Venezia 2017 / Due sulla strada. Di Trump

Roberto Silvestri

Nel 2009 lo scrittore di Detroit (Michigan) Michael Zadoorian ha pubblicato per William Morrow il suo secondo romanzo, The Leisure Seeker. Un viaggio di piacere e sfida on the road, da Washington Dc giù verso Key West (Florida) di una anziana e stravagante coppia borghese. John, fervente democratico, amato professore universitario di lettere in pensione, una vita spesa per risarcire dal dimenticatoio (?) Ernst Hemingway, è malato di alzheimer e alterna lucidità, humor e tenerezza ad amnesie preoccupanti e pericolose “incontinenze” di memoria.

Lei, Ella, che viene dal sud, da Savannah, e dunque è una ex fan di Reagan. Gravemente malata di cancro, parrucca in testa, deve rintuzzare ancora, dopo 45 anni di matrimonio, qualche gratificante scoppio di gelosia del marito che non manda giù la sua prima love story con un certo Dan.

Un bel giorno, mandando al diavolo i due figli adulti e i dottori che sorvegliano (e puniscono) troppo le loro vite, la coppia parte per una vacanza su un vecchio camper che John guida, nonostante tutto, con straordinaria perizia. “È magnifico chiacchierare con la gente, per questo mi piace viaggiare”, afferma Ella. Ma, con loro, ecco un fucile, simile a quello con il quale Hemingway a Cuba si tolse, “chissà perché”, la vita....

Paolo Virzì, alla sua prima avventura artistica in Usa, lavora su questo romanzo, che è stato un best seller in Italia, aggiornandolo al giorno d'oggi, perché nell'America di Trump di nuovamente “great” c'è solo più angoscia esistenziale e disperazione sociale. Il road movie come genere agrodolce nacque, riflettendo sui drammi della depressione e su I dimenticati di Preston Sturges, proprio in Italia (Il sorpasso) ma è diventato mitologico (e sempre tragico nell'esito) solo negli Usa (Easy Rider). Gli europei in America fanno solo road movie. Wenders. Sorrentino. E qui anche l'inglese Andrew Haigh di Lean on Pete. Nel road movie è il paesaggio che cerca di rubare la parte agli attori. E qui le varie film commission interessate (dalla Georgia alla Florida, dai parchi a tema sulla rivoluzione alla casa-museo di Hemingway) non si possono proprio lamentare. Anche se sono gli attori a vincere, alla fine.

Il film si avvale del fior fiore della creatività nazionale (Bigazzi-Quadri-Archibugi-Piccolo), più un contributo alla sceneggiatura di Stephen Amidon, e di un pre-acquisto internazionale della Sony, mentre poco comprensibile è chi ha imposto, in tanto ingegno, quell'orribile battuta (“musulmani fuori dal paese!”) urlata da John in crisi di identità quando è coinvolto in un meeting dei suprematisti bianchi del sud, e ne ripete gli slogan, neanche fosse l'agente Cooper. Neanche l'alzheimer di un produttore prepotente e amico intimo di Nethanyau potrebbe giustificarla. L'espressione in faccia a Sutherland, in vana ricerca di una controbattuta brillante e micidiale che non avrà mai, la dice lunga.

Anche perché i due attori meravigliosi di lingua inglese che interpretano John e Ella, appunto il canadese Donald Sutherland e la britannica Helen Mirren (che in Italia è ormai di casa), dovrebbero essere anime belle perfino quando sbandano, sragionano, litigano e rischiano la separazione e l'ospizio.

