Marcel Detienne: memorie felici e concetti indelebili

Paolo Fabbri

La memoria è ospite del tempo. Viene ricevuta come lui crede e lo accoglie a modo suo. Di Marcel Detienne, da poco mancato, ho il ricordo a breve termine di qualche momento felice e di alcuni concetti indelebili.

Tra i primi, i soggiorni di ricerca sulla mitologia al Centro internazionale di semiotica e Linguistica di Urbino; la convivenza dei semiologi di A. J. Greimas e gli ellenisti di J. P. Vernant e P. Vidal Naquet al numero 10 rue m. le Prince, Parigi; un memorabile pranzo nella sua casa nella foresta di Fontainebleau, fino ai corsi dell’Escorial in Spagna, dove assistemmo, con Giulia Sissa, a un incontro di Sumo!

Ricordo infine la dichiarazione di Roland Barthes nella presentazione di una conferenza all’insegnamento del Collège de France: “un grand homme!”

Un grande ellenista infatti che non studiava i Greci, ma voleva pensare con loro. Non condivideva il tacito assunto dell’umanesimo occidentale, che fa della Grecia classica la referenza originale di valori senza tempo, misura metaculturale di ogni civiltà. Sulla scorta dello strutturalismo levi-straussiano, voleva distogliere l’occhio fisso dei filologi ellenisti (“tra i filologi c’è chi pensa e che se ne dispensa”) per indirizzarlo in una prospettiva comparativa e iscriverne la tradizione in un progetto antropologico sperimentale e costruttivo. Ad esempio, per spiegare la cosiddetta invenzione della democrazia, comparare l’esperienza italiana dei comuni medioevali e alcune comunità etiopi!

Il “dovere di comparatismo” descritto nel libro mastro Noi e i Greci, Cortina 2007, non è quello della forma originaria di un etimo con successive alterazioni, ma la ricerca della configurazione che prende un concetto una volta inserito in un corpus di culture altre. Un esperimento mentale ed empirico di laboratorio nel tessuto incessantemente ordito del politeismo per riconoscere, nel confronto delle loro filosofie implicite, l’originalità, i saperi taciti o l’impensato della Grecia classica. A questoscopo ha aperto i dossier sulla terra; sulla guerra e la caccia – che permettono l’elaborazione della metis, l’intelligenza scaltra - e soprattutto sulla scrittura, la cui invenzione era delegata a un personaggio minore, Palamede, facile vittima del versatile Ulisse.

Il confronto interculturale e l’approccio etnografico ha suscitato tenaci resistenze in luoghi recintati (“i greci non sono dei selvaggi come gli altri!”), ha permesso però a Detienne di rivedere pratiche inveterate come l’etimologia, i racconti scontati e molti concetti disciplinari “chiavi in mano”. Per lui erano centrali i rapporti tra Mito e Pensiero; Oralità e Scrittura; Filosofia e Saggezza, in rapporto alla Verità; Origine Politica e appunto, Invenzione della Democrazia.

Ne ho mandato a mente – ma preferisco il francese par coeur, - alcuni aspetti, a cui tengo e che mantengo.

In primo luogo la sua Archeologia della Verità che nel rapporto tra religione e filosofia e sofistica traccia una genealogia diversa dal logos ermeneutico e dai filosofemi heideggeriani. (“la verità epica è un oggetto culturale, non un concetto filosofico”). Nella introduzione del 1994 al suo I maestri di verità nella Grecia arcaica, Mondadori 1992, Detienne ricapitola un’epistemografia che va dalla parola sacra ed efficace del poeta, del veggente e del re fino a alla retorica laicizzata e il dibattito argomentato. Dal contarla - e cantarla - giusta al dimostrarla vera.

Quanto al Mito, oltre a Dumézil e Lévi- Strauss, è stata la ricerca insistente di Detienne a darne un’ immagine inedita e una nuova base di studi. Non ne ha cercato il senso all’interno o in allegorie esterne e neppure nell’inesprimibile che la ragione non riesce a formulare. E non lo ha studiato nel solo genere biografico degli dei e degli eroi: ha preferito riscrivere l’opposizione ottocentesca tra apollineo e dionisiaco fi cui ha ridefinito i tratti distintivi. L’energia vulcanica degli umori vitali di Dioniso e i suoi celesti misteri e l’arte troppo umana con cui Apollo dà forma, cioè taglia per fondare ed per escludere; il “Bell’ Omicida”, obliquo e agente epidemico, crea infatti e recide. (Apollo con il coltello in mano. Un approccio sperimentale al politeismo greco, Adelphi 2002)

È il concetto di Autoctonia, antica e moderna, che ha occupato gli ultimi anni dell’antropologo (Essere autoctoni. Come denazionalizzare le storie nazionali, Sansoni 2004). Un problema politico che Heidegger aveva evitato attribuendo a “polis” la falsa etimologia di “essere”. Per Detienne non c’era autoctonia in Atene e in Roma, e il concetto è l’esempio d’una “mitideologia” impiegata nella costruzione dei nazionalismi passati e, purtroppo, presenti e futuri. Il suo libro ha come sottotitolo “dal puro ateniese al francese radicato”. Uno studio rigoroso del discorso nazionalista e della sua semiurgia che investe i vaneggiamenti celtici della Lega italiana e l’immaginario sciovinista dell’accademia storica francese, che il belga Detienne trattava da “clero dell’Esagono” e in cui includeva horribile dictu! l’intoccabile F. Braudel. Per fare una nazione, motteggiava, bastano i cimiteri e degli storici inventori di tradizione.

Nella temperie attuale, che dibatte sui diritti d’asilo, e gli ius soli o sanguinis, queste pagine meritano orecchie. A Detienne fruttarono dopo lo spostamento dall’ EPHE alla Johns Hopkins di Baltimora una tenace ripulsa accademica.

La categorie epistemiche, come semplicità, coerenza, rigore ecc. sono anche virtù caratteriali dei ricercatori. Detienne era graffiante come la sua scrittura e la sua grafia. Gli era congeniale prestare l’orecchio alla “musica della dissonanza”. Fare la scelta di “di privilegiare le figure di rottura e di trasformazione radicale”. Radicalizzare strutturalmente le differenze. Non gli garbavano quanti indossavano “le tee-short con la scritta post-strutturalisti”.

Non saprei come dargli torto, io, semiologo, che gli devo la interdefinizione del sema: poros e del tekmor, nelle due accezioni di senso: quella estensiva della morfologia e quella intensiva della direzione. E la divertita scoperta che nella Grecia della geometria e della logica, le dicerie avevamo una loro dea, Femé .

I miei ricordi personali si assumono l’ovvia responsabilità del silenzio e dell’oblio che sono l’ombra inseparabile della memoria. Ci penserà la storia che della memoria è nemica giurata.

“L’esplosione”: uno scorcio

Dal volume di Nanni Balestrini L'esplosione in uscita in questi giorni per le edizioni del Verri proponiamo la postfazione di Paolo Fabbri (il libro comprende anche testi di Cecilia Bello Minciacchi e Milli Graffi, e sei illustrazioni)

Paolo Fabbri

L’effetto di una poesia nella memoria

può essere comparato a un’esplosione

Jacques Roubaud

La poesia d’avanguardia di Nanni Balestrini, per la sua tenace coerenza è la testualità tradizionale nel tempo dopo la tradizione. Un’arte dei linguaggi che ha depennato i formati abituali, ma non il principio di sistematicità e vuol ripristinare la memoria della scrittura e dell’immagine per via di rinnovate operazioni formali. Iscritta nell’evoluzione “a-parallela” tra la lingua, mobile ed evolutiva e i codici della scrittura e della figurazione, la sua non è produzione, ma l’attività libera di un grammatologo. Creatore di logogrammi, icone grafiche agenti e ricombinanti, montatore di composti verbovisivi mai veduti, assemblaggi di sequenze inedite, difficilmente visibili e pronunciabili.

