L’imperdibile occasione di fallire

Fabio Donalisio

Dicono i poeti che la situazione è difficile, se non disperata addirittura.

Si cominci pure da qui, dal suo inizio e forse fine e certo cerchio ad affrontare quello che, quatto quatto, per riduzioni progressive e programmatiche, prendendosi il lusso della povertà, si configura come uno di quei libri che, se non bastano (ma basta mai veramente un libro? Basta senza chi lo legge?), sicuramente aiutano a cambiare la vita. Ovvero le modalità di pensarla. Domanda quantomai futile chiedersi il verso del cambiamento. Molto meglio ricominciare, subito, a ripensare i confini dell’allarme che, se da una parte è immenso, tale da rimodulare i funzionamenti del cervello, dall’altra si può e si deve scontornare dai profluvi degli abusatori di parole.

Ma se la situazione fosse veramente disperata, se suona l’allarme, se non c’è più scampo allora saremmo costretti a fare in fretta, a prendere decisioni radicali per tentare di scampare alla disgrazia che sentiamo o vediamo arrivare. In qual caso verrebbe da sé l’urgenza di uscire dalla paralisi, la scelta di un pertugio di scampo, o almeno di un campo d’azione o terreno di lotta per resistere, se riteniamo che ci sia ancora qualcosa da difendere o qualcuno da salvare. Se c’è un minimo di tempo ci daremmo da fare per allestire un po’ di tattica, di strategia per ora non se ne parla. E forse ci verrebbe in mente lì per lì che non siamo i primi nei millenni a ritrovarci in condizioni simili, che di condizioni similari ce ne sono state a bizzeffe da quando c’è aria.

E, si noti, sono i poeti che lo dicono. Altre parole chiave, scegliendole solo dal titolo e da questo primo capoverso di un libretto tanto smilzo da essere per forza vero: arte, per l’intanto. A braccetto col fallimento, giusto per garantire che i più automatici riflessi illuministici della vostra mente siano, e di buona lena, spinti verso un salutare deragliamento. Poi (e, prego, li si lasci risuonare uno contro l’altro): disperata, scampo, fretta, radicali, disgrazia, pertugio, difendere, salvare, tattica, strategia, primi, similari, bizzeffe, aria. Un’arte della guerra in un paragrafo. Una guerra da perdere, irrevocabilmente.

Morelli, non nuovo anzi antico alla divagazione, ma forse nuovo a un modo di porla così secco e crudo, con l’arte – appunto – camuffa il suo solito e recrudescente vizio di maneggiare – con gioco e per gioco, sempre – la madornale verità. La realtà sotto le tempeste di reale. La complessità persa nei rivoli dolosi del complicato. E lo fa da par suo, fingendo di parlare di niente e proprio rischiando di dire tutto.

Alla nostra mente affaticata ed estenuata, o come diremmo noi inconsapevoli esperta, sempre più esperta, ogni giorno e ogni secondo e ogni secolo più esperta, una vita così da principiante appare immediatamente pericolosa, anzi spaventosa.

Quello che Morelli propone (mai impone, attenzione) è un facile e arduissimo (per la nostra mente esperta, sempre più esperta) rimedio contro la paura, un auspicio (etimologicamente) disperato a interrompere il discorso di morte in cui pare incagliato il pensiero dell’homo possidens. E, si badi che non è mica poco, un ingranaggio che non gira. Non ne sono rimasti molti, nella macchina mondo che prende forza ogni giorno tanto di più dal dirsi agonizzante, decadente, imperialmente putrefatta e moribonda. Punti in cui il meccanismo dei pacchetti linguistici si incricca e il pensiero se ne va a zonzo completamente spaesato. Come un principiante, appunto. Non fanciullesco, non regressivo. Non innocente. Ma ricettivo nei confronti di una cosa-uomo condannato a una cosa-pensiero a mollo in una cosa-mondo.

