Almanacchi felliniani

Paolo Fabbri

"Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi? (Giacomo Leopardi). “Mi fa spavento il cinema” scriveva Zanzotto in una poesia, tra le più belle che ha dedicato a Fellini. Finiva però per riconoscere che il cinema “era lui la poesia, un’altra”. Per mantenere un po’ del timore che incute il parlare di cinema ed evitare ripensamenti poetici, vanno lette le oltre 50 pagine dellOmaggio a Federico Fellini in Micromega 9/2014. Questo Almanacco del Cinema, oltre alla sezione felliniana, chiamata iceberg4, conta un centinaio di pagine di interviste ad autori di varia qualità e tavole rotonde.

Sappiamo dall’ultimo libro di Eco che: “L’intervista con l’autore è pacificante, perché nessun autore parla male del suo libro, quindi il nostro lettore non viene esposto a stroncature astiose e troppo superciliose. Poi dipende dalle domande”. Infatti in tempi di crisi critica, l’intervista, sequenza cumulativa di forme brevi, dilaga. La vecchia critica mordeva talvolta prima di mettere i denti, ma non era cieca dalla nascita; lo è diventata però senza molta fatica. Gli intervistatori, soprattutto nell’arte contemporanea, hanno orrore di quei puristi che si tolgono le parole di bocca e le depongono sui bilancini, quelli che si fermano davanti ai superlativi e fanno una pausa. Meglio mettersi i paraorecchi e non dir nulla di un autore, se non con parole sue”. Cioè quelle che lui pensa gli facciano gioco in quel momento.

1.
Il Fellini micromegalico espone il titolo: Il cinema e le donne. È articolato, per così dire, in un’intervista con J. Gili, registrata nel 1984, quando Fellini non aveva ancora girato Ginger e Fred, Intervista, e La voce della luna. Nel distributore automatico delle interviste felliniane non è davvero la più significativa, se confrontata con quelle di Grazzini, Kezic, Costantini, Rita Cirio, Bondanella, J. L. de Villalonga, ecc., o quella che Fellini concesse a se stesso, Fare un Film. Segue un’intervista di Paolo Sorrentino con Gianni Canova, un saggetto di quest’ultimo: Fellini politico e un esteso gossip di Gianfranco Angelucci, Fellini proibito, condito da 16 disegni felliniani, già pubblicati in carta, in e-book, in rete, ecc., riconoscibili per la deformazione onirica, grottesca e felicemente sguaiata, ma non certo “comparabili a Kokoschka” (sic).

L’ultimo contributo che (mal)tratta il tema delle donne di Fellini, non ha nulla a che vedere con la meravigliosa folla di figure femminili sognate nel suo cinema; cantate da Zanzotto e alcune della quali, come la Brunelda – Saraghina di Intervista, provengono da America di Kafka. Il saggio, se così si può dire, elenca con nomi e talvolta cognomi, alcuni imbarazzanti affari di letto di Fellini, con dettagli appropriati a giornali per soli uomini. Anche l’antica critica stilava la lista delle amanti del Foscolo. Il brogliaccio di Angelucci si segnala però per uno stile, inabituale in Micromega, fitto d’impagabili stilemi di purissimo trash: “fata del desiderio”, “maliarda fatalità”, “avvenente sammarinese”, procace australiana”, “vikinga fragrante di Romagna”, “focosa amante”, “semidea inarrivabile” che “irradia luce magnetica” (Anita Ekberg), “segretaria di erezione”, “ laureata alla sorconne”,”Tersicore vellutata di ironia”, “francese dalle torbide simulazioni”, sempre con “seni traboccanti mesmerici”, “forme poderose, “sfidanti prominenze da virago”, “curvilinei morbidi allettamenti”, “chiappone gloriose”. Ogni “conquista” è sempre “alta e ben piazzata, atletica e in perfetta forma”, e solo talvolta “flessuosa, amorevole”.

