Paolo Volponi, polvere di stelle

Massimiliano Manganelli

Paolo-Volponi-e1323810847842L’universo narrativo di Paolo Volponi è occupato quasi interamente dai romanzi, in particolare dalle stelle maggiormente luminose – Memoriale, Corporale e Le mosche del capitale – e da un certo numero di stelle meno brillanti, ma non meno belle da vedere (da leggere). Accanto a questo sta poi una sorta di universo parallelo, costituito dalle raccolte poetiche, che con il primo universo comunica in maniera pressoché ininterrotta. Ma per quanto numerose siano le stelle, ben pochi, al contrario, sono i pianeti, ossia i racconti: forma poco frequentata da Volponi, che non a caso l’ha regolarmente destinata a collocazioni periferiche. A leggere questa raccolta di racconti a cura di Emanuele Zinato, nove compiuti più tre prove giovanili, si percepisce immediatamente la luce riflessa – per restare alla metafora astronomica-- di cui brillano. Ognuno di essi, infatti, risulta debitore nei confronti di uno dei romanzi maggiori, e di conseguenza rimanda a una delle fasi della biografia letteraria di Volponi, alle ossessioni che ne hanno innervato la scrittura narrativa per più di tre decenni. In taluni casi, addirittura, i romanzi-stelle si comportano quasi come dei buchi neri, attraendo inesorabilmente tutto ciò che hanno intorno. Ha quindi ragione Zinato quando scrive che Volponi «probabilmente considerava i propri racconti più come materiali esemplificativi di un più vasto disegno narrativo che come testi autonomi».

Questa luce riflessa, tuttavia, non implica una minore qualità letteraria, che anzi in alcuni dei testi qui raccolti è davvero smagliante, come nel caso del bellissimo Accingersi all’impresa, risalente al 1967 e già manifestamente collocato nell’orbita di Corporale. Oltre alla pura e semplice qualità della scrittura che vi si può rinvenire (in particolare in quelli degli anni Ottanta, la fase più feconda del Volponi autore di racconti), in questi testi si trovano sovente i nuclei generativi e addirittura alcuni frammenti paralleli dei romanzi, tanto che è possibile individuare delle parentele tra i personaggi che li animano e quelli delle opere maggiori. È evidente, infatti, il legame che unisce l’antiquario diAccingersi all’impresa all’avvocato Trasmanati di Corporale, imparentati dalla comune passione divorante per il collezionismo; ed è altrettanto evidente come il protagonista del breve racconto Talete rimandi, con quell’impressionante atto di autofagia che mette in scena, al nano Mamerte del Pianeta irritabile. Ci sono poi figure, come la giovane Iride del racconto omonimo, che sembrano estratti di peso da un romanzo volponiano, in questo caso Le mosche del capitale.

Non sono esclusivamente i personaggi a unire questi racconti ai romanzi: ci sono anche e soprattutto i temi che percorrono, in maniera più o meno sotterranea, la scrittura volponiana. All’impresa, per esempio, non è soltanto intitolato il racconto già citato che ha per protagonista un antiquario: un’impresa è il fine di Annibale Rama, il perito elettronico che progetta una macchina eccezionale, un computer potentissimo grazie al quale potrà diventare «l’uomo più forte della terra». E qui il termine impresa va inteso nel duplice senso di avventura e di attività economica, giacché l’intento di Annibale Rama è di radunare attorno a sé dei giovani pronti ad affrontare il futuro, in una tensione tutta olivettiana verso l’utopia (va detto che allorché Volponi compose questo testo, inizialmente ideato come soggetto televisivo, Adriano Olivetti era morto da cinque anni). L’utopia appunto, lo slancio verso un futuro tutto da realizzare, costituisce uno dei nuclei portanti della scrittura di Volponi. La tensione utopica non viene mai meno, anche se nell’itinerario volponiano essa traccia una parabola discendente: dall’ottimismo degli anni Sessanta, segnato appunto dall’esperienza olivettiana e dalle speranze che essa alimenta (di cui Annibale Rama è l’emblema perfetto), alla delusione di Iride Grimonti (e del Bruto Saraccini delle Mosche del capitale), impegnata sostanzialmente a resistere.

