Guerra di genere. Una proposta modesta

Paolo Fabbri

1.

Finiremo mai di segnalare gli eventi e i misfatti del Sessantotto? Come tutti i fatti sociali totali, quel periodo inesauribile eccede la memoria cioè la contraddizione tra la sopravvivenza e il nulla. Chi ricorda la prima messa in italiano dopo due millenni di latinorum e la distruzione della statua del padrone illuminato Marzotto ad opera di scioperanti iconoclasti? E l’esplosione nel Pacifico della prima bomba francese all’idrogeno? Più gravido di conseguenze sarebbe scordarsi della scoperta del clitoride. Non che non fosse già noto: come zona erogena la descrizione più esaustiva è dovuta ad un anatomista teutonico della metà 800, Georg Ludwig Kobelt. È nel Sessantotto però che il pamphlet antifreudiano di Anne Koedt, The Myth of the Vaginal Orgasm divenne “virale” nel virulento movimento femminista. Che le donne raggiungessero più orgasmi col vibratore che con utensili naturali, rivelatisi meno adeguati, rese l’amor di sé un atto politico e un indicatore “rigido” -come s’esprimono i filosofi del linguaggio - verso l’emancipazione. (L’industria fiorente dei sex-toys incassò gli abituali vantaggi che il capitalismo trae dalle contestazioni creative).

Il termine “clitoride” conteneva un’inerente ambiguità di genere grammaticale. Neutro in inglese, in italiano si presentò dapprima con morfologia femminile – la clitoride, per diventare poi maschile - il clitoride. Una transizione curiosa che continua a

agitare i generi, quelli naturali e quelli linguistici, fino all’attuale guerra dei sessi: maschi (alquanto) predatori contro femmine (piuttosto) vittime; patriarchi attuali e matriarche possibili – una volta che alla fecondazione si sostituirà il clonaggio (1).

Ad onta dell’affermazione di F. de Saussure sull’arbitrarietà del linguaggio, non smettiamo mai – con buona pace degli ontalgici – di rimotivarlo realisticamente. Quando i modi della parola sono omologati alle maniere dell’interazione, la sintassi diventa il teatro fazioso e perentorio d’una violenza linguistica di genere. In Francia si dibatte furiosamente sulla scrittura detta inclusiva che vorrebbe aggiungere ad ogni desinenza maschile il corrispettivo femminile. Anche in USA, dove i nomi sono neutri, si esigeva che almeno i pronomi (she/he/his/her) fossero simultaneamente espressi. L’esigenza di pari opportunità grammaticale cozza persino con gli accordi sintattici: non si dovrebbe permettere all’aggettivo che segue due termini di cui il primo è maschile e il secondo femminile d’accordarsi con il maschile e non con il femminile che lo precede immediatamente, D’accordo, ma questa lizza tra prede e predatori, linguistici coi suoi rumorosi effetti di realtà, non finirà qui: la lingua è vasta, stratificata e diversamente mutevole: si può guerreggiare in fonologia, sintassi, semantica, enunciazione, retorica e discorsi. Fino a scendere nel campo chiuso delle categorie semantiche fondamentali. La legge californiana, “Change your Gender Bill” prescrive che la differenza di genere, assegnata alla nascita in base ai tratti somatici -i genitali - diventi una grandezza personale: l’identità di genere che incorpora segni, linguaggio e norme. Dalla “descrizione fisica del reale” alla “descrizione del sentirsi e dell’auto-identificazione”. Ne consegue che tutti coloro che non si identificano alla dicotomia biologica maschile/femminile troveranno l’etichetta Non Binario sui certificati di nascita e altri testi ufficiali. Una categoria logicamente privativa – quindi liberatoria e illimitata, dove stanno pigiati “gender queer, gender fluid, Two Spirit, bigender, trigender, transgender, gender non conforming e gender variant” e quant’altri ibridi e fusion. Un’etichetta che presuppone comunque un rapporto manicheo tra i sessi e il loro pudico significante, il genere.

2.

Spero non sembri anarchica l’opinione che lo stato non sarebbe tenuto ad interessarsi dei genitali dei cittadini, ma la lingua italiana e la cultura di cui è parte avrà altri gatti o/e gatte linguistiche da pelare. Intanto per i lessicologi “stabilire se un nome è maschile o femminile non è sempre facile” (Sensini). Sia per gli animati che per gli inanimati, a cui imponiamo sovente un genere purchessia. Chiamare in soccorso i neorealisti, noti per la dotta ignoranza sulle impervie delizie linguistiche, non caverà un ragno dal buco. Rinfreschiamo quindi le conoscenze elementari. Sono maggioranza i nomi di animali che hanno un solo genere, femminile o maschile (il ragno e la foca, il giaguaro e la balena) e gli oggetti che hanno generi difficili da motivare (la penna e il foglio, lo specchio e la faccia, ecc). Parliamo con nomi che cambiano di significato mutando il genere (il boa/la boa; il pianto/la pianta; la panna/ il panno, ecc.); con i nomi sovrabbondanti, a doppia uscita, che dal singolare maschile diventano femminili al plurale (dita, calcagna, ciglia, braccia, ginocchia, cervella, ecc.). Per non ri-parlare dei generi comuni o promiscui, elegantemente detti epiceni (insegnante, giudice, giornalista). Tralasciamo i pronomi e i nomi propri alcuni dei quali sopportano le variazioni di genere, (Paolo e Paola, Francesca e Francesco) ed altri no (Anna non dà Anno, Chiara non dà Chiaro, come Salvatore non dà Salvatora). Soprattutto non chiediamoci perché in italiano gli alberi sono prevalentemente maschili e la frutta femminile (ma sono maschili i frutti esotici!). Maschili sono i vini, i monti, laghi, fiumi , gli anni, i mesi e giorni, e persino le preghiere (Angelus, Credo, ecc,). Femminili invece le città, le isole, i continenti, le vocali, le nozioni astratte e i termini militari (staffetta, recluta ,sentinella, vedetta, ecc –non mi capacito ancora che la “piccola vedetta lombarda” del libro Cuore non fosse una bambina!). A chi dare la babelica responsabilità del subbuglio linguistico (Fabbri) complicato dalle intricate desinenze – spavento degli stranieri italofoni? Oltre all’evoluzione socioculturale (l’automobile già maschile diventò femminile) e all’interferenza tra categorie interne alla lingua – per es. il genere si ibrida spesso col numero, a maggior disagio dei generi plurali?

Il maggior indiziato è il Neutro, già presente in greco e in latino ed ora nelle lingue germaniche e slave. Nell’italiano, come nelle altre lingue romanze, è scomparso -salvo qualche reliquia- e si è riciclato in massa nel maschile; un genere tutto-dire che è diventato estensivo rispetto al femminile, il quale è intensivo, ma scontento di esserlo. Con qualche ragione: nella più usurata metafora italiana “la donna è un fiore” il termine di paragone /il fiore/ è maschile a differenza del più galante francese e dello spagnolo. Lingue che ogni traduttore conosce come zeppe di falsi amici di genere: in spagnolo gli occhiali e il computer sono femminili e le maniere maschili. Mentre per il francese epigramma, epiteto, epitaffio, equivoco sono tutti femminili. Di qui la difficoltà di tradurre le lingue come l’inglese. Il fiotto dei prestiti che ci giungono da questa lingua franca sono imbarazzanti da collocare nella gabbia dei generi: va bene infatti il femminile per la show girl (ragazza); la full immersion (immersione) o la new age (età), ma il cheese cake (torta), il chewing gum (gomma) e il/la mail (lettera)? E decidendo di abbandonare la dicitura patriarcale “Diritti dell’Uomo” - scritto con la maiuscola - per “diritti della persona” (person è neutro in inglese) si è deliberato in coscienza di sostituire un maschile –l’uomo- con il femminile – la persona?