Un contributo al manualetto idiomatico dell’infimo ciarpame linguistico, ancora da scrivere poiché l’autore intendeva “evitare vanterie di cattivo gusto”. Solo accennata infatti è la “estroversione delle ninfe latine” “dotate di richiami ancestrali” poiché vogliono figli e via scadendo. Angelucci è stato aiuto regista di quel Fellini e forse si vendica presentandolo come un libertino del nulla, ma on n’est jamais un genie pour sa femme de chambre. Il lettore pruriginoso - che ignora i salaci scambi epistolari tra l’autore di Otto e mezzo e Simenon - potrà conoscere le cilindrate automobilistiche delle amanti del regista riminese e altri ghiotti dettagli: “non sapeva baciare. Lo faceva a labbra strette, come avrebbe fatto Andreotti”. Avrà inoltre diritto a osservazioni più politiche sull’ostilità a Berlusconi e alle frequentazioni craxiane di Sandra Milo.

2.
Fortunatamente quest’ultimo tema viene affrontato da Gianni Canova, dopo un’intervista con Paolo Sorrentino - premio della (sciaguratamente soppressa) Fondazione Fellini nel 2011 e poi Oscar nel 2013. Conversazione interessante per la resistenza che Sorrentino oppone alle domande. “Il vero scandalo di Fellini è il Nichilismo?” E il regista: Lì dove c’è l’ironia, Fellini riesce anche a costruire il senso”. L’intervistatore: Torniamo al nichilismo, Gep alla fine si salva (nella Grande Bellezza), (nella Dolce vita) Marcello no…”. E Sorrentino: “È sicuro che Marcello non si salvi?”. Più attinente alla problematica dell’intervista: alla domanda sull’evidente influenza di Fellini sulla Grande bellezza, il regista risponde: “Io non volevo citare Fellini”. E aggiunge alcune, non richieste, ma lucide osservazioni sul feticismo realistico e l’invenzione del reale: “Fellini arrivava a intuire la verità inventando tutto”. Giusto: oggettivo e soggettivo diventano indiscernibili, la realtà passa nell’immaginario, l’immaginario nello spettacolo.

3.
Il tema assegnato a Canova era il discutibile proposito che “Fellini faceva politica (…) che è proprio quello che si chiede all’arte”. Il professore lo affronta con gli strumenti della critica epitetica. “La carica dinamitarda”, “il sorriso sarcastico, “il sangue romagnolo”. “Fellini tuona e ringhia”, “si scaglia contro gli effetti devastanti ”, “si scaglia contro il confuso tentativo”, “la mattanza culturale”, laddove “il candore non abita più lì”. In conclusione “Fellini è un Ufo: solca i cieli del cinema come un oggetto volante non identificato, come un masso erratico” (un’immagine magrittiana!). Va apprezzato l’impegno con cui Canova accumula un entusiasmo che riserva forse per occasioni migliori. Ci sembra però eccessivo il dispendio retorico per mantenersi alla superfice del problema, se finisce per assicurarci che Fellini “si libera dei lacci del conformismo, molla gli ormeggi, e vola alto nei cieli dell'immaginazione e della libertà”. Nel mondo intero Fellini è conosciuto proprio con questa definizione, che corrisponde al riduttivo santino a cui, per Canova, sarebbe sfuggito.

Quanto alla politica, il cinema veggente di Fellini non è d’azione. Anche la sua opposizione alla cultura beghina della Democrazia Cristiana ne Le Tentazioni del dott. Antonio è reinventata e sognata. L’episodio era ispirato al famoso “caso del prendisole” in cui il bigottissimo Oscar L. Scalfaro - ministro DC della Pubblica Istruzione nel 1972, poi presidente della Repubblica, - schiaffeggiò (pare) una signora scollata in un caldo caffè estivo. Ricordi di rifiuto, com’è il caso dell’adolescenza littoria che servono a Fellini per liberarsi, e a liberarci, dal provincialismo fascista col suo contenuto “fanatico, provinciale, infantile, goffo, sgangherato e umiliante”(FF).

Anche Prova d’orchestra, allegoria sospesa, è leggibile, più che sul piano politico, come un’allegoria musicale al mestiere di regista (Ricordate i propositi del suonatore di oboe sull’audizione colorata che Fellini si attribuiva?!), L’impegno pubblico, ripete Canova, non era davvero una sua caratteristica, ma non è sempre mancato: come la petizione che Fellini firmò nel ’61 - con Antonioni, Strehler, Vittorini, Moravia , Sanguineti e Olivetti - per la liberazione del pittore J. J. Lebel e il dissequestro del Grand tableau antifasciste, firmato anche da Baj, Crippa, Dova, Errò e Recalcati, accusati di pornografia e anarchismo. Certo “Fellini era contro”, ma meglio sarà, in futuro, approfondire il peso politico del suo cinema giovandosi di riferimenti meno paesani del citato libro di A. Minuz.

