Alfadisco # 8 – gennaio 2019

Paolo Carradori

QUARTETTO MAURICE

4+1” (Stradivarius)

Quartetto d’archi + elettronica. 4+1. Composizioni che trasmettono un alto grado di elaborazione compositiva sul piano sonoro e della forma che, pensate per quel laboratorio di straordinaria duttilità che è il quartetto d’archi, esplodono. L’elettronica, con un peso specifico diverso nelle singole tracce, non si sovrappone, né fa da neutro sfondo ma entra con forza nella trama strumentale suscitando suggestioni di grande fascino. L’apertura non poteva essere migliore: la scoperta di un altro capolavoro di Fausto Romitelli Natura morta con fiamme (1991). Il glissare nervoso delle corde emerge sontuoso e inquietante da uno spazio dove pullulano misteri e fantasmi. Le corde provano a raccontare ma vengono come travolte, a loro volta coinvolte in una rincorsa a perdifiato verso il nulla. Mauro Lanza dedica il suo The 1987 Max Headroom Brodcast Incident (2017) alla memoria di Romitelli. Qui la trama si espande a strappi, voci enigmatiche, interferenze elettriche, solitudini urbane: le visioni del compositore goriziano vengono dilatate a dismisura, il quartetto quasi scompare. Riappare con tutta la propria energia in Legno sabbia vetro cenere (2009-10) di Andrea Agostini dove il dialogo a quattro si fa prima spasmodico per poi evaporare in un panorama nordico colmo di silenzi graffiati da sussulti e vibrazioni. Chiude Earwitness (familiar 2) (2017) di Silvia Borzelli che sviluppa una tensione magica e costante, costruzione intorno alla quale si aggrappano intrusioni quotidiane, voci deformate, pulviscolo sonoro, nell’irrequieto dialogo delle corde. Grande disco, lampo di luce sulla contemporanea che il Quartetto Maurice accende con una sfavillante e appassionata lettura.

Quartetto Maurice: Georgia Privitera violin – Laura Bertolino violin – Francesco Vernero viola – Aline Privitera cello

TERRY RILEY

THE PALMIAN CHORD RYDDLE -

AT THE ROYAL MAJESTIC” (Naxos)

Commissionata dalla Nashville Symphony The Palmian Chord Ryddle (2011) conferma le recenti fascinazioni di Riley verso la forma concerto, il coinvolgimento dell’orchestra sinfonica, come già espresso con “SolTierraLuna” del 2007 e “Zephir” (2009). Il violino a sei corde amplificato di Tracy Silverman percorre gli otto movimenti come voce narrante di struggente talento. Il lavoro è stratificato e fa riferimento alla composita cultura di Riley: l’oriente con le melodie dei raga e le scale della musica classica indiana, il blues, il charleston degli anni ’30 (nel brano dedicato ai genitori), suggestivi impasti pastello nell’immaginifico For Maresa, la cultura andalusa in Iberia. Ambienti, colori e ritmi accostati a volte con qualche meccanicità ma sempre in un ampio respiro creativo. Meno convincente At the Royal Majestic dove l’organo, tra accenni gospel, block chords politonali, ragtime e walzer, rimane scuro e su bordoni rigidi lontano dall’orchestra. Visionario il finale Circling Kailash dove un Riley mistico racconta il pellegrinaggio verso il monte Kailash in Tibet, dove si ritiene che viva la divinità hindu Shiva.

Tracy Silverman electric violin – Todd Wilson organ – Nashville Symphony / Giancarlo Guerrero

MARCO COLONNA

PLAYNG COLTRANE” (Manza Nera Label)

Tutto è atipico in questo cd di Colonna, la confezione cartonata 20x20 cm., l’edizione limitata e numerata, il blue intenso della foto di copertina di Alessandro Lisci, ma soprattutto il contenuto, l’esigenza di affrontare con i clarinetti capolavori del repertorio coltraniano (più qualche sconfinamento). Sono anni che il musicista romano espone talento e visioni in un turbinio di progetti ma la scelta Coltrane è tra le più rischiose. Dopo l’ascolto si potrebbe dire che Colonna esplora il genio del sassofonista americano come mezzo di autoanalisi, conoscenza di sé. Una immersione profonda, complessa la sua, che nei limiti della scelta strumentale rilegge temerariamente la ribellione sonora coltraniana sia sul piano tecnico che del linguaggio (lo smussamento di elementi blues a favore di colori mediterranei, per esempio). Ma ciò che interessa Colonna è più l’aspetto mistico, lo spiritualismo, quel senso di purezza e serenità che traspare in My Favorite Things - nata da una melodia a tempo di valzer – e, con un processo speculare, anche in Summertime – innocua ninna nanna di Gershwin - che trasfigurano in danze modali dal fascino inquieto e illimitato. Il tentativo di applicare la logica del Maestro nel risignificare la forma canzone affrontando Sennò me Moro di Gabriella Ferri risulta invece alquanto fragile. È con il breve Children di Ayler, sassofonista non proprio vicino alla sua sensibilità, che Colonna esprime probabilmente, in un lirismo estremo e commovente, il momento più alto di un lavoro che merita una grande attenzione.

Marco Colonna clarinetto, clarinetto basso

STEFANO SCODANIBBIO

ALISEI” (Ecm)

Se esistesse il luogo dei cd necessari, “Alisei” starebbe tra i primi posti. Sì, perché se tutti ricordiamo Scodanibbio - scomparso nel 2012 a soli 55anni - come sopraffino contrabbassista e agitatore culturale la figura del compositore è rimasta più velata. Queste registrazioni rendono pieno merito alla sua straordinaria capacità creativa e visionaria sempre indirizzata verso il proprio strumento in organici numericamente variabili, dal solo all’ottetto. Daniele Roccato, che con Scodanibbio ha condiviso idee e sogni degli ultimi anni e con lui fondato l’ensemble Ludus Gravis, seleziona quattro composizioni che vanno dal 1985 al 2011. Lavori che con approcci diversi trasfigurano il contrabbasso in un caleidoscopio di suoni, umori, colori, materia viva e pulsante. Ottetto (2011) si snoda in mezz’ora di stratificazioni, incastri sonori inquieti, fantasmi che vagano, accumulazione di tensioni, dialoghi e scontri. In Due pezzi brillanti (1985) e Alisei (1986) Roccato sottolinea con maestria, suono profondo e agile, la filigrana compositiva sempre tesa alla ricerca di un qualcosa che non sia ripetizione, luogo comune. Complessità che sviluppa in Da una certa nebbia (2002) per due contrabbassi (affiancato da Giacomo Piermatti), un panorama sottovoce, quasi fermo, angosciante.

