Gamo International Festival

Paolo Carradori

Se avesse senso stilare una graduatoria degli strumenti musicali che subiscono tutt’oggi pregiudizi, il peso di luoghi comuni, la fisarmonica risulterebbe ai primi posti. Il suo nomadismo culturale infatti, che l’ha vista attraversare soprattutto i territori del folclore, delle musiche popolari, come un certa propensione esecutiva a vuoti virtuosismi, ha sedimentato uno sguardo verso questo strumento spesso condizionato. Per modificare questa realtà poco è servito l’inserimento della fisarmonica nelle composizioni di autori come Čajkovskij, Berg, Stravinskij, Berio, Hindemith, Kagel, per fare qualche esempio.

Una letteratura che si è ampliata nel tempo ma poco ha influito sull’immaginario dello strumento aerofono. In questo panorama assume quindi grande interesse l’occasione offerta sul palco della Sala del Buonumore del Conservatorio di Musica di Firenze – nella programmazione del GAMO International Festival giunto al suo XXXV anno – da Breath per fisarmonica ed elettronica. Protagonista assoluto Francesco Gesualdi coadiuvato dalla preziosa regia del suono di Francesco Canavese.

Fisarmonica ed elettronica, una bella sfida. Il repertorio, tutto dedicato a Gesualdi, si è sviluppato durante una residenza del fisarmonicista al ZKM di Karlsruhe l’anno scorso, lì gli autori hanno registrato le tracce elettroniche usate nel concerto fiorentino. Apre Breath (2007) di Mauro Cardi, brano che dà il nome all’intero concerto. Omaggio al sospiro beckettiano, al teatro dell’assurdo, si snoda in una inquieta drammaturgia dove i campionamenti stendono una trama che la fisarmonica, a tratti la voce, percorre sospesa umanizzando il soffio del mantice. Gesto e coinvolgimento corporeo del musicista assumono la stessa valenza comunicativa del suono, anzi la rafforzano nella costruzione astratta di una performance estraniante.

Da soli paralleli (2014) di Gianluca Ulivelli svela una maggiore complessità, stratificazione compositiva. Evocando a suo modo la forma suite alterna momenti dove un materiale denso e scuro si confonde con i prismi luminosi dei suoni sintetici. La fisa poi rimane sola, esplora e disegna tenui colori pastello per poi tornare inquieta incontrando di nuovo l’elettronica in una caotica improvvisazione dove il musicista diventa corpo unico con lo strumento.

Turbolence (2014) di Ludger Brümmer punta ad una intrigante forma labirintica, nuclei ripetitivi che scorrono paralleli tra fisarmonica ed elettronica. I suoni sembrano rimbalzare, cecare una via d’uscita in uno spazio definito, angusto. Un’accumulazione che lentamente pare prendere una forma per poi subito contraddirla in una sospensione poetica. Peccato per un finale fin troppo autocompiacente nel suo richiamare in un’alba siderale cori lontani.

Marco Lenzi con Caccia spirituale per un fisarmonicista (2014) gioca a costruire un puzzle di isolette sonore e ti costringe a partecipare per riordinare almeno un po’ di tessere. Il gioco della fisarmonica sola da un girotondo di suoni acuti e gravi passa poi ad un motivetto leggero che Gesualdi fischietta. Note lunghe, frasi brevi ripetute, infine un uso percussivo dell’intero strumento rilasciano nell’aria una piacevole sensazione di incompiutezza.

Si finisce con il pezzo più criptico della serata: Al di là dei miei uragani (nuova versione 2014) di Nicola Sani. I soffi del mantice costruiscono una spazialità, un ribollire di suoni quasi mistico. Ombre si muovono misteriose. Voci si confondono. La fisarmonica percussione. Pura ricerca sonora.

Con Breath Gesualdi ci fa riflettere in modo emblematico su come, in questo contesto, un linguaggio alquanto “datato” dell’elettronica evapori di fronte alle potenzialità e le soluzioni creative del proprio strumento, e su come il valore compositivo, l’idea che sta dietro la musica, sia irrinunciabile anche nella ricerca più avanzata e radicale.

GIF - Gamo International Festival
Sala Del Buonumore – Conservatorio Di Musica L. Cherubini Firenz
Lunedì 9 marzo 2015
Breath per fisarmonica ed elettronica
Francesco Gesualdi fisarmonica
Francesco Canavese (Tempo Reale) regia del suono

 

Musikautomatik

Paolo Carradori

Mentre una misteriosa nebbia avvolge le colline di Vorno intorno alla Tenuta dello Scompiglio, all’interno, nel suo Spazio Performatico ed Espositivo c’è luce e calore. Si svolge lì l’ultimo atto della lungo e accattivante progetto Mozart, così fan tutti, rassegna, che sotto la direzione artistica di Antonio Caggiano, ha scandagliato in molteplici direzioni, possibili connessioni, interferenze tra il genio di Salisburgo e suoni, modi e mondi della contemporaneità. Attraverso concerti, performance, teatro musicale e arti visive.