Oltre all’episodio antiberlusconiano, ripetuto anche nel brogliaccio di Angelucci, andava ricordato non solo per l’”antagonismo ontologico” alla televisione e alla sua incultura, ma anche per non averne compreso il ruolo (non era il solo!). D’altra parte anche l’ambiente del cinema di Toby Dummit con la sua satira del mondo cattolico e le citazioni di Roland Barthes, era, come la televisione di Ginger e Fred, “un circo funebre, un music hall psichedelico”(FF). Infine, andrebbe ripensato il fascino ambivalente, seduttore e diabolico, per lo schermo-manifesto pubblicitario, da Boccaccio ‘70 alla Voce della luna.

Come risponde, in un’intervista televisiva, il protagonista di Toby Dummit: “Non credo in dio, ma nel diavolo si”. E il diavolo, cattolico o protestante, è sempre una donna, contro cui l’uomo brandisce invano la lancia di S. Giorgio (Le Tentazioni del dott. Antonio) o la scocca della Ferrari (Tre passi nel delirio). Un don Chisciotte sempre sconfitto. Scrive Zanzotto nei suoi Versi in onore di Federico: “ciak!” – Federico -, è il tuo circo che erutta e deflagra con gusto/ vi piroetta e saetta la festa che maschere appioppa o strappa”. No, non mi bisognava questo almanacco.

Il genocida di Beethoven

Paolo Fabbri

Il teatro d’opera barocco, quella sì che era società dello spettacolo! La vetta fu raggiunta quando venne allestito in scena l’esterno del teatro. È quanto è accaduto alla conclusione della prima scaligera del Fidelio: sul palcoscenico, secondini redenti ed operai felici e all’esterno contestatori “proletari” e poliziotti: tutti col casco, tutti in movimento e tutti confusi tra i fumogeni.

Tutti insieme - oltre i pervestiti della sala e del foyer – per quello che lo strepito dei media ha decretato “il più importante allestimento del mondo”. E tutti contro la dispotica violenza, il severo tiranno, il crudele nemico della libertà, l’empio che opprime l’innocenza, con la sua malvagità, la criminale voluttà, l’infame dal cuore di tigre tutto rabbia e furore, l’assassino che invoca inferno e morte contro la rettitudine, la giustizia, amore e coraggio che lottano per la verità. Insomma Don Pizarro, il governatore della prigione, un baritono portatore di un nome tutt’altro che innocente. Ce lo dimostra in tutti i suoi cupi risvolti, un libro di 912 pagine – 1400 nel progetto originale - di Enrique Ballòn Aguirre, El Pizarro de Beethoven. Alegorìa artìstica de un emblema historico peruano, appena uscito da Epojé, Lima, 2014. Un’analisi monumentale del mito del conquistador del Perù, Francisco Pizarro, la cui spietata annessione alla corona di Spagna si concluse con un genocidio: la morte a fil di spada e di malattia, di 10 milioni degli antichi abitatori delle terre Inca.

L’autore, professore emerito all’università di Arizona (USA) è semiologo della cultura e linguista. Membro del comitato scientifico dell’Institut Ferdinand de Saussure, ha studiato le lingue andine – quechua e aymara – le loro tradizioni popolari e l’etnotassonomia - la sterminata terminologia con cui vengono etichettate le migliaia di papas, le patate andine. Ma i suoi interessi di poetologia lo hanno condotto allo studio del grandissimo poeta peruviano César Vallejo e della messicana Juana Inés de la Cruz, prediletta da Octavio Paz. Il libro sul “cattivo” del Fidelio ricostruisce puntigliosamente il percorso culturale con cui il Pizarro “storico” diventa nell’opera di Beethoven l’eponino del tiranno senza dio e senza legge, un “satrapo” e un dittatore. Da Montaigne attraverso Voltaire e Rousseau, gli intellettuali francesi creano la leggenda nera del fondatore del vicereame del Perù di cui ascoltiamo gli echi musicali in opere storico-allegoriche come Les Indes galantes di JeanPhilippe Rameau e il Montezuma di Antonio Vivaldi.