Daniele Roccato double bass – Giacomo Piermatti double bass – Ludus Gravis double bass ensemble – Tonino Battista conductor

BEPPE SCARDINO

BS10 LIVE IN PISA” (Auand)

Scardino sa bene che sommare dieci talenti non garantisce un gran disco, con questa convinzione lavora su una scrittura rigorosa, agile, piena di fascino negli impasti delle voci, equilibrando spazi liberi da offrire alle variegate e notevoli personalità della band. Il risultato è un gran disco. Una musica che possiede un retrogusto stilistico/culturale riconoscibile mai usato però come formula statica ma come elemento moltiplicatore, propulsore di continue invenzioni sonore. Gil Evans evocato su tutti, con i suoi scenari impressionisti e armonie sofisticate, ma anche arditezze del Davis elettrico, le geniali ironie dell’Instant Composer Pool come gli schizzi astratti dell’Italian Instabile Orchestra. Questa materia pulsante intensa, profonda e scomponibile che sta sullo sfondo permette a tutti gli elementi di ritagliarsi squarci solistici di straordinaria efficacia creativa. Scardino non solo si conferma eccellente strumentista ma anche compositore, organizzatore di suoni di gran classe. Anche arrangiatore visionario quando nell’ultima traccia Giant Steps, coraggiosamente smonta e ricompone la giovanile rivolta sonora coltraniana in un quadro di commovente, tormentosa contemporaneità. Un disco che scalda il cuore.

Beppe Scardino baritone sax, bass clarinet – Dan Kinzelman tenor sax, bass clarinet, Piero Bittolo Bon alto sax, bass clarinet – Mirko Cisilino trumpet – Mirco Rubegni trumpet – Glauco Benedetti tuba – Gabrio Baldacci guitar – Simone Graziano fender rhodes, synth – Gabriele Evangelista double bass – Daniele Paoletti drums, electronics

FEDERICA MICHISANTI HORN TRIO

SILENT RIDES” (Filibusta Records)

La Michisanti è una musicista irrefrenabile, dalle idee chiare e coraggiose, con questo lavoro si conferma strumentista e compositrice di valore, esponendo maturità e notevole personalità. In “Silent Rides” con un avventuroso, inusuale incastro strumentale paritario (tromba, sax e contrabbasso) dipana una suite avvincente, attraverso scenari ritmici, lirici, melodici, liberissimi e contemporanei. La affiancano e condividono pienamente questo percorso le ance di Bigoni, con la riconosciuta capacità e ricchezza interpretativa che spazia dai classici ai linguaggi più innovativi e introspettivi. E la tromba di Lento che dell’ultima generazione di trombettisti è tra i più sensibili ed espressivi, con chiare fascinazioni verso Cherry e Davis. Il contrabbasso della Michisanti rilegge le pulsioni ornettiane di Izenzon e Haden, l’eleganza e la densità di Holland, sempre dentro una personalissima cifra poetica. L’intrigante gioco polifonico della formazione esteso in molti brani sviluppa un alto tasso di piacevole estraneazione, free da camera. La rotazione dei soli che i tre disseminano con lirismo, astratto senso della forma su tutte le tracce rendono “Silent Rides” tra i lavori di più accattivanti, originali e aperti degli ultimi tempi.

Francesco Bigoni tenor sax & clarinet – Francesco Lento trumpet & flugelhorn – Federica Michisanti double bass

RICCARDO ONORI

SONORISTAN” (Black Candy Records)

Non si può non avere simpatia d’acchito per un cd che recita nelle note…Sonoristan è un Paese che non c’è, un paese dove ogni persona può entrare senza permesso di soggiorno. Benvenuti…Dichiarazione di intenti inequivocabilmente politici e attualissima del chitarrista storico di Jovanotti al primo album da solista che introduce un lavoro piacevole nel miscuglio, collage vitale di musiche del mondo. Colori e ritmi non come evocazione esotico turistica ma racconto di storie, di luoghi e uomini. Come in una autobiografia sonora Onori mette in gioco la propria storia musicale, dalle clinics giovanili con Metheny, Abercrombie, Frisell alle collaborazioni più svariate, Diaframma, Gezz Zero Group, Dirotta su Cuba, Irene Grandi, Stefano Bollani eccetera fino a Lorenzo Cherubini. Musicista apertissimo ai linguaggi in “Sonoristan” la sua chitarra preziosa mai invadente sviluppa idee e composizioni in un percorso mosso zeppo di fascinazioni per Africa, America del Sud, sapori mediterranei e ritmi afrobeat. Lo affiancano musicisti che sanno garantirli un pregevole livello di complicità creativa, provenienti da ambito jazzistico, etnico, pop…Sonoristan, il paese dove vorremmo vivere.

Riccardo Onori chitarra elettrica/acustica, programmazione – Filippo Guerrieri/Franco Santernecchi tastiere – Stefano Tamborrino batteria, percussioni – Dimitri Espinoza sax – Mirko Rubegni tromba – Francesco Cangi trombone – Dan Kinzelman clarinetto, clarinetto basso – Sabina Sciubba voce – Gianluca Petrella trombone, tastiere – Hindi Zahara voce – Ahmed Ag Keady voce, chitarra acustica – Roberto Migoni batteria, percussioni – Ziad Trambelsi voce, oud – Grintv voce – Ruben Chaviano violino, voce – Mohamed Azizi voce, chitarra elettrica – Mudimbi voce

Giacinto Scelsi e il segno dell’infinito

Paolo Carradori

Da irrefrenabili visionari alla Tenuta dello Scompiglio, tra le magiche colline lucchesi, la ricerca sui linguaggi dell’arte non ha confini. Con la programmazione tematica “Della morte e del morire” attraverso performance, concerti, istallazioni, mostre, incontri e laboratori fino a dicembre 2019, l’arte nelle sue diverse declinazioni rappresenta e si confronta con l’unica certezza della vita. Su questa strada il pianista Fabrizio Ottaviucci con 8-8-88 la porta dell’infinito su musiche di Giacinto Scelsi – Suite IX, Ttai (1953) e Suite X, Ka (1954) – ci ricorda il profilo premonitore del compositore (…me ne andrò da questa terra quando il segno dell’infinito si metterà in fila…) ma soprattutto la sua originalità, la profondità dei contenuti metafisici della sua musica. Più scopriamo Scelsi, per decenni almeno in Italia un invisibile, più ci rendiamo conto che la sua modernità, che qualcuno con superficiale prosopopea ha voluto spacciare per bizzarro esoterismo, anomalia esotica, rappresenta uno snodo centrale della musica del XX secolo.

Scelsi è stato tra i primi a considerare il suono in sé più importante dell’organizzazione dei suoni (…La musica non può esistere senza il suono. Il suono esiste di per sé senza la musica. La musica evolve nel tempo. Il suono è atemporale…). Concetti che lo pongono anticipatore assoluto di qualsiasi avanguardia. Sui ritardi di questo riconoscimento, oltre alle complessità dei materiali e provincialismi, probabilmente pesano anche gli atteggiamenti, l’autoisolamento del compositore, il fare aristocratico e distaccato. Una distanza che, se ampiamente scontata verso un mondo accademico mai amato, ancora resiste, nonostante i suoi repertori trovino sempre maggiori spazi nei cartelloni.