Lo spazio scenico è già spettacolo: marimbe, vibrafoni, xilofoni, tastiere, campane a lastra, campane tubolari, campanelli, steel drum, gong, glockenspiel, scatole sonore. Oboe, clarinetto e sax poggiati su una piccola sedia. Tutto è fermo e luccica, ma l’energia nell’aria è già frizzante. Musikautomatik viaggio musicale ispirato ai molteplici aspetti della riproduzione sonora meccanica, così recita il programma di sala. Ma dove andare a pescare? L’apertura è una succosa prima assoluta: Il Casanova elettrico omaggio a Nino Rota e Federico Fellini di Rota/Catalano. Pasquale Catalano, che vanta collaborazioni prestigiose con registi teatrali e cinematografici, su invito dell’ensemble Ars Ludi - protagonista assoluto dell’intera serata - questa volta non crea per le immagini ma prende le partiture di Rota per il Casanova felliniano, le rilegge, le reinterpreta.

Operazione ambiziosa, difficile, il connubio Rota/Fellini è tra i più emblematici e indissolubili della storia del cinema (anche della musica). Quasi intoccabile. Eppure Catalano cerca, costruisce una strada possibile. È Rosalba la bambola meccanica – l’ultima ebrezza erotica - ma anche la forza simbolica dell’uccello meccanico del film, a stimolare il compositore verso una lettura estraniante: la meccanicità come estensione del corpo, l’automatismo come possibile trasposizione ritmica. Le sei parti dell’opera vanno a costruire un labirinto leggero, mai banale. Una stratificazione dove le ripetizioni, la ragnatela percussiva dai colori e volumi variabili, è sempre ben radicata in una strategia sonora che evoca, attraverso le ance, l’uso della voce, la tastiera minimalista, ma garantisce anche continuità estetica. Il Casanova elettrico rischia però di depurare il carattere visionario e destabilizzante della pellicola che Rota arricchisce e caratterizza mirabilmente. Le inquietudini del poema visuale felliniano, con le avventure libertine, le esibizioni orgiastiche, le pantomime, si disperdono in un percorso, quello proposto da Catalano, che cerca di mettere a posto troppe cose.

Permettere il cambio di palco è occasione per l’ascolto, in sottofondo nel foyer del teatro tra una chiacchera ed una riflessione, di musiche di Mozart, Haydn e Beethoven per strumenti meccanici. Piacevole intermezzo, ma la curiosità è tutta per Musik in Bauch per 6 percussionisti e scatole sonore di Karlheinz Stockhausen che seguirà. Scritto nel 1975, ispirandosi ai giochi casalinghi della figlia, si tratta di un vero e proprio brano di teatro musicale. Al centro un totem, feticcio, figura alta dalla testa d’uccello, grandi occhi, mani e piedi umani. I musicisti entrano muovendosi meccanicamente. Ognuno raggiunge il proprio strumento. La struttura musicale prevede l’uso di tre melodie scelte liberamente dagli esecutori. I due musicisti a destra, quelli alla marimba, sembrano agire in modo autonomo, scolpiscono note singole tra lunghi intervalli. A sinistra gong, campane tubolari e una trottola multicolore che attivata emette un sibilo tenue. I tre al centro, dopo un folgorante intreccio di glockenspiel e piattini orientali, si muniscono di agili frustini, colpendo ritmicamente l’aria producono vibrazioni e schiocchi (per allontanare spiriti maligni?). Poi estraggono a turno dal torace del totem piccole scatole di legno. Carillon in origine che, in aggiornata versione tecnologica diventano iPhone, sistemate e aperte su tre piattaforme dedicate. I suoni si mischiano.

Per finire un vero e proprio rito: i tre musicisti si alternano al glockenspiel centrale, brevi frasi si incastrano con i giocosi trilli degli iPhone/carillon. Come automi i tre escono dalla scena. Forse ci si aspetterebbe un maggiore calore da un’opera che sviluppa un gioco bambinesco, ma nell’algida accumulazione di tracce ritmiche, suoni e gestualità, Stockhausen pare voler evidenziare come dietro anche al gioco più ingenuo si nasconda, si sviluppi, una drammaturgia. Un pensiero.

Musikautomatik
Tenuta della Scompiglio – SPE (Spazio Performatico Ed Espositivo)
Via di Vorno, 67 – Vorno, Capannori (LU)
Sabato 13 dicembre 2014 – ore 21

Ensemble Ars Ludi
Antonio Caggiano, Alessandro Di Giulio, Pietro Pompei, Gianluca Manfredonia, Rodolfo Rossi, Gianluca Ruggeri - percussioni
Mario Arcari oboe - clarinetto e sax
Lucio Perotti – tastiere
Domenico De Luca - regia del suono

Firenze Suona Contemporanea

Paolo Carradori

Effetto Kentridge

Il Festival comincia con il botto. Vedere tanto pubblico per un evento che sbandiera un termine così bello ma ambiguo come “contemporaneo” è sicuramente inusuale. La scelta di aprire con Paper Music di William Kentridge dimostra come le ambizioni della direzione artistica - con ben nove proposte - trovino risposte positive in una sana confusione dei linguaggi.