La poesia di Balestrini dice quel che dice, dicendolo: ma anche quel che vede, vedendolo”. L’ho già scritto, ma insisto (Fabbri, 2006). E vorrei precisarlo nella lettura di scorcio –espediente prospettico e abbreviazione - del suo recente poemetto icono-grafico: L’esplosione. Senza la distanza critica della spiegazione, ma con la prossimità progettuale della descrizione. La poesia conta e quindi va contata (Roubaud).

L’anziana prosodia avrebbe chiamato EPILLIO questo componimento, un formato epico minore, lontanissimo dalla forma chiusa, elegante e sentimentale della liricità. Consta, come si legge e vede, di sei filze numerate; ciascuna di 18 terzine; ogni filza è ripartita in sei gruppi staccati di terzine; impaginate nella sequenza 1-2-3 da destra a sinistra e successivamente 4-5-6 da sinistra a destra. Il parallelismo spaziale tra la terzina 1-6: 2-3: 4-5 dà alla composizione il suo andamento ondulato, lo svolgersi “serpentino”. La lettura è doppiamente orientata: sintagmaticamente dalla numerazione, e paradigmaticamente dai parallelismi posizionali, come mostra il raffronto tra la prima terzina (e il primo verso):

prima non c’era nulla e poi all’improvviso

era tutto proibito sclerotizzato corporativo

poi all’improvviso arriva qualcosa

E l’ultima (e l’ultimo verso):

l’importante è sentire di esistere

poi all’improvviso arriva qualcosa

prima non c’è nulla poi all’improvviso

Una regolarità sbilenca su cui bisogna tornare.

A una lettura complessiva - il semiologo direbbe “molare” - dovrebbe seguire una scansione più analitica, “molecolare” (Geninasca). Come i costituenti dei 108 sintagmi intagliati –fustellati!- ed estratti dai materiali testuali di N. Balestrini: Fino all’ultimo, in “Caosmogonia” (da Jean Luc Godard); di Franco Berardi Bifo, La noia, il culmine, l’ansietà e da un dépliant della grotta di Altamira che tematizza l’ekfrasis d’un immaginario preistorico (nota 1).

L’interpretazione routinaria del cut-up come metodo impersonale di ispirazione” poetica ha sovradeterminato le modalità improvvisate o calcolate del distacco dal materiale frastico – “la forma liberata dalla palude della sintassi” (nota 2) - come potenzialità di ri-significazione:cut the word lines and you will hear their voices” (Borroughs).

Meno si è detto invece sulla natura del nuovo oggetto linguistico così generato e sul suo inserimento nelle nuove configurazioni testuali. Non è un semplice inciso e neppure un verso, che ha condizioni proprie di numero e di suono. Ai sintagmi nominali e verbali di Balestrini si adatta meglio - o così lo proponiamo - il concetto di morfema, cioè di unità non ulteriormente segmentabile senza cambiamento di significato. Morfemi testuali – non lessicali o grammaticali - che un linguista chiamerebbe forse amalgami e un semiologo morfogrammi - i quali generano nuove relazioni sintattiche e semantiche con il valore di un neologismo, ma a taglia di testo. (nota 3)

2.

Inutile cercare in Esplosione ogni traccia retorica di tropi. Balestrini ha i suoi modi di mettere la poesia sulla punta del numero e del ritmo, cioè di prendere nuove misure della lingua (v. le Morales élémentaires di R. Queneau). Con il montaggio dei “morfogrammi” – con ripetizioni più o meno stocastiche - può dir tutto, cioè non tacere niente, attraverso “equilibri alternativi” che, in modo non predeterminato, raggiungono effetti d’improvvisazione non parafrasabili (Fabbri, 2005). La delimitazione fa accadere un senso non delimitato e attraverso l’ associazione costruttiva di elementi eterogenei, l’aumento di strutturalità genera un aumento di imprevedibilità. Il poemetto, chiuso nella forma prosodica, è aperto all’interpretazione. Tocca infatti all’enunciatario il compito di ricostruire, tra i costituenti giustapposti, i nessi semantici e le forze performative inespresse. Per es., l’inizio di molti morfemi testuali con la particella “e” ha talvolta effetto coordinativo e a volte subordinativo.

All’uniformità tipografica della costruzione fa eccezione il solo “spezzone” in corsivo:

nel deserto ghiacciato dell’anima contemporanea senza futuro

della lunghezza di due endecasillabi, che per la posizione tipograficamente singolare prende il valore di un punto di vista, o in termini ancor più visivi, di scorcio.

II materiale di partenza - poesia, saggio, depliant – conserva una sua semantica “smorzata” (Jakobson), ma il senso formale del poemetto è un effetto interno del suo procedimento. “…la costruzione poetica crea un mondo speciale di accostamenti semantici di analogie di contrapposizioni e opposizioni che non coincide con la rete semantica della lingua naturale, ma entra in conflitto e lotta con essa” (Lotman, 1975)

Un’intersezione semantica interna che può creare quindi un’esplosione di senso, generando nuovi sinonimi e nuovi antonimi rispetto ai testi di partenza (Lotman 1993). Come l’opposizione tra l’immagine preistorica e quella mediatica che percorre molte filze dell’Esplosione.

poi all’improvviso arriva qualcosa

prima non c’è nulla poi all’improvviso

Il dispositivo poetico brilla, come si dice di una mina,

con una liberazione d’energia brusca e violenta.

Un’energia “comunincantarioria” che è innescata dall’anticipazione delle regolarità strutturali e dalla loro “determinazione dell’indeterminato”.

Reperire queste forme significa che anche la lettura deve essere un’analisi metrica.

3.

nel deserto ghiacciato dell’anima contemporanea senza futuro

Ad un’analisi impressiva -che segue la molecolare e la molare- il poemetto di Balestri suscita oggi un giustificato sentimento di difficoltà.

Certo. Abitiamo il vandalismo linguistico e visivo degli old&new media e viviamo la diffusione commerciale della forma Romanzo - la quale circola senza l’alto costo di trasporto del tradurre poesia.

Certo. Vogliamo l’agio della lettura immediata, mentre la poesia chiede di essere riletta e rivista– ma soprattutto ci è sempre arduo ammettere l’irreversibile mutazione che le avanguardie hanno portato ai nostri linguaggi.

Certo. La poesia verbovisiva non è facile perché conserva il passato dei linguaggi e anticipa il loro futuro. Parla del Sessantotto o di grotte preistoriche, ma sempre a futura memoria, mentre - come ci segnalò Umberto Eco – stiamo andando “a passo di gambero.”

Nota 1.

Per l’uso di ogni parola del dizionario come citazione di testi altrui, v. l’artista Joseph Kossuth, Purloined, a Novel, Salon Verlag, Cologne 2000; per l’impiego letterario dei depliant descrittivi v. Michel Butor, Boomerang, Gallimard, Paris,1975.

Nota 2.

v. N. Balestrini la sestina di Istruzioni preliminari:

scomporre e ricomporre in equilibri alternativi

secondo una relazione non predeterminata

arricchisce il significato rendendolo plasmabile

la forma liberata dalla palude delle sintassi.