Le opere per pianoforte di Scelsi, in particolare le Suite del periodo 1952/1955, sul fronte della tecnica esecutiva che degli ambiti espressivi esplorano a fondo il suono non solo come centro del processo compositivo, imprescindibile per l’autore, ma estremizzando la dilatazione, la dissolvenza dei confini tra i singoli suoni, disegnano un andamento sospeso, misterioso e di grande potenza evocativo-spirituale. Aspetti che Ottaviucci sa gestire da par suo con estrema sensibilità, tocco, gesto, stregando alla Tenuta dello Scompiglio, con il riconosciuto carisma, un pubblico concentratissimo. L’interpretazione non solo sonora ma anche mentale, che il Maestro ha sempre stimolato negli esecutori delle proprie partiture pare qui compiuta. La Suite IX possiede un carattere altamente meditativo, successione di episodi che esprimono il tempo in movimento e l’uomo, che rimandano al suono del sacro Om dei monasteri. Cellule limpide che vagano ma non scompaiano, riverberano, tornano, ti rimangono dentro come spazi limpidi. La X si apre con ripetizioni ammalianti, quasi estranianti. I sette pezzi non strutturati si concentrano sulle diverse possibilità timbriche del pianoforte, il compositore pur usando il termine suite, riferito alla tradizione musicale europea, nei sottotitoli (Ttai, Ka) richiama l’induismo. Un contrasto che non nega la tradizione ma si apre ad altri mondi sonori, che si caratterizzano anche nelle variazioni del ribattuto qui spesso richiamato ed energetico.

Ogni volta l’ascolto di Scelsi è un profondo viaggio verso l’ignoto, un allenamento mentale elettrizzante verso un ascolto cosciente, liberato e consapevole, indispensabile per l’immersione nei meandri della sua arte. La sua figura misteriosa che ancora ci affascina la fotografa bene Quirino Principe nel saggio introduttivo a “Il sogno 101” (*) dove definisce Scelsi: Un uomo di là da venire, che ci guarda dal futuro.

(*) G. Scelsi “Il sogno 101” (Quodlibet 2010)

Scelsi e l’utopia del pianoforte orchestra. Intervista a Fabrizio Ottaviucci

  • Hai conosciuto e frequentato Scelsi negli anni Ottanta. Il Maestro ti affidò delle partiture per pianoforte da studiare, ma prima di questo vorrei tu ci raccontassi del personaggio, dell’ambiente di casa Scelsi in quegli anni, del suo modo di comunicare con gli esecutori. Molte nebbie e, forse, molti luoghi comuni aleggiano ancora

Mi incontrai con Scelsi , dopo un appuntamento telefonico, perché un mio amico musicista che lo frequentava mi disse che “ era un tipo strano…come te” ed anche che “non era soddisfatto dei pianisti”; perciò arrivai nello studio al quarto piano di via S.Teodoro e per presentarmi improvvisai per dieci minuti al suo pianoforte; a questo primo incontro ricevetti alcune partiture e indicazioni generali per affrontarle; mi accolse con molta cordialità e serenità ma con un certo distacco aristocratico, un modo di fare nobile e pacato; parlava piano, con voce bassa e senza slanci emotivi. Il suo pianoforte, un mezza coda con coperchio chiuso era letteralmente ricoperto di libri e partiture; la stanza la ricordo poco luminosa e con un certo disordine. Nei successivi incontri le sue indicazioni erano per lo più generali, direi filosofiche, di intento, di clima e frequenza psicologica, spirituale, mi invitava a cercare un modo mio personale e interiorizzato di suonare la sua musica.

  • Soprattutto negli anni Cinquanta Scelsi dimostra un grande interesse compositivo riguardo al pianoforte che si chiude nel 1956 con la Suite n.11. In base alla tua esperienza rispetto a queste opere come si potrebbe sintetizzare il pianoforte secondo Scelsi?

Il pianoforte è lo strumento principale su cui Scelsi sperimenta la sua ricerca; sin dall’inizio negli anni ‘30 i brani per pianoforte esprimono le caratteristiche vitali della sua ispirazione, come lo slancio, l’estasi, il mistero, il clima demoniaco, il rituale, l’ascetico; più tecnicamente la sua è una ricerca sul colore; Scelsi non amava ascoltare concerti di pianoforte, che riteneva fossero troppo monotoni timbricamente; amava e cercava un pianoforte-orchestra più ampio possibile di variazioni timbriche; questo perché il suono, quindi il colore del suono, è parte essenziale dell’idea musicale di Scelsi; quindi ogni suono si deve caratterizzare di una sua vita specifica e quindi di un suo tocco e colore che lo esplicitino. E’ negli anni ‘50, con l’ampio corpus di opere che costituiscono anche un insieme strutturale a se stante, che Scelsi raggiunge la pienezza della sua ricerca sul pianoforte; che abbandonerà nel ‘56 per inoltrarsi nell’esplorazione microtonale del suono, ricerca che la tastiera suddivisa in dodici frequenze non poteva soddisfare ma su cui aveva in qualche modo anticipato ed esplorato il senso attraverso l’ampio uso del ribattuto e del cluster.

  • Molto si è anche dibattuto sull’aspetto di natura spirituale dell’approccio compositivo di Scelsi. Come percepisci questo valore metafisico nelle partiture e quanto ne influenza la lettura?

Penso (e lo pensava anche Scelsi) che non si possa suonare la musica di Scelsi rifiutando di calarsi con profonda intensità nei mondi interiori; intendere questi mondi come metafisici o psicologici o emotivi e esoterici è fatto, secondo me, di minore importanza; l’importante è farsi attraversare completamente dalle opere che eseguiamo, evitare ogni atteggiamento di tipo professionale-accademico , distaccato, “oggettivo” come richiedono altri compositori, ed essere parte di un evento che trasforma in modo importante la nostra percezione. Così facendo coinvolgiamo chi ascolta dandogli la stessa possibilità di vivere l’evento sonoro come trasformazione, come vita interiore messa in movimento dal suono.

  • Parlaci dei perché della scelta della Suite IX e la Suite X che hai presentato alla Tenuta dello Scompiglio in un recital chiamato “8-8-88 la porta dell’infinito”. Al di là di uno Scelsi inquietante premonitore sulla data della propria morte, cosa ci dicono queste opere?

Parlavo prima di un corpus “ strutturato” delle opere degli anni ‘50; le due suite eseguite sono secondo me il cuore di questo corpus; entrambe seguono una struttura articolata sull’alternanza delle modalità di ribattuto che Scelsi utilizza nelle sue opere; nella IX nei movimenti dispari il ribattuto si condensa in nuvole più o meno dense, nebbie o vortici, più lenti o più veloci, in crescendo o in diminuendo, accelerando o ritardando, che vanno messi in relazione all’idea del Tempo che è alla base della suite; nei movimenti pari è il suono statico dell’Om a perforare e immobilizzare il tempo, suono che a sua volta dà vita a cattedrali della psiche umana cariche di tensione emotiva; Tempo, OM, Uomo, Cattedrali sono termini presenti nei sottotitoli dell’ opera, insieme all’indicazione “gli agitati se ne astengano”. La suite X esplora le diverse tipologie di ribattuto nei movimenti dispari, melodico, ritmico, meccanico, violento “come colpi di sciabola” e le alterna a quello “classico” dei movimenti pari. I titoli delle due suite sono Ttai e Ka, tradotti solitamente in Pace ed Essenza, ma secondo me, in piena licenza poetica nella veste di traduttore dal sanscrito, più che di Pace si deve parlare di “stato di coscienza al di sopra del tempo”.