Una tradizione tenace che perviene al librettista Jean Nicholas Bouilly, il quale trae il suo Léonore ou l’amour conjugale: Fait historique, da un evento del Terrore giacobino e lo ambienta in una prigione spagnola nei pressi di Siviglia. Un testo che Beethoven – buon conoscitore del francese - riscrive in una nuova assiologia e ideologia, assumendo una responsabilità etica ed allegorica. Il perfido carceriere è appunto Pizarro, che da attore di un intrigo domestico diventa un’allegoria artistica del Tiranno. Penso ai cento prigionieri del buio carcere e alla loro invocazione di libertà, alla violenza dell’orchestra nell’aria di Pizarro nel primo atto e al recitativo che comincia con parole di orrore rivolte a lui.

La ricerca minuziosa di Ballòn Aguirre è guidata dal vigoroso movente politico che è iscritto nell’opera lirica di Beethoven. La storiografia nazionale e internazionale continua infatti a presentare il “genocida” Pizarro come un emblema patrio del Perù. Con acribia ermeneutica, il semiologo peruviano elenca gli epiteti – “biografemi” e “mitografemi” - che costruiscono questo stereotipo, consolidato come verità storica. Ad onta dell’etimologia, gli aggettivi sono tutt’altro che accidentali: costruiscono l’icona ortodossa di un condottiero coraggioso, nobile, fermo, tenace, dotato di destrezza di mano e sagacia amministrativa ecc.

Contro gli effetti monumentali di questa leggenda dorata, il Fidelio, con la sua intensità libertaria, restituisce Pizarro alla sua vera natura e ne destina il carattere ad imprevedibili sviluppi futuri. Un “allegorema”. Come la tra(s)duzione del Doppio sogno (Traumnovelle, 1925) di A. Schnitzler operata da S. Kubrich, Eyes Wide Shut, 1999. Il protagonista – in difficoltà matrimoniali - deve pronunciare, su consiglio di un pianista bendato, la parola d’ordine “Fidelio”: potrà allora penetrare mascherato un luogo di sesso e di violenza dominato da un ambiguo autocratico personaggio.

Le molte pagine del libro tentano di riscrivere quelle bianche dell’oblio, ma è difficile, in un mondo globalizzato, calcolare l’eco delle proprie parole. Proviamo. Baillòn Aguirre ci ricorda che il Fidelio, pur conosciuto e rappresentato in America Latina, non è mai stato eseguito a Lima. Dalla buca del suggeritore una soffiata al futuro regista: anziché ambientare l’opera in Bastiglie, campi nazisti di concentramento, Guantanamo, fabbriche d’Oltrecortina, e altri luoghi piranesiani, che Don Pizarro possa cantare il suo odio e la sua sconfitta tra le sue antiche ma non dimenticate vittime, i popoli delle Ande.

Semaforo

Maria Teresa Carbone

Bricolage
Contro lo scetticismo dogmatico dell’expertise il proverbio realizzato, incessante bricoleur, dispone d’una panoplia di ragionamenti e di una flessibilità ermeneutica senza fiat metodologici; una deflazione iconoclasta rispetto alle pretese idealizzate degli accadimenti naturali e morali. Per questo Shapin, storico delle scienze, ha additato il formarsi nelle discipline tecniche e formalizzate di enunciati idiomatici che non si riscontrano nei manuali canonici: “Anche le pratiche apprese nell’attualità del presente hanno i loro proverbi e i loro generi brevi mnemonicamente robusti.” (Shapin).
Paolo Fabbri, Ricordatevi del proverbio!, postfazione a Alessandro Falassi, Col tempo e con la paglia e altri proverbi toscani commentati, Betti 2014, pp. 245-46