Nota 3.

Sui 6 collage visivi e il loro posizionamento

v. Fabbri 2006. Per Balestrini: “ l’arte visiva ) quella che ha avuto il più forte potere di attrazione, che ha inglobato felicemente forme di letteratura, musica, spettacolo, creando forme sempre nuove”.

bibliografia

Fabbri, P. , “Lo imprevisto de improviso”, in Revista de Occidente, Madrid, julio-agusto. 2005.

Eterografie di Nanni Balestrini”, sta AA, VV, Nanni Balestrini, Con gli occhi del

linguaggio, Mudima ed., Milano, 2006

Le colonne di Babele”, Alfapiù, Alfabeta2, giugno 2016

Geninasca J., La parola letteraria, Bompiani, Milano, 2000

Jakobson R., Poetica e poesia. Questioni di teoria e analisi testuali, Einaudi, Torino 1985

Lotman, J. La struttura del testo poetico, Mursia, Milano, 1972

La cultura e l’esplosione, Feltrinelli, Milano, 1993

Roubaud, J. Poésie, etcetera: ménage. Stock, Paris, 1995

Il gusto di Paul Virilio per la parola penultima


Paolo Fabbri

La sparizione di Paul Virilio mi riguarda. È il memento opportuno d’una «dichiarazione spontanea» e di qualche esplicitazione, rispetto ad alcuni interventi apodittici e apodidattici.

1. Il fatto personale. La memoria – ricordi trasformati e attese modificate – mi restituisce Virilio come co-redattore della rivista “Traverses” del CCI, Centre de Création industrielle di Beaubourg – con Michel de Certeau, Louis Marin e Jean Baudrillard; nel comitato scientifico dei  “Cahiers d’Etudes stratégiques” del CIRPES, Centre International de Recherches sur la Paix et les Etudes Stratégiques (EHESS); co-partecipante al colloquio pubblicato su “L’Etat nucléaire”, nel numero sulla Guerra di “Change international”, n. 2, 1984 ; condirettore di programma del CiPH, Collège international de Philosophie. Virilio era presidente del Colloquio Images et politique, Rencontres internationales de la photographie, Arles, 1997, a cui ho partecipato con Faire de l’image un monument. (AA.VV, Images et politique, Actes sud/AFAA, Arles, 1998.)

2. Esplicitazioni. Voltandosi precipitosamente verso un autore così produttivo – la traduzioni italiane sono numerosissime – si rischia di rinviarlo all’Ade della dimenticanza – com’è capitato al comune amico, Jean Baudrillard. Una sorte comunque migliore delle spicce procedure d’ imbalsamazione: l’inventore della dromologia, il visionario velocista della tecnologia, il teorico delle catastrofi, e absit iniuria verbis, il massmediologo. E soprattutto il Filosofo, una commenda del pensiero di cui Virilio non si è mai insignito, almeno nella tradizione filosofica francese – divisa tra Sartre e Merleau Ponty da un lato e Koyré e Bachelard dall’altro. E neppure filosofo nell’accezione dell’antropologia scientifica (Serres) o della filosofia empirica (Latour). Più prossimo eventualmente a Guattari, con cui ha vissuto il Maggio Francese – Deleuze era assente giustificato! – e per cui era filosofo chiunque sintetizzasse concetti. Piuttosto che appenderlo alla gruccia proteica dei pop-filosofi – che avrebbe tacciato volentieri di filo-follia – meglio riconoscergli il ruolo dreyfusardo di intellettuale. Pensatore forte, critico nei contenuti e saggista nella scrittura grafica – libri, riviste, collezioni – e visiva ; come provano le importanti mostre: Vivre à l’oblique 1970; Bunker Archéologie, 1975; La vitesse, 1991; Ce qui arrive, 2002; Terre Natale, l’ailleurs commence ici, 2008-9. Esperienze visibili di pensiero e di un’“arte Rivelazionaria”!

2.1 Un intellettuale segnato dalla guerra. Figlio di un emigrato italiano, Virilio ha vissuto l’ esperienza del blitzkrieg tedesco prima e poi della sparizione della città di Nantes nei bombardamenti «liberatori». Guerra mondiale e distruzione urbana totale da cui ha tratto un’originale prospettiva verso la velocità e l’architettura, la città e la tecnica bellica. Virilio che ha ricevuto nel 1987 il Grand prix national de la critique architecturale è in primo luogo un urbanista, cioè un architetto appassionato delle arti dello spazio – il teatro e la danza – e dotato d’una visione culturale internazionale. Direttore della scuola speciale d’architettura di Parigi, il suo interesse per i bunker tedeschi del Vallo Atlantico – il Walhalla dei monoliti bauhaus nello spazio militare – viene dalla sua propensione per la Caverna – contro la Torre fortezza – come luogo primario di sopravvivenza e per il cemento come materiale di resistenza. Teorico dell’Architettura Obliqua fatta di spazi interni senza soluzione di continuità attraverso la concatenazione di piani obliqui e orizzontali, ha costruito a Nevers una chiesa-bunker (Sainte Bernadette di Benlay) e influenzato archistar come Jean Nouvel. L’Obliquità è una propensione strategica a sfuggire diagonalmente l’opposizione tra verticale e orizzontale, un ideogramma che lo ha condotto via via fino al suo opposto, alla smaterializzazione contemporanea delle virtualità.

Dopo l’esperienza radicale del Sessantotto – Virilio occupa la Sorbona e il Théatre de l’Odéon – e la delusione che ne consegue, fonda la rivista “Cause Commune” insieme a Georges Perec, come lui segnato dalla guerra. Per entrambi il Maggio ‘68 è un evento culturale, non politico e la sua implosione rimette in causa la realpolitik della sinistra e l’assicurazione obbligatoria dei luoghi comuni. In pieno scandalo Watergate, Virilio analizza la conformazione dell’edificio e nelle indagini urbanistiche studia lo storno (détournement) dei luoghi – chiese che diventano garages, caserme musei e depositi teatri. Ma soprattutto rileva, con Perec, l’Infraordinario di segni banali – né ordinari né straordinari – per dare una lingua e un senso all“antispettacolare giornaliero di cui i giornali non parlano”. Anche se Perec ha aderito dal ‘67 all’Oulipo, Virilio rifiuta di ridurlo ai soli giochi di linguaggio e ne addita la violenza tragica che abiterebbe anche il proprio lavoro. Per lui il nuovo voyeurismo di Perec è – a differenza di Robbe-Grillet – quello d’un nomade urbano che con la scrittura esaurisce sociologicamente e politicamente lo spazio. Espèces d’espaces di Georges Perec (1974) è il primo libro della collana “L’Espace critique”, che Virilio pubblica presso Galilée per riflettere a una nuova branca del sapere che ha chiamato Dromologia. Una disciplina delle traiettorie che si sostituisce alla metrologia, alla geometria delle forme oggettive, che è necessaria per studiare le «onnicittà» multimilionarie, la maggiore catastrofe del XX secolo, che finiremo per lasciare , pensa Virilio, così come i contadini hanno abbandonato le terre.

