Franziscu

Carlo Antonio Borghi

Domenica 22 settembre nel cuore storico della città di Cagliari Papa Francesco diventa Papa Franziscu e parla alla folla a braccio e ogni tanto in limba. La marea umana lo acclama ma contemporaneamente si alza al cielo un grido ritmato come se ci fosse in corso una manifestazione: lavoro-lavoro-lavoro.

I sardi questa disgraziata parola la pronunciano raddoppiando e triplicando la V: lavvvoro-lavvvoro-lavvvoro. È un Papa performer. Parla a braccio e usa le braccia e la faccia in cerca del contatto fisico con disoccupati, cassintegrati, precari. Issu Franziscu, lui Francesco. Franziscu evoca immagini di idoli globalizzati che concentrano le risorse del mondo in poche mani. Riceve in dono un caschetto da minatore o da operaio petrolchimico del profondo Sulcis. Riceve in dono la bertula, una bisaccia tessuta e cucita dai pastori in lana di pecora.

Quella di Sua Santità è una danza di gesti e parole come nella contact-dance tanto cara alle arti performative della contemporaneità. Lascia piazza Yenne governata dalla statua di re Carlo Felice e prende la via che porta al Santuario di Nostra Signora di Bonaria, quella Madonna che ha dato il nome alla ciudad de los Buenos Aires nella prima metà del XVI secolo. Lungo la via benedice e da il cinque. Lo aspettano i centomila nella piazza detta dei centomila, distesa ai piedi del sagrato del santuario fondato dagli Aragonesi nella prima metà del secolo XIV.

Fraseologia, Teologia e Narratologia della Liberazione, attraverso il valore-lavoro in forma di parabola ad alta voce e nella sua postura di Santità coram populo. Liberazione dall’indigenza e ricerca della solidarietà globale e locale. Qualcosa di marxista si spande nell’aria e nell’area sacra del santuario simbolo di Cagliari. Miracolo! Per un attimo dall’alto del sacro colle si vede Buenos Aires e il suo popolo di cartoneros che campano la vita raccogliendo e rivendendo cartone. A Baires stessa si incontra una omonima Basilica di Bonaria ma di forme neogotiche, eretta negli anni venti del Novecento.

Ora Franziscu ha ricevuto anche le tipiche e rigide scarpe dei pastori sardi, sos hosinzos. Serviranno per marciare, protestare e transumanare. La mancanza di lavoro fa più vittime delle armi da guerra, chimiche e tradizionali. Il genocidio consumista strozza e soffoca la speranza di uguaglianza. Mentre Franziscu si offre alla folla, in Kenya e in Pakistan gli integralisti islamici fanno strage di cristiani nelle chiese e nei centri commerciali.

I lavoratori, i malati, i carcerati, i poveri, gli immigrati incontrati da Franziscu sarebbero tutte componenti di un’unica prossima classe globale. Non ci sarebbe altro da fare che rimboccarsi le maniche e provare a organizzarsi per portare altrettanti centomila lavoratori ed ex o non lavoratori nella stessa piazza dei centomila.

Il testimone e la mano passano alla sinistra. Papa Franziscu ha chiesto al suo Dio di aiutarli a lottare per avere lavoro e dignità. Si fa avanti una classe pronta a lottare con la benedizione gestuale e vocale di Papa Franziscu? Dall’alto delle empiree sfere dell’Eden megalitico e nuragico Giovanni Lilliu Sardus Pater I si unisce a lui Papa Franziscu I. Umana marea di sardi in una perfetta mattina della terza domenica di settembre.

Umana cosa è aiutare gli afflitti – scriveva Boccaccio nell’incipit del Decamerone al tempo della peste di sette secoli orsono. Siamo ancora nelle pesti. Ben venga un cenno di benedizione se è segno di mobilitazione.

Militare con dolcezza

 Federica Tummillo

Di recente, nel suo blog, Dario Fo ha riportato l’attenzione sul suo monologo Lu Santo Jullàre Françesco, messo in scena per la prima volta nel 1999. All’indomani dell’elezione di papa Bergoglio, Fo ripropone una fabulazione che presenta l’agiografia insolita di un Francesco d’Assisi rivoluzionario, e si augura che anche il nuovo papa si ispiri «al vero San Francesco».

