Seduzioni elettroacustiche

Paolo Carradori

Appunti sul Tempo Reale Festival di Firenze

The Glitch Experience (Jo Thomas - regia del suono e live electronics)

Jo Thomas viene da Londra, ma potrebbe essere arrivata da una galassia lontana. La Limonaia di Villa Strozzi è la sua astronave che , come un Ulisse multimediale, guida con maestria in un viaggio per mondi sonori complessi, siderali, estranianti. Non si fa ingannare dai richiami delle sirene degli effetti facili, da senso, spessore al viaggio, esplorando tutto fino in fondo. Le composizioni sono come isole di uno stesso arcipelago. Angel (2002) è forse di origine vulcanica. Sotto i piedi vibra qualcosa, si muove un’onda sonora costante. In superficie lampi di luce, voci meccaniche, silenzi, tunnel sonori, che la diffusione multicanale fa girare vorticosamente, avvolgono lo spazio. L’esplorazione è maniacale, sorprende anche chi la guida con i suoi improvvisi picchi di volume che fanno vibrare i vetri intorno. Più morbido il paesaggio di Dark noise (1999) . Un’isoletta luminosa percorsa da vibrazioni sottopelle che sfoggia una costruzione architettonica elegante e sinuosa. Nei sotterranei si muovono voci che illuminano gli spazi, tirano linee, interferiscono con micro cellule e schegge sonore. Ma non inquietano come Charged e Zero (2011) dove la Thomas ci avvolge con un flusso esasperante, al limite dell’udibile. Venti minuti di trance, durante i quali ti investe un vento parossistico, freddo che accumula stratificazioni acustiche, modella lo spazio, disegna forme. Il silenzio, alla fine, da un senso a tutto.

Vienna (Igor Lintz-Maués / Caroline Profanter - regia del suono)

Ironicamente potremmo definire la serata - sotto la guida di protagonisti della scena elettronica viennese - : “Sinfonia per lampioni notturni”. Siamo infatti tutti rivolti verso la vetrata che da sul vialetto di Villa Strozzi. Ad intervalli regolari i lampioni trasmettono luci giallo-verdastre che rimbalzano sulla ghiaia, dietro il buio delle siepi. Niente male come scenografia, iperrealista. I due compositori/registi del suono sono in mezzo al pubblico. Con gesti controllati agiscono su cursori e tastiere. Il suono avvolge tutto. Ciclo (2010) della Profanter nasce dalla elaborazione/trasformazione di suoni, di oggetti: sacchetti di plastica, giocattoli, palloncini, ma anche di pianoforte e voce. Tutto il materiale finisce dentro uno spazio chiuso, laboratorio dove si plasma in tempo reale, si modifica. Improvvisi accenni ritmici, melodie si scontrano con movimenti di acqua, di animali, stridori di voci, cori lontani, costruendo un paesaggio complesso. Coperto da un pulviscolo trasparente che lo rende magico, irreale.

Opera elettroacustica provocatoriamente “romantica” che si chiude con un panorama inaspettatamente celestiale. Lintz Maués parte invece dalle sue radici, da suoni e ritmi della sua terra, il Brasile. In Schenk mir dein Ohr (2006) sette strumenti afro-brasiliani formano la base sonora delle sette sezioni della composizione. Ciclicamente queste si rincorrono, si trasformano, si legano, si sovrappongono. L’autore salva, nella trama dei suoni, riconoscibili riferimenti alle percussioni. Questa scelta rende possibile incontri difficilmente ipotizzabili tra calore/colori della tradizione e suono artificiale. Sviluppo e costruzione del lavoro risentono costantemente dei referenti ritmici originali che rimangono sempre sottotraccia. Insomma da Vienna buone nuove dalla ricerca elettroacustica.

Singing In Place (Viv Corringham – voce, elettronica e registrazioni ambientali)

Bizzarro personaggio Viv Corringham. Nello splendido spazio del Museo Marino Marini propone una performance dai caratteri quasi didattici, semplici. Non mette in gioco atteggiamenti autoreferenziali cari a molti performer, quasi si sottoespone come per far emergere meglio il contenuto della ricerca sonora. Anche sul piano prettamente vocale dimostra che anche senza mezzi eccezionali si può comunicare. Registrazioni ambientali, suoni della quotidianità, interazione tra luogo e persone, stanno alla base di tutto. Sui resoconti sonori delle sue camminate costruisce, campionando la voce – improvvisazione, forma canzone, ma anche tratti narrativi – un intreccio che nella ripetizione trova ritmo e logica descrittiva. Sia che catturi suoni a Londra, elencando i nomi delle vie (Barbican to London Bridg -2010) che in un porto irlandese (A walk in Cobh -2003) dove si sentono gabbiani e sirene, dimostri fascinazione verso gli incroci spericolati delle autostrade sopraelevate alla periferia di Minneapolis (dove abita) con forti ambientazioni urbane (Skyways – 2009), o catturi voci e lingue diverse negli stretti vicoli del centro storico di Firenze (Via/Piazza -2011), la Corringham riesce a garantire una convincente continuità stilistica. Costruisce i quadri di una elegante suite sulle possibili relazioni con i suoni che ci circondano.