ALFADISCO #7 – Ottobre 2018

Paolo Carradori

G. de Chassy-C. Marguet-A. Sheppard

 

LETTERS TO MARLENE” (NoMadMusic)

Marlene Dietrich come musa ispiratrice. Attrice, cantante, donna coraggiosa anticipatrice del femminismo, icona e cittadina del mondo, l’artista tedesca interprete di pellicole indimenticabili è la destinataria di affettuose lettere musicali, mittente un raffinato trio anglofrancese. La strada di Sheppard è nota, caratterizzata da notevoli capacità strumentali in una poetica sonora sempre rigorosa. Il pianoforte di de Chassy e la batteria di Marguet - anche autori di nove degli undici brani del cd - cesellano alla perfezione gli spazi per le sue ance in un andamento fin troppo organizzato, in una coerenza estetica che rischia di divenire una trappola. L’apertura, con una lettura ispiratissima della famosa Lili Marlen dove il sax di Sheppard emerge tra le nebbie del pianoforte che vagheggia la famosa canzone, promette qualcosa di più. Il disco è suonato bene, non ci sono sbavature, ma è troppo compassato. Soprattutto pensando a Marlene manca un riferimento più netto alla sua ironia a volte anche volgare ma che la riscattava dalla trappola dei soggetti e dei ruoli.

Guillaume de Chassy piano – Cristophe Marguet drums – Andy Sheppard saxophones

Francesco Maccianti Trio

PATH” (Abeat)

L’emozione per il jazz piano trio non passa mai, soprattutto se si incontrano ispirati esploratori come Maccianti. Pianoforte, basso e batteria: meccanismo delicatissimo non solo sul fronte strumentale ma soprattutto mentale, dove gli equilibri, ciò che chiamiamo feeling, risultano elementi indispensabili altrimenti il meccanismo non funziona. In Path funziona benissimo, soprattutto perché è un disco sincero e pulito, non sperimenta, allontana freddi intellettualismi, ma approfondisce, esplora il piacere per la melodia senza banalizzarla in un lirismo meditativo mai stuccoso, anzi sempre al servizio di un dialogo vitale. Il tocco di Maccianti - che si svela anche raffinato compositore - è limpido, legnoso, disegna le note in una trama ritmica spesso sottintesa, non nascondendo amori che vanno da Ellington, Monk a Jarrett. Meriti condivisi con una ritmica impeccabile, solida, creativa. Tavolazzi e Gatto condividono con Maccianti un percorso ricco di idee, cura dei dettagli che rendono Path un lavoro altamente godibile.

Francesco Maccianti piano – Ares Tavolazzi doublebass – Roberto Gatto drums

Earl Brown

SELECTED WORKS FOR PIANO AND/OR SOUND-PRODUCING MEDIA” (Amirani Records)

Della così detta Scuola di New York degli anni ‘50, con Cage, Feldman e Wolff, Brown è sicuramente il compositore più singolare. Per mischiare i prìncipi compositivi su base matematica con le suggestioni suscitate dell’action painting di Pollock e le sculture mobili di Calder ci vuole testa. Brown amava anche il jazz e proprio un pianista jazz Gianni Lenoci, anche se l’etichetta gli calza stretta, da sempre sensibile all’esplorazione e ampliamento dei linguaggi, seleziona e affronta partiture del compositore americano, anche quelle dove usava notazioni grafiche non convenzionali che risultano leggibili in ogni senso del foglio (Folio del 1952/53). Il pianista esplora rigoroso le rischiose libertà negli ambiti della indeterminatezza, della concezione spaziale del tempo, del gesto. Lo fa dando senso ad un percorso che prende le mosse dalle fascinazioni giovanili di Brown verso le avanguardie storiche europee per poi sviluppare un personalissimo approccio verso l’alea e l’opera aperta. Lenoci usa l’elettronica con sapiente parsimonia, la espande ampiamente invece in 4 Systems (1954) trasformando il brano in un involucro trasparente di suoni e misteri.

Gianni Lenoci piano and electronics

Rino Adamo – Boris Savoldelli

CONVERGENZE” (Onyxjazzclub)

In realtà Adamo e Savoldelli non convergono molto, anzi spesso cercano contrasti, frizioni e provocazioni sonore in questo lavoro che piace perché non sai mai da che parte di porterà. Uno scenario radicale dove i due evitano però di non infilarsi in vicoli ciechi, senza uscite. Ogni ambiente è esplorato con ampie visioni nel suono, nell’uso del live electronics, effetti e strappi. Le etichette (jazz, pop, blues, rock, free…) vengono solo sfiorate e poi dilatate in una rappresentazione orchestrale, dove l’equilibrio delle diverse voci è ben organizzato a dispetto di una apparente anarchia creativa. Savoldelli usa la voce come strumento malleabile, la deforma, la camuffa, la scaraventa nel ribollire del dialogo dove Adamo evoca blues dolenti, melodie distorte, sapori orientali ma disegna anche panorami dark, densi e inquieti. I due piani si intersecano, si scontrano e si incontrano in una vitale poetica dove si aggirano fantasmi e suoni che impegnano nell’ascolto fanno pensare. L’ultimo brano A quiet post-Atomic afternoon at the seaside dieci minuti mistici e tenebrosi ci proiettano in un futuro non propriamente idilliaco.

Rino Adamo electric violin, live electronics – Boris Savoldelli voices, live electronics

Glenn Ferris Italian Quintet

ANIMAL LOVE” (Improvvisatore Involontario)

Nella frizzante e danzante verve improvvisativa di Ferris il trombonista californiano sembra amplificare, ripercorrere tutta la propria straordinaria storia musicale che parte dai ’70 con Harry James, Billy Cobham per poi spaziare in ambiti i più vari, dai Beach Boys a Zappa, da Steve Wonder a l’Orchestre National de Jazz. Proprio le sue importanti esperienze in diverse realtà orchestrali traspariscono in questo bel lavoro dove voci e colori del quintetto italiano vengono gestite con grande equilibrio sonoro ed espressivo. Senso del collettivo e molte libertà. Ferris si conferma un grande affabulatore, con il suo strumento può fare ciò che vuole, riflessivo, ironico, energetico, ha sempre qualcosa di interessante da dirci. Da non sottovalutare gli italiani però che se la cavano alla grande. Dall’eleganza dei clarinetti sognanti e misteriosi di Mariottini, alla chitarra di Stracciati sempre creativa e brillante (sublime in St. James Infirmary). Dal denso e sinuoso basso elettrico di Fabbrini alla vitalità prorompente di piatti e pelli di Corsi.