Sin dalle sue prime rappresentazioni, il vero Francesco ricostruito da Fo è stato considerato da molti un falso storico. Eppure vale la pena soffermarsi su questo monologo, perché ciò che l’artista mette in luce è che la tradizione agiografica e iconografica, a partire da San Bonaventura da Bagnoregio, ha “sbiancato” l’immagine del santo: da un lato, contribuendo a creare nell’immaginario collettivo una figura mite e docile che parlava con gli uccelli, dall’altro, mettendo in secondo piano la portata rivoluzionaria del suo messaggio, che proponeva il ritorno alle radici del Vangelo. E se è vero che Francesco d’Assisi prediligeva l’exemplum alla predica, ciò non toglie che egli si servisse anche delle sue doti giullaresche per comunicare con il suo auditorio, a volte composto da migliaia di persone. Ecco che Fo, giullare premio Nobel, non può fare a meno di operare una proiezione mimetica di se stesso in colui che de toto corpore fecerat linguam, come scriveva Tommaso da Celano.

La particolarità di questo personaggio, rispetto ad altri incarnati da Fo, è che in lui trova uno spazio privilegiato la parola poetica, che esprime l’amore incondizionato per la vita e le cose del mondo e ne celebra, al tempo stesso, il carattere transitorio. Per costruire un Francesco che militi, ma con dolcezza, Fo ha messo in atto quel processo di distruzione e ricomposizione di cui sempre si è servito per creare i suoi spettacoli e che può essere definito come il gioco della catastrofe.

Un tale gioco è presente in questo monologo all’ennesima potenza, dalla scelta delle situazioni alla scrittura drammaturgica, dall’indagine storiografica alla costruzione dei personaggi. Il fondale dipinto da Fo per lo spettacolo ne è la sintesi visiva: uno scenario apocalittico popolato da un caos di corpi e oggetti, in un ribaltamento tra il cielo, abitato da esseri che nuotano, e la terra, colpita dal terremoto. Al centro, Francesco protende il proprio corpo verso il caos e, come un direttore d’orchestra, si pone all’unisono con uomini, animali, elementi architettonici che crollano.

Il tremmàmoto (ovvero il terremoto, nello pseudo dialetto napoletano coniato da Fo) è la costante che attraversa la fabulazione. A due anni dal terremoto che colpì Assisi, il 26 settembre 1997, Fo sembra aver incamerato la catastrofe durante la gestazione dello spettacolo per farle avere, sulla scena, altri esiti possibili oltre quello della fine.

È un tremmàmoto l’abbattimento delle torri di Assisi, al quale partecipa il giovane Francesco durante la guerra tra Assisi e Perugia, così come lo è quello del sogno di Innocenzo III, quando Francesco salva la Chiesa dal suo crollo imminente. Terremoto, infine, è la parola del santo, che a Bologna tiene una vera e propria arringa per esortare i bolognesi a fare pace con i vicini di Imola, con i quali erano in guerra. In questo caso, Fo non menziona il terremoto, ma è interessante notare che esso è presente in una delle fonti francescane da lui consultate, ovvero la testimonianza di Tommaso da Spalato della concione che il santo tenne a Bologna il 15 agosto 1222. Questo testo si apre, infatti, con la cronaca di un terremoto verificatosi nel nord Italia che viene paragonato all’effetto della parola di Francesco d’Assisi, che sconvolge l’uditorio e lo porta a riappacificarsi.

Così, tra terremoti reali e metaforici, il Francesco ricostruito da Fo attraversa la vita facendo delle scelte, rigenerandosi ad ogni tappa del suo cammino, portando avanti con forza e tenacia un progetto di comunità, imparando che spesso, «per farsi ascoltare dagli uomini con attenzione, bisogna parlare agli uccelli».