2.2 Dopo il Sessantotto, si impone la nozione di Evento, messa a fuoco nell’opera di Deleuze e Guattari. Nel paesaggio degli avvenimenti, Virilio coglie la dimensione accidentale dovuta all’accelerazione planetaria della tecnica prima, delle nuove tecnologie poi. L’Incidente, a cui dedicherà lo sguardo trasversale delle sue ricerche, non è solo l’assoluta imprevedibilità dell’evento (accidente in it.) ma il guasto: esito inevitabile quanto impensato di ogni fare tecnico. («È la nave che inventa il naufragio»)! L’attenzione ai sempre nuovi incidenti che capitano nell’ovviare agli incidenti, lo avvia alla definizione di Incidente Integrale catastrofico: con punti di rottura come Seveso, Chernobyl, Fukuyama e la distruzione delle (odiate, babeliche) Torri! Le Catastrofi sono gli esiti implicati nel successo tecnico e non del suo fallimento: più l’invenzione è performante, più l’incidente è traumatico. L’estasi dell’accelerazione che contrassegna l’andatura da Golem della scienza e delle arti tecniche non esige soltanto un principio di precauzione, ma un ripensamento etico e politico. Fino all’urgenza di decrescere e disinventare (v. il caso della plastica e dell’auto)! Soprattutto perché lo svolgersi della tecnica nelle società militari-industriali è sempre orientata, quando non dettata, dalla logistica bellica, dall’invenzione di protesi micidiali, già nucleari ed oggi cibernetiche. La guerra avanza mascherata dal free d’una interattività libera e gratuita. Per Virilio, gli stessi strumenti di comunicazione – da telegrafo alla fotografia e il cinema, dal radar ad internet – sono dispositivi a dominanza ottica ed elettronica, omologati e mutuati nei tecnosistemi di interazione strategica. L’arsenale postmoderno, pronto all’impiego, conta ormai su tre macrosistemi di bombe: nucleare, informatica e genetica – la deliberata, sinistra mutazione della natura umana.

2.3 Il valore della velocità – di cui Virilio riconosce la scoperta alla bellicosa avanguardia del Futurismo – ha guidato le sue ultime osservazioni (v. Futurismo dell’istante nel primo numero di Alfabeta2, 2010). Dallo spazio al tempo, dalla topologia alle «nanocronologie»: i mezzi di trasporto, i flussi turistici mettono fine ai tempi locali e ai jet lag. Si sta invertendo il rapporto tra il Sedentario – che sa sempre, comunicativamente attrezzato, dove sta e dovunque vada ed il Nomade, fuori posto in qualsiasi luogo.

Per Virilio la sincronizzazione temporale inquina le distanze e riduce la percezione stessa della Terra, nella sua dimensione ed ecosistema. E’ questa la radice del ripopolamento planetario in corso, diaspore contro le quali è vano dotare lo spazio di muri ( v. la mostra Terre Natale, Ailleurs commence ici, 2008-9). La simultaneità crea nuove inerzie e nuove insicurezze, non solo spaziali ma temporali – il terrorismo infatti è ubiquo e onnipresente. Virilio segnalava nelle ultime opere il fenomeno della sincronizzazione istantanea degli affetti come la matrice di nuovi flussi e addensamenti collettivi e politici. L’emozione concomitante e in tempo reale si sostituisce ai conti fatti degli interessi che hanno standardizzato l’opinione pubblica delle democrazie rappresentative. La sinonimia di informazione e disinformazione (v. le cd. fake news) sono tra gli effetti della mondializzazione: “la più vasta impresa di trasmutazione delle pubbliche opinioni mai tentata in tempo di pace”.

Un «futurismo dell’istante» è il “qui ed ora” d’un presentismo radicale che altera catastroficamente il senso della storia, ma non ne segna la fine. È un’altra storia, incidentale/accidentale, priva della religione civile del progresso che si aggiungerebbe al regime evenemenziale previsto da Braudel.

3. Quest’opera multiforme e radicale, recalcitrante per partito preso e fuori dai marchi disciplinari, ha scontrato critiche virulente: la nota e risibile « beffa di Sokal» contro chi si definiva critico d’arte della scienza e i pamphlet di sociologi per cui Virilio, come il suo amico Baudrillard, non avrebbe “avuto luogo”. La benevola difesa che gli attribuisce il titolo fourierista di «visionario», ne aggrava la posizione. Attraverso la redazione di dossier documentari sulla tecnologia e la guerra, Virilio coglieva gli incidenti/accidenti come segni anticipatori di tendenze e presagi di orientamenti collettivi in via di realizzazione: come il passaggio dallo sguardo ciclopico della dittatura orwelliana agli innumerevoli occhi dell’attuale capitalismo della sorveglianza. Impronte digitali e oculari, dati DNA, identificazioni facciali ottenute con videocamere di sicurezza, doppler radar, droni, lettori di targhe: dall’osservazione panottica fino alla più privata delle tracce.

A differenza dei modelli econometrici spesso fallimentari, Virilio getta sonde e lancia allarmi: nel mondo pragmatico e neorealista dei matter of fact egli si voleva investito da domande ardue e da problemi generali; non cercava risposte preconfezionate e soluzioni chiavi in mano. Il fastidio sollevato dalle sue proposte – un Museo degli Incidenti, un’Università del Disastro, un Ministero della Pianificazione Temporale, includere la notte nel Patrimonio dell’Umanità – era ironicamente calcolato.

Più sorprendente è il rifiuto d’un tratto idiosincratico del suo stile: i neologismi. Virilio non usa parole o immagini chiave da sottoporre a motori di ricerca. Prova, con termini più o meno felici, di farsi carico di nuovi eventi e situazioni, di porre la scrittura al livello degli infra-ordinari disastri che indaga e davanti ai quali la parola quotidiana è in folle. Claustropolis, Dromosfera, Meteopolitica, Magaloscopia, Nanomondo, Postintimità, Telesoggettivo, Tragittografia, ma anche Colonizzazione della telepresenza, Realtà diminuita, Riflesso incondizionato, Spettatore fotosensibile, Tempo multifrattale e via dicendo. Una scrittura sperimentale non diversa nel suo intento da quella delle letterature di avanguardia e dell’operato otticamente scorretto degli artisti – Baj, Beuys, Pollock, Turrell , ecc. – che Virilio prediligeva perché avevano lasciato l‘atelier per il laboratorio.

Come gli sperimentatori, Virilio aveva il gusto della parola penultima: non annunciava sventure ultime, era apocalittico nel senso “revelazionario” del termine. Cattolico fervente, citava Paolo di Tarso: ”Sperare contro ogni speranza” oppure, più laicamente, Winston Churchill: “Un ottimista vede l’opportunità in ogni difficoltà”.

Guerra di genere. Una proposta modesta

Paolo Fabbri

1.

Finiremo mai di segnalare gli eventi e i misfatti del Sessantotto? Come tutti i fatti sociali totali, quel periodo inesauribile eccede la memoria cioè la contraddizione tra la sopravvivenza e il nulla. Chi ricorda la prima messa in italiano dopo due millenni di latinorum e la distruzione della statua del padrone illuminato Marzotto ad opera di scioperanti iconoclasti? E l’esplosione nel Pacifico della prima bomba francese all’idrogeno? Più gravido di conseguenze sarebbe scordarsi della scoperta del clitoride. Non che non fosse già noto: come zona erogena la descrizione più esaustiva è dovuta ad un anatomista teutonico della metà 800, Georg Ludwig Kobelt. È nel Sessantotto però che il pamphlet antifreudiano di Anne Koedt, The Myth of the Vaginal Orgasm divenne “virale” nel virulento movimento femminista. Che le donne raggiungessero più orgasmi col vibratore che con utensili naturali, rivelatisi meno adeguati, rese l’amor di sé un atto politico e un indicatore “rigido” -come s’esprimono i filosofi del linguaggio - verso l’emancipazione. (L’industria fiorente dei sex-toys incassò gli abituali vantaggi che il capitalismo trae dalle contestazioni creative).