In realtà palleggiano le situazioni e le battute e perfino le aggressioni a mano armata e i poliziotti (dello stereotipo) con la padronanza di Busquets e Isco ieri, e sembrano impegnati in un duetto mozartiano da Così fan tutte, tanto sono intonati e accordati (insieme fecero 27 anni fa un interessante biopic su un mito maoista, il dottor Bethune), ma non possono riempire sempre di talento recitativo e gestuale un copione che esagera con le ripetizioni e con l'uso strumentale delle piccole parti di contorno che non trovano mai vita reale, ma sono solo “effetto di realtà” (le cameriere, le studentesse modello, i fuorilegge, lo stesso Dan, i vicini di camping, i ballerini del matrimonio, appartengono a un patrimonio di genere mal rivitalizzato: abbozzati, bozzettistici come si diceva). “Hamburger!” “hamburger!” implora John, quando è in crisi di astinenza, e si trasforma da raffinato letterario chissà perché nella macchietta stereotipata dell'americano tipo visto dall'europeo tipo che giudica tutto ciò che è ben organizzato per essere solo consumato non “Assisi Style” o “Vatican Style” ma “Disneyland” (chissà perché dotato di inferiori meriti spirituali). La cadenza binaria (forte, lento; azione, meditazione; giorno, notte; presente, memoria-le diapositive; corpi afflosciati, ballo...) è spiegabile perché per tutto il tempo Mirren teme che Sutherland sparisca o perda la testa per sempre. E noi, doppia suspense, che Mirren crolli da un momento all'altro. Mentre i figli fingono dolore e in realtà sono contenti. Hanno visto Vivere alla grande, anche remake, se non La vieille dame indigne, e adorano i vecchi arzili in libertà vigilata. E una elaborata ritmica di montaggio aiuta a rendere l'armonia sfasata, se non proprio allucinata, anche se la realtà (ovvero il reale disciplinato dall'immaginario) di questo rapporto buffo, commuovente, tragico, misterioso, gioioso, boccaccesco, falso, si riduce in buona sostanza alla glorificazione del matrimonio, adornato e impreziosito dalle solite questioni di corna, con finish consolatorio, solidificato nella nostra tradizione cinematografica più in Una romantica avventura di Mario Camerini che in Thelma e Louise. Un automatismo da cui i nostri cineasti fanno fatica a guarire. E non basta l'inno alla libertà finale. In fondo la libertà è sempre e solo libertà di opprimere gli altri. Come vediamo nei tg tutti i giorni. Volerli vedere tutti sottomessi. Affamati. In fuga. In vita e in morte. È sempre, per usare una immagine hemingwayana, la libertà del torero, mai del toro nell'arena.

La scena più bella del film è quella della “resa dei conti” tra John e Dan, con Dick Gregory che neanche se la ricorda Ella e li caccia via in malo modo, senza preoccuparsi di un fucile (scarico) che John, quasi imitando Jeanne Moreau di La sposa in nero, gli punta addosso. Dan è nero. Li tratta da black panther. Sembra Melvin Van Peebles. Una incongruenza geniale. Purtroppo l'attore african american famoso per aver interpretato Joe Louis: An American hero, è morto proprio pochi giorni fa.

Il plusvalore del Capitale Umano

Francesca Scotto Lavina

Una notte d’inverno un ciclista, Fabrizio Lupi, padre di famiglia e cameriere, è investito da un SUV e lasciato agonizzante sul ciglio di una statale brianzola. La sua morte è valutata dai periti assicurativi in euro 218.976,00 sulla base dell’aspettativa di vita, dei legami affettivi e delle potenzialità di guadagno, parametri che definiscono il capitale umano.

Questo il titolo dell’ultima pellicola di Paolo Virzì, liberamente ispirata al romanzo di Stephen Amidon. Fin dalle sue premesse il film sembra voler sovvertire la teoria economica di Becker, che considera inalienabile il capitale umano, in quanto ontologicamente pertinente all’individuo. La storia, che prende a pretesto una trama noir incentrata sulla morte di Fabrizio, descrive dei personaggi, che rappresentano unità archetipiche del capitale sociale di una regione, che, nell’accezione comune, è il cuore pulsante dell’economia italiana, ormai in totale dissesto.

Gli uomini sono dei padri, il cui nome impone una legge fondata sull’alienazione del capitale umano. Dino Ossola è un persona volgare, un’immobiliarista truffaldino; non si fa scrupolo di usare il rapporto della figlia Serena con Massimiliano Bernaschi, per entrare nel giro d’affari del padre di lui, Giovanni, che, invece, maschera la sua pochezza con un buon inglese, il lusso raffinato e i modi diplomatici. Lui, finanziere d’assalto, specula sulla bramosia dei pesci piccoli, come Ossola, per recuperare capitali da investire in operazioni al limite del lecito.

