Condannati al berlusconismo?

G.B. Zorzoli

Supponiamo che la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi annulli la sua influenza sulla politica italiana. Si tratta di ipotesi con un ridotto coefficiente di credibilità che, tuttavia, non farebbe automaticamente sparire il berlusconismo, inteso come visione della società e del ruolo che la politica vi deve svolgere; una Weltanschauung molto prima della discesa in campo del Cavaliere condivisa da milioni di italiani, dediti alla strenua difesa, costi quel che costi, del solo tornaconto personale (il "particulare"di Guicciardini).

Questa realtà emerse già nell’immediato dopoguerra con l’altrimenti inspiegabile successo di una formazione come l’Uomo Qualunque, inventata da un giornalista non fra i maggiori del suo tempo e mediocre autore di commedie, che ebbe vita breve per l’insipienza del suo leader, ma soprattutto per le ricadute della guerra fredda su un paese culturalmente e socialmente diviso. Nei decenni successivi a fissare le regole del gioco fu l’egemonia esercitata dal duopolio DC/PCI, con il secondo, nel tentativo di mettere in ombra il suo legame con Mosca, a recitare la parte dello strenuo sostenitore dell’interesse nazionale e altrettanto tenace nell’accusare la DC di tradirlo. Non a caso l’effimera parabola del movimento di Giannini lasciò in eredità al vocabolario della lingua italiana la parola “qualunquismo”, nei decenni successivi diventata una sorta di anatema, regolarmente utilizzato dal PCI e dai suoi alleati.

In effetti i milioni di italiani preoccupati solo del proprio “particulare”, quindi a priori ostili all’ipotesi di un governo del paese che li obbligasse a rinunciare a qualcosa, erano quasi tutti migrati sotto le ali protettrici della DC, che in cambio del loro voto li lasciò sostanzialmente liberi di continuare a privilegiare il personale tornaconto: di qui, ad esempio, la rinuncia a una efficace battaglia contro l’evasione fiscale, causa prima della formazione di un elevatissimo debito pubblico. A una condizione: vivere con un io diviso fra il farsi in privato i propri affari e il voto a un partito che formalmente parlava di solidarietà (e in forme clientelari ne realizzava un surrogato).

La prima rottura si verifica col tentativo di Craxi di ritagliarsi uno spazio politico autonomo. Lo avvia avanzando proposte politiche innovative rispetto agli stereotipi che abbondano nel linguaggio dei democristiani e dei comunisti che, tuttavia, nei tempi brevi non danno un significativo ritorno in termini di consensi (la base elettorale del PCI, cui erano principalmente rivolte, viene soltanto scalfita). Di qui la scelta di ricuperare sull’altra sponda, con iniziative, ma soprattutto con un linguaggio e una prassi spregiudicati, che puntano esplicitamente a porsi in alternativa al formale perbenismo della DC. In questo aiutato dalla mutazione sociale e culturale avvenuta in Italia durante gli anni ’80.

Sul terreno dissodato da Craxi, in concomitanza con la sua eliminazione politica, Bossi fa crescere la pianta leghista, un mix di populismo e qualunquismo, declinati in chiave regionalistica. Sembra un successo annunciato - la conquista delle regioni economicamente più forti del paese, in grado di dettare legge alle altre o, in caso contrario, di separarsene - ma Berlusconi spariglia le carte, dando una dimensione nazionale a questa linea e condendola con un linguaggio politico formalmente meno volgare e più tollerante. Da allora milioni di persone non solo si sentono ripetere che fanno bene a comportarsi come hanno sempre fatto, che lo stato non deve mettere le mani nelle loro tasche, che non devono vergognarsi di nulla. Trovano in Berlusconi il loro modello ideale.