Insomma la lingua è un sistema che fa da sé, ma si può provare a sottrarle quote di vessatorio sessismo– in italiano i diminutivi sono spesso femminili e in spagnolo i genitori sono los padres! - senza però adeguare tutti i significati alla morfologia dell’inglese.

3.

E soprattutto non fermiamoci qui. Avanziamo, senza principio di grammaticale precauzione, una modesta proposta. Abbandonare la categoria (mal) vincolante del genere maschile/femminile e dare spazio al Neutro. Un termine che è il calco latino del greco udéteron, 'né l'uno né l'altro'. Perché no!? Non vivono fuori dalla prigione binaria del genere il cinese e il turco, il giapponese e il persiano, l’armeno e l’ungherese, e via classificando? Eppure i locutori di queste lingue possono conversare amabilmente. E poiché siamo alla mozione utopica degli effetti, rammentiamo un patetico appello al Neutro: “il grande tema ritrovato” con cui Roland Barthes voleva movimentare il più vessatorio dei luoghi comuni, l’opposizione virile/non virile. Per il sagace semiologo, il Neutro era l’assenza di simbolizzazioni prefissate, “l’oscillazione amorale d’un fremito di senso”. Qualcosa di più della dilettosa insignificanza, del libero gioco di espansioni infinite (“testi gongoriani e sessualità felice”). L’utopico Neutro non sarebbe più il terzo termine di un’antinomia maschile /femminile, ma il secondo termine d’un nuovo paradigma dove il Neutro si oppone alla Violenza teatralizzata – esibizione, prevaricazione, intimidazione, vittimismo - di ogni genere.

Come sarebbe questo italiano neutro? Chiediamolo alla “scrittura bianca” (sempre Barthes!) della letteratura. Il resto è gossip.

Nota 1. Mentre è socialmente e culturalmente fondata la norma di Femminicidio, postulare una natura predatoria dell’uomo potrebbe configurare qualunque omicidio commesso da una donna come un esercizio di legittima difesa.

Biblio

R. Barthes, Barthes di R. Barthes, Einaudi, Torino, 2007

P. Fabbri, Elogio di Babele, Meltemi, Roma, 2003

M. Sensini, La grammatica della lingua italiana, Mondadori, Milano, 2010.

L’arma nucleare: segnali di guerra, segni di pace

Paolo Fabbri

Una celeste piaga, /non ci dà altro segno,/che l'interna differenza /in cui siedono i significati.

Nessuno può insegnarla /Suo suggello è l'angoscia,/Imperiale afflizione/Che dall'aria ci viene.

Quando viene, l'ode il paesaggio/E l'ombre trattengono il respiro. /Quando va, somiglia alla distanza /Sul sembiante della morte.

Emily Dickinson, There's a certain Slant of light, 1861

Aveva ragione Umberto Eco, almeno in questo: andiamo indietro, in pace e in guerra, a passo di gambero. Questa volta è un passo al bordo dell’abisso, l’abisso del temuto conflitto nucleare. Mentre la Corea del Nord esperimenta, realizza e trasporta ordigni col potere detonante di un terremoto, il Pentagono, su dettato presidenziale, riprogramma la propria strategia con l’impiego di bombe nucleari pudicamente dichiarate a “basso rendimento” (Nuclear Posture Review).

Immersi nella distrazione social, confusi dalle fake news, scarichiamo tante informazioni irrilevanti da dimenticare l’incubo di questa idra a 17.275 testate (v. Istituto per la pace di Stoccolma) che odia e sogna in fondo al mare – nei tubi di lancio dei sottomarini; al suolo – sulle rampe di lancio o acquattata nei silos di profonde caverne. Un mostro vorace che assorbe spese paurose di manutenzione e d’adeguamento tecnico e la cui sola passiva presenza dovrebbe agire da deterrente alla Quarta Guerra Mondiale (la Terza è la Guerra Fredda, da poco conclusa o appena rinviata).

Le tecnologie dette “dolci” della comunicazione, diffuse, incorporali e invisibili, armeggiano con i cifrari delle cyberguerre, come se l’odierna società, informatizzata e globalizzata, fosse l’esito naturale della militarizzazione del Secondo Dopoguerra. Ci occultano però la gravità materiale, la tecnica “hard” dell’armamento atomico. Letale e totale, incomparabile per capacità devastatrice rispetto alle tante bombe che alimentano l’affollato mercato internazionale: incendiarie, chimiche, al fosforo, a grappolo, a frammentazione, volanti, plananti, in profondità; che esplodono a tempo, a urto, a prossimità; intelligenti o sporche, smart o pulite. Della bomba GB28 per es., l’antibunker, conosciamo carica, diametro, peso, autonomia di volo, vettori di lancio e prezzi di mercato - resta solo da ordinarla su internet! Chi più ne ha più ne vende, insomma e chi più spende è pronto ad allestire un “teatro” delle operazioni per poterle usare. L’industria non produce solo armi per la guerra, ma guerre per le armi.

Gli esiti apocalittici della guerra nucleare condotta con bombe dette stellari sono stati largamente descritti e profondamente pensati (v. Günther Anders e le sue lettere con il pilota americano di Hiroshima) e i trattati di non proliferazione accanitamente discussi e accuratamente redatti. In effetti, per citare il maggior studioso di strategia, Thomas C. Schelling, “l’’evento più spettacolare” degli ultimi decenni “è quello che non si è mai verificato: ci siamo goduti quasi un secolo, senza che le armi nucleari ci annientassero”. (Anche se nella crisi dei missili cubani il rischio è stato estremo e l’esito quasi fuori controllo). Ma la forma-Stato aspira per vocazione a entrare del club esclusivo dei detentori di questo ordigno terminale (“ordine” è l’etimo di “ordigno”!). E la competizione egemonica dei nazionalismi coloniali e postcoloniali li avvia all’ineluttabile scalata agli estremi. Si è calcolato che se ogni Stato membro del "club dell'atomica" impiegasse, in un conflitto globalizzato, l'equivalente di 50 bombe comparabili a quelle di Hiroshima e Nagasaki, il pianeta entrerebbe in un prolungato, durissimo inverno: si estinguerebbero molte forme di vita, tra cui quella umana. I mezzi insomma distruggono i fini – il che sembrerebbe irrazionale se il primo compito del razionalismo non fosse quello di non illudersi sull’efficacia persuasiva della ragione.