Il ciné-concert del celebrato videoartista sudafricano scorre come un collage: vecchi e nuovi lavori (animazione ma anche video), musica dal vivo (del collaboratore storico Philip Miller). Kentridge lavora da anni sul rapporto tra immagine e suono. Musica come grammatica, sintassi del film e fa muovere personaggi, natura, oggetti, disegni (con un avvincente tecnica carboncino) in uno spazio che dovrebbe modificare il nostro sguardo verso l’immagine. La musica non commenta, si muove, si identifica in quell’oggetto, quell’immagine, quel movimento. A volte pare funzionare, come nel ciclico voltare di pagine di un libro, come nella scrittura astratta su tre nastri che scorrono a velocità diverse. Spesso però tecnica, meccanicità prevalgono a scapito di una poetica che rimane evocata.

Quartetto con elicottero

Chissà, forse Cage e Stockhausen se ne stavano nascosti da qualche parte ridacchiando, quando durante i primi minuti di Perpetuo Motum di Claudio Baroni, un elicottero a bassa quota svolazza rumoroso nello spicchio di cielo del cortile del Bargello. Il pensiero non poteva che andare all’americano - paladino del riconoscimento dei suoni non intenzionali come musica – e al tedesco che del rapporto tra quartetti ed elicotteri è un esperto (Helikopter Streichquartett). Incorruttibili, concentrati e ispirati, i quattro di Prometeo accettano la sfida, trasmettono comunque le vibrazioni delicate, spirituali del compositore argentino. Bella sorpresa Notturno autostradale di Lorenzo Romano. Breve lavoro dove pulsioni ritmiche, sapori urbani e improvvisi silenzi vanno a costruire un convincente e saturo tessuto. La suite di quattro pezzi di musica antica riletti oggi offre sensazioni disparate. Scodanibbio di Monteverdi salvaguarda in modo mirabile l’impianto tradizionale incastrando elementi di contrasto. Gervasoni affronta Frescobaldi con una traccia costante, inquieta e dissonante ma poco incisiva. Filidei di Trabaci ci regala una magica atmosfera, mistica e sospesa. Di Merula sottolinea la forza melodica, in una soluzione fin troppo autocompiacente. In Quartetto n.7 di Sciarrino il rigore compositivo, la trama sviluppata in un mosaico di piani sonori diversi, risalta in modo esemplare. In Nymphéa di Kaija Saariaho spumeggiano i caratteri struggenti, lirici e sensuali mentre il live electronics deforma suoni, sposta accenti, disorienta.

Trasparenze

La London Sinfonietta si immerge subito nei frizzanti meandri di Evolution di Gwyn Pritchard. Breve viaggio dove all’interno di una struttura ben definita si muovono visioni, sogni, ma anche cicliche scosse energetiche. Nebbie misteriose e fascinose aprono Stunden Blumen di Toshio Hosokawa dove emerge con un tratto sorprendentemente melodico il clarinetto/voce narrante. Intorno a lui il collettivo cresce e accumula tracce indelebili: le note scure scolpite sulla tastiera, i graffi delicati del violino, le sonorità gravi del violoncello. Emozioni costanti. Con queste meraviglie nella testa è difficile cambiare scenario, forse per questo Court Studies di Thomas Adès ci risulta alquanto sciapo. In una atmosfera tonale asciutta, a tratti nervosa, il gioco, l’alternanza dei contrasti di linguaggio e di colori rimane una intenzione che non porta da nessuna parte. Fragilità è la prima riflessione che scaturisce dall’ascolto di Whim of Silence di Andrea Cavallari. Ricerca sul silenzio –inteso non come vuoto di suono ma come spazio di possibilità creative – che affida al violino una flebile traccia guida, costante ed estraniante, con la quale interagiscono gli altri con astratte interferenze. Nel finale l’uso percussivo della tastiera infrange la trama. Poche emozioni anche da Harrison Birtwistle che con Verses per clarinetto e pianoforte disegna brevi quadri, schizzi pastello, in una ricerca sonora trasparente che si disperde. Più coinvolgente The Riot di Jonathan Harvey. Il ribollente intreccio delle ance, mentre dietro il pianoforte gioca un puro ruolo ritmico, sprigiona bella energia ma anche momenti riflessivi. Il finale è un minuetto dal sapore ironico.

Noie e meraviglie spettrali

Le due ultime serate si sviluppano tra sentimenti diversi. Il mdi ensemble legge con rigore Aíkn Wall di Pierluigi Billone dove le percussioni, metalliche e fredde, mentre intorno gli strumenti aleggiano come ombre, dovrebbero trasmettere propaggine del corpo umano. Ma il corpo umano è anche calore. Ci rifacciamo subito con Vortex Temporum di Gérard Grisey per pianoforte e quintetto. Attacco sublime, arpeggi, vibrazioni, dissonanze. Musica mobile e misteriosa per «spodestare il materiale compositivo in favore della pura durata». Che ci riesca mero dettaglio. Il piacere dell’ascolto è alto, anche nei silenzi come confini della forma tripartita, intervalli temporali che funzionano da respiro umano. Sorprendente il ruolo del pianoforte che sfiora puro virtuosismo, travolgenti gli archi. Ko-Lho di Scelsi per flauto e clarinetto è un viaggio intorno al suono che gioca sull’ambiguità timbrica tra i due strumenti. Spruzzi melodici, contrappunti, unisoni: poesia. Di notevole impatto anche Lied di Beat Furrer per pianoforte e violino: lavoro dal sapore minimalista, dove lampi visionari alimentano il dialogo tra i due. Filidei con Texture conferma la radicalità della ricerca suono-gesto dove fa evaporare dello strumento (ma anche dell’esecutore) ruolo tradizionale. La tastiera muta sfiorata, il battere dei piedi, il clarinetto senza ancia, i soffi del flauto costruiscono una ragnatela irreale.