Il termine “clitoride” conteneva un’inerente ambiguità di genere grammaticale. Neutro in inglese, in italiano si presentò dapprima con morfologia femminile – la clitoride, per diventare poi maschile - il clitoride. Una transizione curiosa che continua a

agitare i generi, quelli naturali e quelli linguistici, fino all’attuale guerra dei sessi: maschi (alquanto) predatori contro femmine (piuttosto) vittime; patriarchi attuali e matriarche possibili – una volta che alla fecondazione si sostituirà il clonaggio (1).

Ad onta dell’affermazione di F. de Saussure sull’arbitrarietà del linguaggio, non smettiamo mai – con buona pace degli ontalgici – di rimotivarlo realisticamente. Quando i modi della parola sono omologati alle maniere dell’interazione, la sintassi diventa il teatro fazioso e perentorio d’una violenza linguistica di genere. In Francia si dibatte furiosamente sulla scrittura detta inclusiva che vorrebbe aggiungere ad ogni desinenza maschile il corrispettivo femminile. Anche in USA, dove i nomi sono neutri, si esigeva che almeno i pronomi (she/he/his/her) fossero simultaneamente espressi. L’esigenza di pari opportunità grammaticale cozza persino con gli accordi sintattici: non si dovrebbe permettere all’aggettivo che segue due termini di cui il primo è maschile e il secondo femminile d’accordarsi con il maschile e non con il femminile che lo precede immediatamente, D’accordo, ma questa lizza tra prede e predatori, linguistici coi suoi rumorosi effetti di realtà, non finirà qui: la lingua è vasta, stratificata e diversamente mutevole: si può guerreggiare in fonologia, sintassi, semantica, enunciazione, retorica e discorsi. Fino a scendere nel campo chiuso delle categorie semantiche fondamentali. La legge californiana, “Change your Gender Bill” prescrive che la differenza di genere, assegnata alla nascita in base ai tratti somatici -i genitali - diventi una grandezza personale: l’identità di genere che incorpora segni, linguaggio e norme. Dalla “descrizione fisica del reale” alla “descrizione del sentirsi e dell’auto-identificazione”. Ne consegue che tutti coloro che non si identificano alla dicotomia biologica maschile/femminile troveranno l’etichetta Non Binario sui certificati di nascita e altri testi ufficiali. Una categoria logicamente privativa – quindi liberatoria e illimitata, dove stanno pigiati “gender queer, gender fluid, Two Spirit, bigender, trigender, transgender, gender non conforming e gender variant” e quant’altri ibridi e fusion. Un’etichetta che presuppone comunque un rapporto manicheo tra i sessi e il loro pudico significante, il genere.

2.

Spero non sembri anarchica l’opinione che lo stato non sarebbe tenuto ad interessarsi dei genitali dei cittadini, ma la lingua italiana e la cultura di cui è parte avrà altri gatti o/e gatte linguistiche da pelare. Intanto per i lessicologi “stabilire se un nome è maschile o femminile non è sempre facile” (Sensini). Sia per gli animati che per gli inanimati, a cui imponiamo sovente un genere purchessia. Chiamare in soccorso i neorealisti, noti per la dotta ignoranza sulle impervie delizie linguistiche, non caverà un ragno dal buco. Rinfreschiamo quindi le conoscenze elementari. Sono maggioranza i nomi di animali che hanno un solo genere, femminile o maschile (il ragno e la foca, il giaguaro e la balena) e gli oggetti che hanno generi difficili da motivare (la penna e il foglio, lo specchio e la faccia, ecc). Parliamo con nomi che cambiano di significato mutando il genere (il boa/la boa; il pianto/la pianta; la panna/ il panno, ecc.); con i nomi sovrabbondanti, a doppia uscita, che dal singolare maschile diventano femminili al plurale (dita, calcagna, ciglia, braccia, ginocchia, cervella, ecc.). Per non ri-parlare dei generi comuni o promiscui, elegantemente detti epiceni (insegnante, giudice, giornalista). Tralasciamo i pronomi e i nomi propri alcuni dei quali sopportano le variazioni di genere, (Paolo e Paola, Francesca e Francesco) ed altri no (Anna non dà Anno, Chiara non dà Chiaro, come Salvatore non dà Salvatora). Soprattutto non chiediamoci perché in italiano gli alberi sono prevalentemente maschili e la frutta femminile (ma sono maschili i frutti esotici!). Maschili sono i vini, i monti, laghi, fiumi , gli anni, i mesi e giorni, e persino le preghiere (Angelus, Credo, ecc,). Femminili invece le città, le isole, i continenti, le vocali, le nozioni astratte e i termini militari (staffetta, recluta ,sentinella, vedetta, ecc –non mi capacito ancora che la “piccola vedetta lombarda” del libro Cuore non fosse una bambina!). A chi dare la babelica responsabilità del subbuglio linguistico (Fabbri) complicato dalle intricate desinenze – spavento degli stranieri italofoni? Oltre all’evoluzione socioculturale (l’automobile già maschile diventò femminile) e all’interferenza tra categorie interne alla lingua – per es. il genere si ibrida spesso col numero, a maggior disagio dei generi plurali?

Il maggior indiziato è il Neutro, già presente in greco e in latino ed ora nelle lingue germaniche e slave. Nell’italiano, come nelle altre lingue romanze, è scomparso -salvo qualche reliquia- e si è riciclato in massa nel maschile; un genere tutto-dire che è diventato estensivo rispetto al femminile, il quale è intensivo, ma scontento di esserlo. Con qualche ragione: nella più usurata metafora italiana “la donna è un fiore” il termine di paragone /il fiore/ è maschile a differenza del più galante francese e dello spagnolo. Lingue che ogni traduttore conosce come zeppe di falsi amici di genere: in spagnolo gli occhiali e il computer sono femminili e le maniere maschili. Mentre per il francese epigramma, epiteto, epitaffio, equivoco sono tutti femminili. Di qui la difficoltà di tradurre le lingue come l’inglese. Il fiotto dei prestiti che ci giungono da questa lingua franca sono imbarazzanti da collocare nella gabbia dei generi: va bene infatti il femminile per la show girl (ragazza); la full immersion (immersione) o la new age (età), ma il cheese cake (torta), il chewing gum (gomma) e il/la mail (lettera)? E decidendo di abbandonare la dicitura patriarcale “Diritti dell’Uomo” - scritto con la maiuscola - per “diritti della persona” (person è neutro in inglese) si è deliberato in coscienza di sostituire un maschile –l’uomo- con il femminile – la persona?

Insomma la lingua è un sistema che fa da sé, ma si può provare a sottrarle quote di vessatorio sessismo– in italiano i diminutivi sono spesso femminili e in spagnolo i genitori sono los padres! - senza però adeguare tutti i significati alla morfologia dell’inglese.

3.