Nonostante, o forse a causa della riconosciuta follia della corsa agli armamenti (MAD è Mutua Distruzione Assicurata), la riduzione delle testate nucleari – ciascuna tra i 100 e i 450 chilotoni, rispetto ai 15 di Hiroshima – è sempre in forse e gli accordi raggiunti tenacemente aggirati. Sappiamo, da inchieste recenti, che almeno 70 di queste fatidiche ogive si trovano negli aeroporti di Ghedi (Brescia) e di Aviano, scortati dai marines americani e pronte a involarsi con aerei italiani. Non mancano d’altronde i nostalgici della guerra fredda che assicurava, pare, un certo equilibrio dl terrore e impediva le tante guerre calde e il terrorismo contemporaneo. Un’indubbia efficacia a cui va però aggiunta una componente altamente significativa: il non uso delle armi nucleari va attribuito alla costruzione condivisa d’un tabù simbolico e culturale, ben argomentato dal discorso di Schelling alla ricezione del Nobel per l’Economia, 2005: “Sessant’anni incredibili: l’eredità di Hiroshima”. Dopo la devastante esperienza giapponese, le armi nucleari sono oggetto di una generale maledizione, indipendente dalla loro potenza d’annientamento. Ci sono infatti armi convenzionali più distruttive, come la MOAB, la “madre di tutte le bombe” non nucleari, sganciata in Afganistan nell’aprile scorso. Ma “è tradizione consolidata che le armi atomiche siano differenti” da quelle convenzionali e che “vengono percepite come uniche”. Come e più dei gas nella prima guerra mondiale. Per Schelling “esistono fenomeni percettivi e simbolici – noi diremmo semiotici ed emozionali – che persistono e ricorrono e aiutano a rendere il fenomeno nucleare meno enigmatico “e “che “travalicano i confini culturali”. Si tratta di un “sentimento” d’avversione e ripugnanza al di fuori delle possibilità speculative delle scienze strategiche, che fonda un “un assioma, un primitivo” volto a impedire l’estensione dell’uso e a non legittimare la scalata agli estremi. Un’interdizione che estende tanto alle esplosioni sotterranee per scopi pacifici quanto alle bombe a neutroni le quali, bontà loro, distruggerebbero solo (!) gli esseri viventi con mutazioni letali e rotture del DNA, ma nel rispetto delle infrastrutture inorganiche.

Per Schelling, che fu, con Herman Kahn, il maggior stratega della Guerra Fredda, estendere l’inibizione all’uso della forza nucleare è costato moltissimo in uomini e di materiali, a tutti i contendenti, ma è stato “importante quanto estendere il trattato di non proliferazione nucleare”. È quindi necessario coltivare questa consolidata tradizione del non uso e non offuscare la distinzione – l’“argine antincendio” semantico e passionale – tra il nucleare e il convenzionale. “L’investimento volto a limitare l’utilizzo delle armi nucleare era reale, ma allo stesso tempo simbolico” (Schelling). Per lo storico (K. Pomian) la bomba è un “semioforo”, appeso come la spada di Damocle sulla soglia categoriale d’una discontinuità qualitativa di senso. La virulenta tradizione contro l’utilizzo dell’’arma atomica è stata qualificata e rafforzata attraverso dispositivi mitici e rituali come la “beatificazione di Hiroshima”, un “evento mistico con la forza di un accadimento biblico” (Schelling). Una commemorazione e un’affermazione costituita da manifestazioni simboliche, monumenti, parchi, rituali e cerimonie mediatiche mondializzate contro la “forma ultima dell’inumano” (Obama). Per il fisico nucleare A. M. Weinberg la “santificazione di Hiroshima è uno degli sviluppi più promettenti dell’era nucleare” perché mantiene e aumenta il potere collettivo di deterrenza. E un modo, aggiungerei, per tradurre il significato di un evento “subliminale” cioè sovradimensionato rispetto a conseguenze che non riusciamo a capire e ad immaginare (G. Anders)

Si vis pacem para signum. Gettare l’anatema sull’arma nucleare non equivale alla pace. Com’è accaduto in Africa, si possono uccidere milioni di persona con il solo machete; e non c’è neppure bisogno dell’apparato industriale del nazismo. La pace però non è uno stato naturale perturbato dai conflitti; è un evento pratico per il quale si deve agire senza la certezza di garanzie definitive; una pausa, un armistizio tra i conflitti. Per ottenerla, la pace, ragione e religione non bastano -possiamo sempre darcele di Santa Ragione. Noi Pacifondai, crediamo alla pace come i Guerrafondai credono alla guerra: non ci sono alternative all’olocausto d’una guerra atomica totale. Possiamo perciò rinsaldare simbolicamente la barriera tradizionale tra convenzionale e nucleare perché dia senso e forza a una ferma presa di posizione. Contro i negazionisti, come la Corea del Nord, alla ricerca di una parità strategica nella mutua distruzione con gli Usa. E contro il tentativo, più surrettizio e forse più rischioso, di rispondere all’incremento potenziale dei vettori russi e cinesi con bombe atomiche, cosiddette “tascabili”. Passare furtivamente sotto una soglia simbolica fondata su di una tradizione mutuamente condivisa sarebbe un gesto ancor più apocalittico di Hiroshima.

Ricordiamo l’ammonimento di Kafka: al Giorno del Giudizio il Messia arriverà in ritardo, forse il giorno dopo.

G. Anders, Il mondo dopo l’uomo, Mimesis, Milano, 2008

K. Pomian, Che cos’è la storia, Bruno Mondadori, Milano, 2001. (Cap. 5, “Storia culturale, storia dei semiofori”).

Th. C. Schelling, La strategia del conflitto, Bruno Mondadori, Milano, 2006 (1980) e Micromotivazioni della vita quotidiana, Bompiani, Milano, 2008 (1978)

Paolo Fabbri, la conversazione infinita

Maria Pia Pozzato

In genere si dice che discorso orale e discorso scritto rispondano a due technicalities diverse e che ognuno di noi sia più versato nell’uno o nell’altro. Paolo Fabbri, uno dei più importanti semiologi europei, pur essendo brillante autore di moltissimi saggi, è famoso soprattutto per il fluire maestoso e accattivante di un eloquio che ci teneva avvinti in tre-quattrocento nell’aula III di Lettere a Bologna, anche molto dopo che avevamo finito gli studi. In un’epoca in cui gli studenti vanno a lezione solo in vista dell’esame e per fotografare con il cellulare le slide del powerpoint, l’immagine di quell’aula gremita e silenziosa è decisamente vintage: si andava ad ascoltare Fabbri per il puro piacere di farlo, nella convinzione di assorbire comunque qualcosa di interessante. Nella sua gratuità, l’andare a seguire una sua lezione, magari seduti per due ore su uno scalino dell’aula, era quel che si dice un bel gesto, qualcosa che sta all’intersezione fra la fedeltà a un maestro e la capacità estetica di cogliere il bello, l’interessante, il piacevole dell’esistenza senz’altro tornaconto immediato. È stata quindi un’idea eccellente quella di Gianfranco Marrone di raccogliere in volume le trascrizioni di ventuno conversazioni-intervista che il nostro autore ha avuto con altrettante persone dal 1998 al 2016. Come molto azzeccata, per ragioni che riprenderò in chiusura, è la scelta del titolo dato al libro: L’efficacia semiotica.