Se c’è dunque un punto a cui fissare un palo in questo libro (e nella benedetta terra) per poi girarci attorno fino al capogiro è dunque quello del disimparare, dell’infinito principiare, ben sapendo che non c’è nulla, a parte il saggio e inutile tempo della vita, che si possa finire.

Tutte le vite sono occasioni perse, forse si può ricominciare da qui.

Paolo Morelli
L’arte del fallimento
Sossella, 2014, 72 pp. con cd audio di 60’
€ 10

alfadomenica novembre #2

HEATH sulla SOVRADIAGNOSI - MELANDRI su FACHINELLI - COLUCCI e MORELLI su GADDA - CARBONE Semaforo - CAPATTI Ricetta

SOVRADIAGNOSI: QUANDO LE BUONE INTENZIONI INCONTRANO GLI INTERESSI COSTITUITI
Iona Heath

Sostenuti dalle reti degli imperativi finanziari e dai conflitti di interesse, la sovradiagnosi ed il sovratrattamento hanno pervaso la medicina contemporanea ad un livello preoccupante e sono oggi profondamente radicati nei sistemi sanitari in tutto il mondo. Essi hanno permeato ed inquinato l’industria farmaceutica e quella delle tecnologie mediche, gli organi normativi, la pratica clinica, i sistemi di pagamento, l’elaborazione delle linee guida ed i sistemi sanitari nazionali. Sono la causa di un quantitativo sorprendente di sprechi e di danni.
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L'ATTUALITÀ INATTUALE DI ELVIO FACHINELLI
Lea Melandri

Una delle ragioni dell’oblio che è caduto sulla figura di Elvio Fachinelli, nonostante le sue analisi sulla modificazione dei confini tra individuo e società, natura e cultura, inconscio e coscienza, siano oggi più attuali che negli anni ’70 e ’80, va cercata proprio nell’originalità di una ricerca che ha contrapposto fin dall’inizio “prospettive impensate” alla “tragica necessità del dualismo”. Convinto che l’“insubordinazione”, la “rottura pratica delle regole imposte” fosse “il cuore di ogni politica”, Fachinelli non poteva ignorare gli effetti rovinosi della dialettica che ha spinto gran parte della specie a ricorrere a dicotomie astratte e a mantenerle in vita una volta esaurito il loro valore simbolico.
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GADDA E I MODI ALTRUI
Dalila Colucci

Editi a un anno di distanza, nonché diversi per vocazione strutturale (miscellanea l’una, monografica l’altra), tali volumi possono pensarsi come un dittico, i cui apporti complementari ricostruiscono appunto lo spettro della caleidoscopica autodefinizione di Gadda per immagini e modi altrui, osservata attraverso la specola d’eccezione del Pasticciaccio. A partire da quest’ultimo, le pagine di Un meraviglioso ordegno e della Galleria interiore dell’ingegnere restituiscono un’esperienza estetica molteplice.
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GADDUS, IL GIGANTE
Paolo Morelli

Tutte le costanti stilistiche della duttilità, l’alternanza di registri, l’«oltranza linguistica» così come la «smania deformante» nonché la danza celebre e frenetica di bipolarità di soluzioni linguistiche, sono rilette da Giorgio Patrizi come spia accesa e fiammeggiante, anzi, dell’autentica necessità espressiva d’un «senso morale alto e risentito», quasi un titanismo morale si può dire.
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IL SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

CRISI - PARADISO - SCHIAVITÙ
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LA RICETTA di Alberto Capatti
Il panino: L’autore è Luigi Veronelli cui da fine gennaio 2015 sarà dedicata la mostra Camminare la terra nella Triennale di Milano.
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Gaddus, il gigante

Paolo Morelli

A volte si ha l’impressione che taluni interventi critici sui più grandi scrittori del secolo scorso serbino nell’intenzione la volontà segreta, come dire, di allontanare il problema. In specie quando elaborati col metro accademico, lasciano il sospetto che ci si affretti a consacrarne la grandezza come un’irriducibilità ai nostri parametri, quelli odierni voglio dire, o perlomeno evidenziare come tali dimensioni siano oggi impossibili, come se la letteratura avesse passivamente assorbito la rassegnazione e la presunzione d’un epoca debole che non sopporta più niente né ha bisogno di collegarsi ad alcuna tradizione.

