Il grande masticatore

Massimiliano Manganelli

«L’onnivoro digiuno non è un libro […]. L’onnivoro digiuno è quello che vi capita pensare sia. Tre lustri di testi, alcuni molto rimuginati, un laborlimae estenuante, materiale che da anni viene ingerito, premasticato, ingurgitato, rimasticato, maldigerito, rigettato». Sta in queste parole, che compaiono nella Carta d’apparati, ossia la nota d’autore che sta in fondo al libro, il senso del nuovo libro – o comunque lo si voglia definire – di Paolo Gentiluomo. Un libro corposo e corporeo insieme. Corposo perché dopo anni Gentiluomo torna con un testo pienamente compiuto, nel quale raccoglie e «rimastica», appunto, numerosi testi sparsi nel corso degli anni spesso destinati, come accade alla sua poesia, all’esecuzione in pubblico.

Ma soprattutto corporeo, giacché la scrittura procede nella consueta identificazione di cibo e linguaggio (sin dagli esordi uno dei tratti distintivi della poesia di Gentiluomo), per cui il secondo termine può essere trattato come il primo, in un meccanismo – onnivoro, come dice il titolo stesso – di fagocitazione continua e successiva rimasticazione. Protagonista indiscusso dell’opera è il corpo, interpretato soprattutto nella sua dimensione bassa e pulsionale, ma comunque non separabile dalla dimensione linguistica. Si legga in tal senso quel testo gustosissimo che è Per tali trangugi transitando (il primo che mangiò), nel quale sono prese alla lettera alcune espressioni idiomatiche come «mangiarsi le parole», «mangiarsi le mani» o «mangiare preti».

Oltre a questa, tutt’altro che secondaria, è possibile rinvenire nel libro altre costanti della scrittura di Gentiluomo, per esempio una teatralità esibita o comunque tenacemente allusa, tanto nella lingua quanto nella stessa articolazione del testo; teatralità che ben si addice, ovviamente, a un poeta eminentemente comico com’è e rimane, per fortuna, Gentiluomo.

Nondimeno, se la dimensione giocosa, e irriverente fino alla blasfemia (si veda il lungo testo che chiude il volume, Ogni abuso sarà punito, nel quale sono convocati sulla scena e sbeffeggiati ben due papi, il «pastore polacco» e «l’altro tedesco»), resta fortemente attiva rispetto al passato, per esempio rispetto a Catalogo – libro che rappresentò una sorta di landmark degli anni Novanta – la lingua, benché ancora articolatissima, si fa qui appena meno ritorta, meno involuta, meno incline ad assumere quella patina finto-antica propria del primo Gentiluomo. Di quella stagione restano tracce evidenti, come si evince da questo piccolo campione, quasi un esercizio di straordinaria abilità: «se si separano in tmesi siamesi versi / ne lo imbuto mezzo si riparano rime / si rattoppa et allittera e paronomasia / in palinsesto di paragrammi a grumi / e tutto s’omoteleuta retorico cocorito». Si tratta di una lingua indubbiamente molto ricca, tutta giocata soprattutto sull’accumulazione, la stratificazione e il rovesciamento parodico, tuttavia lievemente più temperata e tendente a una costruzione lineare (la ricerca si fa meno attenta all’elemento intraverbale).

Lo si deve forse al vero fattore di novità contenuto in L’onnivoro digiuno, vale a dire la decisiva presenza della prosa. Certo, il demone della prosa non fa qui la sua prima apparizione, tuttavia in questo libro assume un ruolo pressoché invasivo, finisce per informare di sé una parte considerevole del libro; nella Carta d’apparati citata all’inizio compare addirittura la parola «romanzo» (ancorché «claustrofobico» e redatto in versi) a proposito della Fossa d’ispezione, «racconto maldigerito» (e un romanzo in effetti, il notevole Lo smaltimento, nel frattempo Gentiluomo l’ha pubblicato: presso Round Robin nel 2010). Pertanto quella pulsione narrativa già presente in precedenza – anche nella visione del poeta quale saltimbanco che si esibisce sulla pubblica piazza – qua si fa più viva, operando soprattutto per via paratattica: «non procedere per narrazione, ma per accumulazione di storia». Di qui, per esempio, l’insistere su una articolazione del testo per capitoli e lasse, scaturita proprio dall’incontro/scontro tra verso e prosa, nel quale i due dati si influenzano a vicenda. Al lettore, dunque, non resta che augurare buona indigestione.

Paolo Gentiluomo
L’onnivoro digiuno
Oèdipus, 2014, 128 pp.
€ 14,00

alfadomenica marzo #5

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Promenade & Weltanschauung

Paolo Gentiluomo

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e magari fosse stato quel giorno davvero
che insieme e altrove le lingue si fusero
di Karl Popper e Moana Pozzi e m’alleo con loro
che in orofaringeo consenso così ben defunsero
prendendo sul serio misure di mondo bara e bocca
magari quel giorno la mia lingua barocca fosse cessata
arsa o lessa pur cremata in defunzione a chi tocca tocca
invece pur persistendo in punta fragranza di memoria
la ritoccata conoscenza m’è rimasta incastrata al palo
ingolfata subissata stracolmata prostrata scarnata
da formicolanti informazioni conformi e deformi
come se non avesse saputo nulla se non negando sempre
e non sapesse nulla di poi se non l’informasse lo stesso poi
che è il dopo di sempre e allora mi sembra di aver dato aria
alla stanza viziata attraverso un buco di serratura mi sembra
che potenza di corpo e bocca e mani mi sia andata per traverso
–grazie Karl, grazie Moana per averci provato

dal poemetto Il mio cuore è il tuo porcile in L’onnivoro digiuno (oèdipus, 2014)