Lu Santo Jullàre Françesco tesse una fitta rete di rimandi tra storia, microstoria, fabulazione e pittura, in un gioco che mostra come la catastrofe sia solo un evento tra tanti, una tappa che si attraversa. Chissà se Fo si riferiva al gioco della catastrofe parlando di papa Bergoglio: non si tratta, in effetti, di un Francesco che viene dalla fine del mondo?

Franceschiello e Masaniello

Alessandro Dal Lago

Come esempio della confusione che, soprattutto a sinistra, avvolge la figura di Grillo si possono citare un interessante intervento del comico-attore sul suo celebre blog e alcuni articoli stampa a proposito di papa Francesco. Ma andiamo con ordine. Ecco che cosa ha scritto Grillo sul suo blog il 16 marzo 2013: "L’importanza di chiamarsi Francesco, […] Stanno già scavando nel suo passato, dalle letterine di scuola delle compagne, alla sua vita prima di diventare prete, ai rapporti con la dittatura argentina, per trovare ogni più piccola ombra e questo me lo rende simpatico. Quali papi sono stati crocifissi dalla stampa mezz’ora dopo essere stati eletti?”

“Stanno scavando”? Il papa “crocifisso”? La verità è che gran parte della stampa italiana dedica una decina di pagine entusiastiche ogni giorno al nuovo papa, mentre accuse circostanziate provengono dal giornalista Horacio Verbitsky, autore di un libro di denuncia della complicità della Chiesa con la dittatura argentina (L’isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina Fandango Libri, Roma 2006). Una consultazione online del giornale di Buenos Aires “Pagina 12”, su cui scrive Verbitsky, rivela facilmente quanto sia debole la smentita del Vaticano (Cfr. B. Febbro, Una desmentida que no alcanza a desmentir [“Una smentita che non riesce a smentire”], 16 marzo 2013).

Ma il punto è che si tratta comunque di una questione apertissima e che, indipendentemente dal ruolo di Bergoglio al tempo della dittatura, è tutta la Chiesa di Roma a essere stata sempre ambigua e reticente su una persecuzione che ha riguardato anche tanti preti e suore impegnati in attività sociali o di opposizione al tempo dei generali argentini. E ancora più importante è il fatto che Verbitsky veda oggi in papa Francesco un oppositore non tanto e non solo delle sette evangeliche, quanto dei regimi progressisti dell’America latina. Questo è il papa che fa tanta simpatia a uno dei nuovi padroni d’Italia, cioè Beppe Grillo.

Ma il buon Francesco fa anche simpatia a un tal Giuseppe Cassini che sul “Manifesto”, sempre il 16 marzo 2013, vede in papa Francesco I niente meno che un poverello anti-Curia, un fustigatore delle perversioni vaticane. Leggiamo: Aver scelto per sé il nome di Francesco è una chiara sfida alla Curia romana, perché è sinonimo dei migliori “P” del cristianesimo: pietà, pace, preservazione ambientale..[…] perché lascia presagire un arretramento delle milizie integraliste (Opus Dei, Legionari di Cristo) che hanno tradito il Concilio Vaticano II… (G. Cassini, Forse esiste davvero lo Spirito santo, “Il manifesto”, 16 marzo 2013, p. 15).

Io non sono abbastanza addentro ai misteri del Vaticano per sapere se questo papa farà arretrare le milizie dell’Opus Dei (comunque, ne dubito). Ma so che, oltre a essere ferocemente contrario ai matrimoni gay e, come minimo, assai reticente sugli orrori della dittatura argentina, Bergoglio è teologicamente integralista. Nella sua prima omelia, Francesco ha citato il motto “Chi non prega Gesù Cristo prega il diavolo”, che viene dallo scrittore Léon Bloy. E chi era costui? Uno polemista francese iper-cattolico e iper-integralista, poeta visionario e apocalittico, libellista reazionario e antisemita.