Ecco, proprio nulla di tale mode d’emploi si trova in Gadda, di Giorgio Patrizi. Patrizi, che pure è ordinario di Letteratura italiana all’Università del Molise, sembra proprio sia rimasto impaniato nelle ossessioni dell’ingegnere, tanto da dover cedere parte della sua «sovranità di giudizio» a favore d’una minuziosa e misteriosa empatia che finisce per esaltare, invece di sminuirlo, il lavoro critico che osserviamo come lungo e costante. Il medium, il tramite lo si trova io credo nella «strettissima connessione di poetica ed etica» nell’opera dello scrittore, vale a dire nella maniacale riflessione critica sul suo fare che interessa tutte le sfaccettature della creazione o invenzione che sia, nella loro dimensione etica appunto e spirituale perfino, la maniera insomma in cui ogni singolo gesto di scrittura «gratta» o meno sull’esperienza reale del mondo. Tutte le costanti stilistiche della duttilità, l’alternanza di registri, l’«oltranza linguistica» così come la «smania deformante» nonché la danza celebre e frenetica di bipolarità di soluzioni linguistiche, sono rilette da Patrizi come spia accesa e fiammeggiante, anzi, dell’autentica necessità espressiva d’un «senso morale alto e risentito», quasi un titanismo morale si può dire.

E i temi ricorrenti nella scrittura del Gaddus, a partire da quello assai centrale del gran disordine nel sistema del mondo, quel dispendioso «gomitolo di concause» e ogni laboriosa fatica di ragioni espressive che portano alla mirabile serie di modalità di costruzione discorsiva, sono affrontati con «l’orgogliosa consapevolezza della precisione esecutiva» che sempre è riconducibile a una sorta di «risentimento etico», dove «l’acuto bisogno morale s’incastra con la passività e i ripensamenti dell’individuo». Allo stesso modo si produce la scelta comica, come tonalità che va più a fondo del tragico poiché necessariamente già lo contiene e prova a fornire perlomeno un’ipotetica risposta o via d’uscita, una comicità che d’altronde e bachtinianamente non ha mai del «carnevale da salotto», non si distanzia per dare arie all’ironia ma è implicata sempre, e drammaticamente in prima persona.

«Quando scriverò la poetica, dovrà, ognuno che si proponga intenderla, rifarsi dal leggere l’Etica; e anzi la Poetica sarà poco più che un capitolo dell’Etica», così Gadda nella Meditazione breve circa il dire e il fare. «È così che si definisce progressivamente l’entità insieme estetica ed etica del gesto creativo: il suo essere nel e per il mondo, invenzione, memoria, traccia del tempo, delle esistenze», chiosa Patrizi. Al centro del suo lavoro critico c’è l’idea che, al di là d’ogni risultato e possibile anzi probabile fallimento, lo scrittore ritenga suo imprescindibile dovere, nonché diritto, credere che se sposta o toglie una virgola ciò avrà ripercussioni sul mondo intero, anche e soprattutto perché sa bene quanto sia poco vero. Lì proprio infatti risiede la forza, ma lì è pure dove casca l’asino: se si insiste su quello che è ormai meno d’un luogo comune, la nevrosi come carburante nella prosa di Gadda e di tutto forse il Novecento, se se ne bolla la folle coerenza o mummifica nel comportamento da «moderno», si sappia bene che di politica culturale si tratta, datata nonché retriva. Se poi si finge di non sapere questo, si è già firmata la propria condanna e non ce se la può prendere con nessuno, nemmeno con l’industria culturale.