Tempo Reale Festival
Firenze 5>13 ottobre 2012

Non uccidete il Jazz a Ferragosto

Paolo Carradori

In margine all’editoriale di Luca Conti sulla rivista Musica Jazz

Fino a qualche tempo fa il periodo ferragostano veniva spesso sfruttato dai politici di casa nostra per far passare subdolamente, approfittando delle distrazioni vacanziere, leggi, regole o norme difficilmente proponibili in altri momenti. Oggi tutto è cambiato. Con la crisi economica che morde il nostro caro governo tecnico, massacrando giornalmente il tessuto sociale e culturale del Bel Paese, si comporta come se fosse sempre ferragosto. Purtroppo anche la maggioranza degli italiani. Ma, confidando anche sul fatto che oramai le vacanze sono un miraggio per molti, qualcuno prova a lanciare messaggi importanti anche con l’afa.

Lo fa, per esempio, nell’editoriale sul numero di Agosto della rivista Musica Jazz (sessantotto anni portati bene e senza un soldo di finanziamento pubblico) il neo-direttore Luca Conti. “Quando il jazz scappa da se stesso”, dietro questa etichetta Conti si fa una domanda: cos’è il jazz nel 2012? A qualcuno d’istinto potrebbe venire la tentazione di rispondere… se non lo sa lui che frequenta da anni il mondo del jazz e dirige una delle testate musicali più longeve e prestigiose del panorama europeo, siamo messi proprio male… Calma. A volte le domande non sono proprio quelle che sembrano. Se il direttore me lo consente provo una trasformazione. Questa: “Quale jazz si propone nel 2012?”. Messa così forse funziona meglio. Conti segue i concerti di Umbria Jazz per provare a dare e darci una risposta. Una scelta significativa, non si reca ad un festivalino qualunque, sbircia dentro uno di più grossi eventi musicali nazionali.

Nata negli anni settanta Umbria Jazz è stata trasformata da fascinosa e provocatoria (ricordate lo slogan “musica gratis per tutti” con espropri “proletari” connessi?) vetrina della contemporaneità del jazz ad una sua elefantiaca visione museale. Nostalgia ? No, realismo. Conti, con la classe di chi sa di jazz, fa finta di sorprendersi che alla fine della kermesse perugina gli unici musicisti vitali e propositivi risultino gli ottantenni Sonny Rollins e Wayne Shorter. Poi se la prende con la pochezza di Pat Metheny, non cita italiani in rispetto del proprio ruolo istituzionale, ma le sue parole sono come macigni gettati nelle acque ferme di una realtà non più sopportabile… I grandi nomi, su cui la rassegna perugina punta da tempo, finiscono spesso per mostrare una clamorosa povertà di idee e un altrettanto risibile assenza di passione…

foto di Maurizio Zorzi

Messaggio più chiaro di così non si può: chi ha poteri decisionali (artistici?) sulle scelte dei cartelloni di festival e rassegne prenda atto che rassicurare il pubblico e le casse con la riproposizione meccanica dei soliti nomi non pagherà nel lungo termine. Non solo, perseverare su questa politica rende anche pessima immagine di una musica che nella sperimentazione e nella ricerca si è sempre rinnovata, mantenendo la propria vitalità sin dai primi del Novecento. Il jazz questo è. Chi pensa ancora sia una formula data, ripetibile e immutabile lo uccide.

Come se non bastasse, o forse come possibile completamento della propria riflessione, Conti, nello stesso numero del mensile, affida alla penna di uno dei maggiori e raffinati indagatori dello scenario jazzistico italiano, Enrico Bettinello, un’inchiesta sui Collettivi. Anche qui il titolo è già un messaggio “Collettivi Jazz: tra innovazione e ardua visibilità”. Bettinello usa la propria lente di ingrandimento sulle esperienze di El Gallo Rojo, Improvvisatore Involontario e Franco Ferguson. Realtà diverse, inquiete, ricche di talenti, utopie e idee non solo progettuali, ma anche rivolte alle nuove modalità produttive e distributive della musica.

foto di Maurizio Zorzi

Artisti di generazioni diverse che studiano, lavorano, scambiano esperienze, combattono una difficile lotta giornaliera per ritagliarsi fette di visibilità, pretendono ciò che una società “normale” ai musicisti dovrebbe garantire: la possibilità di suonare. Relegarli in un angolo angusto, lasciare loro gli spazi minimi del parco concertistico, garantendo la fetta più grossa ai soliti, non solo è una scelta culturalmente miope ma anche un atteggiamento che nega futuro ad intere generazioni di musicisti. Chissà, forse rovesciando questa logica, i soliti noti potrebbero respirare, avere più tempo per recuperare le idee e le passioni perse. Chi poi, su questo fronte, tira in ballo come causa le difficoltà economiche del momento è sfacciatamente in cattiva fede. Senza dubbio queste ci sono, pesano ma non vanno che ad aggravare anomalie del panorama jazzistico italiano che vengono da lontano.