Altri racconti rappresentano invece la passione, forse addirittura l’ossessione, che Volponi ha nutrito per la pittura. Quello che la tematizza in maniera esplicita è ovviamente Accingersi all’impresa , in cui un antiquario si prepara alla ricerca di alcuni «rami» del Canaletto, ma che, soprattutto, inaugura una fase nella quale la scrittura volponiana si fa più densa e materica (quasi a imitazione degli amati barocchi), assume una spiccata qualità ecfrastica, con un debito alquanto palese nei confronti dei «logogrifi verbali» di Roberto Longhi. Su questa scia si possono leggere anche alcuni racconti degli anni Ottanta (quindi lontani da Corporale, il romanzo maggiormente pittorico di Volponi), in particolare Una suora e soprattutto lo straordinario La fonte, nel quale si racconta la peste a Siena. Qui la scrittura diviene pastosa e chiama in causa un altro degli emblemi dell’universo narrativo di Volponi, l’animale: piano piano, dopo un avvio che ha quasi il sapore di un dialogo leopardiano tra i fratelli Lorenzetti ormai prossimi alla morte, avanza in primo piano una capra che si insedia prepotentemente nel loro giardino, ingaggiando lotte furibonde prima con un mercante di quadri e poi con stormi di uccelli. La capra, allegoria dell’irriducibilità della natura – impossibile non pensare qui alle figure animali delPianeta irritabile oppure a un saggio decisivo intitolato appunto Natura e animale – finisce sgozzata, e la sua uccisione è «il primo avvenimento che diede inizio alle ladrerie, alle abbondanze, alle baldorie che seguirono la peste».

Proprio la peste si configura quale tema particolarmente produttivo in termini sia visivi che narrativi, anzi è il perfetto esempio di uno spunto pittorico che dà origine a un nucleo narrativo, tanto da rappresentarne l’autentica fonte. La peste torna infatti più volte nei romanzi di Volponi pubblicati tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, tuttavia questo racconto è l’unico caso – molto probabilmente in virtù delle dimensioni ridotte – in cui essa occupa tutto lo spazio della narrazione. E dunque, per quanto siano composti da materiali ridotti, magari addirittura di scarto, questi racconti sono fatti della stessa materia delle stelle.

Paolo Volponi

I racconti

a cura di Emanuele Zinato

«Letture» Einaudi, 2017, 144 pp., € 17,50

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Ai poeti non si spara

Walter Pedullà

Negli anni Sessanta e Settanta Luigi Malerba scrisse per il teatro e per la radio testi che ora Luca Archibugi (meriterebbe qualche riflessione l’intelligente introduzione dell’«addetto ai lavori») raccoglie sotto il titolo di uno di essi: Ai poeti non si spara. In quei due decenni i maestri erano Ionesco e Beckett, ma Malerba non aveva bisogno di andare a scuola da loro per imparare a usare l’assurdo, che peraltro era stato inventato da Achille Campanile.

Ci nuotavano dentro già felicemente i racconti della Scoperta dell’alfabeto e romanzi quali Il serpente, Salto mortale, Il protagonista e Il pataffio, per limitarci al meglio del ventennio più malerbiano (tra parentesi, chiedono di essere incluse Le rose imperiali, e io acconsento con piacere, con l’inalterato piacere della loro lettura). Lo sanno tutti, ma io lo dico lo stesso: è la narrativa la madre di tutte le battaglie di Malerba, che ora si dimostra un valido combattente anche nel teatro. Cosa hanno in comune i due generi?

Il linguaggio, che era tutto per uno scrittore per il quale la realtà non esiste. Esistono solo le parole, che qui appaiono in forma di battute o di didascalie scritte in una prosa ammiccante e sardonica, nonché esilarante. Testi insomma «da leggere», che, prima di mettersi al servizio del teatro, servono se stessi, cioè la letteratura.

Vanno benissimo tuttavia pure sulla scena, l’ho constatato di persona: il surreale prende il sopravvento e ti trovi in un altro mondo che poi sotto sotto è sempre il nostro, solo che non lo vediamo. Ridi, con angoscia. Ma anche questo lo sapevamo dalla sua narrativa, quella in cui tutto è teatro, finzione evidente e inspiegabile. Sono storie di normale follia, di quotidiana frustrazione. Una coppia di attori, in Qualcosa di grave, ha perso una battuta con cui trionfavano in tutti i teatri del mondo e non ne trovano una nuova altrettanto efficace per ridere e per piangere.

Non ci riescono loro, o sono le vecchie battute a non interessare più gli spettatori d’oggi? Si trova in una situazione analoga il marito che non riesce a dire una intera frase «logica e poetica» alla moglie (in Babele). Non va oltre il pronome personale io, potrebbe adattarglisi il verbo essere, che però è intransitivo.