Istruzione
Il diritto all’istruzione è un prerequisito e, ad un tempo, un effetto dello sviluppo e del benessere di un Paese, nonché un elemento fondamentale per il pieno godimento di altri diritti. I diritti civili, politici, economici e sociali, infatti, non possono essere pienamente espressi senza un livello minimo di istruzione. (…) Nei fatti, tuttavia, lo Stato italiano non ha sempre sostenuto economicamente in modo adeguato gli studenti e l’istruzione in generale. La spesa per studente nella scuola primaria e secondaria, tra il 1995 e il 2010, è rimasta sostanzialmente invariata, registrando un aumento solo dello 0,5% (contro il 62% della media OCSE). L’Italia nel 2010 ha investito solo il 4,5% del PIL, rispetto al 5,7% medio degli altri membri dell’OCSE.
Caterina Mazza, “Istruzione e mobilità sociale” in L’articolo 3. Primo Rapporto sullo stato dei diritti in Italia a cura di Stefano Anastasia, Valentina Calderone, Lorenzo Fanoli, prefazione di Luigi Manconi, Ediesse, pp. 197-98. (Oggi alle 18 presso il Salone dell'editoria sociale a Roma una conversazione sui temi del libro)

Lezione
Le esecuzioni hanno sempre attratto persone di tutti gli ambienti sociali: uomini, donne e bambini; ricchi e poveri, accademici e analfabeti. Le risposte individuali possono differire – alcuni rideranno e sogghigneranno, altri prenderanno accuratamente appunti, altri ancora sverranno o vomiteranno o piangeranno – e entro certi limiti queste reazioni sono determinate culturalmente, ma la lezione della storia è che in quanto umani, siamo in grado di assistere a decapitazioni e ad altre forme di esecuzioni capitali e, inoltre di apprezzarle come pubblici avvenimenti popolari.
Frances Larson, Severed: A History of Heads Lost and Heads Found, Liveright 2014

Ossigeno
Recuperare una fabbrica per costruire un assetto di società futura con i suoi organismi istituzionali le sue priorità le scelte economiche di fondo è una strada lunga da compiere. Non esistono scorciatoie propagandistiche ma solo la lenta impazienza di un lavoro molecolare che possa però farsi esperienza esemplare e in questo modo illuminare il cammino. Recuperare una fabbrica può essere così una intuizione concreta che rischiara un progetto producendo ossigeno per una battaglia politica nel vivo del movimento reale. Una fabbrica autogestita si può mettere in rete coordinamento assemblea con il territorio circostante con altre fabbriche recuperate con le esperienze diverse di mutuo soccorso per arare il terreno della solidarietà di classe e gettare i semi di una sfida politica all'esistente.
Thomas Müntzer, La bussola dell'autogestione, prefazione a Andrés Ruggeri, Le fabbriche recuperate. Dalla Zanon alla RiMaFlow un'esperienza concreta contro la crisi, Alegre 2014, p. 13

Parole di naufrago

Paolo Fabbri

C’è poco da stare allegri con i naufragi. Sarebbe d’accordo anche Ungaretti che cambiò in Allegria (1931) il titolo Allegria di naufragi (1919). Naufragare è dolce per coloro che stan seduti in campagna dietro una siepe ed è persino sublime, se visto a debita distanza, dietro lo schermo protettivo dei media.

I disastri annunciati delle tragiche carrette del Mediterreneo sono offerti agli occhi e all’audio dei più; una sofferenza replicata nei talk show del teatro politico. Lo spettacolo del dolore altrui permette d’esporre la topica consolidata dell’indignazione e della denuncia, delle emozioni e del sentimentalismo. Materiale per Lingualesta, quelli che non dicono mai cose su cui abbiano riflettuto, perché le dicono prima. Grazie agli Opinionisti, per le vittime naufragate, specie se innocenti, abbiamo uno schermo al posto del cuore – dove non mancano croci e mezzalune - secondo il genere e la durata di articoli, blog e trasmissioni. Titoli e sottotitoli sono intercambiabili. Che la bussola del prossimo barcone vada poi alla ventura: toccherà ad altri – l’Italia? l’Europa? - decidere chi va e chi resta.

