzi intonati a cappella da Pd e Sel. Mentre il mondo intorno a noi va in pezzi, piuttosto indifferente – temiamo – a quante rate dell’Imu aboliremo e se si andrà a votare con il Porcellum o il Porcellinum.

Già, il mondo. Che non è quello dei «piccoli segnali di uscita dalla crisi», ma delle nubi indistinguibili di una nuova crisi incombente e di una quasi sicura guerra – che strana coincidenza, vero? Le reazioni farsesche della classe dirigente italiana possiamo già prevederle, in base all’esperienza libica, ma i movimenti daranno qualche segno di vita, malgrado la campagna di distrazione di massa condotta da Repubblica, Fatto, Micromega e compagnia manettante? La risposta alla guerra e non le elezioni italiane o europee sono il banco di prova di una sinistra non subalterna. L’aggettivo “rivoluzionario” per il momento è meglio non evocarlo.

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Sinistra

Nicolas Martino

«Diremmo, anzitutto, sinistra quella parte del sistema politico che opera efficacemente per rappresentare il potenziale liberatorio racchiuso nella perdita del Senso della Storia, nella perdita dei suoi “ordinatori” mitici. Diciamo sinistra la critica in atto di ogni dogmatismo organicistico-teologico, di ogni impostazione meccanicistico-assiale nella rappresentazione dell’antagonismo culturale e politico. Diciamo sinistra quella parte che si organizza al proprio interno e opera sulla base del riconoscimento della natura catastrofica dell’antagonismo.

Manca in tutto ciò ogni sicura episteme? Manca ogni principio-dittatura? Manca ogni ancoraggio a filosofie della storia o a sociologie dualistiche? Manca il mito (la Classe e la Promessa che essa incarna)? Per negativo, si sarebbe tentati di dire che proprio il senso acuto di queste perdite è di sinistra. La sinistra è parte del tempo benjaminiano della povertà. In questo tempo tramonta la dimensione della Grande Politica? Può essere – certamente non tramonta la possibilità di un Grande Opportunismo».

Così scriveva Massimo Cacciari nel 1982 interrogandosi sul concetto di sinistra. Un’interrogazione che allora coinvolse la parte più innovativa e raffinata degli intellettuali del Pci riuniti intorno alle riviste «Laboratorio Politico» e «Il Centauro» per giocare la scommessa del disincanto e dell’autonomia del politico. Nei fatti, senz’altro al di là delle intenzioni originarie dei suoi sostenitori, qualcosa è andato storto: il disincanto si è inverato nell’autodissoluzione della sinistra, e il Grande Opportunismo si è deformato nel piccolo e odioso opportunismo di bottega, interno solo alle logiche di Palazzo.

Ora però, rimossa probabilmente la sconfitta e le sue ragioni, quella scommessa viene rilanciata da Carlo Galli, intellettuale e politologo di grande spessore, tra i protagonisti della riscoperta italiana di Carl Schmitt. L’anamnesi proposta è rigorosa, assolutamente condivisibile. Tre sono le tradizioni intellettuali che hanno dato corso alla sinistra del Novecento: il razionalismo democratico, la dialettica socialista e il pensiero negativo (che ha in Nietzsche la sua «piattaforma girevole» in chiave critica o neoconservatrice).

Quattro sono le rivoluzioni del Novecento: quella comunista, quella fascista, quella welfaristica, e infine quella neoliberista inaugurata nella seconda metà degli anni Settanta.
È questa la rivoluzione da studiare a fondo per non rimanere subalterni alla sua «ragione». Ciò che lascia sorpresi è appunto la terapia proposta: la ricostituzione di una sinistra per il lavoro attorno a un «secondo» New Deal capace di «ricomporre l’infranto» ed essere progetto politico anche per i movimenti, altrimenti ridotti solo a testimoniare la protesta.

Ma nel dispiegarsi di quella Great Transformation che è la sussunzione reale della società al capitale, la quarta rivoluzione perfettamente circoscritta da Galli, quando è la vita che viene messa al lavoro, cade ogni illusione di trovare una «giusta» misura dello sfruttamento, e allora l’idea stessa di sinistra è fuori asse perché irrimediabilmente subalterna proprio a quella che, nella loro genealogia del neoliberismo, Pierre Dardot e Christian Laval individuano come un’autentica e singolare «nouvelle raison du monde».

Se ora è invece possibile cominciare a pensare che essere produttivi possa coincidere con l’essere liberi, se il principio stesso della rappresentanza è svuotato dall’interno, la sinistra è ridotta a simulacro. E solo nella costituzione del comune, una volta abbandonata ogni nostalgia per qualsivoglia sinisteritas, solo nel passaggio all’etico, e cioè alla potenza di costituire un mondo sensato, exeunt simulacra.