A questo punto, per chiudere, sarebbe fin troppo facile tirare un ideale filo rosso tra l’editoriale di Conti e l’inchiesta di Bettinello. Le cose sono ben più complesse. Meritano un approfondimento ampio, che speriamo questa volta si apra seriamente. Ècomunque un gran bel segnale quello di una rivista storica rivitalizzata che fa fino in fondo il proprio dovere di spazio di dibattito, dove lanciare casi critici, dove domandarsi, oltre il proprio specifico terreno di indagine, come sta oggi la cultura in Italia.

 

La sabbia del tempo

Paolo Carradori

Ai limiti della notte. Omaggio a Sciarrino

Il Museo conserva. Ferma il tempo. Il Bargello, nel cuore caldo di Firenze, con i suoi marmi sinuosi, fascinosi e vitali, pare invece voler competere con i suoni contemporanei come per ricordarci che questi vengono da lontano. Come si omaggia, in questo spazio unico, un compositore che ha scritto e dichiarato di non essere proprio convinto di creare opere musicali ? Non esistono formule. Ci si butta a capofitto nei grafici sciarriniani rischiando, con la voglia di esplorare, sorprendersi dei suoi mondi e modi sonori. Un’immersione difficile che presume controllo totale dello strumento, ampia visione creativa e comunicativa, indispensabile per non banalizzare quel suono, quel segno, quel silenzio. Sotto la loggia del Bargello si alternano musicisti che su questo fronte sanno il fatto loro.

Su tutti la pianista Ju-Ping Song della quale ti rimane dentro la folgorante energia, la seducente delicatezza quando serve, soprattutto il pieno dominio interpretativo di materiali complessi ai quali riesce sempre a dare senso e spessore. Le due sonate per pianoforte di Sciarrino (Sonata n.1 e Sonata n.4) offrono scenari contrastanti. La prima è zeppa di grovigli, schizzi, silenzi inquieti improvvisamente spezzati da onde sonore, tensioni, increspature. Linee che si scontrano. Cascate di suoni all’interno di masse sempre in movimento. La seconda è una vera performance visuale con i suoi ostinati violenti, percussivi, estranianti. La mano destra martella accordi sghembi, distorti, ossessivi.

Il pianoforte ingranaggio di un’alienante catena di montaggio dove la ripetizione gestuale-sonora accumula tensioni che si scompongono in mille schegge. La Song si confronta anche con Come un soffio di Rosario Mirigliano , ma qui il materiale è più etereo, lunghe vibrazioni, accenni descrittivi. Una musica che si consuma, vola via. Proprio come un soffio. Trova maggiori stimoli in Ficciones di Andrea Cavallari (prima esecuzione assoluta). Linguaggio scuro, saturo, nervoso, con ciclici quadri quieti ma irti di insidie, sospensioni, silenzi, ambiguità.

Con Sei Capricci per violino Sciarrino dilata, con accenti liberi e umoristici, il tradizionale carattere estemporaneo di questo tipo di composizione. Il gioco contrappuntistico si frantuma nella modulazione di suoni imperfetti, sublimi, prosciugati, incastrati in una ragnatela ritmica che si muove su un piano obliquo. Nella stasi sonora, quando tutto sembra fermo, impercettibili micromovimenti, piccoli dettagli sottopelle spostano continuamente elementi del percorso sonoro. Il violino di Egidius Streiff mette a disposizione della logica compositiva brillante virtuosismo, leggerezza, ironie e svolazzi.

Contrasta con questa ricchezza la proposizione di due lavori per clarinetto: Dal niente di Helmut Lachenmann e Let me die before I wake dello stesso Sciarrino affidati a Natalia Benedetti. Potremmo definirli esercizi dell’impotenza. Pur su piani compositivi diversi – il primo gioca su gestualità, ripetizioni di acuti, alternanze del piano e del forte, soffi. Il secondo più costruito prende forma in suoni lunghi, laceranti, urla – lo strumento impietosamente si mostra nudo. Confini e limiti come linguaggio. Chiude, sempre di Sciarrino, Ai limiti della notte per il violoncello di Carlo Teodoro. Un breve sogno dove si muovono ombre, forme sinuose, misteri. Suoni, sibili, in uno scenario dove tutto scorre senza un inizio ed una fine. La durata come elemento compositivo.

Domeniche alla periferie dell’impero

La seconda serata è un omaggio non dichiarato. Tre lavori di Romitelli su sei proposte. In apertura e chiusura rispettivamente la prima e la seconda delle Domeniche alla periferie dell’impero per flauto basso, clarinetto basso, violino, violoncello. Due affascinanti ambiti sonori dove gli strumenti, in un’audace logica antiaccademica, si inseguono, si intrecciano, si stimolano. Ne nasce una sognante polifonia, sottintesa, sospesa. Onde sonore, silenzi, voci inquietanti. Addirittura tentazioni melodiche.