E soprattutto non fermiamoci qui. Avanziamo, senza principio di grammaticale precauzione, una modesta proposta. Abbandonare la categoria (mal) vincolante del genere maschile/femminile e dare spazio al Neutro. Un termine che è il calco latino del greco udéteron, 'né l'uno né l'altro'. Perché no!? Non vivono fuori dalla prigione binaria del genere il cinese e il turco, il giapponese e il persiano, l’armeno e l’ungherese, e via classificando? Eppure i locutori di queste lingue possono conversare amabilmente. E poiché siamo alla mozione utopica degli effetti, rammentiamo un patetico appello al Neutro: “il grande tema ritrovato” con cui Roland Barthes voleva movimentare il più vessatorio dei luoghi comuni, l’opposizione virile/non virile. Per il sagace semiologo, il Neutro era l’assenza di simbolizzazioni prefissate, “l’oscillazione amorale d’un fremito di senso”. Qualcosa di più della dilettosa insignificanza, del libero gioco di espansioni infinite (“testi gongoriani e sessualità felice”). L’utopico Neutro non sarebbe più il terzo termine di un’antinomia maschile /femminile, ma il secondo termine d’un nuovo paradigma dove il Neutro si oppone alla Violenza teatralizzata – esibizione, prevaricazione, intimidazione, vittimismo - di ogni genere.

Come sarebbe questo italiano neutro? Chiediamolo alla “scrittura bianca” (sempre Barthes!) della letteratura. Il resto è gossip.

Nota 1. Mentre è socialmente e culturalmente fondata la norma di Femminicidio, postulare una natura predatoria dell’uomo potrebbe configurare qualunque omicidio commesso da una donna come un esercizio di legittima difesa.

Biblio

R. Barthes, Barthes di R. Barthes, Einaudi, Torino, 2007

P. Fabbri, Elogio di Babele, Meltemi, Roma, 2003

M. Sensini, La grammatica della lingua italiana, Mondadori, Milano, 2010.

L’arma nucleare: segnali di guerra, segni di pace

Paolo Fabbri

Una celeste piaga, /non ci dà altro segno,/che l'interna differenza /in cui siedono i significati.

Nessuno può insegnarla /Suo suggello è l'angoscia,/Imperiale afflizione/Che dall'aria ci viene.

Quando viene, l'ode il paesaggio/E l'ombre trattengono il respiro. /Quando va, somiglia alla distanza /Sul sembiante della morte.

Emily Dickinson, There's a certain Slant of light, 1861

Aveva ragione Umberto Eco, almeno in questo: andiamo indietro, in pace e in guerra, a passo di gambero. Questa volta è un passo al bordo dell’abisso, l’abisso del temuto conflitto nucleare. Mentre la Corea del Nord esperimenta, realizza e trasporta ordigni col potere detonante di un terremoto, il Pentagono, su dettato presidenziale, riprogramma la propria strategia con l’impiego di bombe nucleari pudicamente dichiarate a “basso rendimento” (Nuclear Posture Review).

Immersi nella distrazione social, confusi dalle fake news, scarichiamo tante informazioni irrilevanti da dimenticare l’incubo di questa idra a 17.275 testate (v. Istituto per la pace di Stoccolma) che odia e sogna in fondo al mare – nei tubi di lancio dei sottomarini; al suolo – sulle rampe di lancio o acquattata nei silos di profonde caverne. Un mostro vorace che assorbe spese paurose di manutenzione e d’adeguamento tecnico e la cui sola passiva presenza dovrebbe agire da deterrente alla Quarta Guerra Mondiale (la Terza è la Guerra Fredda, da poco conclusa o appena rinviata).

Le tecnologie dette “dolci” della comunicazione, diffuse, incorporali e invisibili, armeggiano con i cifrari delle cyberguerre, come se l’odierna società, informatizzata e globalizzata, fosse l’esito naturale della militarizzazione del Secondo Dopoguerra. Ci occultano però la gravità materiale, la tecnica “hard” dell’armamento atomico. Letale e totale, incomparabile per capacità devastatrice rispetto alle tante bombe che alimentano l’affollato mercato internazionale: incendiarie, chimiche, al fosforo, a grappolo, a frammentazione, volanti, plananti, in profondità; che esplodono a tempo, a urto, a prossimità; intelligenti o sporche, smart o pulite. Della bomba GB28 per es., l’antibunker, conosciamo carica, diametro, peso, autonomia di volo, vettori di lancio e prezzi di mercato - resta solo da ordinarla su internet! Chi più ne ha più ne vende, insomma e chi più spende è pronto ad allestire un “teatro” delle operazioni per poterle usare. L’industria non produce solo armi per la guerra, ma guerre per le armi.

Gli esiti apocalittici della guerra nucleare condotta con bombe dette stellari sono stati largamente descritti e profondamente pensati (v. Günther Anders e le sue lettere con il pilota americano di Hiroshima) e i trattati di non proliferazione accanitamente discussi e accuratamente redatti. In effetti, per citare il maggior studioso di strategia, Thomas C. Schelling, “l’’evento più spettacolare” degli ultimi decenni “è quello che non si è mai verificato: ci siamo goduti quasi un secolo, senza che le armi nucleari ci annientassero”. (Anche se nella crisi dei missili cubani il rischio è stato estremo e l’esito quasi fuori controllo). Ma la forma-Stato aspira per vocazione a entrare del club esclusivo dei detentori di questo ordigno terminale (“ordine” è l’etimo di “ordigno”!). E la competizione egemonica dei nazionalismi coloniali e postcoloniali li avvia all’ineluttabile scalata agli estremi. Si è calcolato che se ogni Stato membro del "club dell'atomica" impiegasse, in un conflitto globalizzato, l'equivalente di 50 bombe comparabili a quelle di Hiroshima e Nagasaki, il pianeta entrerebbe in un prolungato, durissimo inverno: si estinguerebbero molte forme di vita, tra cui quella umana. I mezzi insomma distruggono i fini – il che sembrerebbe irrazionale se il primo compito del razionalismo non fosse quello di non illudersi sull’efficacia persuasiva della ragione.

Nonostante, o forse a causa della riconosciuta follia della corsa agli armamenti (MAD è Mutua Distruzione Assicurata), la riduzione delle testate nucleari – ciascuna tra i 100 e i 450 chilotoni, rispetto ai 15 di Hiroshima – è sempre in forse e gli accordi raggiunti tenacemente aggirati. Sappiamo, da inchieste recenti, che almeno 70 di queste fatidiche ogive si trovano negli aeroporti di Ghedi (Brescia) e di Aviano, scortati dai marines americani e pronte a involarsi con aerei italiani. Non mancano d’altronde i nostalgici della guerra fredda che assicurava, pare, un certo equilibrio dl terrore e impediva le tante guerre calde e il terrorismo contemporaneo. Un’indubbia efficacia a cui va però aggiunta una componente altamente significativa: il non uso delle armi nucleari va attribuito alla costruzione condivisa d’un tabù simbolico e culturale, ben argomentato dal discorso di Schelling alla ricezione del Nobel per l’Economia, 2005: “Sessant’anni incredibili: l’eredità di Hiroshima”. Dopo la devastante esperienza giapponese, le armi nucleari sono oggetto di una generale maledizione, indipendente dalla loro potenza d’annientamento. Ci sono infatti armi convenzionali più distruttive, come la MOAB, la “madre di tutte le bombe” non nucleari, sganciata in Afganistan nell’aprile scorso. Ma “è tradizione consolidata che le armi atomiche siano differenti” da quelle convenzionali e che “vengono percepite come uniche”. Come e più dei gas nella prima guerra mondiale. Per Schelling “esistono fenomeni percettivi e simbolici – noi diremmo semiotici ed emozionali – che persistono e ricorrono e aiutano a rendere il fenomeno nucleare meno enigmatico “e “che “travalicano i confini culturali”. Si tratta di un “sentimento” d’avversione e ripugnanza al di fuori delle possibilità speculative delle scienze strategiche, che fonda un “un assioma, un primitivo” volto a impedire l’estensione dell’uso e a non legittimare la scalata agli estremi. Un’interdizione che estende tanto alle esplosioni sotterranee per scopi pacifici quanto alle bombe a neutroni le quali, bontà loro, distruggerebbero solo (!) gli esseri viventi con mutazioni letali e rotture del DNA, ma nel rispetto delle infrastrutture inorganiche.