Carlo Galli
Sinistra
Per il lavoro, per la democrazia
Mondadori (2013), 166 pp.
€ 17,50

Dal numero 30 di alfabeta2, da oggi in edicola, in libreria e in versione digitale

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Ma è il vecchio che avanza

Letizia Paolozzi

Questo non è il paese del «nuovo che avanza». Con l’elezione-bis di Giorgio Napolitano bisogna ammettere che l’Italia si aggrappa all’orlo dei pantaloni di un signore di ottantotto anni. Operazione non proprio d’avanguardia. Che volete? Noi preferiamo le soluzioni barocche. Naturalmente, in punta di Costituzione. Il cambiamento, no, non ci aggrada.

Benché, per un mese e mezzo, Pier Luigi Bersani proprio il cambiamento avesse esaltato. Doveva acchiapparlo per la coda. Pareva a portata di mano con la proposta al Movimento 5 Stelle di un avvenire radioso nel futuro governo. Immagino che appunto per raggiungere tale scopo il segretario Pd si sia sottoposto alle umiliazioni in streaming. Un individuo «normale» avrebbe risposto a padellate: il politico ha da portare la sua croce.

Il momento non è buono (e non da oggi) per una sinistra che ha visto affondare quella cultura politica novecentesca legata al territorio, ai sindacati, alla militanza. Ora la militanza si pratica con le primarie oppure corre via web. Durante l’elezione del presidente della Repubblica fioccano i messaggi twittati. Il «fuori» incalza: chiudete le segrete stanze dove avviene la trattativa. La piazza rumoreggia. Due iscritti (per la tv diventano migliaia) strappano la tessera: «La prossima volta le salsicce ve le cuocete da soli».

Il Movimento 5 Stelle promette la «marcia su Roma». L’opinione pubblica (concetto quanto mai insicuro, scientificamente parlando) pende dalla tv. Prendere la parola, discutere, arrivare insieme, collettivamente, alla formazione delle decisioni: il grande caos in cui ci troviamo non lo prevede. Questo caos degli elettori e pure degli eletti apre la strada alla buona politica? Macché! Gli elettori sono furibondi. Bersani ha trattato con il Male puro: scegli pure nella mia «rosa». Viene fotografato in paterno abbraccio con Alfano.

Un sacrificio in nome dell’«ampio consenso». D’altronde, sta al Parlamento eleggere il capo dello Stato. Non decidono direttamente i cittadini. Uno dei casi (numerosi) in cui la Costituzione mostra tutti i suoi anni. Andrebbe aggiornata, ma insieme. Insieme a chi? All’avversario di sempre? In pochi capiscono la distinzione tra un accordo con Berlusconi per l’elezione del capo dello Stato e un governo «mai con Berlusconi».

Quanto al Parlamento, gli eletti procedono in creativo disordine. No a Marini e no a Prodi. I giovani turchi molto pasdaran del segretario Pd e la sua ex portavoce, che non si era mai fatta notare per un minimo di autonomia mentale, voltano le spalle a Bersani. Viene riesumata la categoria del tradimento. La «poltrona più alta» miete vittime. Su Franco Marini, il «lupo marsicano», specie protetta che in Europa temo non sia molto conosciuta, il Pdl si mostra compattissimo. Quasi a guidarlo fosse un Comitato centrale del Pci d’antan. Il Pd, invece, rimanda alla Dc dei gruppi tribali. Vendola vota il candidato grillino, Rodotà. I socialisti Bonino. Il centro-sinistra si sfascia. L’operazione per eleggere il prossimo presidente della Repubblica suona a momenti ottusa, in altri schizoide.

Il guaio è la debolezza dei partiti, del ceto politico. Pd e Pdl non somigliano alla Dc e al Pci delle «larghe intese». Peraltro la vicenda si dipana sotto i colpi inferti da Grillo, terzo incomodo. Ma contemporaneamente, novità di questi tempi complicati. Il Movimento 5 Stelle ha radici nella lotta anticasta. Dalle «quirinarie» (non abbiamo avuto il bene di conoscere il numero dei votanti online) escono dieci nomi. Grillo punta su Rodotà e distribuisce veti. Non bada alla condizione sociale né alla differenza dei sessi (che pure attraversa la società). Veramente, anche dal documento di Fabrizio Barca (le donne «segmento sociale») la differenza viene espunta. Tra crisi economica e scandali la politica, che sempre meno ha cura della vita delle persone, si è rattrappita.

Sulla politica si riverbera il vuoto di autorità dei partiti. Tuttavia non tutto è perduto, se una crescente passione (non solo degli addetti ai lavori) ha accompagnato l’elezione del capo dello Stato. In questa passione intravedo una domanda di politica differente. Certo, ci si rivolge a un presidente di ottantotto anni affinché succeda a se stesso. Nonostante i riti sacrificali della rottamazione, sono i vecchi uomini a dover assistere figli e nipoti che si rivelano adolescenti attardati. Per salvare la politica l’autorità non si rintraccia nella «democrazia telematica» ma, curiosamente, bisogna rivolgersi alla vecchia generazione del Pci, a un signore nato nel 1925.

Dal numero 29 di alfabeta2 - a maggio nelle edicole e nelle librerie