Berlusconi non si vergogna di avere soldi. Nel suo agire politico entra a contatto con le più acuminate critiche degli errori e dei disastri provocati dai suoi governi e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all'apatia e alla pigrizia mentale (non come quei rompiballe di sinistra, che ritengono importante giustificarsi, con risposte minuziose, alle critiche ricevute). Anche se ricchissimo, Berlusconi ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore e non perde occasione per manifestarla. Elargendo denaro, è istintivamente portato a pensare, senza esprimerlo chiaramente, più in termini di elemosina che di guadagno, come ripetutamente dichiara per giustificare le paghette che regolarmente passa alle visitatrici di Arcore.

Il suo linguaggio non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi elettore avverte che, all'occasione, egli potrebbe essere in grado di parlare come lui. Insomma, non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il suo elettore lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti.

Il periodo in corsivo è una parafrasi, una variazione sul tema della “Fenomenologia di Mike Bongiorno” di Umberto Eco; condensa l’unica rivoluzione riuscita a Berlusconi. Dopo venti anni di sua presenza sulla scena politica, il”particulare” di milioni di italiani ha acquistato diritto di cittadinanza, e nella patria dei diritti acquisiti sarà difficile convincerli a votare per qualcuno che glielo neghi. Come ai tempi dei monarchi per volontà di Dio, prepariamoci quindi ad ascoltare il grido “Berlusconi è (politicamente) morto, viva Berlusconi!”.

Sinistra

Nicolas Martino

«Diremmo, anzitutto, sinistra quella parte del sistema politico che opera efficacemente per rappresentare il potenziale liberatorio racchiuso nella perdita del Senso della Storia, nella perdita dei suoi “ordinatori” mitici. Diciamo sinistra la critica in atto di ogni dogmatismo organicistico-teologico, di ogni impostazione meccanicistico-assiale nella rappresentazione dell’antagonismo culturale e politico. Diciamo sinistra quella parte che si organizza al proprio interno e opera sulla base del riconoscimento della natura catastrofica dell’antagonismo.

Manca in tutto ciò ogni sicura episteme? Manca ogni principio-dittatura? Manca ogni ancoraggio a filosofie della storia o a sociologie dualistiche? Manca il mito (la Classe e la Promessa che essa incarna)? Per negativo, si sarebbe tentati di dire che proprio il senso acuto di queste perdite è di sinistra. La sinistra è parte del tempo benjaminiano della povertà. In questo tempo tramonta la dimensione della Grande Politica? Può essere – certamente non tramonta la possibilità di un Grande Opportunismo».

Così scriveva Massimo Cacciari nel 1982 interrogandosi sul concetto di sinistra. Un’interrogazione che allora coinvolse la parte più innovativa e raffinata degli intellettuali del Pci riuniti intorno alle riviste «Laboratorio Politico» e «Il Centauro» per giocare la scommessa del disincanto e dell’autonomia del politico. Nei fatti, senz’altro al di là delle intenzioni originarie dei suoi sostenitori, qualcosa è andato storto: il disincanto si è inverato nell’autodissoluzione della sinistra, e il Grande Opportunismo si è deformato nel piccolo e odioso opportunismo di bottega, interno solo alle logiche di Palazzo.

Ora però, rimossa probabilmente la sconfitta e le sue ragioni, quella scommessa viene rilanciata da Carlo Galli, intellettuale e politologo di grande spessore, tra i protagonisti della riscoperta italiana di Carl Schmitt. L’anamnesi proposta è rigorosa, assolutamente condivisibile. Tre sono le tradizioni intellettuali che hanno dato corso alla sinistra del Novecento: il razionalismo democratico, la dialettica socialista e il pensiero negativo (che ha in Nietzsche la sua «piattaforma girevole» in chiave critica o neoconservatrice).

Quattro sono le rivoluzioni del Novecento: quella comunista, quella fascista, quella welfaristica, e infine quella neoliberista inaugurata nella seconda metà degli anni Settanta.
È questa la rivoluzione da studiare a fondo per non rimanere subalterni alla sua «ragione». Ciò che lascia sorpresi è appunto la terapia proposta: la ricostituzione di una sinistra per il lavoro attorno a un «secondo» New Deal capace di «ricomporre l’infranto» ed essere progetto politico anche per i movimenti, altrimenti ridotti solo a testimoniare la protesta.