Incapace di qualsiasi azione, l’uomo è negato al verbo con cui si influisce sugli altri, e non basta la musica a sostituirlo nella ricerca del senso della realtà. Agonizza una cultura, irresistibilmente e comicamente prossima al silenzio, anche se chiacchiera più di prima. In Ai poeti non si spara il capo di un’azienda sull’orlo del fallimento ricorre all’aiuto di un robot, che è davvero bravo nella diagnosi e nei consigli. Intollerabile però che la macchina scriva poesie più belle delle sue, perché lui allora spara e ammazza il robot.

Dov’è l’errore? Nello scrivere testi che un computer fa meglio attraverso la rigorosa fedeltà al codice? Nell’incapacità di inventare un linguaggio con cui comunicarsi messaggi emozionanti? Si sente alla fine La risata del diavolo: dove le protagoniste, due cicogne, girano il cielo d’Italia senza trovare un posto su cui posarsi: l’aria è irrespirabile, si soffoca nella civiltà industriale. Così però il linguaggio atterrato nella satira ecologica riscopre la realtà che pareva scomparsa. Il realismo dell’avanguardia – così caro a Pagliarani, Sanguineti e Volponi – ha contagiato pure persino Malerba, che se n’era detto refrattario? Sparando all’avanguardia, si estingue il senso del reale che è pur sempre l’obiettivo di ogni arte?

«Le parole bisogna prenderle a tradimento, all’improvviso», dice un personaggio che attraverso di esse cerca le cose che contano. Ebbene, il testo, avanzando nella selva delle trite frasi della conversazione d’ogni giorno (ad esempio tra coniugi, robot in carne e ossa, come tutti rischiamo di diventare se non buttiamo il linguaggio liso e replicante: se ne può morire in Ossido di carbonio), pronuncia espressioni che assumono un valore di critica morale, o culturale, o esistenziale, che l’autore non sa di possedere.

Preso a tradimento, Malerba confesserebbe d’essere in fondo un moralista. Eccovi una collana di perle false che sembrano vere: «E qui che cosa facciamo?»; «Se qualcuno di voi sentisse dire qualcosa di molto intelligente»; «È così difficile comunicare»; «Da questa parte non si va in nessun posto»; «Non ci vuole più nessuno, finiremo per morire di fame»; «Io posso dirti soltanto che da quella parte non c’è niente, c’è il vuoto»; «Alla fine ha abbracciato la religione cattolica»; «Sono sicura che qualcosa succederà a un certo punto». Tutto ciò è assurdo, ma è la vita. La vita viene meglio, con la letteratura che trova nel vuoto l’energia necessaria alla sopravvivenza.

Ricordate l’omeopatia descritta da Malerba nel Serpente? Scomparsa la materia, resta l’energia, come a teatro. Prese a tradimento, le sue parole vi invitano a cercare in mezzo a loro la formula vincente. Non sappiamo cosa fare, è sempre più difficile dire cose intelligenti, è interrotta ogni comunicazione con l’altro; così non andiamo in nessun posto, continuiamo a inseguire mete dietro le quali c’è sempre il nulla. Finché c’è però la fame, il desiderio d’altro, c’è la vita. Magari la vita dei robot che, privi di scopo, abbracciano la religione. Ma così: «Sei sicura che siamo vivi?».

Luigi Malerba
Ai poeti non si spara
a cura di Luca Archibugi
Piero Manni (2013), pp. 196

Da alfa63 allegato al n.33 di alfabeta2 (novembre-dicembre 2013), in edicola e in libreria

Il costo della vita

Massimo Gezzi

Una delle frasi migliori con cui si potrebbe condensare il contenuto e il senso dell’ultimo, importante libro di Angelo Ferracuti l’ha scritta un personaggio da lui distante come Oscar Wilde. L’epigrafe d’un capitolo del Costo della vita recita: «Una cosa di cui non si parla non è mai esistita».

Da diversi anni, e cioè almeno dal romanzo-inchiesta Le risorse umane (Feltrinelli, 2006), Ferracuti ha scelto di dedicare la sua scrittura a questo compito, civile e intellettuale insieme: quello, appunto, di ricordare, di testimoniare, di strappare dal silenzio e dall’invisibilità le storie dei più deboli (i migranti, gli operai, i lavoratori precari).