Altre proposte scorrono, alcune deboli o pretensiose, altre evanescenti, delineando un quadro contraddittorio, vivace. Firenze suona contemporanea, ma i mille rivoli della musica d’oggi dove ci porteranno?

Firenze Suona Contemporanea

11>21 settembre 2014 – Museo Nazionale del Bargello
Direzione artistica Andrea Cavallari & Luisa Valeria Carpignano (FLAME)
Paper Music (video William Kentridge-musiche Philip Miller)
Quartetto Prometeo + Tempo Reale (Giulio Rovighi violino-Aldo Campagnari violino-Massimo Piva viola-Francesco Dillon violoncello-Damiano Meacci regia del suono)
London Sinfonietta (Michael Cox flauti-James Burke clarinetti-Alexandra Wood violino-Richard Lester violoncello-Rolf Hind pianoforte)
Mdi Ensemble (Sonia Formenti flauto-Paolo Casiraghi clarinetto-Lorenzo Gentili-Tedeschi violino-Paolo Fumagalli viola-Giorgio Casati violoncello-Luca Iercitano pianoforte-Simone Benvenuti percussioni)
FLAME Florence Art Music Ensemble (Chiara Succes flauto-Emilio Checchini clarinetti-Ilaria Lanzoni violino-Michele Marco Rossi violoncello-Luisa Valeria Carpignano pianoforte)

 

 

Anticontemporaneo

Paolo Carradori

Lang l’eclettico

Provate ad indagare tra le opere di David Lang (1957), scoprirete tutto e il contrario di tutto. Da sonorità metalliche, forti, con chiare influenze rock ad eleganti musiche per film, da suoni inudibili a paesaggi tranquilli, quasi immobili. In tutte le ambientazioni si percepisce personalità, scrittura brillante, profonda spiritualità. Lang è l’autore scelto da L’Homme Armé per aprire la settima edizione – in quattro appuntamenti - della rassegna AntiCONtemporaneo. Testimonial azzeccatissimo per chi, come la prestigiosa istituzione musicale fiorentina, coniuga mirabilmente antico e contemporaneo. Nell’austero spazio dell’Auditorium di Sant’Apollonia del compositore americano in programma lavori “cameristici” e l’opera The little match girl passion.

Emanuele Torquati al pianoforte e Francesco Dillon al violoncello offrono un set di notevole tensione. Wed (1992) e This was written by hand (2003) per piano solo: due perle rare. Musica obliqua, la prima, spigolosa, dall’andamento inquieto e ondulatorio si sviluppa tra consonanze e dissonanze, accelerazioni, grappoli di suono che cercano una via d’uscita. La seconda si apre con una frase coinvolgente, ripetuta. Poi l’atmosfera si incrina, la melodia evapora, si frantuma in schegge astratte, isolate e vaghe. Torquati usa la tastiera come lo scalpello dello scultore, scolpisce suoni in una prosciugata gestualità.

Word to come (2003) per violoncello solo e 8 violoncelli preregistrati è un festival visionario. L’attacco è lirico, poi più serrato si incrocia con le tracce registrate. Collisioni pericolose, gioco degli specchi, accumulazione sonora, labirinto di densità orchestrali. Dillon con suono brillante e urbano ne attraversa i territori difficili, curioso, aperto ad ogni rischio in un costante rigore emotivo. Bitter herbs per violoncello e pianoforte è un lavoro rigido, meno aperto. Attacco duro, frasi spezzate, percussive, violente che si rincorrono. Cluster nevrotici, archetto che vola. I due si ritrovano in brevi, cupi unisoni finali. L’altra faccia di Lang.

Diciamocelo, La piccola fiammiferaia di H. C. Andersen è una appiccicosa fiaba ottocentesca. Oltre la trama, tutte le sue parti – l’orrore e la bellezza – sono costantemente pervase del loro opposto. Così la legge Lang trasfigurandola in parabola cristiana e allora non c’è di meglio che usare la forma passione, di bachiana memoria, per raccontarla e commentarla. Anche il testo è di Lang, che cita Andersen come il Vangelo secondo Matteo.

Questa in estrema sintesi la genesi di The little match girl passion (2007) per quattro voci e percussioni. Ne viene fuori un’opera fascinosa quanto macchinosa. Fascinosa negli incastri vocali, nel respiro musicale tra mottetto e opera pop. Macchinosa, anche un po’ stiracchiata, nella ricerca di forzate riflessioni filosofiche su sofferenza e speranza. Ottimo l’ensemble de L’Homme Harmé che, impegnato anche con le percussioni, ne dà una lettura sognante e misteriosa.