Il suo antisemitismo era raffinato ed escatologico, anche se riteneva che la simpatia per gli ebrei fosse una “turpitudine”. Per Bloy, gli ebrei erano un “accidente” della storia, la cui unica funzione è quella di essere stati una condizione del sacrificio di Cristo. La traduzione di un suo libello antisemita da parte di Adelphi (Dagli ebrei la salvezza, 1994) a suo tempo provocò forti polemiche sulla stampa e anche fratture e dimissioni nella casa editrice. Che papa Francesco abbia citato Bloy è dunque una chiara indicazione di rotta, come ha notato “Il foglio” il 16 marzo in prima pagina (è curioso che sia un giornale di destra a farlo, mentre sul “Manifesto” si scomoda lo Spirito Santo per salutare il nuovo papa). Una rotta che non sembra andare proprio in una direzione progressista e anti-fascista.

Quanto a Grillo, dopo le battute mai ritrattate sui “sacri confini della patria” minacciati dagli immigrati, ecco le parole sul poverello di Buenos Aires trapiantato in Vaticano. Niente di meglio per l’Italia che una bella decrescita, un po’ di povertà equamente distribuita, benedetta dall’acqua santa d’Oltretevere. Mentre il povero Bersani corre dietro al Movimento 5 stelle, Casaleggio e Grillo già pensano a quando governeranno da soli e quindi come accaparrarsi le simpatie del Vaticano, condizione indispensabile per la sopravvivenza di qualsiasi governo in Italia.

Questo articolo è apparso il 18/03/2013 su manifestiamo.eu

Stupore felice

Letizia Paolozzi

Ho ascoltato la notizia delle dimissioni di Benedetto XVI sentendomi invasa da uno stupore felice. A colpirmi sono state le parole con le quali ha spiegato la gravità del suo atto ma soprattutto la qualità del messaggio simbolico.

Che se si tratti di un gesto rivoluzionario, dell’inizio di un rinnovamento della Chiesa, della riforma dell’istituzione, del rifiuto dell’ipocrisia, della ricerca di autenticità nell’umiltà oppure dell’ammissione di una incapacità a far uscire la Chiesa dalle sue fragilità (Vatileaks, i guasti di istituzioni finanziarie come lo Ior, le lotte intestine, la scoperta dei casi di pedofilia, la distanza sempre più grande tra i dogmi sulle questioni eticamente sensibili “non contrattabili” e la secolarizzazione dei paesi occidentali), per me quello che conta è l’enormità della rottura simbolica: aver deciso di dire al mondo (e io in questo mondo abito e ne sento gli scricchiolii, ne vedo le falle) una parola viva sulla crisi dell’autorità e del potere.

Se il predecessore, Giovanni Paolo II, aveva legato il pontificato al carisma e alla esibizione di una forza comunicativa impressionante, ora Benedetto XVI decide di nominare la debolezza di un uomo. La sua debolezza. Ma in questa maniera il gesto di rinuncia – le dimissioni – si trasforma in accettazione di altissima responsabilità. Così il riconoscimento della vecchiaia e del deperimento della carne è risuonato alle mie orecchie come una affermazione coraggiosa. Un discorso portatore di libertà, condotto in latino.

Non vi sembri curioso l’apprezzamento di una femminista per chi scrisse “La lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna”. Quella Lettera aveva comunque presente la differenza sessuale e la capacità relazionale femminile. Apriva a un rapporto diverso con la trascendenza da parte dei due sessi.

So bene che nel suo pontificato Benedetto XVI ha contrastato le coppie gay e lesbiche, l’uso del preservativo e ha insistito sui “principi non negoziabili”, tuttavia gli sono grata di aver negato, ancora ieri, all’Angelus, in piazza San Pietro, davanti alla folla di fedeli, che la vera realtà sia il potere. Penso che rinunciare significhi ridare umanità a un papato che se ne è chiamato fuori. E inventare un altro modo di governare (non solo della e nella Chiesa).