Glenn Ferris trombone – Mirco Mariottini clarinet and bass clarinet – Giulio Stracciati electric guitar – Franco Fabbrini electric bass – Paolo Corsi drums

Alessandro Fedrigo

SECONDO SOLITARIO (Nusica.org)

Alessandro Fedrigo suona uno strumento, il basso acustico, non frequentatissimo. Lo fa con orgoglio da anni in formazioni che fanno riferimento alla stessa label (XY Quartet, Hyper) ma anche rischiosamente da solo per dirci che le possibilità espressive, oltre quelle del tradizionale sostegno ritmico, del proprio strumento sono notevoli. Secondo Solitario – il primo è del 2011 - è un lavoro solido che esplora con molte libertà, ma anche con un’idea chiara di percorso, di viaggio, le insospettabili molteplici facce del basso acustico. Potremo definirla una suite dove gli undici variegati ambienti sonori e ritmici, senza effetti tutto acustico, offrono al talento di Fedrigo di esprimersi con notevole personalità. Subito l’apertura con “Nel Vuoto” affascina per l’estrema ricerca dell’arco sulle corde che produce distorsioni e misteri. Anche “Fetita” che si apre a sguardi e dilatazioni melodico-ritmiche ci svela suono caldo e denso. “Hypersteps” di Nicola Fazzini che gioca sulla sequenza accordale di Giant Steps è l’occasione per smontare sapientemente la genialità coltraniana. Fedrigo rischia anche molto con due vitali improvvisazioni incastrate nel percorso di Secondo Solitario che si conferma disco di alta maturità.

Alessandro Fedrigo basso acustico

Aparticle

BULBS” (UR Records)

Tante le visioni che si accavallano nell’ascolto di Bulbs. Le architetture dei brani, tutti firmati Bonifati e Stermieri, sono modellate con suggestioni, sapori vintage (Davis elettrico e dintorni), ambienti post-rock ma anche linguaggi avanzati, improvvisazione ed elettronica. Il lavoro è attraversato da una notevole scossa creativa, tutti mettono idee, energia in un percorso accidentato per questo interessante. “No Way To Fill” sintetizza bene l’andamento del disco, la chitarra di Bonifati disegna panorami nordici poi stacchi hard, l’alto di Arcelli gioca sugli unisoni poi svolazza libero con la riconosciuta personalità. Le tastiere di Stermieri stratificano un sottofondo sempre vitale e un po' misterioso mentre Baron accumula e moltiplica colori ritmici che sospendono il mosso quadro d’insieme. Tutte le tracce anche nella variabilità ritmico sonora mantengono senso del collettivo e ricca predisposizione all’improvvisazione, come in “Nine Billion Density” dove su una semplice frase il quartetto costruisce una visionaria, estraniante accumulazione di suoni e dinamiche. Originale l’uso della voce del filosofo Marcuse in “Liquid Language”. Messaggio che ci invita ad approfondire le problematiche della contemporaneità?

Cristiano Arcelli alto sax – Michele Bonifati guitar – Giulio Stermieri Rodhes, Hammond – Ermanno Baron drums

Zappa, Carter: Biennale Americana

courtesy of La Biennale di Venezia - foto di A. Avezzù

Paolo Carradori

Si può dire che il Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia al compimento del suo sessantaduesimo anno di vita stia cambiando pelle. Processo caratterizzato da un ampio spettro d’indagine nel superamento di una logica eurocentrica in realtà già avviato da qualche anno dal direttore artistico Ivan Fedele. Con Crossing the Atlantic, il tema di quest’anno, l’ambizione - guardando alle Americhe - è quella di dilatare ancor di più il concetto di contemporaneità aprendolo alle musiche extra colte. Su questa linea il Leone d’oro al pianista jazz Keith Jarrett – purtroppo assente per motivi di salute - è un segnale significativo. Ancora di più lo è il concerto d’apertura al Goldoni con l’integrale di The Yellow Shark di Frank Zappa con il Parco della Musica Contemporanea Ensemble diretto da Tonino Battista e il performer David Moss.

L’etichetta di rocchettaro a Zappa è stata sempre ampiamente stretta. Il rock è nel suo Dna, ma cultura musicale, capacità compositive e l’irrefrenabile curiosità lo pongono oltre, tra i più trasversali e originali compositori del ‘900. Con la formazione Mothers of Invention ha scritto pagine indelebili, dove in una rocambolesca eterogeneità, trasgressioni sonore, teatro anticonformista, ironie, ritmi incalzanti e allusioni sessuali ha sviluppato un percorso unico e vitale. La Biennale Musica scommette e rischia l’apertura con un inclassificabile che pur citando tra i propri ispiratori Edgar Varèse e Igor Stravinsky, nell’immaginario collettivo è un grande del rock più provocatorio. Scoprendo un Teatro Goldoni esaurito e caloroso si può dire una scommessa vinta.

courtesy of La Biennale di Venezia - foto di A. Avezzù

The Yellow Shark è un’opera complessa dal taglio sinfonico per un ampio organico strumentale. É l’ultima composizione di Zappa scritta nel 1992, lui ci lascerà prematuramente l’anno dopo. Il Parco della Musica Contemporanea Ensemble ben motivato da Tonino Battista, tutti rigorosamente con bretelle e papillon gialli, ne dà una lettura aderente allo spirito zappiano. Frizzante, energetica ma anche attenta ai passaggi più sofisticati. Nei 19 movimenti si percepisce bene la genialità compositiva di Zappa che passa da un elegante Outrage at Valdez per orchestra al serrato dialogo tra due pianoforti di Ruth is Sleeping. Nel ciclico coinvolgimento delle sezioni, soli fiati con Times Beach II e Time Beach III, soli archi con III Revised, None of Above e Questi cazzi di piccioni (stimolato da una passeggiata in Piazza San Marco) si apprezza la filigrana delle polifonie, la forza comunicativa mai romantica, asciutta e diretta.

All’astrattismo sonoro di Pentagon in Afternoon si contrappone il brillante carattere bandistico di Be-Bop Tango. Welcome to the United States è la grande occasione per David Moss, in realtà fino a quel momento non molto coinvolto. Ma la sua performance risulta alquanto piatta, intrattenimento comico, complice anche il testo che ironizzando sulle domande di un questionario per l’immigrazione negli USA di quegli anni, oggi con il terrorismo e la gestione Trump, risulta decisamente datato. Va anche detto che alcuni eccessi teatrali dei componenti l’orchestra forzano il reale carattere trasgressivo di Zappa che era un grande programmatore mai sopra le righe. Il finale con il super energetico G-Spot Tornado che ti fa saltare sulla sedia è una grande festa. Yellow Shark è un’opera mirabile, ancora coinvolgente che raccoglie tutte le fascinazioni e le visioni musicali di Zappa, dalle stupid songs alla sperimentazione, dalla melodia (mai mielosa) al post-rock. Lo fa in un caos organizzatissimo che non disperde le potenzialità e l’originalità delle sue diverse ambientazioni ritmico-sonore.

courtesy of La Biennale di Venezia - foto di A. Avezzù

In una intervista del 1992 Elliot Carter (1908-2012) dichiara che è pressoché impossibile applicare l’etichetta di americano ad un compositore tanto il carattere della società e della cultura americana è diffuso e confuso. Posizione che sottolinea non solo le problematiche dell’appartenenza culturale ma anche l’originalità del compositore che riconosciuta come propria la tradizione di pionieri come Ives (poi criticato) e Cowell (anche dell’emigrato Varèse) dopo le esperienze parigine con Nadia Boulanger si ricava una posizione molto autonoma nel panorama compositivo. Non aderendo né alla corrente postweberniana che cageana, camminerà imperturbabile per cento anni in una personale costante ricerca linguistica e della forma.