Per Schelling, che fu, con Herman Kahn, il maggior stratega della Guerra Fredda, estendere l’inibizione all’uso della forza nucleare è costato moltissimo in uomini e di materiali, a tutti i contendenti, ma è stato “importante quanto estendere il trattato di non proliferazione nucleare”. È quindi necessario coltivare questa consolidata tradizione del non uso e non offuscare la distinzione – l’“argine antincendio” semantico e passionale – tra il nucleare e il convenzionale. “L’investimento volto a limitare l’utilizzo delle armi nucleare era reale, ma allo stesso tempo simbolico” (Schelling). Per lo storico (K. Pomian) la bomba è un “semioforo”, appeso come la spada di Damocle sulla soglia categoriale d’una discontinuità qualitativa di senso. La virulenta tradizione contro l’utilizzo dell’’arma atomica è stata qualificata e rafforzata attraverso dispositivi mitici e rituali come la “beatificazione di Hiroshima”, un “evento mistico con la forza di un accadimento biblico” (Schelling). Una commemorazione e un’affermazione costituita da manifestazioni simboliche, monumenti, parchi, rituali e cerimonie mediatiche mondializzate contro la “forma ultima dell’inumano” (Obama). Per il fisico nucleare A. M. Weinberg la “santificazione di Hiroshima è uno degli sviluppi più promettenti dell’era nucleare” perché mantiene e aumenta il potere collettivo di deterrenza. E un modo, aggiungerei, per tradurre il significato di un evento “subliminale” cioè sovradimensionato rispetto a conseguenze che non riusciamo a capire e ad immaginare (G. Anders)

Si vis pacem para signum. Gettare l’anatema sull’arma nucleare non equivale alla pace. Com’è accaduto in Africa, si possono uccidere milioni di persona con il solo machete; e non c’è neppure bisogno dell’apparato industriale del nazismo. La pace però non è uno stato naturale perturbato dai conflitti; è un evento pratico per il quale si deve agire senza la certezza di garanzie definitive; una pausa, un armistizio tra i conflitti. Per ottenerla, la pace, ragione e religione non bastano -possiamo sempre darcele di Santa Ragione. Noi Pacifondai, crediamo alla pace come i Guerrafondai credono alla guerra: non ci sono alternative all’olocausto d’una guerra atomica totale. Possiamo perciò rinsaldare simbolicamente la barriera tradizionale tra convenzionale e nucleare perché dia senso e forza a una ferma presa di posizione. Contro i negazionisti, come la Corea del Nord, alla ricerca di una parità strategica nella mutua distruzione con gli Usa. E contro il tentativo, più surrettizio e forse più rischioso, di rispondere all’incremento potenziale dei vettori russi e cinesi con bombe atomiche, cosiddette “tascabili”. Passare furtivamente sotto una soglia simbolica fondata su di una tradizione mutuamente condivisa sarebbe un gesto ancor più apocalittico di Hiroshima.

Ricordiamo l’ammonimento di Kafka: al Giorno del Giudizio il Messia arriverà in ritardo, forse il giorno dopo.

G. Anders, Il mondo dopo l’uomo, Mimesis, Milano, 2008

K. Pomian, Che cos’è la storia, Bruno Mondadori, Milano, 2001. (Cap. 5, “Storia culturale, storia dei semiofori”).

Th. C. Schelling, La strategia del conflitto, Bruno Mondadori, Milano, 2006 (1980) e Micromotivazioni della vita quotidiana, Bompiani, Milano, 2008 (1978)

Paolo Fabbri, la conversazione infinita

Maria Pia Pozzato

In genere si dice che discorso orale e discorso scritto rispondano a due technicalities diverse e che ognuno di noi sia più versato nell’uno o nell’altro. Paolo Fabbri, uno dei più importanti semiologi europei, pur essendo brillante autore di moltissimi saggi, è famoso soprattutto per il fluire maestoso e accattivante di un eloquio che ci teneva avvinti in tre-quattrocento nell’aula III di Lettere a Bologna, anche molto dopo che avevamo finito gli studi. In un’epoca in cui gli studenti vanno a lezione solo in vista dell’esame e per fotografare con il cellulare le slide del powerpoint, l’immagine di quell’aula gremita e silenziosa è decisamente vintage: si andava ad ascoltare Fabbri per il puro piacere di farlo, nella convinzione di assorbire comunque qualcosa di interessante. Nella sua gratuità, l’andare a seguire una sua lezione, magari seduti per due ore su uno scalino dell’aula, era quel che si dice un bel gesto, qualcosa che sta all’intersezione fra la fedeltà a un maestro e la capacità estetica di cogliere il bello, l’interessante, il piacevole dell’esistenza senz’altro tornaconto immediato. È stata quindi un’idea eccellente quella di Gianfranco Marrone di raccogliere in volume le trascrizioni di ventuno conversazioni-intervista che il nostro autore ha avuto con altrettante persone dal 1998 al 2016. Come molto azzeccata, per ragioni che riprenderò in chiusura, è la scelta del titolo dato al libro: L’efficacia semiotica.

Nella prefazione Marrone sottolinea il fatto che i materiali raccolti sono solo apparentemente eterocliti perché in realtà, leggendo di seguito le varie interviste, si profila un orizzonte di ricerca con alcuni punti fermi precisi come lo strutturalismo, la testualità, il racconto, l’enunciazione, le passioni, la semiosfera, il dialogo costante con discipline come la linguistica, l’antropologia, la teoria della comunicazione, la storia dell’arte, la critica letteraria. Così, anche se ritornano alcuni temi specifici, evidentemente nelle corde dell’autore (ognuno ha i suoi!) come ad esempio le strategie, il camouflage, gli zombie, la profezia, il falso, il terrorismo, ecc., ciò che struttura in profondità il discorso di Fabbri è una riflessione epistemologica che differenzi la semiotica strutturale da altre possibili, di fatto esistenti e praticate. La lunga parabola professionale e l’immensa cultura gli consentono di tratteggiare, lungo le varie interviste, una storia molto articolata delle idee linguistiche e filosofiche da cui è emersa un certo paradigma semiotico. Come faceva nei suoi corsi, anche in alcune di queste conversazioni Fabbri insiste sull’aspetto socio-storico delle teorie. Rileggendo in particolare Thomas Kuhn, ne sposa l’idea secondo cui in ogni epoca e in ogni ambito disciplinare ci sono delle persone, dei gruppi di individui che credono in alcuni assunti di base e li organizzano in paradigmi sempre più strutturati finché altre teorie, inizialmente confuse e in progress, non li soppiantano relegandoli in soffitta. Quindi anche la semiotica strutturale farà questa fine? È, quella del Nostro, la classica profezia auto-avverantesi? A giudicare da quello che afferma ironicamente l’autore stesso, sembrerebbe di sì: “Ho amici che pensano che la semiotica sia stata una dei più grandi fallimenti intellettuali del secolo scorso, altri, meno amici, che dicono che la semiotica è una moda degli anni Settanta” (intervista con F. Marsciani, 2014). È indubbio che molti filosofi, linguisti, studiosi di letteratura, massmediologi ne hanno decretato da tempo la morte. Se si guardano i loro riferimenti, si nota che questi ultimi non sono aggiornati, e la disciplina viene criticata in base a tre fondamentali pregiudizi: da un lato la si accusa di apporre modelli linguistici a ciò che non è linguistico in senso stretto, come ad esempio la comunicazione visiva; dall’altra di ridurre a modelli narrativi standard, molto semplici e astratti, la testualità complessa; infine, al contrario, la si taccia di dire in modo astruso e complicato qualcosa che può essere parafrasato in maniera semplice, seguendo il senso comune.