Dal loop a Scarlatti

Serata zeppa di sorprese la terza. Questa volta siamo nel refettorio, avvolti dalle casse di un impianto multicanali. L’allestimento è di Tempo Reale che ci regala una ricca e preziosa documentazione della ricerca musicale negli anni ’50, quando l’avvento dei sistemi di registrazione e riproduzione del suono mutò in modo radicale l’orizzonte creativo del compositore. Otto brevi brani - che vanno dal’53 al ’58 - e profumano di archetipo, di laboratorio artigianale, assolutamente da contestualizzare ma che trasmettono ancora fascino nella loro sana ingenuità rivoluzionaria. Siamo agli albori della musica elettronica ma un confronto tra le “scuole” (Parigi, Colonia, Milano e New York) scatta automatico.

Allora non si può che rilevare come gli americani (Brown con Octet 1 e Feldman con Intersection) già dimostrino, in un ribollente astrattismo urbano, una maggiore libertà linguistica, che contrasta con la necessità che i compositori europei ancora esprimono nella ricerca di strutture, di forma e senso musicale (su tutti Berio con Mutazioni e Ligeti con Artikulation).

Si torna nell’Auditorium per un gran finale dedicato ad uno strumento modernissimo: il clavicembalo. Francesco Corti ci guida nell’ esplorazione di uno strumento sul quale aleggiano troppi luoghi comuni e preconcetti. Sonate di Domenico Scarlatti e Joseph Haydn si mischiano con lavori di György Ligeti degli anni ’70. Un turbinio di suoni dove perdiamo l’orientamento. Di Scarlatti rispolveriamo la modernità stupefacente, nell’esplorazione della tecnica strumentale, nelle note ribattute, nella rapidità esecutiva, virtuosismo ardito sempre al servizio della sorpresa creativa.

Di Haydn la narrazione limpida, la leggerezza, l’eleganza dei contrasti, le fughe, elementi che nella forma sonata assumono un carattere unico, preveggente. Ligeti sul clavicembalo è travolgente. Continuum è un brano dal carattere estraniante, con la sua lunga linea minimale disturbata da interferenze disegna un caleidoscopio dalla tinte scure. Hungarian Rock su un elastico ostinato di bassi ricorda atmosfere progressive ma anche pop: il clavicembalo che non ti aspetti. Grazie anche alla limpida interpretazione di Corti, che tra rigore e libertà, affronta con talento notevoli difficoltà tecniche trasportandole come valore estetico tutto immerso nella musica.

AntiCONtemporaeo
Rassegna di musica antica e contemporanea
Firenze - Auditorium di Sant’Apollonia – dal 30/6 al 16/7
Francesco Dillon violoncello / Emanuele Torquati pianoforte
L’Homme Harmé (Giulia Peri soprano-Mya Fracassini mezzosoprano
Giovanni Biswas tenore-Gabriele Lombardi baritono) direttore Fabio Lombardo
Lelio Camilleri introduzione, regia del suono con Tempo Reale
Francesco Corti clavicembalo

Maggio Elettrico

Paolo Carradori

Probabilmente il Maggio Musicale Fiorentino, che naviga ancora in acque agitate, ha bisogno - oltre che di una oculata gestione – anche di una scossa, di una scarica d’energia. Vogliamo immaginarla così la collaborazione con Tempo Reale per l’edizione 2014. Chi meglio del centro di ricerca fondato da Luciano Berio nel 1987 può documentare la musica d’oggi nelle sue implicazioni tecnologiche più avanzate e prefigurarne il futuro?

Maggio Elettrico è come un piccolo elettrostimolatore che diffonde impulsi vitali in un corpo grande, quello della storica istituzione, che rischia di avvizzire per colpe che qui non è il caso di analizzare. Due serate nella perfetta, essenziale location della Limonaia di Villa Strozzi con una risposta di pubblico a dir poco sorprendente.

PIANO+
L’apertura è per Glifo per pianoforte e live electronics (2014) di Michele Foresi. Subito cascate di suoni. Escursioni sulla tastiera che poi diviene muta, sfiorata in tutte le direzioni regala un sound sordo, stoppato. L’elettronica sta dietro discreta come tappeto vibrante che sottolinea, punteggia. Tutto si trasforma in un gioco leggero, coinvolgente. Microfoni nascosti catturano il respiro profondo ritmato dell’esecutore e lo rilanciano nella trama. Pianoforte umano. La pedaliera amplificata, come quella di una batteria, evoca un tamburo ancestrale. Il finale è un susseguirsi di onde sonore ossessive.

Ambientazione diversa per Piano nets per pianoforte e nastro magnetico (1990-91) di Denis Smalley. Come una suite il lavoro è diviso in tre parti che presentano scenari diversi. 1) Dal nastro arrivano sibili, tonfi. Il pianoforte è molto easy, quasi classicheggiante, sottolinea lontananze di linguaggio. 2) Tutto è più mosso, nastro e tastiera si rincorrono nervosi. Si allontanano di nuovo, il linguaggio si prosciuga mentre una sirena tentatrice sibila sinuose onde sonore. 3) Momento provocatorio e astratto che si diluisce in una quiete disturbata da vortici improvvisi. Finale sospeso.