Ma nel dispiegarsi di quella Great Transformation che è la sussunzione reale della società al capitale, la quarta rivoluzione perfettamente circoscritta da Galli, quando è la vita che viene messa al lavoro, cade ogni illusione di trovare una «giusta» misura dello sfruttamento, e allora l’idea stessa di sinistra è fuori asse perché irrimediabilmente subalterna proprio a quella che, nella loro genealogia del neoliberismo, Pierre Dardot e Christian Laval individuano come un’autentica e singolare «nouvelle raison du monde».

Se ora è invece possibile cominciare a pensare che essere produttivi possa coincidere con l’essere liberi, se il principio stesso della rappresentanza è svuotato dall’interno, la sinistra è ridotta a simulacro. E solo nella costituzione del comune, una volta abbandonata ogni nostalgia per qualsivoglia sinisteritas, solo nel passaggio all’etico, e cioè alla potenza di costituire un mondo sensato, exeunt simulacra.

Carlo Galli
Sinistra
Per il lavoro, per la democrazia
Mondadori (2013), 166 pp.
€ 17,50

Dal numero 30 di alfabeta2, da oggi in edicola, in libreria e in versione digitale

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Burini e no

Giuseppe Caliceti

Dunque siamo un paese di burini? Chi più, chi meno? Massimiliano Panarari, in un recente articolo pubblicato il 22 settembre sul quotidiano Europa, parla del pericolo di un ritorno di fiamma in Italia della cosiddetta sottocultura, già affrontata dal politologo in modo approfondito in un suo fortunato libro. Nonostante le buone maniere e il bon ton accademico del governo tecnico, o governo dei professori, basterebbe distrarsi un attimo e, in Italia, la sottocultura ritornerebbe a farla da padrone. Come? Con “er Batman” di Anagni e i toga party versione “Roma imperiale”, per esempio.

Difficile dare torto a Panarari quando si chiede se “non sarebbe, quindi, il caso, a sinistra – lo diciamo sommessamente – di superare un ormai durevole tabù, tornando a pronunciare, con tutte le cautele e le consapevolezze dovute, la parola pedagogia?” E aggiunge, forse per i lettori di Europa: “Se dovesse suonare troppo “comunista” (ce ne rendiamo perfettamente conto...), potremmo tranquillamente sostituirla con dei sinonimi, come educazione e, perfino (poiché anche di questo si tratta), buongusto”. È interessante notare da parte di Panarari l'utilizzo di tre parole utilizzate come sinonimi di possibili buone pratiche morali, culturali e amministrative: pedagogia, comunista, buongusto. Sembra di sentir parlare di una sorta di riscoperta di possibile “pedagogia delle masse” tipica del Pci di un tempo, da attualizzare nel presente. Da parte dei partiti della cosiddetta Sinistra.

Pedagogia da sostituire al semplice condizionamento degli elettori-consumatori in termini di marketing politico. È solo la nostalgia di un giovane intellettuale per l'idea dell'intellettuale organico modello vecchio Pci o c'è qualcosa di più? E che funzione avrebbe questa pedagogia comunista piena di buon gusto? Prenderebbe il posto o si affiancherebbe ai sondaggisti e agli esperti politici di cui si sono ormai dotati irrimediabilmente tutti i partiti e le correnti? Il camper e la campagna di Renzi, all'interno del Pd, in questo caso è emblematico.

Insomma, di fronte ai piazzisti della politica, di cui Berlusconi ha rappresentato e rappresenta ancora oggi l'indiscusso numero uno e non teme imitatori, Panarari evoca qualcosa che certo oggi ancora non esiste ma di cui a Sinistra, in tutto il centrosinistra, si sente, se non una grande nostalgia, un assoluto bisogno. Se non altro perché per fare politiche differenti da quelle dei propri veri o presunti avversari, occorre avere idee alternative. E avere idee veramente alternative utilizzando tutti le stesse parole e le stesse strategie può creare enormi confusioni nell'elettorato di una repubblica-mercato.