C’è chi ritiene invece che la breve, se pur giustificata, commozione non basta e che rappresentare il naufrago come vittima induce la passività e ne riduce l’interesse. (Non abbiamo niente da imparare da lui? Di dove viene e, se sopravvive, dove andrà a parare?). Tra questi recalcitranti c’è Hervé Le Bras per cui la demografia è una branca della storia sociale (Mathematical Demography, Springer, 2013) e che da tempo lavora sui fenomeni migratori e il loro significato (v. L’immigration positive, con Jak Lang, 2006). Il suo saggio L’invention de l’immigré, da poco apparso alle Editions de l’Aube, ci avverte: l’immagine telegenica dell’immigrante sperduto e sconvolto, appena scampato al naufragio davanti a Lampedusa o Algesiras, non ci deve illudere.

“Questi rifugiati rappresentano meno di 50.000 persone all’anno mentre, nello stesso lasso di tempo, 2 milioni e seicentomila stranieri ottengono una carta di soggiorno nell’Unione Europea”. Abbastanza per far parlare di “invasione”? Per far paralleli con l’invasione barbarica alla fine dell’impero romano? Per Le Bras è necessario capire com’è cambiato il migrante – che non è più il contadino povero con famiglia numerosa in cerca di sopravvivenza, ma qualcuno di più singolo e istruito, che nutre un progetto di vita. E non intende soltanto scambiare il velo islamico con un foulard di Hermès!

Davanti al travaso di popolazioni il demografo suggerisce il modello dei vasi comunicanti, legge liquida che governa i flussi dei popoli a tassi variabili di fecondità. L’Europa declinante esportava ieri una popolazione eccedente, oggi sono altri paesi a farlo. Le Bras segue poi la formazione dei dispositivi di accoglienza e/o rifiuto di questa mobilità, nata da pressioni economiche e trasformazioni culturali, che determina le frontiere e decostruisce ogni ben congegnata “architettura dei popoli”. La costruzione sociale dello straniero nell’ esperienza francese è calcolata con esattezza e concisione, dalla metà dell’Ottocento ad oggi.

Il sottotitolo: Il suolo e il sangue invita al confronto sui parametri dell’immaginario nazionale e del passato coloniale – dall’emigrazione alla colonizzazione - che l’Italia occulta goffamente. (Perché no, direte? “l’oblio e l’errore sono fattori essenziali nella creazione d’una nazione”, Renan). Riferimenti all’Italia non ne mancano: il discorso romano dell’Ascensione di Benito Mussolini (26.5.1927) sulla nazione come incrocio di razza e massa umana riproduttrice; l’installazione tra il 1925 e il 1926 di 45.000 italiani nelle terre del centro della Francia, incolte per bassa fertilità della popolazione; l’Opera Bonami con cui il fascismo, raggruppava gli immigrati italiani in Francia.

Le Bras è diverso dai Parlavuoto, che sanno bene con chi parlare: scelgono solo persone che non sanno di che cosa si sta parlando. E non lascia l’eloquio alle cifre. Sa che è anche questione di nomi: “l’immigrazione è il nome della razza nelle nazioni in crisi dell’era postcoloniale”. Soppesa quindi i termini con cui definiamo il divenire degli stranieri scampati al naufragio. E nota che il termine “Emigrante” è un participio presente che conserva un movimento e un’energia; il termine “Emigrato” invece ha l’entropia del participio passato che si trasforma in etichetta.

Mentre l’Immigrante può naturalizzarsi e perdere la qualifica di straniero, l’Emigrato non può cambiare né il luogo né la nazionalità di nascita. Resta per sempre tale: doppia nocività linguistica, per natura e per storia. La prescrizione burocratica diventa proscrizione: rimanere straniero è questione di volontà, mentre essere o esser stato emigrato è ormai dell’ordine della fatalità. L’arbitrario della sintassi - Nietzche diceva, la sua superstizione - si motiva di senso e di valore. Il cambiamento della forma verbale inverte la valutazione dello straniero. Emigrato resta impresso come un marchio, tatuato sulla condizione personale degli affini e discendenti. Intanto lo scafista “subito riprende/ il viaggio/ come/ dopo il naufragio”(Ungaretti). La storia, rumore e furia, non getta l’ancora nei profondi cimiteri del Mediterraneo.

alfadomenica aprile #1

FABBRI su LE GOFF - CHAMBERS sul SUD – CARBONE e MUKASONGA  – alfavisioniGIOVENALE Poesia - CAPATTI Ricetta **