Il piano preparato è un feticcio del secondo Novecento. Difficile dire cose nuove su questo fronte. Ci prova Stefano Trevisi con Dark again still again per pianoforte preparato e live electronics (2012). È brava Stefania Amisano, in una gestualità compulsiva, a dare equilibrio, senso a materiali complessi. Suoni stoppati, silenzi, rumori che rischiano di evaporare. La musicista agisce fisicamente dentro il pianoforte, con oggetti vari deforma armonie mentre l’elettronica lancia cangianti schegge di suono.

Chiude Sospeso d’incanto n.3 per pianoforte e live electronics (2014) di Adriano Guarnieri. Qui si percepisce maestria e maturità compositiva. Un pianoforte neo romantico, mosso, percussivo, che butta via retoriche ma sottolinea gesto e forza esecutiva. Notevole la performance di Stefano Malferrari alle prese con una partitura rigorosa quanto aperta. Lo smarrimento percettivo è notevole grazie all’elettronica che replicando nello spazio acustico passaggi esecutivi disegna un estraniante labirinto.

SIXTIES
La seconda serata presenta opere a cavallo tra gli anni ’60 e ’70: le avanguardie. Con la serie Variations John Cage sviluppa la logica della non intenzionalità dell’atto creativo. Tempo Reale sceglie Variation VI per ensemble elettroacustico (1966) e trasforma, con cinque esecutori distribuiti nello spazio, la Limonaia in un festival dell’happening dove il tempo musicale viene sostituito con quello della realtà. Gli oggetti più disparati (dalla radio allo spazzolino da denti elettrico) più chitarre, tastiere, pc ed elettronica costruiscono un tellurico, irriverente magma sovversivo, fuochi d’artificio che illuminano e stravolgono. Un Cage attualissimo.

Con Tape for live musicians (1971) di Albert Mayr, il caro, vecchio Revox a bobine è lì al centro come una star, un po’ invecchiata ma ancora capace di magie. Il nastro gira, voci, suoni sintetici misteriosi, chitarra elettrica ed elettronica ci si confrontano. Come in un cerimoniale i musicisti a turno si avvicinano al totem e ne modificano la velocità. E’ come correggere un pezzo di storia. Verso il finale momenti sublimi con la chitarra che sembra un elicottero che ci atterra sulla testa.

Si chiude con Treatise per ensemble elettroacustico (1963-67) di Cornelius Cardew, quattro postazioni in azione mentre dietro, su uno schermo, scorre un frammento della immensa partitura. Un groviglio di grafismi più evocativi che notazione musicale. I quattro di Tempo Reale si superano in una lettura aperta ma rigorosa. Le postazioni (elettronica, chitarra, tastiera, percussioni con strumenti inventati per l’occasione) si sovrappongono, si fondono in una trance collettiva. Nel finale emerge un coro popolare. Militante marxista-leninista il compositore inglese agiva per realizzare la democrazia in musica. Un messaggio da Tempo Reale?

77° Maggio Musicale Fiorentino
MAGGIO ELETTRICO
30>31 maggio Limonaia di Villa Strozzi Firenze
Stefania Amisano e Stefano Malferrari pianoforte
Lelio Camilleri, Damiano Meacci, Francesco Casciaro, Francesco Giomi live electronics e regia del suono
Tempo Reale Electroacoustic Ensemble
Francesco Canavese, Francesco Casciaro, Daniela Cattivelli, Francesco Giomi, Andrea Gozzi, Damiano Meacci, Salvatore Miele.

Musica sostenibile

Paolo Carradori

La scommessa continua, anzi rilancia. La terza edizione di Play It! - quattro giorni di concerti con 12 prime assolute, di cui 10 commissioni ORT e 7 prime nazionali - al Teatro Verdi di Firenze prova a fissare lo stato dell’arte in musica, la musica di oggi, i suoni di domani. Affianca alle serate un ciclo di incontri che quest’anno hanno come filo conduttore la creatività sostenibile. Il compositore contemporaneo vive una situazione professionale paradigmatica.

A fronte di uno spazio, depurato da dipendenze ideologiche e stilistiche, che gli permette un’articolazione di pensiero impensabile fino a pochi anni fa, la realtà culturale ed economica lo costringe praticamente a scrivere solo ciò che potrà essere eseguito. Giorgio Battistelli, direttore artistico del festival, guarda oltre questo limite. Crede con forza nell’idea di Play It! come laboratorio che segue gli autori, li stimola con commissioni, mette loro a disposizione un’orchestra come quella della Toscana tra le più aperte e malleabili, un palco prestigioso come quello del Teatro Verdi.

Un festival tutto italiano che indaga tra le ultime generazioni di compositori ma non dimentica i maestri - quest’anno il premio alla carriera va a Azio Corghi – un appuntamento che pone Firenze tra le città più vitali nella proposta contemporanea, unica per la formula originale dell’evento. Proviamo a fissare almeno qualche momento di Play It! 2014.

Sorprende subito Francesco Giomi con il suo LFO#1- improvvisazione creativa per ensemble (2014) dove esperienze elettroacustiche vengono fatte confluire in uno degli aspetti creativi più avanzati della musica afroamericana: nella “conduction” di Butch Morris. Attraverso un vocabolario di segni e simboli il conductor sviluppa in tempo reale strutture musicali, stimola spontaneità e improvvisazioni dei musicisti dell’ensemble. L’opera convince non solo per un ricco equilibrio espressivo in un percorso segmentato, ma anche per l’uso del sintetizzatore che con discrezione crea spessore sonoro.