Trash TV Trance per chitarra elettrica è una performance di grande impatto. L’amore di Romitelli per il rock esplode in modo inequivocabile. Rock è il suono, rock è il gesto, rock è la trasgressione. L’uso di oggetti, archetti, distorsioni, pedaliere, effetti, suoni sporchi, ripetizioni, amplifica potenza sonora ed emotiva. Mantra visionario. Non è nostalgia di una musica che fu, quanto un scaraventarla spregiudicatamente nella contemporaneità, riproporla come utopia di rivoluzioni fallite. Lucia D’Errico ne è musa perfetta, sfacciata, rigorosa.

Di Grisey Talea per flauto, clarinetto basso, violino, violoncello, pianoforte e Charme per clarinetto trascinano in ambientazioni estetizzanti. Nel primo grumi di suoni si muovono come isole galleggianti. Le corde pizzicate, la tastiera come cerniera di suoni che drammatizza i contrasti tra violino e flauto, ma il tutto rimane alquanto distaccato in un disordine che rimane tale, non affascina. Natalia Benedetti spettacolarizza il suo intervento presentandosi alle spalle del pubblico sul pozzo al centro del cortile.

Charme è un breve quadro composto da suoni lunghi, ondulati, dove lo strumento, grazie ad un’interpretazione fisica e passionale, sviscera dolcezze, dubbi, tra soffi e respiri. Troviamo poi ancora Sciarrino con i suo Lo spazio inverso per flauto, clarinetto, violino, violoncello, celesta. Qui i silenzi sono fondamentali nel delimitare, definire un pianeta sonoro frastagliato, sorprendentemente immaginifico. Su questo magma seducente irrompe la celesta con i suoi suoni d’acciaio. Interferenze purissime, celestiali.

La sabbia del Tempo
Museo del Bargello Firenze
Accademia di San FeliceFlame ( FlorenceArtMusicEnsemble)

La Metamorfosi: drammaturgia della normalità

Paolo Carradori

Si esce dal Teatro Goldoni storditi. Forse perché quei suoni inquieti, il grande muro nero, le nebbie oniriche, le luci taglienti, gli effetti deformanti, corpi e sentimenti deformati ci sono rimasti dentro. Catapultati fuori, nel mondo reale, ci ritroviamo allora come indifesi e fragili Gregorio. Ma una convinzione l’abbiamo, la lettura di Silvia Colasanti e Pier’Alli de La Metamorfosi di Kafka centra due risultati decisivi : emoziona, fa riflettere. Mix realista, espressionista, visionario teatro sonoro dal sapore brechtiano che trascina al centro dell’azione, nel turbinio di sentimenti negati, nelle forti implicazioni sociali. Traccia antiromantica che non «rappresenta» ma fa parlare uomini e donne puntando ad una possibile unità tra scena e musica. L’allestimento è spericolato.

Nel claustrofobico frugale spazio grigio-ruggine, che il grande muro nero dilata e restringe con i suoi movimenti, disturbato da ombre e fascinose proiezioni video, si assiste alla disintegrazione della famiglia Samsa. La scelta soft di Pier’Alli nel disegnare un Gregorio come insetto poi non così raccapricciante – puntando più agli sviluppi mimico/motori del personaggio che ad estremismi cronenberghiani - stride ancora di più con la mostruosa «normalità» intorno a lui. Il servile cinismo del padre, l’amore materno declamato ma subito prosciugato, la sensibilità della sorella ben presto immolata sull’altare della ragion di famiglia, il distacco della Governante, la fredda logica imprenditoriale del Procuratore come la sprezzante ironia degli ospiti angosciano molto più della condizione di Gregorio.

Che anzi sentiamo subito vicino nella sua disperante, umana ricerca di affetto. La voce fuori campo e il coinvolgimento del coro per sonorizzare l’insetto funziona. Rende diretta e toccante la comunicazione, offre spessore alle riflessioni esistenziali, risolve non poche problematiche logistiche. Spiazzanti anche le scelte estetiche riguardo struttura e linguaggio. «Opera della solitudine in tre parti», che non rompe quindi con la tradizionale suddivisione in atti, dopo Debussy praticamente del tutto cancellata nel teatro musicale del ‘900.