Giorgio Patrizi
Gadda
Salerno, 2014, 271 pp., € 14,00

La gamba del Felice

Paolo Morelli

Se vogliamo metterla come mai è stata messa, si potrebbe vedere l’epoca raccontata da Sergio Bianchi ne La gamba del Felice come l’ultimo esempio di telepatia mondiale. Nessuna indagine sugli anni Cinquanta e Sessanta vorrà mai spiegare come è stato possibile che praticamente in ogni anfratto del globo terracqueo, da un momento all’altro e senza nemmeno l’ombra dell’odierna presunzione connettiva, sia salita in parecchie persone una rabbia sorda e sprezzante, incosciente e inesperta.

Una rabbia sconsiderata o coraggiosa, si potrebbe dire col senno di adesso, oserei dire vitale se non fosse lemma ormai poco meno che osceno. Una rabbia in nessun modo preconfezionata, almeno all’inizio, e lo dico perché sono coetaneo dell’autore e tale impressione l’avevo già avuta alla prima uscita del romanzo (Sellerio, 2005). Mi pareva di leggere una storia simile alla mia, fatti salvi alcuni particolari tipo l’ambientazione o i soprannomi dei personaggi, e nemmeno di tutti.

Qui siamo al confine lombardo con la Svizzera, in un piccolo paese costruito su certezze consolidate nei millenni e la ricognizione procede per sguardi, glimpses, inesorabile. Le memorie sono esposte comunque alla fantasia, non fanno finta di non esserlo, e si comincia allora in medias res con l’arrivo della gamba artificiale del padre del protagonista salutata dall’intera comunità, per poi subito avvedersi della presa che aveva l’inquietudine in giro, perché «nessuno riusciva a stare fermo un momento».

Certo, era ancora il tempo in cui «non si buttava via niente» e le cose dovevano durare per avere dignità, le notizie arrivavano da lontano e il tanfo della guerra stazionava sui boschi. C’è l’industriosità, una soluzione per ogni gioco, si tocca tutto com’è naturale ai vivi, un universo dove ogni cosa ne sposta un’altra. Il protagonista cresce come può in un’epopea che appare quasi di giganti o almeno di ciò che ne resta, fucili e pistole che sparano all’aria, incendiari, cacce nel bosco e rospi fatti scoppiare per diletto. Quasi centrali, rituali culinari si concretizzano in vere e proprie ricette scodellate ad ogni pagina.

Gesti fatti senza sapere perché, presumendolo neppure, invece quasi rivendicandone l’inutilità mentre sale all’intorno la grande follia nuovista, la neo-teologia di cui ora vediamo i resti, la catena coatta delle esigenze. Il protagonista appare fin dall’inizio «un po’ particolare» come i suoi amici, e dopo un attimo di spaesamento reagisce come gli capita, le bande sfiorano il delinquenziale e si fermano un passo prima del pesante, ma nessuno potrà mai dire che in quella dispersione ci fosse altro che passione sconsiderata. È in questa seconda lettura che mi apparso più chiaro come l’efficacia narrativa del libro stia proprio nell’impersonalità epica, difatti mai dimentica la coralità dei ricordi, per quanto a volte il protagonista si ritrovi capobanda.

Molto discreto si insinua nella matassa collettiva con una lingua che fa il verso a un periodo di sinchisi e iperbati, a volte divertendosi ma sempre con un tatto che sfiora talvolta la compassione. Un bell’effetto parlato, ci voleva una lingua così per dare concretezza e restituire, quasi rivendicare la crudeltà dei gesti. Non potrebbe essere altrimenti, qualcosa veniva tolto al mondo e per sempre, l’unica costante sembra che pure stavolta hanno vinto i traditori. «Così senza che ce ne siamo resi conto ci hanno portato via il bosco e l’hanno distrutto tutto. Quando abbiamo capito cosa era successo ormai era troppo tardi».

La lettera toccante che chiude il libro apre la visione su cosa succederà, perché pare che la vicenda dell’infamia in questo paese si ripeta senza poter cambiare. «Quelli che perdono non parlano mai volentieri del loro passato», allora vuol dire che non abbiamo perso del tutto, ancora. Difatti, da informazioni in nostro possesso, sul desktop del narratore giace in fieri un nuovo capitolo.