Play It! 27 marzo (2) (640x448)

Con Ossessioni di Pontormo - per due gruppi strumentali e percussioni (2014) Federico Gardella ci accompagna in un mondo sonoro misterioso dai contorni rarefatti. Le corde conducono con seducenti movimenti chiusi da fiati e percussioni. Il lavoro rilegge i diari del Pontormo che tra il 1554 e il 1556 stava lavorando agli affreschi del Coro della Basilica di San Lorenzo a Firenze. Il compositore tenta di dare forma alle ossessioni dell’artista che da quelle pagine emergono, lo fa contrapponendo due gruppi musicali che quasi si fondono tra gesti e suoni.

Sulla doppia accezione del termine che può significare ordito, filigrana ma anche complotto macchinazione Luca Francesconi costruisce Trama- per saxofono e orchestra (1987). Lavoro dove la complessità dei materiali messi in gioco pare in parte sfuggire al controllo dell’autore. Il sax si muove come voce narrante ma è spesso troppo “dentro” o troppo “fuori” lo spazio orchestrale. Il racconto risulta allora sfilacciato o pura esposizione tecnica. Nel finale il violino affianca il sax in un intreccio dal sapore melodico.

Impegnativo e inquieto Stasis In Darkness. Then The Blue (2013-14) di Daniela Terranova. Non poteva essere altrimenti prendendo spunti da una poesia di Sylvia Plath. Suoni lunghi, timbri gravi, masse sonore in continuo vibrare. Scrittura elegante, mossa, dove traspare un’introversa ricerca che, nel controllo della materia sonora e potenza dell’orchestra, disegna fantasmi, problematiche esistenziali legate alle visioni della grande poetessa suicida a trent’anni.

Play It! 26 marzo (2) (640x431)

Anche The Months Have Ends – per soprano e orchestra (2014) di Paolo Marchettini prende forza dalla poesia. Cinque testi di Emily Dickinson per sviluppare dopo un attacco travolgente ambientazioni poetiche e struggenti che sfiorano romanticismi. Notevole il ruolo ricavato per la voce negli equilibri complessivi dell’opera, che risente più della lezione statunitense (Bernstein, Ives) e si allontana delle avanguardie europee.

Accomuna Travelling Icon On Rabbit-Skin Glue – per ensemble (2013-14) di Giovanni Verrando e Blooming – per 9 strumenti (2013-14) di Andrea Manzoli una spiccata ricerca sonora. Pur partendo da spunti lontani – Verrando dal valore spirituale delle icone russe da viaggio, Manzoli dalle possibilità compositive offerte dalla variazione – entrambi sviluppano tensioni, astrattismi, grumi sonori che galleggiano ma anche impotenze, come il violino senza corde percosso in Travelling. Notevoli capacità e originalità compositive.

Si rimane su proposte avvincenti con Voce – concerto per violoncello e orchestra (2012) di Matteo Franceschini. La voce è quella del violoncello che ispeziona tutte le proprie possibilità comunicative, tecniche, emozionali. Violoncello che Dillon da sopraffino interprete strazia, percuote, accarezza nella ricerca di una voce che ci racconti storie. Supportato dall’orchestra dove fiati e percussioni drammatizzano le metamorfosi dello strumento. Emozioni pure.

Play It! 28 marzo (2)

Contrasti e lirismi caratterizzano L’impeto come acqua sgorga – per orchestra (2013) di Alessandra Ravera. Lavoro che sviluppa problematiche e dinamismi in un flusso costante di energia tra momenti forti e ambientazioni melodiche. La Ravera sottolinea l’importanza del gesto come componente decisivo della comunicazione, dell’atto creativo. Tutto scorre in una elegante mobilità sonora che trova il suo finale, il climax, nell’esplosione delle trombe come sintesi di tutti gli episodi in gioco.

Qui finisce lo spazio. Play It! 2014 meriterebbe ulteriori approfondimenti, elementi critici, godimenti e delusioni. Perché se la critica è interpretazione anche chi scrive di musica, nel tradurre in parole emozioni e dubbi, è a suo modo un esecutore.

PLAY IT! 2014 Festival III Edizione
Teatro Verdi Firenze 26>29 marzo
Orchestra della Toscana
Direttori: Fabio Maestri-Carlo Rizzari-Tonino Battista-Francesco Lanzillotta
Solisti: Mario Marzi/sax – Alda Caiello/soprano– Francesco Dillon/violoncello – Lorna Windsor/soprano

Bergamo Jazz

Paolo Carradori

Enrico Rava, direttore artistico della XXXVI edizione di Bergamo Jazz, dichiara in una intervista «L’idea è quella di fare un festival che andrei volentieri a seguire. Se piace a me, sono sicuro che possa piacere a molti». Affermazione con la quale tenta di svincolarsi da logiche e dipendenze di altri suoi colleghi. Tutta da verificare.