Roma senza papa

Andrea Cortellessa

Negli anni Sessanta Guido Morselli immaginò il pontificato dell’irlandese Giovanni XXIV, all’altezza del 2000, come il tran-tran da CEO di una multinazionale di medio livello. Che a un certo punto, sostanzialmente per comodità, dà l’addio ai fasti barocchi (e al traffico non meno barocco) dell’Urbe per insediarsi in un impersonale, grigio residence di Zagarolo. Più che agli interrogativi senza risposta di Michel Piccoli nel citatissimo, in questi giorni, Habemus Papam di Nanni Moretti (ritrasmesso ad hoc in tivù), viene da pensare al cicaleccio formicolante quanto vacuo di Roma senza papa, appunto, come alla più efficace prefigurazione del gesto di Benedetto XVI che ha sconvolto il mondo, anzitutto mediatico, l’11 febbraio.

Da ben sette anni orfani dei frissons da freak show di Wojtyla, colla sua interminabile colliquazione in mondovisione, non è parso vero ai media poter sparare di nuovo in front page Piazza San Pietro (che fa sempre, diciamolo, la sua porca figura sullo schermo – specie sotto la pittoresca nuvolaglia di febbraio). Sicché dopo aver ululato per anni al martire, all’eroe, al bodyartist estremo Wojtyla – del pari il medesimo media world ora incensa, per lucidità spregiudicatezza e coraggio (?), il suo decoloratissimo successore. (Mentre fioriscono sfrenate, si capisce, le dietrologie: da VatiLeaks allo IOR al truce Segretario di Stato Bertone – che le Dimissioni servirebbero a mettere in fuorigioco, laddove già il figuro a quanto pare si stava preparando a telecomandare Ratzinger come Ratzinger aveva telecomandato Wojtyla durante il suo lungo addio. Curiosa tattica, quella di chi per dar scacco a un sottoposto insubordinato non trovi di meglio che dimettersi).

L’appellativo che risuona con maggiore insistenza è «rivoluzionario»: sostenendo che, con l’explicit a sorpresa, il pontificato di Ratzinger avrebbe riscattato, tutto in una volta, il settennato di sbadigli a sganasciare che lo ha preceduto. Ce lo aspettavamo conservatore, s’è detto, ed è stato – appunto – un rivoluzionario. Non si sa bene di che indirizzo sia, codesta pretesa «rivoluzione» di BXVI (il cui gesto più memorabile, nei sette anni di catalessi politica, è stato nel 2009 il tentativo, di memorabile goffaggine, di riannettersi – nulla di più urgente in agenda, si vede – gli ultras tradizionalisti di rito lefebvriano: giungendo a revocare una scomunica wojtylesca a quel vescovo Williamson che aveva fatto parlare di sé come negazionista della Shoah).

Qualcuno ha fatto notare come l’istituto dell’abdicazione sia in effetti un relitto giuridico dello status di Papa Re, con tutti i suoi bravi poteri temporali (per questo non ve n’era traccia dal XV secolo): se l’autorità del Pontefice è per eccellenza spirituale, non si vede come l’Illuminazione Divina (e il dogma dell’Infallibilità che ne deriva) possa essere di punto in bianco – e anzi con anticipo di due settimane, come nemmeno la più bennata collaboratrice domestica – revocata e a tutti gli effetti sospesa (un alto prelato polacco, con ovvie nostalgie wojtyliane, s’è di fatto adontato: «dalla Croce non si scende quando si vuole»). C’è poi chi dice che il coup de théâtre in Vaticano avrebbe rotto le uova nel paniere alla rincorsa elettorale dell’altro Unto dal Signore, il Berlusca candidato premier per la sesta volta, che s’è visto così inopinatamente sottratta la luce dei riflettori. Più verosimile pensare che BXVI si sia voluto allineare alle Grandi Riforme minacciate per la prossima legislatura dai Monti Boys: la si faccia finita con ’sta barba del posto fisso e più flessibilità per tutti (ma anche, pensionamenti il più in là possibile).

Tutto ciò premesso, però, confesso che la mutria in cartapecora da Imperatore del Male di Star Wars del Ratzinger scoronato, in queste ore, mi è venuta in una certa simpatia. Chi non si ricorda di quella stellare prima pagina del manifesto, «Il Pastore Tedesco»? Ora che può di nuovo scodinzolare in pace per i Giardini Vaticani, finalmente il povero Ratzi è tornato un cane sciolto.