JACQUES LE GOFF: ERESIE CINESI
Paolo Fabbri

La storia, si sa, è nemica della memoria: vuol renderne ragione oggettiva e dar torto ai ricordi soggettivi. Come il personale sorriso con cui ricordo Jacques Le Goff, che non è più tra noi. Quel sorriso che, per l’immenso storico, è stato, forse, “una creazione del Medioevo”. Lunga durata che giungeva, per lui, fino alla Rivoluzione francese.
Leggi >

SMONTARE IL SUD
Iain Chambers

Disfarsi delle storie ufficiali e istituzionali, e rifiutare il loro giudizio, ci porta a tagliare il corpo della conoscenza ereditata per liberare altre storie, altre modalità per raccontare un passato che non passa, ma che si accumula come una rovina potente ed inquietante nel presente.
Leggi >

RUANDA, VENT'ANNI DOPO
Intervista di Maria Teresa Carbone a Scholastique Mukasonga

Esattamente vent’anni fa, nei primi giorni di aprile del 1994, ebbe inizio in Ruanda un massacro che portò, nell'arco di tre mesi, all’uccisione di oltre ottocentomila persone. Ruandese, esule in Francia al momento del massacro, Scholastique Mukasonga ha assistito da lontano allo sterminio quasi totale della sua famiglia e solo nel 2004 è rientrata nel paese. L'abbiamo intervistata poco prima della sua partenza per Kigali, dove domani prenderà parte alle commemorazioni per il ventennale del genocidio.
Leggi >

alfavisioni - SAPERSI MOLTO VICINI
Andrea Cortellessa
sul convegno «Sapersi molto vicini. Arte, letteratura, critica nell’Italia contemporanea». Con Achille Bonito Oliva, Stefano Chiodi, Michele Dantini, Flavio Favelli ed Emanuele Trevi.
Guarda >

https://vimeo.com/91152994

AMPIA COLLEZIONE DI UTILI TAG PER AFFRONTARE CON ESTREMO RIGORE LA SPINOSA QUESTIONE DELLA PREOCCUPANTE CRISI DEGLI ODIERNI INTELLETTUALI E DELL'IMPEGNO - Poesia
Marco Giovenale

A, aa, aaa, a intellettuali, aa intellettuali, aaa intellettuali, abaco intellettuale, abbasso gli intellettuali, addavenì l’intellettuale, adesso gli intellettuali vanno in radio, affrontare con estremo rigore la spinosa questione della preoccupante crisi degli odierni intellettuali e dell’impegno, agli intellettuali servirebbe un po’ di digiuno...
Leggi >

CREMA AL CIOCCOLATO - Ricetta
Alberto Capatti

Prima una crema lontana, in musica. Le Bas, nel 1739 pubblicò a Parigi il suo Festin joyeux in cui indicava, per ogni formula, l’arietta e lo spartito. L’accompagnamento, la ricetta e il piatto, facevano, nella sala da pranzo, spettacolo. Eccola.
Leggi >

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Jacques Le Goff: eresie cinesi

Paolo Fabbri

La storia, si sa, è nemica della memoria: vuol renderne ragione oggettiva e dar torto ai ricordi soggettivi. Come il personale sorriso con cui ricordo Jacques Le Goff, che non è più tra noi. Quel sorriso che, per l’immenso storico, è stato, forse, “una creazione del Medioevo”. Lunga durata che giungeva, per lui, fino alla Rivoluzione francese.

Ricordo: eravamo insieme in Cina, nel 1993, con una missione italo-francese organizzata con intenti d’antropologia “reciproca”. Storici, etnografi, linguisti, semiologi, giornalisti, scienziati come Le Goff, U. Eco, A. Danchin (Istituto Pasteur), F. Colombo, A. Rey (Le Petit Robert) ed molti altri. Avremmo dovuto incontrare i colleghi cinesi per capire la trasformazione irresistibile che avrebbe condotto la Cina postcomunista al ruolo mondiale di superpotenza. Il nostro percorso era rigidamente preconfezionato e alcuni cinesi portavano ancora il costume maoista - con la traccia di una stella staccata dal berretto. Un mese di tempo, da Hong Kong fino al confine russo (Urunqi), dal Fiume delle Perle al paese degli Iuguri, poi a Pechino, visitando molte ignote università - senza incontrare un solo studente, e molti celebri luoghi – diversamente esposti dalle lingue biforcute dell’interprete ufficiale e da un complice gesuita francofono.