Il costo della vita è dunque un reportage o inchiesta narrativa che vuole far «esistere» la vicenda di tredici operai dei cantieri Mecnavi di Ravenna morti asfissiati nelle stive della nave «Elisabetta Montanari» il 13 marzo 1987, mentre eseguivano lavori di ripulitura. Il più giovane di loro, Marco Gaudenzi, aveva diciotto anni, mentre il più anziano, Vincenzo Padua, era alle soglie della pensione, e di anni ne aveva sessanta.

«Dovevo cercarli, trovarli tutti. I familiari, gli avvocati, i magistrati, la gente che lavorava al porto, i cronisti che avevano scritto e che erano lì quella mattina, i poliziotti, i carabinieri, l’armatore»: con questo monito rivolto alla pagina e a se stesso Ferracuti intraprende il suo viaggio e la sua ricerca, lasciando spesso la parola ai testimoni della tragedia e riuscendo a trasmettere ai lettori la loro dignità e umanità, quasi che ogni gesto inteso a ricordare delle vittime, come avvertiva Carmelo Bene dalla Torre degli Asinelli di Bologna nel 1981, sia anche un omaggio a chi resta e ha subito una perdita irrimediabile e ingiusta.

Sì, perché la morte dei tredici «picchettini» della Mecnavi fu tutto fuorché una fatalità: Ferracuti dipinge un ritratto impietoso dell’armatore Enzo Arienti, fiero oppositore del sindacato e vertice di un sistema di sfruttamento e caporalato che calpestava sistematicamente i diritti degli operai e le norme più elementari di sicurezza (Paolo Volponi, uno dei sicuri fari di Ferracuti, l’avrebbe forse definito una «mosca del capitale»). Facendo questo, però, Il costo della vita non ricostruisce solo tredici vicende individuali, ma porta alla luce le fondamenta di quello che poi sarebbe diventato il «modello della precarietà necessaria», triste e annichilente stigma della nostra contemporaneità.

Il racconto di Ferracuti parte da Ravenna, fulcro narrativo del libro, ma tocca anche molti altri luoghi: da Termoli (dove Arienti si rilanciò dopo il disastro) ad Alfonsine (paese in cui vive il figlio di Padua), dalle Marche (la Navigazione Montanari è di Fano) al ventre del Cairo, città di origine di Mohamed Mased, uno dei tredici picchettini morti asfissiati, di cui Ferracuti ricostruisce con attenta dedizione la fatale storia di emigrazione in Italia.

Nel suo viaggio l’autore interroga giornalisti, sindacalisti, fotografi, vigili del fuoco, e persino il novantasettenne cardinale Ersilio Tonini, che nel giorno del funerale scagliò una feroce omelia contro lo sfruttamento del lavoro e il culto del guadagno. Oltre ai sicuri modelli letterari (su tutti Volponi, Kapuscinski, Orwell), Ferracuti si è scelto anche illustri compagni di viaggio: il libro è infatti corredato da alcuni disegni di Mauro Cicarè e soprattutto dalle foto di Mario Dondero, altro grande reporter civile, che nel marzo 1987 documentò in presa diretta i giorni successivi alla tragedia e i funerali.

In un paese che dimentica persino il passato prossimo con una disinvoltura agghiacciante, il racconto-inchiesta di Ferracuti, in dialogo con altre opere simili come quelle recenti di Leogrande (Il naufragio, Feltrinelli, 2011) o di Di Stefano (La catastròfa, Sellerio, 2011), è un libro emozionante che tiene viva la memoria e ci racconta, con passione, una verità: due parole tabù, in questa Italia e in questo momento storico.

Angelo Ferracuti
Il costo della vita
Storia di una tragedia operaia
Einaudi (2013), pp. 212
€ 19,00

L’ombra del potere

da «Alfabeta», n. 69, febbraio 1985


Paolo Volponi

Pare che si debba giungere, oltre lo smarrimento morale e lo sgretolarsi della ragio­ne, a considerare che il terrorismo portatore di strage si realizza nella distruzione e nello scempio dei più semplici modi della vita e della so­cietà di uomini, intesi e presi come gente e massa prima ancora che come popolo. Ormai da circa ven­t’anni le culture civili, filosofiche, economiche non vengono più in­dagate e proposte con i metodi dell’analisi e del confronto, ma vengono affermate o deformate da un principio assunto fuori da ogni relazione e coerenza (culturale e scientifica) allo scopo di determi­nare la sopraffazione più che l’e­gemonia di alcune e al fine di di­struggere valori e misure di altre. Leggi tutto "L’ombra del potere"