Sergio Bianchi
La gamba del Felice
DeriveApprodi (2014), pp. 125
€ 12,00

 

Il pensiero de-furbizzato di Malerba

Paolo Morelli

Un pomeriggio, verso la fine del secolo scorso, Gianni Celati se n’era uscito con uno dei suoi famosi slogan: de-furbizziamo la letteratura! Voleva lanciare una campagna per liberare la letteratura dalla furbizia, secondo lui non c’è niente di meno gustoso, divertente, vitale, intelligente dell’annoso e sfiatato accumulo di trucchi presi di peso, e senza nemmeno rendersene conto, dalla prassi politica vigente.

Nel dibattito che ne era seguito (si chiamavano «agitazioni di pensiero»), ci era sembrato di individuare un pericoloso slittamento, la parola intelligenza era scivolata quasi del tutto fino a furbizia, vale a dire mettere in atto accorgimenti per procurarsi vantaggi personali, calcoli, macchinazioni, che con l’intelligenza non solo c’entrano poco, ma sono rivali naturali della forza, mentre l’intelligenza ha bisogno di vagare, di aprirsi perfino alla debacle. Qualcuno s’era spinto a considerare l’opportunità di proporre agli editori una fascetta con su scritto: libro de-furbizzato, come si legge de-nuclearizzato sulle targhe dei comuni.

Mi sono venute in mente quelle chiacchiere moderne leggendo già la prima delle Galline pensierose di Luigi Malerba: «Quando vennero a sapere che la terra è rotonda come una palla e gira velocissima nello spazio, le galline incominciarono a preoccuparsi e furono prese da forti capogiri. Andavano per i prati barcollando come se fossero ubriache e si tenevano in piedi reggendosi l’una all’altra. La più furba propose di andare a cercare un posto più tranquillo e possibilmente quadrato».

Il prezioso libretto era uscito nel 1980, poi in edizione accresciuta nel ’94 (la nuova contiene 9 inediti fino al numero di 151), e comunque quando l’intelligenza aveva diversa caratura, c’è poco da fare, più antica e passibile di fallimenti e fraintendimenti senza dubbio, anche se oggi vincono i negazionisti, i vessilliferi del posto simil-tranquillo e quadrato abbastanza. In queste che non si possono chiamare altro che storie (non favole, non apologhi), il grande parmense esegue ogni volta, direi manualmente, il gesto della conoscenza, quell’intenzione che rappresenta l’essenza stessa della coscienza che è sempre un tendere, esser tesa verso un oggetto. In quel momento però, è così abile da lasciare il testimone alle galline, «le bestie più stupide del mondo», ci pensano loro a dimostrare come la meccanica del pensiero coincida con l’azione del desiderio, l’arraffamento incessante, e sia una volontà sempre inefficace.

È vero certo che la paupertas dell’apologo o della fiaba esopiana presta le regole, ma impreziosita da un riso breve e subito ricomposto, laconico anch’esso. Le vicende, in cerca di straordinario, sono in realtà esemplari di brevità, enigmi di svelta ambiguità e soluzioni serenamente fulminanti che spesso tornano all’inizio, all’uovo. È la retorica dell’istante, del fulmineo ed effimero che sparisce per ricomporsi un po’ più in là, come un’ombra che s’allunga dal buio passato verso l’avvenire fatalmente incerto, esempio la gallina babilonese che zompetta sui mattoni di creta prima della cottura e tremila anni dopo gli archeologi «finalmente riuscirono a leggere quei segni e li tradussero nelle lingue moderne».
Abituato a incursioni nel mondo parallelo fiabesco e animale, seguace del metodo «lo scrivo così vedo che ne penso», Malerba non si scompone, in uno stato di gentlemen’s agreement lascia le galline razzolare, si limita a mettere in scena il «patrimonio culturale» del pollaio.