Sul palco del Teatro Donizetti il quintetto “Snowy Egret” della pianista Myra Melford e il quartetto di Joshua Redman ci offrono subito uno spaccato contraddittorio. Il set della Melford si apre sotto i migliori auspici. Musica aperta, linguaggio aggressivo, suono avvincente. La cornetta di Ron Miles brilla, dialoga nervosa con la leader che costruisce grovigli free e aperture latino americane. Intorno al basso elettrico di Stomu Takeishi, insostituibile perno centrale, Ted Poor picchia forte su pelli e piatti mentre la chitarra di Liberty Ellman disegna ambientazioni astratte. Poi però qualcosa si incrina, tutto questo procedere avventuroso si prosciuga, si normalizza. Riemerge l’ambiguità stilistica della Melford, sospesa tra fascinazioni radicali e porti sicuri, dove torna il primato della scrittura.

Redman offre un set ampiamente sbiadito, dove conferma la ben nota assenza di idee che lo costringe a comunicare costantemente un’energetica esposizione tecnico/sonora, ma solo quella. È sicuramente un grande professionista, dal suo tenore sa tirare fuori suoni ammalianti soprattutto nei registri gravi. Sa soprattutto gestire la propria immagine, sempre positiva e passionale. Il pianista Aaron Goldberg, il contrabbassista Reuben Rogers e il batterista Greg Hutchinson, ottimi ma si devono diligentemente adeguare. La pur fascinosa interpretazione di Let it be nel bis finale però non li salva.

Dave Douglas - Tom Harrell - foto Gianfranco Rota
Dave Douglas - Tom Harrell - foto Gianfranco Rota

“Il Bidone” dedicato alle musiche di Rota da Gianluca Petrella – grande trombonista ed eccellente improvvisatore - tradisce una fragile capacità progettuale. Questo omaggio è debole già nelle intenzioni. Una specie di teatro musicale, collage di ambientazioni sonore ora radicali, ora felliniane, spesso troppo diluite, che manca di una traccia solida. Peccato perché la formazione presenta tra le migliori personalità del jazz italiano: il pianoforte di Giovanni Guidi, il baritono di Beppe Scardino e la sfavillante batteria di Cristiano Calcagnile su tutti.

La flessibilità stilistica a 360°della tromba di Dave Douglas è nota. Questa volta è messa a disposizione dell’evento del festival: l’incontro con Tom Harrell. Scommessa rischiosa ma vinta. Douglas gestisce con grande acume la serata, smussa le sue costanti tentazioni radicali a favore della creazione di un ambiente coerente per il poetico flicorno di Harrell. Lo scambio tra i due è di grande fascino, alla schietta limpidezza di Dave risponde l’introspezione e la raffinata delicatezza di Tom. Suono che non ha pari nel panorama contemporaneo. Set emozionante anche grazie ai contributi del pianoforte di Luis Perdomo, il contrabbasso di Linda Oh e la batteria di Anwar Marshall.

La chiusura al Donizetti con il duo Portal-Peirani e la Band di Trilok Gurtu è fin troppo trasparente nella sua leggerezza. Ci fa conoscere la talentuosa fisarmonica di Vincent Peirani, ci conferma l’inesauribile classe di Michel Portal, entrambi però al servizio di un repertorio smaccatamente folklorico, senza un rischio, una visione alta. Sorprende poi la scelta di far chiudere un festival storico ed ambizioso dalla modesta proposta musicale della band di Gurtu.

Johnson - Vandermark Quartet (foto Gianfranco Rota) (640x427)
Johnson - Vandermark Quartet - foto Gianfranco Rota

Allora è forse da qualche altra parte dobbiamo scovare gli stimoli di un festival che nelle intenzioni doveva darci un’idea del jazz oggi. Troviamo quelli giusti negli eventi collaterali pomeridiani all’Auditorium di Piazza della Libertà. Il quintetto di Nat Wooley si muove in un rigore stilistico caratterizzato da tentazioni cool e improvvise scorribande informali. Il trombettista pare risparmiarsi, ma il suo sperimentalismo sul fronte di suono e fraseggio è sempre in agguato. Lo affiancano con personalità il vibrafono di Matt Moran, le ance di Josh Sinton, il contrabbasso di Eivind Opsvik e la batteria di Harris Eisenstadt.

Ma è il set offerto dal quartetto Russ Johnson-Ken Vandermark con Fred Lonberg-Holm al violoncello e Timothy Daisy alla batteria - che lascia il segno. Una musica coinvolgente dove su un ricco ribollire ritmico - a tratti di netta influenza funky-rock – si sviluppa un’improvvisazione liberissima, free senza nostalgie o dipendenze. Vandermark è travolgente, il suo solo d’apertura al clarinetto vale tutta la rassegna. Anche al tenore riesce sempre a costruire ambientazioni radicali, di fuoco. Incontra anche la poesia, macchiata di blues, in un brano dall’andamento più morbido. La tromba di Johnson pare intimorita da questa potenza, si muove più nel gioco collettivo che solistico. Violoncello e batteria dialogano propositivi in una pura logica di musica condivisa. Questa la chiusura perfetta di Bergamo Jazz 2014.

Bergamo Jazz 2014
20>23 marzo
Teatro Donizetti - Auditorium Piazza della Libertà