La lettura di queste interviste a Paolo Fabbri potrebbe finalmente sgombrare il campo da queste tre visioni del tutto inattuali della semiotica. Innanzi tutto la vastità degli ambiti di applicazione (grandissima, ad esempio, l’attenzione alle immagini) spazza via l’idea che la semiotica possa affrontare solo ciò che è espresso linguisticamente o traducibile sub specie linguistica; ma soprattutto la visione della significazione, e il linguaggio teorico della sua descrizione, sono tutt’altro che semplificatori o inutilmente complicati. Come dice Fabbri nell’intervista che apre la raccolta: “È il mondo che è complicato, non le spiegazioni che ne diamo. Il linguaggio naturale non è ingenuamente dato e semplice e le spiegazioni complicate. No! Il mondo naturale e il linguaggio sono complicatissimi e sono già là. E non possiamo revocarli o ricostruirli. Però possiamo tentare di rispecificarli, e i meccanismi di rispecificazione sono di una grandissima complessità” (intervista raccolta da A. Toftagaard 1998).

Non sarà che la semiotica, oggi, è attaccata proprio perché la sua via, che è quella della complessità, va poco di moda? O perché la sua vocazione formale è vista con sospetto in un’epoca in cui tutto deve essere immediatamente funzionale e concreto? Non dimentichiamo infatti che si tratta di “una disciplina metodologica a vocazione interdisciplinare” e quindi non legata a nessun tema o medium in particolare. Che essa non sia un “prodotto” facile da vendere lo suggerisce Fabbri stesso quando, nell’intervista raccolta da Gianfranco Marrone che conclude il volume (2016), oppone il guru al maestro: il primo, istrionico protagonista di festival, farebbe informazione; mentre il secondo, chiuso per giornate intere in una stanza a dirigere piccoli seminari, farebbe formazione. Proprio questo tipo di lavoro, duro e poco appariscente, renderebbe efficace la semiotica: efficace nel rompere logore consuetudini di pensiero, nel trovare piani di traducibilità fra diversi linguaggi e addirittura nello scovare, attraverso il confronto con l’Altro culturale, cioè che è ancora “impensato” dalla propria cultura. Facendo riferimento al lavoro del sinologo François Jullien, Fabbri dice: “Io non vado verso la Cina, cioè verso l’esotico, ma verso il ‘mio’ esotico, cioè verso qualcosa che non sono riuscito a pensare”. Qui, accanto a mille altri temi contenuti nella raccolta di cui non posso dar conto in questo breve spazio, emerge uno snodo cruciale del dibattito culturale contemporaneo, quello del ritorno all’ontologia. Dice Fabbri: “Quando Eco sostiene che c’è una ontologia di fondo, gli tocca prendere una metafora, lo zoccolo duro. […] Per questo la cosiddetta deontologia non può essere fondata su principi di funzionamento ‘di ultima istanza’, ma sull’idea di un confronto culturale. È per quello che mi interessa il ragionamento di Jullien, quando dice che la relazione con le culture altre è un saggio di deontologia”.

Paolo Fabbri

L’efficacia semiotica. Risposte e repliche

a cura di Gianfranco Marrone.

Mimesis, 2017, 299 pp., € 26

Morale d’un murale cubano

Paolo Fabbri

Corrono tempi “revisionisti”. Per i compulsanti di wikipedia, la prima entrata del termine è western revisionista, in cui si scopre che gli indiani ragioni ne avevano, ma non sapevano a chi venderle. Diremmo lo stesso dei borbonici napoletani, delle insorgenze antigiacobine e del brigantaggio – pardon, della guerra civile meridionale? Ai posteri le storiche sentenze.

Le revisioni prediligono gli anniversari, che stentano però a tenere il ritmo vorticoso e presentista dei mediascapes contemporanei: intenti a trasformare in evento attuale la più lunga delle durate e in incidente biografico la più significativa delle date; occupati a truccarne festosamente ogni aspetto grave e a sottrarvi significato e valore; nutriti da una dieta dissociata o unilaterale di esempi.

Il 1917 è il frequentato centenario della Rivoluzione d’Ottobre e il prossimo anno si prepara l’anniversario del Sessantotto. È l’occasione allora per noi di ricordare che nel 1967 ricorre un doppio cinquantenario. Quello che prima separa l’evento russo da una straordinaria manifestazione artistica della Rivoluzione cubana, poi mezzo secolo dopo, dalle performances delle arti di oggi.

Il 16 luglio del 1967, all’Avana, ebbe luogo l’esecuzione collettiva di un vasto Murale a forma di spirale; collegato al Salon de mai di Parigi, per iniziativa di Wilfredo Lam e su un’idea di Eduardo Arroyo. In una memorabile, affollatissima notte tra danza e musica, cento protagonisti dell’avanguardia artistica europea e sudamericana dipinsero e scrissero collettivamente un omaggio a Cuba e alla sua Rivoluzione. Parteciparono Valerio Adami e Peter Weiss, César e Michel Leiris, Jacques Monory e Juan Goytisolo, Errò e Maurice Nadeau, Juan Camacho e Carlos Fuentes, Antonio Recalcati, Gilles Aillaud e Gherasim Luca. E tant’altri.

Il catalogo, edito da Ezio Gribaudo, stampato nel 1970 a Torino dai fratelli Pozzo riporta un esergo poetico di Peter Weiss: The night of the collective painting / A vision of a world / where man is free / A totality of action / opennesss for all possibilities / and joie de vivre / something of this must have been felt / when the Russian revolution / was young / when Art was a part of life. Nel testo infiammato che apre il catalogo, il critico d’arte Alain Jouffroy ricorda che nel 1961 – su iniziativa sua e di Jean Jacques Lebel – fu realizzato alla Galleria di Brera, a Milano, un Grande quadro collettivo antifascista (cm 400 per 500) contro la tortura, sequestrato dalla polizia per “vilipendio della religione dello Stato”; conservato per cinquantadue anni nelle Cantine della Prefettura Milanese e recentemente riesposto. Il quadro era firmato da Enrico Bay, Gianni Dova, Errò e dallo stesso Lebel. Jouffroy conclude così: “Lo straordinario Murale collettivo di Cuba offre la prima mappa dell’immaginazione sovversiva contemporanea: percorrerla come le circonvoluzioni del cervello dell’individualismo rivoluzionario è entrare nel gioco di una nuova avventura e di una nuova epoca della rivoluzione, in cui la vertigine e la gioia provocata dal non ancor conosciuto sostituirà infine la paura”.

Accadeva cinquant’anni fa, dieci mesi prima del Maggio Sessantotto, che riaccese un pathos. A cent’anni dalla Rivoluzione russa, sembra più facile pensare alla fine del mondo che a quella del capitalismo. Oggi prolifera la politica dei Muri e l’attività già delittuosa di dipingervi è diventata street art. Le nostre paure sono molte e cambiate ma non ci spiace ricordare anniversari come il ‘67 cubano.

Cantano le mummie di Leopardi: “Tal memoria n'avanza /Del viver nostro: ma da tema è lunge/Il rimembrar. …