Nella prefazione Marrone sottolinea il fatto che i materiali raccolti sono solo apparentemente eterocliti perché in realtà, leggendo di seguito le varie interviste, si profila un orizzonte di ricerca con alcuni punti fermi precisi come lo strutturalismo, la testualità, il racconto, l’enunciazione, le passioni, la semiosfera, il dialogo costante con discipline come la linguistica, l’antropologia, la teoria della comunicazione, la storia dell’arte, la critica letteraria. Così, anche se ritornano alcuni temi specifici, evidentemente nelle corde dell’autore (ognuno ha i suoi!) come ad esempio le strategie, il camouflage, gli zombie, la profezia, il falso, il terrorismo, ecc., ciò che struttura in profondità il discorso di Fabbri è una riflessione epistemologica che differenzi la semiotica strutturale da altre possibili, di fatto esistenti e praticate. La lunga parabola professionale e l’immensa cultura gli consentono di tratteggiare, lungo le varie interviste, una storia molto articolata delle idee linguistiche e filosofiche da cui è emersa un certo paradigma semiotico. Come faceva nei suoi corsi, anche in alcune di queste conversazioni Fabbri insiste sull’aspetto socio-storico delle teorie. Rileggendo in particolare Thomas Kuhn, ne sposa l’idea secondo cui in ogni epoca e in ogni ambito disciplinare ci sono delle persone, dei gruppi di individui che credono in alcuni assunti di base e li organizzano in paradigmi sempre più strutturati finché altre teorie, inizialmente confuse e in progress, non li soppiantano relegandoli in soffitta. Quindi anche la semiotica strutturale farà questa fine? È, quella del Nostro, la classica profezia auto-avverantesi? A giudicare da quello che afferma ironicamente l’autore stesso, sembrerebbe di sì: “Ho amici che pensano che la semiotica sia stata una dei più grandi fallimenti intellettuali del secolo scorso, altri, meno amici, che dicono che la semiotica è una moda degli anni Settanta” (intervista con F. Marsciani, 2014). È indubbio che molti filosofi, linguisti, studiosi di letteratura, massmediologi ne hanno decretato da tempo la morte. Se si guardano i loro riferimenti, si nota che questi ultimi non sono aggiornati, e la disciplina viene criticata in base a tre fondamentali pregiudizi: da un lato la si accusa di apporre modelli linguistici a ciò che non è linguistico in senso stretto, come ad esempio la comunicazione visiva; dall’altra di ridurre a modelli narrativi standard, molto semplici e astratti, la testualità complessa; infine, al contrario, la si taccia di dire in modo astruso e complicato qualcosa che può essere parafrasato in maniera semplice, seguendo il senso comune.

La lettura di queste interviste a Paolo Fabbri potrebbe finalmente sgombrare il campo da queste tre visioni del tutto inattuali della semiotica. Innanzi tutto la vastità degli ambiti di applicazione (grandissima, ad esempio, l’attenzione alle immagini) spazza via l’idea che la semiotica possa affrontare solo ciò che è espresso linguisticamente o traducibile sub specie linguistica; ma soprattutto la visione della significazione, e il linguaggio teorico della sua descrizione, sono tutt’altro che semplificatori o inutilmente complicati. Come dice Fabbri nell’intervista che apre la raccolta: “È il mondo che è complicato, non le spiegazioni che ne diamo. Il linguaggio naturale non è ingenuamente dato e semplice e le spiegazioni complicate. No! Il mondo naturale e il linguaggio sono complicatissimi e sono già là. E non possiamo revocarli o ricostruirli. Però possiamo tentare di rispecificarli, e i meccanismi di rispecificazione sono di una grandissima complessità” (intervista raccolta da A. Toftagaard 1998).

Non sarà che la semiotica, oggi, è attaccata proprio perché la sua via, che è quella della complessità, va poco di moda? O perché la sua vocazione formale è vista con sospetto in un’epoca in cui tutto deve essere immediatamente funzionale e concreto? Non dimentichiamo infatti che si tratta di “una disciplina metodologica a vocazione interdisciplinare” e quindi non legata a nessun tema o medium in particolare. Che essa non sia un “prodotto” facile da vendere lo suggerisce Fabbri stesso quando, nell’intervista raccolta da Gianfranco Marrone che conclude il volume (2016), oppone il guru al maestro: il primo, istrionico protagonista di festival, farebbe informazione; mentre il secondo, chiuso per giornate intere in una stanza a dirigere piccoli seminari, farebbe formazione. Proprio questo tipo di lavoro, duro e poco appariscente, renderebbe efficace la semiotica: efficace nel rompere logore consuetudini di pensiero, nel trovare piani di traducibilità fra diversi linguaggi e addirittura nello scovare, attraverso il confronto con l’Altro culturale, cioè che è ancora “impensato” dalla propria cultura. Facendo riferimento al lavoro del sinologo François Jullien, Fabbri dice: “Io non vado verso la Cina, cioè verso l’esotico, ma verso il ‘mio’ esotico, cioè verso qualcosa che non sono riuscito a pensare”. Qui, accanto a mille altri temi contenuti nella raccolta di cui non posso dar conto in questo breve spazio, emerge uno snodo cruciale del dibattito culturale contemporaneo, quello del ritorno all’ontologia. Dice Fabbri: “Quando Eco sostiene che c’è una ontologia di fondo, gli tocca prendere una metafora, lo zoccolo duro. […] Per questo la cosiddetta deontologia non può essere fondata su principi di funzionamento ‘di ultima istanza’, ma sull’idea di un confronto culturale. È per quello che mi interessa il ragionamento di Jullien, quando dice che la relazione con le culture altre è un saggio di deontologia”.

Paolo Fabbri

L’efficacia semiotica. Risposte e repliche

a cura di Gianfranco Marrone.

Mimesis, 2017, 299 pp., € 26

Morale d’un murale cubano

Paolo Fabbri

Corrono tempi “revisionisti”. Per i compulsanti di wikipedia, la prima entrata del termine è western revisionista, in cui si scopre che gli indiani ragioni ne avevano, ma non sapevano a chi venderle. Diremmo lo stesso dei borbonici napoletani, delle insorgenze antigiacobine e del brigantaggio – pardon, della guerra civile meridionale? Ai posteri le storiche sentenze.

Le revisioni prediligono gli anniversari, che stentano però a tenere il ritmo vorticoso e presentista dei mediascapes contemporanei: intenti a trasformare in evento attuale la più lunga delle durate e in incidente biografico la più significativa delle date; occupati a truccarne festosamente ogni aspetto grave e a sottrarvi significato e valore; nutriti da una dieta dissociata o unilaterale di esempi.

Il 1917 è il frequentato centenario della Rivoluzione d’Ottobre e il prossimo anno si prepara l’anniversario del Sessantotto. È l’occasione allora per noi di ricordare che nel 1967 ricorre un doppio cinquantenario. Quello che prima separa l’evento russo da una straordinaria manifestazione artistica della Rivoluzione cubana, poi mezzo secolo dopo, dalle performances delle arti di oggi.

Il 16 luglio del 1967, all’Avana, ebbe luogo l’esecuzione collettiva di un vasto Murale a forma di spirale; collegato al Salon de mai di Parigi, per iniziativa di Wilfredo Lam e su un’idea di Eduardo Arroyo. In una memorabile, affollatissima notte tra danza e musica, cento protagonisti dell’avanguardia artistica europea e sudamericana dipinsero e scrissero collettivamente un omaggio a Cuba e alla sua Rivoluzione. Parteciparono Valerio Adami e Peter Weiss, César e Michel Leiris, Jacques Monory e Juan Goytisolo, Errò e Maurice Nadeau, Juan Camacho e Carlos Fuentes, Antonio Recalcati, Gilles Aillaud e Gherasim Luca. E tant’altri.