Percorrevamo la Via della Seta, con gli stessi treni di Corto Maltese, tra enormi cartelli che disegnavano i grattacieli di città a venire; poi lungo il deserto del Gobi, seguiti con ostinazione dalla Grande Muraglia - la traccia archeologica della Torre di Babele (Kafka). Fino all’oasi di Turfan, nell’antico Turkestan cinese, tra viali di vigneti e moschee di terra, presso le rovine della città d'Idiqutšahn e di Qara-qočo (o Chotscho).

Ricordo che qui, dopo una visita collettiva alle grotte buddhiste e zoroastriane, dove si trovarono i più importanti documenti della tradizione manichea, Jacques Le Goff si sedette - dopo una memorabile reprimenda ai guardiani cinesi che tolsero la macchina fotografica all’adorata moglie polacca, Hanna. Imponente e grave, a gambe incrociate, sotto la stele dal sigillo imperiale che accordava nel 752 tolleranza di culto ai manichei e ai cristiani nestoriani (nestorini, per Marco Polo). Erudito e gioviale, ci introdusse, viaggiatori occidentali e accompagnatori orientali, alle intricate eresie dei primi secoli cristiani. L’aulica premessa retorica dell’Accademia francese soggiogò i colleghi cinesi per il suo stile “mandarino”; ne assicurò l’attenzione e forse la venerazione. Ricordo a tratti che il manicheismo fu religione di stato degli Iuguri fino al 13° secolo; che sacerdoti manichei si trovavano fino all’8° secolo alla corte dell’impero di Mezzo; che Mani, gnostico e convinto di essere il Paracleto dell’apostolo Giovanni, fosse pittore e miniatore dei propri libri sacri; e che proprio lui, il grande binarista, morì, forse, tagliato in due.

Che Agostino di Ippona, dapprima tentato dal manicheismo, se ne discostò, per la soddisfazione dei semiologi come Eco che avrebbero studiato il De Trinitate. Ricordo che l’eretico Nestorio non aveva del tutto torto quando pensava con Paolo di Tarso che il Cristo – “luminoso” per Mani - era il grande mediatore tra due nature, umana e divina, separate e incompossibili. E che forse fu un monaco nestoriano ad insegnare a Maometto la dottrina cristiana, con gli effetti che sappiamo. Poco incline alla trascendenza, quanto gli amici cinesi, ascoltavo avidamente i racconti eresiarchi, come testi insuperati di letteratura fantastica.

I trampoli su cui annaspa la memoria si allungano, notoriamente, negli anni. Spero, o almeno credo, di ricordare correttamente, se non veracemente, l’odore di tabacco di cui era impregnata la macchina fotografia di Hanna Le Goff quando la ripresi col marito accanto a un leone sinuoso, in un viale di statue conspecifiche. Ricordo che allora dissentivo con Le Goff sulla necessità di inventare prima e di conservare poi, quel Purgatorio di cui aveva ricostruito l’archeologia immaginaria.

Mi rassegnavo facilmente all’idea che lo preoccupava: che il Purgatorio, mediatore tra Inferno e Paradiso, “durasse una sola stagione”. Insofferente all’abuso tautologico della dialettica, mi sentivo più vicino ai “giardini di luce” ( A. Maalouf) del sincretismo manicheo, alla radicalità catara dei principi opposti, contro i trasformismi e gli inciuci delle patrie, storicistiche assiologie. Ormizd il Bene o Ariman il Male: il più è del Maligno. Lo stesso laico binarismo con cui il cattolico Le Goff avrebbe poi respinto i tentativi della Chiesa romana di iscrivere le radici cristiane nella Costituzione europea.

Ricordo allora, nell’ombra delle grotte di Turfan, le raffigurazioni degli eletti manichei con vesti bianche e mani tese ai frutti colorati sugli alberi. In attesa di lieti banchetti e della successiva digestione che avrebbe liberato le particelle luminose contenute nelle essenze cromatiche del mondo; per ricongiungerle alla perduta luce di un’utopia felice, altissima e remota. Si, è così che ricordo, sorridendo, Jacques Le Goff.