Non ne risente però la continuità, la costante progressione drammatica del lavoro; anzi i brevi intervalli risultano come buchi neri, spazi, silenzi dove sviluppare il continuo interscambio tra interiorità e realtà. Anche organico e stile vocale, nel rapporto testo-musica, rimangono aderenti al repertorio lirico salvaguardando la dimensione melodica. Certo non si ritrovano le forme chiuse dell’aria, gli obbligati con i quali si disegnava la psicologia dei personaggi. Ma le parti cantate rimangono predominanti rispetto al linguaggio parlato che risulta minimale. Sedimento tradizionale che la potenza evocativa di musica, scenografia e immagini schiacciano, relegandolo ai margini dello sviluppo narrativo. Le ideazioni, le trame video come una lente deformante regalano dimensioni e letture inusuali dello spazio, dei personaggi, della storia. Architetture astratte e visionarie, figure felliniane, oggetti che si decompongono, evocano Dalì, Ernst ma anche il cinema di Hitchcock.

Su questo ribollire di interferenze la musica della Colasanti si muove mirabilmente coerente, capace di scavare nelle viscere più profonde e inquietanti della vicenda. Forza prorompente e passionale che disegna sentimenti, trasmette la tensione del continuo accumularsi sul palco di elementi e pulsioni drammatiche. Affascina l’ambiguità delle partiture. Severe, costruite su ostinati, ripetizioni nervose, diminuendo e crescendo, lampi di suono che come lame di ghiaccio si conficcano nella trama emozionale kafkiana. Ma la Colasanti lascia sempre aperta una via d’uscita, una luce.

Musica complessa, stratificata, satura, capace però di rarefarsi, aprirsi a grazie melodiche. Ansie e travagli, sistematicamente sottolineati dalle percussioni, si attenuano allora in un panorama sonoro dove si intravede un bagliore lontano, possibile riscatto, per poi rituffarsi nel magma sonoro di violenti vortici. Percorso rigoroso che si sviluppa nei meandri di un suono collettivo sublime, prosciugato, mai autocelebrativo, che non trancia definitivamente i ponti con tonalità e melodia. Capacità creativa di costruire un segno, un suono, un sogno contemporaneo con la consapevolezza, la ricchezza del passato.

La Metamorfosi
Libretto: Pier'Alli
Musica: Silvia Colasanti
Direttore: Marco Angius
Regia, scene, costumi, luci e ideazione video: Pier’Alli
Festival del Maggio Musicale Fiorentino

Tutti i suoni del silenzio

Paolo Carradori

Una notte per John Cage. Quattro ore, quattro spazi tematici. La Stazione Leopolda è perfetta nel suo taglio architettonico neo classico, austero, urbano, per FOUR. A Night with John Cage, evento di chiusura del Festival Fabbrica Europa 2012.

Cage & Duchamp – Si apre con 4’33” (1952). Mito, feticcio, simbolo. Sostituendo il tempo musicale con il tempo della realtà Cage non solo ci dice che il silenzio puro non esiste, ma soprattutto che i suoni non intenzionali, i rumori casuali e quotidiani del mondo circostante assurgono a valore comunicativo. Tutto ciò che suona è musica. Sorprende allora che, poco dopo che Antoine Alerini si è seduto davanti al pianoforte, dietro il grande drappo che delimita lo spazio si muova un carrello elevatore con tanto di beep beep e lampeggiante giallo. Rumori di cantiere. Poi suona forte un telefono. Il silent piece gioca la sua potenzialità eversiva nella violazione di un codice, di una istituzione, il pianista in questo caso, come nel ruolo del pubblico. Vocio, colpi di tosse, scalpiccio, sedie trascinate, costruiscono la trama sonora. Programmare suoni in 4’33” significa depotenziarlo, negarne la trasgressività, svuotarlo. In Water Music (1952), i cui eventi sono descritti nella lavagna visibile a tutti, Alerini «prepara» il pianoforte inserendo oggetti tra le corde. Usa anche fischietti, contenitori per l’acqua, carte da gioco, una radio. Negando la scrittura come luogo di costruzione del senso musicale Cage usa annotazioni, grafici, tempi e relega alla radio il ruolo di evento non prevedibile. Ne viene fuori un mix spezzettato e nervoso. Il pianista si muove tra la tastiera, poche note appena accennate, e il tavolo degli oggetti, in un gioco dell’assurdo che crea tensione e sorprese sonore.

Meno coinvolgente Suite for Toy Piano (1948). Divertissement in cinque movimenti che nei limiti tonali della mini-tastiera trova comunque sviluppi ritmico/metrici ripetuti ed ironici. Una vera cerimonia invece la preparazione del pianoforte per Music for Marcel Duchamp (1947). Striscie di feltro, di gomma, viti, applicate in posizioni prestabilite tra le corde. Lo strumento ha così un suono stoppato, attutito, niente armonici. Alerini usa solo la parte centrale della tastiera in un percorso cupo, dove il rapporto con lo spazio sonoro diviene decisivo per i possibili sviluppi comunicativi.