Constatazioni tremende come l’odio tra sostenitrici di alba o tramonto, salti di palo in frasca intorno alla parola tasso, logiche stringenti e mafiose, irrequietezze alla Bovary, fino alla diatriba con Baudelaire, il quale «aveva detto che la campagna è quel posto dove le galline vanno in giro crude. Una gallina disse allora che la città è quel posto dove i poeti vanno in giro cotti». E non poteva mancarne una, a nome Natalia, che vuol fare la scrittrice, non è capace, ma le basta scrivere «i suoi ricordi d’infanzia ed ebbe molto successo». C’è niente da fare, ogniqualvolta le galline si credono furbe il riso deve farsi amaro.

A guardar bene tra le penne che volano, c’è tutto l’armamentario fondante della filosofia, occidentale e orientale, anzi quella orientale fornisce il mezzo abile, l’espediente che libera chi assiste alle polverose giornate campali della conoscenza da una convinzione inconsapevole e basata su un bell’accumulo di niente, dalla maledizione di un ordine che c’è prima e presiede a tutto, dal quale ci dobbiamo liberare ad ogni costo, non per sostituirlo col contrario che lo legittimerebbe di nuovo, ma col niente, e quell’affanno vano e controproducente lo si chiama in vari modi, ad esempio lotta per la libertà personale. Le galline di Malerba sembrano dirci che c’è una specie di zona confusa, nella testa, che ci mette in contatto con le cose, come quando hai sotto gli occhi una parola scritta a mano che non si distingue, non si capisce, poi distogli lo sguardo, ce lo rimetti a caso e risulta chiarissima.

Ce n’è una, orvietana vedi un po’, che dopo un viaggio in Cina «si accorse che se camminava con le zampe sporche su un foglio di carta pulita, sapeva scrivere in cinese». Il volatile lascito delle galline di Malerba nel loro affannarsi è non solo che niente ha un senso fin dall’inizio, ma che ammetterlo sarebbe un vantaggio, dopo quello che viene viene e perfino qualche senso ce l’ha. Sempre con mano ferma però nel dimostrare che «se non ci fossero le parole non ci sarebbe nemmeno il mondo, comprese le galline». E alla fine viene da riaffacciarsi con gli editori: una fascetta, colorata o no, con su scritto: letteratura de-furbizzata. Non costerebbe niente, ormai.

Luigi Malerba
Le galline pensierose
«Compagnia Extra» Quodlibet, 2014, 87 pp.
€ 12,00

La confusione sotto il cielo

Paolo Morelli

“Non c’è peggior nemico degli eretici di un altro eretico”. È quanto chiosa Mauro Orletti alla sua Piccola storia delle eresie (Quodlibet, 154 pgg., 14 €), un racconto ‘ragionato’ e assai vivace del pensiero ereticale cristiano dal I secolo fino allo scisma tra chiesa d’Oriente e d’Occidente del 1054.

E di racconto infatti si tratta, come specificato fin dall’introduzione, vista la confusione delle verità storiche al riguardo promulgate e conservate, alle quali solo la ricostruzione narrativa può restituire dignità o necessità. Nell’introduzione è altresí svelato l’intento, anzi le prime righe citano Tolstoj dando a Dio quel che è di Dio, vale a dire che “ogni passo avanti verso l’intelligenza è stato fatto da eretici”, e l’obiettivo resta puntato sull’incantamento dell’idea di compiutezza e stabilità del pensiero cristiano fin dall’inizio e relativi comportamenti morali, mentre l’unica verità è che la confusione ha sempre regnato sovrana.

O, forse meglio che, come sempre e dappertutto, le presunte certezze sono arrivate a seguito di progressivi aggiustamenti che non hanno mai fine pena il rigor mortis, se hanno riguardato perfino l’individuazione del Purgatorio attorno al XIII secolo o i dubbi sul Limbo nelle dichiarazioni di Ratzinger di qualche anno fa.