La serata al Teatro delle Tese con tre opere di Carter – eseguite dal Parco della Musica Contemporanea Ensemble sotto la direzione di Tonino Battista - che vanno dal 1986 al 2003 ci offre uno spaccato interessante. Dialogues per pianoforte e ensemble (2003) si caratterizza per un serrato dialogo tra pianoforte e orchestra. In realtà più che di dialogo si tratta di una contrapposizione, scambi e incastri di stratificazioni sonore. La tastiera è decisamente vitale, a tratti percussiva, dietro violini e violoncelli si muovono come un campo di grano sollecitato dal vento, niente di romantico ma di fascino ce n’è molto. L’interazione avviene anche con singole sezioni, prima i legni poi le percussioni ma qui si rischia qualche rigidità di troppo. Tutt’altra ambientazione quella di Luimen (1997) dove tre strumenti a pizzico (chitarra, mandolino e arpa) stanno di fronte a tromba, trombone e vibrafono. Non solo l’impasto strumentale è molto interessante ma la costruzione per isole sonore, grumi e silenzi, crea una tensione costante e avvolgente. Qui si gioca un vero dialogo, tra convergenze e divergenze si attiva una drammaturgia che si contrappone alla forma non lineare e non narrativa della serialità. Carter nella sistematica suddivisione in gruppi strumentali autonomi lavora invece sulla continuità con forme astratte in movimento. Luimen ne è una testimonianza di grande qualità. Oboe Concerto (1986) risente complessivamente di un impianto dal sapore classicheggiante. Masse sonore, cupe e misteriose, si muovono dietro il solista (Fabio Bagnoli) e contrastano con il lirismo estremo dello strumento. Ma l’oboe risulta troppo lontano dall’orchestra, questa incomunicabilità lascia nell’opera come un senso di incompiutezza. Bagnoli regala al pubblico un bis proponendo un breve stralcio da un’opera per oboe solo di Bruno Maderna. Una meraviglia, lì poteva cominciare un’altra storia.

Alfadisco # 6 – luglio 2018

Paolo Carradori

LYDIAN SOUND ORCHESTRA

WE RESIST!” (Parco della Musica Records)

Che bel disco questo della Lydian! Bello nelle intenzioni…resistere al disimpegno, resistere per essere liberi dalle mode, dal flusso delle correnti… (dalle note di Brazzale), bello nel suono collettivo, negli arrangiamenti, nel calore che trasmette ma soprattutto nella scelta politica del repertorio: Roach, Ornette, Monk. Proposta che va nel cuore dei valori, non solo estetici ma sociali e umani dei grandi della musica afroamericana che alla fine degli anni ’50, in una realtà professionale ampiamente discriminatoria nei loro confronti, si dimostrarono sensibili alle battaglie per i diritti civili. Allora classici come Lonely Woman, Driva Man, About Round Midnight… trasfigurano in commovente colonna sonora di una Storia che va oltre quella musicale. La Lydian, con il Broken Sword Vocal Ensemble, si muove alla grande, diretta con maestria, gusto, ironia, qualche spericolatezza e guizzi solisti. Colpisce soprattutto la voce di Vivian Grillo che non solo dimostra una profonda conoscenza dei repertori ma riesce a trasmettere, in un mix di sensualità e asprezza lontano dal “buon gusto occidentale”, la memoria di un intero continente. Resistiamo!

Lydian Sound Orchestra arranged & conducted by Riccardo Brazzale / Broken Sword Vocal Ensemble

ILARIA BALDACCINI

MONSIEUR SATIE” (Ema Vinci Classica)

Capita spesso agli innovatori, ed Erik Satie è stato un precursore dell’avanguardia musicale non solo parigina, di rimanere spesso avvolti in un alone di mistero, glorificati ma anche esecrati. Un “caso” Satie resiste ancora. Certo è che lui ci ha messo del suo, suonando nei cabaret, sfoggiando atteggiamenti controcorrente, con l’eccentricità provocatoria dei titoli delle proprie composizioni. Ma questa è superficie. Nei suoi lavori per pianoforte, strumento che amava profondamente, esaltano nuovi orizzonti armonici, un diverso rapporto con la melodia, l’uso di incisi ritmicamente ripetuti in un processo compositivo originale tra vibrazioni e silenzi. Questa incisione della Baldaccini su Gnossienne e Gymnopedie rifugge il rischio modaiolo di un Satie facile, prova a scavare nel compositore francese attraverso un’analisi interiore, ne esalta e dilata i silenzi come spazi depurativi, gli intimismi come problematiche esistenziali, la purezza del suono ripulito da tentazione virtuosistiche come spazio pensante. “Monsieur Satie” nella sua scelta repertoriale ci aiuta a comprendere meglio la singolarità del compositore francese, il suo ruolo nella musica del ‘900, quanto la sua ironia dissacrante abbia disseminato tracce nella contemporaneità.

Ilaria Baldaccini piano

GUIDI-REHMER-SCETTRI

DRIVE!” (Auand)

I musicisti, un po' come tutti gli artisti, nascondono spesso una seconda personalità. Usando una scontata metafora, quella letteraria di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, si potrebbe dire che Giovanni Guidi con questo lavoro ne esplicita una molto lontana dalle estetiche Ecm da lui frequentate. In “Drive!” non ci sono filtri, nell’agilità del trio, l’uso del piano elettrico e tastiere, con il particolare montaggio dei suoni nella postproduzione, esplode tutta la voglia di percorrere sentieri diversi. Ma il risultato non è certo un prodotto di laboratorio. Anzi i tre musicisti rischiano molto, si avventurano in spazi diversi, angusti e spigolosi, più aperti, non disdegnando accenni melodici ma sempre miscelati in una densa e visionaria ambientazione urbana. I rischi di nostalgie anni ’70 (i flussi elettrici di Miles, le lezioni di Corea, Jarrett e Hancock) ci stanno ma Guidi-Rehmer-Scettri non ci cascano, vanno dritti per la loro strada, quella di chi quelle suggestioni le conosce bene ma le rimette in gioco con il senso della storia e lo sguardo in avanti. Drive! con il suo puro istinto di creazione istantanea/paritaria in qualche modo sfida anche alcuni eccessi di progettualità a tavolino del jazz d’oggi. Allarghiamo la mente.