Cage & Voices – Nello Spazio Alcatraz si gode la fase più fascinosa dell’intero evento. Un turbinio travolgente di soluzioni sonore. Four2 per coro misto (1990) vede quattro voci alternarsi su quattro fogli di musica che non hanno ordine prestabilito ma solo un frontespizio con le istruzioni. Voci arcaiche, polifonia antica zeppa di contrasti estremi e provocatori dove i talenti dell’Homme Harmé si lanciano senza paracadute negli abissi dell’anarchia cageana. Aria con Fontana Mix (1958): venti pagine di partitura per una performance di durata determinata raggiungibile con percorsi temporali diversi. Un affresco astratto dove parole, consonanti provenienti da tutto il mondo, come uscite da un frullatore, si rincorrono su linee ondulate, smembrate, ridotte a brandelli. Gorgoglii, urla, risate, silenzi, rumori di oggettistica varia che si impastano con l’elettronica in una coerenza insospettabile. Monica Benvenuti ne è l’artefice, con misura, ironia, grande capacità comunicativa e un pizzico di sana follia creativa.

Four Solos for Voice (1989): una ragnatela di suoni, parole casuali per soprano, mezzosoprano, tenore e basso. L’elettronica disturba, arricchisce, dialoga. I quattro si danno le spalle ma costruiscono, sovrapponendosi, allontanandosi, un muro di suoni sublimi: voci strazianti, melodie, canti arabi, sghignazzi, pianti, accenni swing, l’inno americano, Deep Purple. Living Room Music (1940) ha un taglio teatrale. Salotto borghese, sedie, divano, tavolo, bicchieri. Il quartetto vocale si scambia con il quartetto elettronico. La traccia sonora fortemente percussiva, rumoristica, rende ancora più estraniante l’asfissiante ricerca di un ruolo degli otto interpreti mentre dal televisore un agitato maestro concertatore dirige il tutto da un’ improbabile Tele Cage.

Cage & Nam June Paik - Il rapporto suono-immagini è complesso. Dietro il ContempoArtEnsemble scorrono i video ritratti di Paik dedicati a Cage, alternanza tra taglio documentaristico e video arte, elettronica pura. Spruzzi di forme, colori visionari. Collage di materiali provenienti da videografie che vanno dal ’73 al ’92. Documentazione che contestualizzata suscita ammirazione ma risulta anche irrimediabilmente datata. La musica di Cage no. Se Sonata for Clarinet (1933) e Solo for Cello (1957-58) segnalano qualche fragilità - la Sonata è un’opera giovanile ametrica, a tratti seriale, il Solo nel suo stretto rapporto spazio/tempo si affida molto alle scelte esecutive - Five (1988), Six Melodies for Violin and Keyboard (o pianoforte) (1950) e Seven (1988) sono straordinarie perle della filosofia musicale del compositore (?) americano. Nella liberazione del materiale e la diversificazione dei principi di casualità troviamo gli insegnamenti della mistica orientale, strutture ritmiche indefinite, annotazioni di durata impossibili. Eventi sonori che rifiutano di essere codificati, sempre aperti e variabili.

Cage & Numbers – Il quarto tempo. Il quarto spazio. Il finale. Jonathan Faralli è sommerso dalle percussioni. Francesco Giomi è davanti ai suoi marchingegni elettronici. È possibile un dialogo tra i sapori ancestrali, il calore di pelli, legni, metalli e il suono artificiale? 27’10.554” (1956) non da risposta, rimane un’ipotesi. I due si cercano, si trovano, si allontanano, si sovrappongono. Variation IV (1963) ha un taglio completamente aleatorio legato allo spazio della performance. Oggetti diversi in gioco: radioline, televisore (acceso-spento), fischietti, campanelli, petardi, giocattoli. I musicisti escono, tornano, si confondono con il pubblico. Poi il cerchio si chiude: 4’33”. Di nuovo ripartono i rumori di cantiere. I due usano lo spazio temporale scrivendo su cartelli con bombolette spray di un rosso vivace. Espongono infine la scritta: W John Cage 4’ 33”.

Fabbrica Europa 2012
FOUR. A Night With John Cage
Stazione Leopolda Firenze 13 maggio
Produzione: ContempoArtEnsemble, Fabbrica Europa, L’Homme Armé, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Tempo Reale

Stockhausen e i 30 asciugacapelli

Paolo Carradori

Le due serate di Maggio Elettrico 2015 – format che per il secondo anno vede Tempo Reale (il centro di ricerca fondato da Luciano Berio nel 1987) ricavarsi uno spazio programmatico all’interno del Maggio Musicale Fiorentino - pur partendo da presupposti di ricerca diversi, dimostrano come strumentazione tradizionale si possa confrontare con soluzioni elettromeccaniche, live electronics e spazialità del suono. Perché se è vero che i processi operativi sono lontani dal punto di vista concettuale i linguaggi risultano complementari tra loro.