Il catalogo, edito da Ezio Gribaudo, stampato nel 1970 a Torino dai fratelli Pozzo riporta un esergo poetico di Peter Weiss: The night of the collective painting / A vision of a world / where man is free / A totality of action / opennesss for all possibilities / and joie de vivre / something of this must have been felt / when the Russian revolution / was young / when Art was a part of life. Nel testo infiammato che apre il catalogo, il critico d’arte Alain Jouffroy ricorda che nel 1961 – su iniziativa sua e di Jean Jacques Lebel – fu realizzato alla Galleria di Brera, a Milano, un Grande quadro collettivo antifascista (cm 400 per 500) contro la tortura, sequestrato dalla polizia per “vilipendio della religione dello Stato”; conservato per cinquantadue anni nelle Cantine della Prefettura Milanese e recentemente riesposto. Il quadro era firmato da Enrico Bay, Gianni Dova, Errò e dallo stesso Lebel. Jouffroy conclude così: “Lo straordinario Murale collettivo di Cuba offre la prima mappa dell’immaginazione sovversiva contemporanea: percorrerla come le circonvoluzioni del cervello dell’individualismo rivoluzionario è entrare nel gioco di una nuova avventura e di una nuova epoca della rivoluzione, in cui la vertigine e la gioia provocata dal non ancor conosciuto sostituirà infine la paura”.

Accadeva cinquant’anni fa, dieci mesi prima del Maggio Sessantotto, che riaccese un pathos. A cent’anni dalla Rivoluzione russa, sembra più facile pensare alla fine del mondo che a quella del capitalismo. Oggi prolifera la politica dei Muri e l’attività già delittuosa di dipingervi è diventata street art. Le nostre paure sono molte e cambiate ma non ci spiace ricordare anniversari come il ‘67 cubano.

Cantano le mummie di Leopardi: “Tal memoria n'avanza /Del viver nostro: ma da tema è lunge/Il rimembrar. …

Roland Barthes, l’intemporaneo

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Paolo Fabbri

Stella e chiavi

L’anno 2015, centenario della nascita di RB, correva sotto una cattiva stella. Tra i primi segni infausti, gli articoli di stampa con cui filosofi e letterati si affrettavano, con sufficienza e latente albagia, a deplorarne lo stile “danneggiato dallo strutturalismo”, lo spolverio di acutezze (Berardinelli), o a ridurne l’opera agli articoli giornalistici dei Miti d’oggi (Ferraris). Rottamatori di diverso patrimonio genetico, si presero la briga di malumori epigrammatici fondati su un’equa ignoranza. Con indagini sulle stimmate strutturaliste e giudizi di semiofobia catechizzata, di quelli che una volta ascoltati si dimenticano sempre. Replicando, senza saperlo, le riserve di Elio Vittorini che pensò fin dai primi anni Sessanta di espungere RB dal progetto di una rivista internazionale, Gulliver: era troppo ontologico (sic!) e troppo mistico per lo storicismo dialettico allora in voga e che proprio RB ha contribuito a disperdere. E soprattutto troppo vicino all’avanguardia letteraria, quella del gruppo 63 ed in particolare ad Arbasino, di cui RB ebbe a difendere, contro un pubblico restio, le originali regie liriche. L’esito inevitabile, inaridire il discorso critico, era prevedibile e forse scontato. Anche i semiologi, provvisori compagni di strada dello strutturalista di Critica e verità, si affrettarono a espungere e a esorcizzare, dichiarando l’inettitudine degli assunti di RB ai test scientifici dei laboratori cognitivi. È lo scotto che si paga alla celebrità: RB figurava persino nelle canzoni di Francesco Guccini (Via Paolo Fabbri, 43, 1976) e nei film di Federico Fellini (Toby Dammit, in Tre passi nel delirio, 1968)

Il castello di carta è imploso davanti alla pubblicazione dalla ponderosa biografia di Tiphaine Samoyault (Roland Barthes, Seuil 2015), ravvivata da giudizi illuminanti. E dal libretto di Isabella Pezzini (Introduzione a Barthes, Laterza 2014) che seguiva, testo per testo, l’evoluzione “punteggiata” d’una scrittura inimitabile. La pubblicazione indaffarata di testi disparati in più lingue e la rivisitazione teorica nel corso di molti convegni internazionali hanno messo a fuoco coesioni impreviste e coerenze occultate (l’orientalismo, il misticismo, il romanticismo, il gusto per gli ideogrammi, l’avversione per il cinema, la passione tenace per le storie di Michelet e l’inclinazione per le avanguardie, ecc.). E ancora: la centralità delle opere dell’anno di (sua) grazia 1967 (S/Z; L’impero dei segni, Sade, Fourier, Loyola). RB è sopravvissuto quindi alla prima disdetta e il libro di Gianfranco Marrone, Roland Barthes: parole chiave, conclude, se non ultima, l’inversione di segno di questo percorso ri-conoscitivo.

Nella pugnace introduzione il semiologo, curatore di gran parte delle opere di RB e autore del Sistema di Barthes (Bompiani 2003), traccia già i limiti della rivalutazione in corso: (i) il “tripudio di sedicenti analisi filologiche su liste della lavandaia”, (ii) lo “storicismo sterile delle divagazioni biografiche”, (iii) l’“estetizzazione forzata”. Per evitare il resistibile risultato – una critica epitetica e promozionale – Marrone estrapola dalla testualità barthesiana il lessico “improprio” di una cinquantina di lemmi – da Arbitrario a Segno, da Madre a Strutturalismo, da Frites a Utopia – di cui almeno la metà interdefiniti per opposizione (Saussure è il solo nome proprio). Non è una lista come piaceva a Umberto Eco, provvisoria e provvidenziale: è la ricostruzione sistematica d’uno sguardo formale e critico, penetrante e discontinuo. Non è un codice, ma un organon di massime e d’istruzioni. Per il suo genere lessicografico permette l’attualizzazione delle voci e l’inserimento di nuovo lemmi nei blancks che li separano. Mette in mano e in bocca al lettore le parole chiave di RB, in cerca di serrature per aprire le porte chiuse all’incompetenza allenata della critica contemporanea “Chiavi di senso – direbbe Dante – per li segni bui”.

Vedere i linguaggi

RB “vede” il linguaggio senza essere posseduto da demoni teorici, ma con senso di responsabilità verso le forme espressive e l’articolazione dei contenuti. Nelle sue ricerche sul vocabolario ottocentesco della classe operaia e della moda (sotto l’influenza di Greimas), nelle ricerche del CECMAS, il Centre d’Etudes sur la Communication de masse, fino agli insegnamenti all’֤École des Hautes Études, “Sociologie des signes, symboles et répresentations” e “Sémiologie de la littérature”, al Collège de France (sostenuto da Foucault), RB non si è mai assentato dal “vasto cantiere strutturalista”. I Frammenti del discorso amoroso, Il piacere del testo, La camera chiara hanno aggiunto all’intelligenza semiotica una sensibilità fenomenologica (lo stile è “voce decorativa della carne”) per raggiungere “la regione paradisiaca dei segni sottili e clandestini: come una festa, non dei sensi, ma del senso” (ad vocem: Frammenti). La sua prospettiva, se non il suo scopo, è la conoscenza, senza il tenore di una scienza positiva; l’esperienza personale – la passione delusa, il lutto familiare – è messa alla distanza “neutra” di un’esposizione strutturale: l’enunciazione, non il soggettivismo, il punctum, il tilt, non l’effusione patetica. Le forme brevi e frammentarie sono simulazioni e variazioni per accedere alla differenza di significato al di fuori d’ogni essenza. Chi lo presenta pentito per gli eccessi formalistici della semiologia deforma il passato, lasciando il presente senza progetti per il futuro. L’insistenza di RB sulla nozione non strutturata di Connotazione – nota Marrone – non mira all’annullamento del senso, ma alla persistente ricerca che lo costituisce. “Il senso c’è a condizione di incalzarlo. E, una volta trovato, di saperlo depauperare”. Anche l’etichetta di “avventura semiologica”, come saltuario episodio di una ricerca filosofica, è un’invenzione editoriale. RB – nonostante un’irenica preferenza per Nietzsche nella versione di Deleuze – ha recisamente affermato che “mai un filosofo fu la mia guida”, anche se crescono di numero, se non di credibilità, quanti vogliono vederlo come un Monsieur Jourdain che fa filosofia senza saperlo. Non si può escludere tuttavia che RB sia stato il portatore sano di diversi virus teorici come la psicanalisi, a onta della sua avversione per i witz lacaniani.