Giovanni Guidi fender rhodes, keyboards – Joe Rehmer double bass, electric bass – Federico Scettri drums

JOHANNES BRAHMS

CELLO TRANSCRIPTIONS” (Brilliant Classics)

Perché due interpreti sopraffini come il pianista Emanuele Torquati e il violoncellista Francesco Dillon riconosciuti soprattutto sui repertori contemporanei, scelgono di incidere trascrizioni da opere di Brahms? Questa loro frequente fascinazione verso la classicità probabilmente nasce dalla curiosità di scovare, in questo caso nella tradizione romantica, un ideale filo rosso con l’oggi. In questo scelta c’è in gioco anche la pratica della trascrizione che va oltre una funzione puramente tecnica per significare una vera e propria ricreazione, apertura verso nuovi confini espressivi. Su questo fronte lavorano Torquati e Dillon mettendoci del loro, con sensibilità, talento, tocco prosciugato in un pregevole equilibrio tra le tonalità più intime, malinconiche e quelle brillanti. Le trascrizioni da Violin Sonata N.1 Op.78, Six Lieder e Nine Hungarian Dances Op.21 in “Cello Transcriptions” al di là dell’operazione culturale ci indica che la retorica romantica in Brahms attraverso le trascrizioni e la lettura di interpreti contemporanei ci può apparire meno lontana, soprattutto nelle opere cameristiche e nei lied si possono scovare esigenze espressive e inquietudini armoniche. Il filo rosso?

Emanuele Torquati piano – Francesco Dillon cello

ENTEN ELLER

MINÓTAUROS” (Music Studio)

La storia antica come strumento di indagine su quella contemporanea. Non è la prima volta per gli Enten Eller. Questa volta è il Minotauro, feroce figura della mitologia greca metà uomo metà toro, ucciso da Teseo nel labirinto grazie al gomitolo di Arianna, a suscitare sviluppi creativi. Quattro interludi collettivi dedicati ai personaggi di quella vicenda portatori di un proprio valore caratteriale, oltre cinque brani firmati a rotazione dai componenti di una delle formazioni più longeve del jazz italiano. I riconoscibili elementi culturali del quartetto vengono ampiamente affermati. C’è il sapore etnico del mediterraneo, una calda pulsione jazz che si apre a spazi improvvisati sempre più ampi in una musica organizzata ma sempre disponibile ad essere attraversata da attrazioni collettive che possono andare dal free al rock, all’elettronica. L’arma vincente è quella della condivisone, del conoscersi bene che garantisce un flusso sonoro coerente, equilibrato, dove talento e visioni dei quattro sono messi a disposizione di un progetto che, se pur pensato per interagire con quattro danzatrici, anche orfano dell’elemento visivo, del corpo, del gesto, mantiene un profondo carattere introspettivo.

Alberto Mandarini trumpet, flugelhorn, live sampling, effects – Maurizio Brunod electric guitar, live sampling, effects – Giovanni Maier double bass – Massimo Barbiero drums, percussions

ROSSELLA SPINOSA

ORCHESTRAL AND CHAMBER WORKS” Vol.1 (Stradivarius)

Se è innegabile che la presenza femminile tra i compositori del nostro paese è ancora decisamente minoritaria, si può dire che nell’ultimo decennio una generazione di compositrici si sta segnalando con forza, tra mille difficoltà, per qualità e personalità. Lo testimonia bene questa raccolta di opere di Rossella Spinosa. Basta soffermarci sul primo brano “L’albero delle salamandre” (2012) per orchestra che trasmette un forte senso della forma comunque aperta a visioni affascinanti, per capire che dietro c’è un pensiero compositivo profondo. La Spinosa condivide qui con Romitelli l’amore per paesaggi notturni e misteriosi, nello spettralismo, nei tempi sospesi, nelle dinamiche timbriche, disegna isole sonore come approdi esistenziali. In “Genesi 19” (2011) sempre per orchestra, gli archi sviluppano una drammaturgia visiva di grande potenza emotiva. Molto originale il dialogo tra tastiera e quartetto d’archi in “La donna che correva coi lupi” (2010) dove astrattismo formale e aspetto introspettivo si fondono in una magica sospensione del senso. Breve, poetico ed intimo “Ruhig” (2013) per piano solo. Tutto da ascoltare e riascoltare questo cd che ci dice che l’altra metà della musica c’è. E come.

Orchestra I Pomeriggi Musicali (Direttori Pietro Mianiti/Alessandro Calcagnile) – Jósef Balog, Rossella Spinosa piano – Accord Quartet – Rephael Negri violino – Jean-Claude Dodin sassofono baritono – Daniel Kientzy sassofono contrabbasso – New Made Ensemble

ENRICO ZANISI

BLEND PAGES” (CamJazz)

Si fa presto a dire jazzista. In “Blend Pages” il jazz poco c’azzecca, se non in qualche tocco e in alcune libertà formali. Zanisi torna alle origini della propria formazione, quando bambino ascoltava in casa la madre impartire lezioni, soprattutto di classica, su un piccolo pianoforte verticale. Se è vero che l’incontro con il jazz fu travolgente quella traccia è rimasta sempre viva. In questo lavoro elegante, dove si conferma anche originale compositore, si può leggere la maturità e la personalità di Zanisi leader: nella scelta della formazione, dove affianca al quartetto d’archi la sobrietà del clarinetto di Gabriele Mirabassi e le visioni sonore di Michele Rabbia, nella descrizione di ambienti rarefatti e sognanti, negli impasti con le corde. La ricerca timbrica, la delicatezza dei colori armonici ricorda Debussy, in alcune pagine del quartetto ripetizioni e accelerazioni ritmiche evocano il minimalismo di Glass, nelle pieghe più intime emergono le sfumature di Bill Evans. Si può quindi dire che “Blend Pages” è la summa di un’ampia cultura musicale attraverso la quale Zanisi si può permettere di navigare curioso per strade diverse.

Enrico Zanisi piano – Gabriele Mirabassi clarinet – Michele Rabbia percussion, live electronics – Quatuor IXI (Régis violin-Guillaume Roy viola-Clément Janinet violin-Atsushi Sakaï cello)

DE MATTIA/PACORIG/MAIER/GIUST

DESIDERO VEDERE, SENTO” (Setola di Maiale)

Intorno alla libera improvvisazione aleggiano ancora fantasmi duri a morire. Vedere salire sul palco musicisti non solo senza partiture ma nemmeno con uno straccio di accordo preventivo su come muoversi viene vissuto da molti con fastidio, come un atteggiamento intellettuale. Peccato perché, e questa registrazione lo dimostra ampiamente, la disposizione all’improvvisazione collettiva è uno delle sfide più belle per chi suona. Anche per chi ascolta. In realtà De Mattia, Pacorig, Maier e Giust sono saliti sul palco del Teatro San Leonardo di Bologna - nell’ambito di Angelica Festival - con un repertorio vastissimo: le loro storie, la loro memoria, il loro talento, curiosità, esperienze, ricerche e disponibilità al rischio. Tutti materiali unici da gestire nel dialogo collettivo, con ascolto e complicità. Mica facile. Eppure i quattro, che vantano molte ore di volo su queste rotte, dimostrano in “Desidero vedere, sento” una straordinaria capacità compositiva istantanea che si traduce in un flusso sonoro continuo zeppo di idee condivise, strappi, silenzi, suoni inudibili, visioni e poesia. Un cd questo che andrebbe programmato in alcune stanze grigie della didattica musicale, per accendere luci.