Mauro Lanza e Andrea Valle con Regnum Animale (per trio d’archi e strumenti elettromeccanici,2013) e Regnum Vegetabile (per sei strumenti e dispositivi elettromeccanici, 2014) in quanto a complementarietà ci dicono molto. La prima composizione, quella con il trio d’archi, vede disposti a terra intorno ai musicisti 25 oggetti, elettrodomestici modificati e guidati dal computer. Mentre i tre costruiscono una trama trasparente, fatta di sibili e misteri, pizzicati, corde stoppate, robusti unisoni, silenzi e grovigli estremi distribuiti in 28 miniature, intorno a loro: frullatori, giradischi, taglia pane elettrici, segreterie telefoniche, spremiagrumi, fonovaligie, luce intermittente contrappuntano un percorso con qualche passaggio poco convincente.

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Molto convincente invece il set con l’eccellente l’ensemble berlinese Mosaik al completo in Regnum Vegetabile. Qui una pregevole traccia compositiva ben distribuita tra fiati e corde “preparate” dialoga con 30 asciugacapelli guidati dal pc collegati ad harmonica a bocca e flauti dolci. Ne viene fuori un ribollire nervoso, saturo e distorto, dove la ricchezza delle singole voci strumentali sorvola in equilibrio instabile le provocazioni dei dispositivi elettromeccanici.

Il secondo appuntamento si apre con Agostino Di Scipio con il suo 2 pezzi di ascolto e sorveglianza (per un esecutore con flauto e live electronics, 2009-2012). Il flauto collegato al pc, mai suonato in senso tradizionale, viene fatto roteare nello spazio (come un bastone della pioggia), accarezzato, sollecitato sulle chiavi, respirato, diffonde onde delicate, con qualche accelerazione ritmica, vibrazioni. Performance sonora e visuale fascinosa che lascia perplessi per fragilità costruttiva, didattismo che disperde liquidità e trasparenze, senza sedimentare senso e forma.

Violino e live electronics sono i protagonisti assoluti di Eleusi (2015) di Marco Marinoni e Down (2012) di Johan Svensson. L’opera di Marinoni, supportata anche da tracce fissate su “nastro”, è un pullulare energetico di distorsioni, suoni scolpiti sulle corde, pianissimo e fortissimi che stordiscono nelle loro densità e stratificazioni. Nel brano di Svensson le provocazioni sonore risultano ancora più marcate. Nell’esplorazione estrema del registro grave dello strumento, scordato nella corda più bassa, attraverso una tecnica esecutiva non proprio accademica scorre un magma dove i lampi prodotti dai colpi sulle corde interferiscono con turbolenze elettroniche prodotte da un pedale che l’interprete aziona ciclicamente. Sublime l’esecuzione, anche gestuale, di Karin Hellqvist.

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Chiudono le ance di Giovanni Nardi impegnate in Vertical (sound) climbing (per sax contralto e live electronics, 2015) di Claudio José Boncompagni e Solo (per uno strumento melodico e feedback, 1965-66) di Karlheinz Stockhausen. Il brano di Boncompagni si sviluppa in due ambienti sonori diversi. Nel primo l’elettronica evoca una tastiera che disegna un accordo ritmico riconoscibile, nel secondo un sibilo misterioso si diffonde nello spazio. Sopra questo tappeto il sax di Nardi ricama e sfiora melodie, lirismi, intimità. Sorprende l’equilibrio, l’eleganza compositiva che salvaguarda l’approccio acustico tutto giocato nei riflessi, come in una casa degli specchi, con l’elemento elettronico.

Con Solo di Stockhausen Maggio Elettrico non poteva finire in modo migliore. L’elemento caratterizzante dell’opera (degli anni Sessanta!) è l’uso della ripetizione di una frase melodica registrata dal vivo poi rimessa in gioco più volte, che sovrapposta ad altre tracce crea una magica, spiazzante polifonia. Il sax che dialoga con se stesso. Non solo, l’esecutore gode di notevoli libertà di scelta, sul piano timbrico, sulla durata delle pause (fondamentali), sull’ordine da seguire dei sei fogli della composizione, libero di interpretarli strutturalmente con logiche diverse. A chi ascolta non rimane che lasciarsi andare tra stratificazioni, suoni inudibili, romanticismi, silenzi. Impeccabile Nardi ma decisiva la regia del suono di Tempo Reale. Il messaggio di Stockhausen è chiaro, attualissimo: la musica elettronica, che profondamente ha trasformato il panorama sonoro degli ultimi decenni, può dialogare con la dimensione acustica non da una posizione settaria ma nella logica di una possibile mediazione creativa. Le sorprese non mancheranno.

78° Maggio Musicale Fiorentino
Tempo Reale / Maggio Elettrico
Limonaia di Villa Strozzi – Firenze
12-13 giugno 2015
Ensemble Mosaik
Karin Hellqvist violino
Giovanni Nardi sassofono
Francesco Canavese, Francesco Casciaro regia del suono

Ritratti d’autore

Paolo Carradori

Si apre con una sospetta commistione, coinvolgente miscela tra esterno (natura)-interno (arte) “Concerto-Portrait” nello Spazio Performatico ed Espositivo della Tenuta dello Scompiglio. Fuori, uno spicchio di tiepido sole calante si staglia tra le colline, ombre si allungano. Dentro, i cinque di Alter Ego, ensemble protagonista della serata, si sistemano in semicerchio nello spazio scenico.