Mitologie di Mitologie

Tra i lemmi del lessico di Marrone quello dedicato alle “Mitologie delle Mitologie” è un potente attrattore. Mentre i Miti d’oggi, per il loro carattere e destinazione giornalistica, esercitavano una suggestione costante sugli intellettuali – come Umberto Eco – RB dichiarava fin dal 1971, nella Mythologie aujourd’hui, la propria indisponibilità a proseguire il progetto. Non era venuta meno la materia mitica, anzi, “il mitico è presente ovunque si facciano delle frasi, ovunque si raccontino delle storie”. Era il metodo stesso di lettura – decostruire le connotazioni naturalizzate dell’arbitrario segnico piccoloborghese – a essere diventato mitico. La de-mitificazione degli stereotipi – purificare i segni – si era convertita in un enunciato catechistico, sprovvisto di emozione e valore. Ai semiologi RB proponeva quindi un impegno politico-culturale ancora valido: “ciò che la Semiologia deve attaccare non è più solamente, come ai tempi dei Miti d’oggi, la buona coscienza piccolo-borghese, ma il sistema simbolico e semantico della nostra civiltà nel suo complesso”. Una semioclastia generale e applicata.

Tuttavia, poiché nessuno è mai morto di contraddizione, RB ha ripreso le cronache settimanali del “Nouvel Observateur” che avevano originato i Miti d’oggi, nel breve periodo dal dicembre del ’78 al marzo del ’79. Tradotte nel 1986 in Mitologie di Roland Barthes, i testi e gli atti (a cura mia e di Isabella Pezzini, Pratiche 1986) erano destinate, nell’intento di RB, a opporre al frastuono dei media l’accento di una piccola sintassi curata, ad attenuare una griglia di intensità e a frenare l’impulso dei media a creare i propri eventi. Furono interrotte da RB che, in un testo sommesso quanto esemplare, dichiarava impraticabile l’univocità del tono giornalistico per la sua scrittura che ottunde e pluralizza, per poi sospenderlo, il senso ovvio degli avvenimenti.

Album di segni

Nella sferzante introduzione, Marrone include le divagazioni biografiche foraggianti un’editoria miope alla perenne ricerche di presunte novità”. Sono tentato di includervi anche l’Album di Inediti, lettere e altri scritti, col quale il Saggiatore traduce un dossier curato per Seuil da Éric Marty, l’animatore del seminario permanente su RB a Parigi. Il libro tradisce l’inesatta e pretenziosa bandella: “Album è l’opera che racchiude e unifica tutto il corso della vita e del pensiero di RB”. Si tratta invece di un centone utile per studi filologicamente appuntiti di critica genetica – fotografie e calligrafie – che poco aggiunge al già pubblicato e riconosciuto. Tra le varianti “adiafore”, per chi cerchi camminamenti di lettura, contano più la salienza dei metadati – i destinatari e i tempi delle lettere che la pregnanza dei dati – che il loro significato. Nell’ordine. Gli autori dell’avanguardia, come Robbe-Grillet e Butor (Mobile, opera-maquette concettuale che RB svilupperà nel suo corso sulla Preparazione del romanzo). Una lettera di RB a Maurice Pinguet che fu il suo mentore nel viaggio nell’Impero giapponese dei segni per “uscire dal recinto occidentale”. Un’aspra missiva di Lévi-Strauss – che rifiutò di essere il relatore di RB nella tesi di stato sulla Moda – dove il grande antropologo si pronunciava contro l’opera aperta e l’ermeneutica à la Ricoeur e a favore di un’“analisi strutturale di forme simboliche oggettivamente determinabili”. All’epistolario, per lo più irrilevante, mancano però gli scambi politici e letterari con Philippe Sollers, pubblicati per suo conto, e quelli con Pierre Klossowski non rintracciati. Per chi si riconosce nella proposizione che “un uomo di qualità dice in ogni momento quello che è stato e che sarà”, le lettere e gli scritti giovanili sono di qualche conforto: l’autore del Grado zero della scrittura scriveva fin dal 1946: “Non ci sarà una storia materialista della letteratura finché non sarà ricondotta all’esercizio del linguaggio”; e “dire che il contesto agisce sullo scrittore non significa nulla” (L’avvenire della retorica, 1946): traccia e testimonianza di un interesse costante per la discorsività al di là della frase, confermato dallo studio della tradizione retorica (La retorica antica, da me tradotto da Bompiani, 1972), prolungato nell’Album da un saggio incompiuto su Paul Valéry. Con un piacere terminologico, il punctum della parola ricercata che l’erudizione, lo studium, non illustra e non opprime.

Inattuale e intemporaneo

Nella prima pagina del suo libro necessario, Gianfranco Marrone ricorda che l’anniversario barthesiano si chiudeva con un “vistoso” colloquio al Collège de France, interrotto dai tragici fatti del Bataclan. Poiché ero il primo iscritto a parlare la mattina seguente all’attentato, in una Parigi deserta e asserragliata percorsa dalla polizia e dall’esercito, mi permetto una precisazione. Il gruppo dei relatori (come me e come Marty, il curatore dell’Album) che si riunirono in quel rischioso frangente per non permettere al terrore di tacitare la cultura e il pensiero, era tutt’altro che rassegnato. Nel lungo e teso incontro, fuori dai complicati origami delle mode culturali e sotto la tragica pressione del fanatismo, il ricordo di RB divenne l’immaginazione solidale dei presenti, testimoniata dal “Cahier Textuel” appena uscito. Come in un seminario barthesiano, emerse la possibilità di creare o di giustificare ricordi nuovi, al di là delle intercettazioni e intromissioni, lasciti involutivi e millanterie che avevano caratterizzato il Centenario. Per l’eterogenesi dei fini, l’aulica ricorrenza del Collège de France non poteva chiudersi in modo migliore.

Di qualcuno di cui si crede di saper tutto si finisce per ricordare solo ciò che si dimentica. Come l’impegno politico di RB, il suo brechtismo, la dura recensione alle Memorie di de Gaulle, l’utopia fourierista, le illusioni maoiste d’una società senza classi, il fastidio per la gesticolazione isterica dell’impegno sessantottino. Nelle imprevedibili condizioni degli attentati, RB ritrovava qualcosa della sua Inattualità, di contrattempo intellettuale a favore d’un futuro per ora inabitabile; un anacronismo rispetto alle attese; troppo presto o troppo tardi per l’attualità. Le Considerazioni inattuali di Nietzsche dovevano far parte d’un trattatello sui filistei della cultura che resta sempre, e senza meno, da scrivere. Un compito che si adatta allo stile semiotico di RB, un autore non soltanto contemporaneo, ma Intemporaneo.