Le donne non hanno nerbo per opporsi alla svalutazione inesorabile dell’Io. Carla Bernaschi è un’attrice mancata, che vive apaticamente all’ombra del marito. Trova sollievo al proprio disagio esistenziale nella ristrutturazione del teatro acquistato per lei da Giovanni, in cui coinvolge Donato, un professore con velleità da scrittore. Questi, vede prima in lei la propria musa, per poi tacciarla di vigliaccheria, quando la donna pone fine alla loro relazione in concomitanza alla vendita del teatro, che sarà trasformato in blocchi di appartamenti. Roberta, che Dino sposa in seconde nozze, è una psicologa fragile e ingenua, che compensa con una gravidanza inattesa, la vacuità e la mancanza di interesse del marito.

Il dispositivo narrativo a episodi ripete la morte di Fabrizio e i lassi temporali che la precedono e la seguono. I punti di vista dei primi tre episodi, dedicati a Dino, Carla e Serena, convergono nell’ultimo, che risolve il mistero del crimine e la compravendita di capitale umano nella trattativa tra Carla e Dino. In galera andrà l’esecutore materiale del delitto, un’altra unità minima di quel capitale umano, che ha voluto possedere solo per una notte un bene, il SUV dei Bernaschi, che non avrebbe mai potuto permettersi diversamente. I ricchi, che della tratta di questo capitale umano hanno fatto la loro ricchezza, invece, possono reiterare l’ordinarietà della loro vite.

Sebbene alcuni particolari, come il bianco delle strade innevate, la cadenza, le abitudini sociali connotino il film, l’ambientazione brianzola trova un’intrinseca motivazione proprio nella sua funzione metonimica. Questa terra è la parte che sta per un deserto, dove le ville dei grandi industriali sono le oasi, in cui il soggetto dell’inconscio si estingue, quando, come sostiene Freud, il desiderio viene ripudiato a favore del godimento.

Tra le pieghe del testo affiora una crisi, che è morale, ancor prima che economica e che trova nel rituale sociale, che i personaggi perpetuano, la sua apoteosi. I pezzi, in cui la narrazione smembra le loro vite, sono quelli in cui è ridotto un paese come l’Italia, i cui abitanti sembrano agonizzare apaticamente nel malcostume e nella superficialità, come dimostra il reiterarsi della festa a casa Bernaschi, una volta che la vicenda di Fabrizio è stata archiviata in termini giuridici e monetari.

Il pensiero quasi inconsapevolmente va alla Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, che rappresenta un’Italia (anche alla notte degli Oscar), che si crogiola nella propria anima superficiale e malinconica, per non guardare quella torbida, perché la sua vista potrebbe essere troppo come dimostra lo svenimento del turista giapponese di fronte alla città eterna. Lo sguardo di Virzì, invece, scava quell’anima nera che il manto bianco della neve tenta di seppellire e congelare nell’hinterland milanese insieme al corpo di Fabrizio.

Solo per gli adolescenti la materialità degli oggetti e dei rapporti non costituisce il feticcio, che può sostituire il desiderio della loro autenticità. I figli, sofferenti e soli, sono le vere vittime della nemesi di una storia, del cui corso non sono responsabili, ma anche gli unici, secondo Virzì, a poterlo cambiare. Serena aiuta Massimiliano, che non riesce a superare la mancanza del suo amore e di quello dei suoi genitori; protegge e sostiene nel suo percorso di riabilitazione Luca, il ragazzo di cui è innamorata, depresso per la sua marginalità sociale; supera l’abbandono della madre, da anni in Romania con il suo nuovo compagno e il tradimento del padre, che vende a Carla la verità, che la figlia non vuole confessare, in cambio della somma necessaria al riscatto della loro casa, ipotecata all’insaputa dei familiari nel fondo di Bernaschi, che lo ha portato al fallimento.

Gli occhi grandi di Serena, quelli del ritratto fattole da Luca al loro primo incontro, in un centro dei servizi sociali, quelli con cui lo guarda e ci guarda nell’ultima scena del film, sono il plusvalore del capitale umano, quella parte dell’io ancora non alienabile e non negoziabile.