Con Two Circles di Alvin Lucier (per flauto, clarinetto, violino, violoncello, pianoforte e suoni sinusoidali/2012) introducono la loro performance come sacerdoti in un rito purificatore, preparatore di quello che verrà. Offre questa possibile lettura il brano del compositore americano, nel concentrico rincorrersi degli strumenti, nell’ipnotica accumulazione di tenui onde sonore, temporalmente più o meno lunghe distribuite su un tappeto di costanti interferenze provenienti dal computer. A salvarci da un totale disorientamento ci prova il pianoforte attraverso una punteggiatura di note singole, secche, periodiche.

Ripuliti da scorie e assuefazioni siamo pronti a tutto. Anche ad uno criptico e misterioso Salvatore Sciarrino con il suo Omaggio a Burri (per violino, flauto e clarinetto basso/1995). I primi brevi quadri sono connotati da slap, soffi, sospiri e giochi ritmici sulle chiavi mentre il violino tenta inutilmente di costruire una trama sulle corde stoppate. Le ance trovano poi lampi di dialogo ma in una ambientazione rarefatta zeppa di silenzi e riflessioni. Più che entrare nell’informalità della materia viva dei sacchi, delle plastiche bruciate, delle crete di Burri, Sciarrino si concentra su una ricerca più rischiosa dal sapore proustiano, dentro la memoria, il valore mitologico del segno, nel tempo esistenziale. Ricerca riuscita?

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Alter Ego alla Tenuta Dello Scompiglio di Vorno (Lucca) - foto di Marco Delogu

Sicuramente riuscito e geniale il lavoro di Stefano Scodanibbio Ritorno a Cartegena (per flauto basso/2003). Scrivere una brano percussivo prevedendolo per flauto basso può apparire bizzarria intellettuale, ma le capacità uniche, il rigore del compianto contrabbassista e compositore maceratese è qui sviluppato in tutte le sue sfaccettature creative, gestuali, sonore e ironiche. La costante azione ritmica sulle chiavi, usate come un drum set, non solo trasmette visioni ancestrali, con l’aggiunta di soffi e immissioni d’aria, disegna un’originale e affascinante polifonia dove dimentichi il ruolo tradizionale di quello strumento.

Affiancare Scodanibbio a Fausto Romitelli procura una sottile fitta di dolore. Due straordinari, coraggiosi rivoluzionari della nuova musica scomparsi prematuramente nel pieno del loro percorso creativo. Ci mancano molto. La prima delle Domeniche alla periferia dell’Impero (per flauto basso, clarinetto basso, violino e violoncello/1995) di Romitelli è un vero cammeo. La marginalità evocata dal compositore, ai confini di un’industria culturale che omologa tutto, racconta la noia, comunque carica di attese, di domeniche inutili. Non succede nulla ma in realtà tutto in poco più di sette minuti.

La sensualità di figure, ombre ascendenti e discendenti si confondono in un groviglio timbrico, una densità commovente che Alter Ego garantisce in una pregevole concentrazione. Rimane il dubbio che interpretare Romitelli acusticamente tolga qualcosa, quella saturazione sporca che l’autore amava e che l’amplificazione garantirebbe quale ulteriore elemento comunicativo.

Obiettivo comunicativo ampiamente centrato da Emanuele Casale con 5 (per flauto, clarinetto e nastro magnetico/2002). Un pullulare di guizzi ritmici, domanda e risposta, su un’elettronica che rimbalza giocosa incastrandosi nei pochi varchi liberi. Tutto però si decompone lentamente, il dialogo si prosciuga, diviene più magnetico, frammentato per poi esplodere in un dirompente e frizzante epilogo.

Un finale godibile della serata lo propone Serenade (per flauto, clarinetto, violino, violoncello e pianoforte/2004) di Riccardo Vaglini. Idealmente dedicato al giovane Bruno Maderna, partigiano, Serenade è musica che gira, ritmicamente marcata su ostinati, con spruzzi vocali, gutturali, l’uso di fischietti. Tra ironie disseminate qua e là si prefigura una melodia danzante, un canto (partigiano?) che emerge dallo sfondo e coinvolge l’ensemble trasfigurato in una sgangherata, calorosa orchestrina klezmer. Calore utile perché fuori ora è buio, la primavera incerta.

Rassegna “Made in Italy 3x1” Direzione artistica Antonio Caggiano
Alter Ego in “Concerto-Portrait”
18 aprile 2015 ore 19,30
SPE – Spazio Performatico ed Espositivo della Tenuta dello Scompiglio
Via di Vorno, 67 – Vorno, Capannori (LU)
Alter Ego: Manuel Zurria flauto – Paolo Ravaglia clarinetto – Aldo Campagnari violino – Francesco Dillon violoncello – Lucio Perotti pianoforte