Orletti, abruzzese di Chieti ma abitante a Bologna, già autore di due romanzi, Mi sento già molto inserito e Un uomo in movimento, ha fatto studi di giurisprudenza quindi di cavilli se ne intende, qui però limita e quasi nasconde l’erudizione al riguardo, appuntandola appena nelle note finali. Allo stesso modo la narrazione è lieve e la lettura delle vicende impertinente e maliziosa quanto basta. E non potrebbe esser altro, visto che la confusione sotto il cielo è sempre grande e ci si barcamena tra i miracoli della fantasia, chiedendo al lettore solo di cedere alla vaghezza.

Fraintendimenti, sprezzature, discordie soprattutto, la vasta gamma di follie e stranezze, rinnegati e litigi, scaravoltamenti continui, lotte e diatribe, storie di torture e vendette, omicidi e riabilitazioni, abiure e sconsiderati d’ogni tipo. E allora vediamo san Pietro che per sbugiardare Simon Mago fa morire il bimbo che quello ha appena resuscitato (per resuscitarlo lui dopo); bastian contrari come i Cainiti, acerrimi avversari del creatore e veneratori di quelli che gli si sono ribellati; fanatici ottimisti come i Montanisti, nonché adoratori di palloni gonfiati.

Vediamo i Basilidiani secondo cui c’è stato uno scambio e sulla croce c’è morto Simone Cireneo, vi sono angeli di 154 chilometri d’altezza e 22 di piede e la geniale Santa Quaternità, composta da Impronunciabile, Silenzio, Padre e Verità… Rituali folli come i feti pestati nel mortaio e mischiati a miele e spezie prima d’esser mangiati, lo stravagante elenco delle divinazioni più disparate (si interrogavano dal formaggio ai riccioli dei bimbi al vento), fino alla tenera cocciutagine degli Agnoeti, fieri partigiani dell’ignoranza. Mirabile l’efficacia della formula dei Retoriani, secondo cui l’uomo “pensa ciò che è naturalmente incline a pensare e dunque non sbaglia mai e ha sempre e comunque ragione”.

Difatti sembra di leggere del caos che c’è nella mente umana, comunque orientata. Gnostici che si affrettano alla salvezza per via di Conoscenza, solo che si va a tentoni e la strada mai è quella giusta, con esercizi che sono brandelli delle pratiche spirituali delle sette filosofiche antiche, prima la stoica, e magari delle vecchie scienze sciamaniche. Gente che perde la Trebisonda in senso quasi letterale. Storie di perdenti, di riluttanti, di eccentrici, strampalati, rifiuti totali, scombinati che si danno sulla voce come i nostri politici.

E ci si denuda parecchio in questo minimo haereticarum fabularum compendium, ci sono colossali bevute e orge, dèi a forma di asini, autoevirazioni, tuniche di ferro, digiuni, coprofagie, sputi salvifici e igiene scarsa. Detto così sembra un manicomio…

Il libro ci conduce attraverso drammatiche vie della fede, su sentieri sbagliati anche volontariamente, intuizioni, teorie interessanti o bislacche. Mille anni in preda a una furiosa pazzia, sempre tallonati dai padri della chiesa e dai concili arrancanti per un po’ di pace nei punti fermi ecumenici, nei dogmi inamovibili. È il loro ruolo del resto, quello di appuntare spilli al vento, in quanto godono dell’infallibilità dello Spirito Santo in persona. E alla fine si scopre che uno dei peggiori eretici della storia è ancora oggi assai venerato dagli ortodossi.

Un racconto sulla confusione in fin dei conti, e su quella convinzione basata su un bell’accumulo di niente, la maledizione di un ordine che c’è prima e presiede a tutto, del quale hanno profittato e profittano le ortodossie d’ogni genere e specie. Nonché la dimostrazione appartata di quanto fosse ricco l’albero della prosa, prima che ne avvelenassero le radici con il diktat, l’ortodossia feroce della drammatizzazione del Reale, l’idolo di turno.