Gianfranco Marrone

Roland Barthes: parole chiave

Carocci, 2016, 244 pp., € 19

Roland Barthes

Album. Inediti, lettere e altri scritti

a cura di Éric Marty, traduzione di Deborah Borca

il Saggiatore, 2016, 489 pp., € 35

Roland Barthes aujourd’hui

a cura di Nathalie Piégay e Laurent Zimmermann

Cahier Textuel”, Hermann, 2016, 152 pp., € 20

L’Elaboratorio di Giovanni Anceschi

anceschiPaolo Fabbri

Ri-tornello

L’attualità in arte, si è detto, è la ridondanza di metafore risapute. In una società dichiaratamente liquida (Bauman) non dovremo sorprenderci di ritrovare, rivisitare, riprendere le Tavole di possibilità liquida, i Percorsi fluidi e i Quadri-Clessidra di Giovanni Anceschi. Ma il prefisso – ri-, che ho impiegato finora, deve metterci sull’avviso. Si può ri-prendere un progetto dalla fine o dall’inizio o, com’è il caso della presente mostra, dal mezzo. Cioè dall’esperienza artistica di Anceschi, intensificata dalla sua numerosa carriera di designer, di regista multimodale e di accademico. Gilles Deleuze chiamava «ri-tornelli» queste ripetizioni in cui il senso si rinnova, fondendosi col dinamismo del proprio sviluppo.

Questa ri-presa non è un’installazione, che comporta la stasi dello «stallo», ma un’operazione: un composto d’opere-materie, oggetti e forze. Mentre altri artisti sono presi dai circuiti della mente o dai meandri della psiche, Anceschi indaga i piani misteriosi delle sostanze e delle nostre esperienze. La sua libera attività – termine che preferisco a quello di «lavoro» – esperimenta un bricolage «alchemico» che non rappresenta «qualcosa», ma compone e decompone un gioco di energie e di sensazioni.

Taumatologie

Come professore so che insegnare è questione di segni. I Professori sono artisti che insegnano (Anceschi) oppure intellettuali che non scrivono, ma distinguono. Comincerò allora col distinguere, nell’operato ingegnoso di Anceschi, un Congegno e un Dispositivo che trasformano la mera materia in sostanze disponibili al senso.

(i) un Congegno, cioè un costrutto di materiali trasparenti e di cornici maneggiabili; (ii) un Dispositivo, fluido, colorato, trasparente e traslucente. Una fluidità che è la grandezza fisica reciproca alla viscosità, la resistenza del liquido al suo scorrere, alla sua «reologia». Una viscosità dinamica (o cinematica) in interazione tensiva con i fluidi – un coefficiente di scambio della quantità di moto – che, secondo il variare delle consistenze, trasforma anche la loro saturazione cromatica.

Un fare alchemico, senza elisir e senza misteri, in cui l’arte ritrova la capacità di allusione, illusione e meraviglia della Grande Opera. Una Taumatologia, disciplina dello stupore, magia naturalis che era culmine del sapere-potere dei numeri, Criptologia e appunto Alchimia. Quella degli artisti «taumaturghi» è una storia di lunghe durate, inaccessibile all’attualità critica, la quale passa, sconvolta, dal presente al presente. «Ci vorrebbe un grande apparato dialettico per esplorare in tutte le sue sottigliezze l’immaginazione materiale dell’alchimista», scriveva Bachelard. A me resta la tentazione di leggere le clessidre e le tavole di Anceschi come storte e alambicchi, forni, vasi, mortai per filtri visivi, mescidazioni, proiezioni (polveri di proiezione), trasmutazioni.

Congegni e dispositivi per confabulare con l’anima del mondo? Come scrive, ancora, Bachelard: «Ci sono immaginari in cui il mondo è concepito come un immenso alambicco, che ha il cielo come coperchio e la terra come casseruola. L’alambicco del distillatore sarà allora un alambicco del micromondo e la più piccola delle distillazioni sarà un’operazione d’universo. L’alchimista vive un sogno cosmico». E le clessidre e gli alambicchi del micromondo sognato da Anceschi?

L’Elaboratorio.

La ri-presa delle opere di Anceschi ha un’altra giustificazione. È un’inter-presa, che richiede di inventare il potenziale d’inventività dell’utente; di immaginare l’immaginazione del partner di un gioco. (Quel che c’è di più caratteristico nell’umano, per Raymond Queneau.) Le opere erano e sono destinate all’interazione; richieste di prestazioni immaginative a un visitatore-partecipante. Non un osservatore, ma un bricoleur con un certo gioco nelle rotazioni del Congegno (le cornici) e del Dispositivo (dilatazioni delle linee dei flussi, alterazioni innescate dalla deformazione viscosa e così via). Piccoli spartiti sensibili di cui va scoperta l’esecuzione, la quale sarà di volta in volta un’esperienza originale. Un’«ecceità» (Deleuze), un evento mobile e comunicante.

Lo spazio della Galleria allora non è un antro alchemico né un luogo di lavoro. Diventa uno spazio intermedio, dove l’artista mette in scena i moti colorati delle sostanze (il plasticien) e programma i giochi dei visitatori-«prestatori d’opera» (il regista).

Rischiamo il neologismo: la Galleria diventa un Elaboratorio.

Coda

La critica non è un’ermeneutica: anche le mie parole, che descrivono e presentano le opere in mostra, vorrebbero partecipare alla riuscita dell’esperimento che Anceschi ci ri-propone e ri-dispone. Non con un’interpretazione ma con un’esecuzione, nel senso musicale del termine; la quale non è né vera né falsa, ma può risultare giusta o errata.

E non vorrei neppure sbagliar meno. Meglio sbagliar meglio.

Bibliografia

Gaston Bachelard, La terra e le forze. Le immagini della volontà, Red edizioni 1989

Zygmunt Bauman, Vita liquida, Laterza 2006

Gilles Deleuze, Félix Guattari, Cos’è la filosofia, Einaudi 1996

Umberto Eco, Aspetti della semiosi ermetica, in Id., I limiti dell’interpretazione, Bompiani 1990

Paolo Fabbri, Il significante del mondo, in Semiotica in nuce, a cura di Paolo Fabbri e Gianfranco Marrone, Meltemi 2001

Giovanni Anceschi

Possibilità Liquide

catalogo a cura di Alessandro Rota

Milano, Galleria Tega, 13 dicembre 2016-18 febbraio 2017

Da oggi e fino a sabato sulla home page di Alfabeta2 il video Controlli di Rosaria Lo Russo

Ricostruire Palmira

palmyra_1929-2015Tiziana Migliore

Dalle immagini che circolano in rete, ruspe jihadiste hanno raso al suolo anche le porte dell’assira Ninive. Un altro bene invalso, tanto da esserci scordati del suo valore. L’«Occidente», mirino di distruzione in terre proprie o sequestrate dall’Isis, quanto conosce e difende i giacimenti non petroliferi, ma di un patrimonio risultato di grandi civiltà, a volte insieme greco e arabo? Ci si ricorda di questo patrimonio e si grida allo scempio solo nella distruzione, quando diventa urgente intervenire per riscattarlo. Assuefatti, trascuriamo non solo i «nostri cari», ma i beni comuni. E li apprezziamo quando li perdiamo. Di qui il rammarico per non averli vissuti abbastanza. La memoria, già di suo selettiva, mette a fuoco soprattutto con la perdita. Così quest’anno l’iniziativa del FAI Luoghi del cuore è dedicata a Palmira, che è divenuta ciò che non era prima del bombardamento del suo santuario: un «luogo del cuore» appunto.

L’archivio verbale e visivo di Manar Hammad su Palmira, Bel/Palmyra. Hommage, ricompone, per il cuore di ciascuno, il tempio di Bel, che dall’agosto del 2015 non esiste più. Con la sua ricca iconografia di immagini a colori e in bianco e nero – foto a diverse distanze focali, scatti satellitari, disegni, piante e carte geografiche – il libro non è solo la documentazione di com’era e dov’era questa maestosa architettura. È un monito a non rassegnarsi alla scomparsa. Per quanto la volontà di espropriazione personalistica, a fini politici ed economici, nuoccia ai luoghi, nulla scompare finché si trovano scene di rifigurazione: discorsi, riproduzioni, mediazioni visive o musicali, performance. La cancellatura offre anzi un campo per far funzionare la storia dal futuro verso il passato, con un’attività interpretante dei luoghi demoliti che permette di definirne il palinsesto segnico.

Il volume, in italiano e in francese, si compone di due saggi di Hammad, Il santuario di Bel a Tadmor-Palmira (1998) e Palmira, tra santuario e città. Presupposti e enunciazione (2006), e di una prefazione di Paolo Fabbri, che nel ’98 aveva pubblicato una prima versione dello studio di Hammad. L’architetto siriano si basa sulle ricerche di Robert Amy, Henri Seyrig e Ernest Will, ma sposa il metodo semiotico per leggere forme e rituali di questo spazio, esplicitando ciò che spesso gli archeologi lasciano implicito. A causa di terremoti, saccheggi e distruzioni, le uniche fonti dirette sono iscrizioni lapidarie dedicatorie, in greco e aramaico, e incisioni su monete e tessere. Eppure Hammad riesce a dirci molte cose del «nemico» abbattuto dai fondamentalisti, che il «gesto simbolico» opacizza. Con l’analisi semiotica il tempio smette di essere un’immagine fissa e si «sfoglia» nei cambiamenti drastici e drammatici che lo hanno caratterizzato.

Come? Hammad considera lo spazio e i dispositivi architettonici alla stregua di formanti discorsivi e cerca il senso non negli oggetti, ma nelle operazioni che li situano in pratiche specifiche: una porta aperta in una cinta muraria segna un accesso condizionale; la struttura dei propilei indica il tempio come meta di pellegrinaggi, in una partizione sociale dei visitatori non troppo marcata; una vasca anteriore alla cella è traccia di un rito dove abluzioni purificatrici precedono il sacrificio. Ogni componente è un «operatore materializzato nella pietra», da non guardare isolato ma da opporre a un altro e correlare in coppia a contrasti semantici (modus semisimbolico). Così il podio di età romana, che ha sostituito il crepidoma, si oppone alla corte come l’elevazione si oppone all’abbassamento. Sullo sfondo sta la tesi della convergenza tra il sociale e il fisico, illustrata da Benveniste nei rapporti fra polites e polis, civitas e civis, e che Hammad estende al concetto francese di ville, nella doppia accezione di «gruppo umano inscritto in uno spazio sociale» e «agglomerato urbano inscritto nello spazio fisico». Con la promessa di un vocabolario delle istituzioni semitiche.

Il «maabad bel» sorgeva in un’oasi su una sorgente d’acqua sulfurea perenne. Già luogo di adorazione babilonese, fu eretto in età ellenistica da un architetto vicino alla scuola di Pergamo, quindi profanato e riconsacrato dai romani di Aureliano per restaurare la relazione tra il potere centrale e la città periferica, ristrutturato con sfregi dai bizantini, poi conquistato dagli arabi che, abitandone il temenos, lo hanno reso moschea e tradotto il colonnato in souq. Fino agli «sventramenti» manu militari del Mandato francese nel 1929. Un’«ibrida Venezia delle sabbie» all’origine e una «Tracia di Roma nel deserto della Siria» alla fine (Paolo Fabbri); in mezzo e per più di otto secoli, cioè più a lungo che come tempio pagano e come chiesa, dominio musulmano. La riscoperta archeologica da parte dei francesi, con la conseguente espulsione degli abitanti dal temenos, ha restituito all’edificio l’allure dell’antico tempio. È giocoforza chiedersi – Hammad lo fa – se i palmireni di oggi si riconoscano nei resti materiali del sito e se si sentano discendenti dal ceppo greco o dal ceppo arabo. E, in generale, come polarizzino – lo ignoriamo – i differenti periodi della loro storia.

La condizione pagana era accettabile in epoche in cui i monoteismi non temevano la concorrenza di altri dei. Ma non ha retto di fronte alle pretese di sovranità degli jihadisti. Tanto più che ai loro occhi il tempio antico suonava come un insulto all’Islam, attirando all’idolatria, cioè a una «falsa religione», folle di visitatori provenienti da remote distanze. Hammad racconta della resistenza passiva ingaggiata nel Novecento dagli abitanti locali rispetto all’improvvisa usurpazione dell’impero coloniale francese di 350 case e 700 appezzamenti di terreno. L’Isis si è dunque inserito in un contenzioso non chiuso. Si è impossessato del territorio e lo ha marcato come suolo islamico, neutralizzando pagani e cattolici per reclutarvi, eventualmente, i propri adepti. Intanto, però, la spianata attorno alla cella, storicamente sacra al pari del tempio, è uscita illesa dalla demolizione, per ragioni di salienza architettonica e pregnanza culturale. Quanto è informata la competenza di questi iconoclasti?

Accanto all’indagine degli investimenti semantici associati alla distribuzione degli spazi, fra sale a Nord riservate agli dei residenti – Bel, Yarhibol e Aglibol – e sale a Sud riservate alle divinità della regione, fra piano orizzontale delle relazioni fra gli uomini e piano verticale delle relazioni umano/divino, Hammad tiene conto del passaggio dal periodo pagano, quando il senso religioso si propagava dal tempio all’intera città di Tadmor-Palmira, al periodo di relativa laicità del santuario divenuto habitat urbano. Architettura e iscrizioni parlano di una valorizzazione economica e militare superiore alle assiologie politica e religiosa. Già allora, però, l’impianto del tempio si andava adeguando e aggiustando all’universo ideologico degli autoctoni. E ancora nella sua ultima veste, fino a prima della distruzione, Bel si presentava come una struttura di elementi ellenistici inglobati e risemantizzati in una sintassi spaziale semitica. Un pensiero localmente situato ha cioè ribaltato le priorità e mostrato le variazioni di natura dell’«allogeno», al variare della prospettiva culturale.

La Palmira ventura, non solo come «luogo del cuore», Hammad Palmyrenicus maior (Fabbri) sa costruirla.

Manar Hammad

Bel/Palmyra Hommage

edizione bilingue italo-francese

prefazione di Paolo Fabbri

Guaraldi, 2016, 184 pp., € 39

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