Massimo De Mattia flutes – Giorgio Pacorig piano, clavietta – Giovanni Maier double bass – Stefano Giust drums, percussion

Donatoni, il primato del pensiero

foto di Andrea Politi

Paolo Carradori

Una bella scommessa quella del G.A.M.O. (Gruppo Aperto Musica Oggi) e del suo Ensemble diretto da Francesco Gesualdi, scovare nelle partiture di tre compositori di generazioni diverse ma legate tra loro da rapporti di insegnamento didattico, Franco Donatoni (1927-2000), Alessandro Solbiati e Luca Antignani, possibili tracce comuni, legami estetici. Un’idea solo apparentemente semplice ma che in realtà smuove tematiche complesse che riguardano metodologia pedagogica, l’autonomia dell’allievo nel proprio sviluppo creativo. Oppure domande del tipo: quali e quante forme, suoni, codici e strutture, rimangono (in)consciamente nell’allievo? Il loro sistematico superamento recide il cordone ombelicale con il maestro? E qui ci fermiamo.

Tutto prende le mosse in realtà da un paradosso, dalla nota posizione di Donatoni…non si può insegnare a comporre…Che poi lo stesso risulti tra i maggiori didatti contemporanei (tra i suoi allievi oltre Solbiati, Sinopoli, Romitelli, Verrando, Cardi e molti altri) poco conta, quell’affermazione ci racconta un problematico rapporto con la musica con tutte le relative contraddizioni e ambiguità. Molta letteratura critica ci invita a leggere, suddividere in due fasi il suo percorso creativo, un periodo negativo (dagli anni ‘ 50 ai ’70) e uno positivo (dagli ’80). Il giovane Donatoni, dopo le ingenuità bartóchiane (per dirla con Bortolotto) si avvicina a Webern, al serialismo, all’amico-nemico Cage, ma più che alla ricerca su suono e timbro, punta a scavare nella materia lontano da ogni cifra stilistica. Evidenzia in questo modo la fine dell’avanguardia ben prima di altri, mette in gioco sul piano esistenziale l’essere compositore, esprime un’angosciosa sfiducia riguardo al proprio ruolo creativo. Un periodo di depressione acuisce questa fase, per Donatoni la musica diviene mezzo di autoanalisi. Sembra funzionare perché attraverso un suo libro del 1980 “Antecedente X” il compositore si apre ad una nuova prospettiva, meno automatica e astratta a favore dello sviluppo di figure compositivo-ritmiche, pannelli, articolazioni e modalità che si aprono a visioni immaginifiche. Se può risultare comodo suddividere le fasi compositive di Donatoni un trait d’union le accomuna, la presenza costante del pensiero in una drammaturgia e una scrittura rigorosa a garanzia di una narrazione profonda e inventiva.

E di pensiero è intriso il sestetto Arpège (1986) che ci presenta l’Ensemble Gamo, che si apre con un pianoforte saltellante e leggero, prima che fiati, corde e percussioni lo spingano in sottofondo. Il brano si caratterizza per cicliche rotazioni di ambienti sonori ora morbidi ma anche improvvisamente contrastati. Gli strumenti si fondono insieme in astrattismi sublimi, grovigli nervosi, emergono anche da soli ma dando sempre l’impressione di non avere vie d’uscita. Le corde si muovono come onde di un mare mai calmo, il pianoforte torna con forti progressioni ritmiche ma rimane sempre in un sottofondo mosso. Tutti i quadri di Arpège sono tra loro concatenati in una logica compositiva che spinge gli strumenti a dialogare in una complessa trama ritmica, ma anche ad allontanarsi, scontrarsi. Questo scenario crea una tensione che attraversa tutta l’opera fino alla sospensione finale che lascia un piacevole sapore agrodolce di incompiutezza. L’ ensemble diretto da Francesco Gesualdi ci regala una esecuzione rigorosa ma contemporaneamente agile e attenta a sottolineare i passaggi, i repentini cambi di immagini sonore.

Il sassofono baritono è uno strumento bellissimo, luccicante, ingombrante. Il suono è grave e caldo, molto umano, fa corpo con l’esecutore, una sua propaggine. Alessandro Solbiati lo sceglie (nella prima stesura c’era il clarinetto basso) per la nuova versione di Mi lirica sombra (1993-2015) per sax baritono e sette strumenti che succhia stimoli ed emozioni dalla poesia di García Lorca. É la voce perfetta che si muove struggente sulle ombre scure dell’ensemble, sugli impasti di corde e percussioni. La drammaturgia del brano gioca su questo continuo interscambio a volte drammatico ed epico, a volte lirico e riflessivo. Il sax graffia con forza la superficie della musica, evoca la voce del poeta, la bellezza della parola che si batte come forza rivoluzionaria. L’ensemble strumentale è un’umanità a volte lontana ma ciclicamente affascinata dalla voce del poeta, si incontrano, si scontrano, si fondono fino a quando nel climax dell’opera il sax lancia un urlo che le corde riprendono e trasfigurano.

Le nuove versioni del 2018 di Monomanies per cinque strumenti e Les murs de Jean per sette strumenti di Luca Antignani evidenziano una musica filigranata, elegante, attraversata da sibili misteriosi. Suites ricche di movimenti ritmici, che vivono di propria vita autonoma ma vanno anche ad accumularsi, a montare, come tessere di un puzzle immaginifico, un’architettura pulsante che le contiene tutte. Qui si potrebbero ipotizzare alcune convergenze con le figure musicali di Donatoni positivo, in quei pannelli articolati e le relative correlazioni. Ma potrebbe essere solo una suggestione. Ogni movimento di Antignani nasce da un gesto-suono come traiettoria, indicazione di un qualcosa di prevedibile, promesse però spesso disattese. Questa discontinuità è il sottile gioco che il compositore costruisce con l’ascoltatore e rende le opere piacevoli pur nella loro fragilità.

Festival del Maggio Fiorentino

GAMO ENSEMBLE

Direttore Francesco Gesualdi

Sax baritono Jacopo Taddei

Sara Minelli flauto – Francesco Darmanin clarinetto – Iacopo Carosella clarinetto basso – Marco Farruggia percussioni – Antonino Siringo/Giovanna Gatto pianoforte – Camilla Insom viola – Giorgio Marino violoncello – Marco Facchini/Paolo Del Lungo violini

Teatro del Maggio sabato 7 luglio 2018

Serantini, figlio di nessuno, secondo Filidei

Paolo Carradori

Se la memoria non può essere ridotta a semplice ricordo, elenco di fatti, episodi, contesti, questa non può che risultare giudizio storico/politico. In questi giorni, nel 2018, sui media, nella rete, si parla del Sessantotto in un mix di esaltazioni, demonizzazioni, ognuno ne racconta un pezzo, una suggestione, per dimostrare chi erano i “buoni” e i “cattivi” in una ritualità spesso nostalgica, ideologica, senza capire che scorie e valori del Sessantotto ce li portiamo comunque addosso, che quella straordinaria spinta creativa, politica ed esistenziale che cambiò la vita del nostro paese è ancora latente. Dobbiamo cercarla. Allora la memoria come giudizio storico/politico diventa uno strumento utile di approfondimento che può essere amplificato da mezzi comunicativi diversi, anche dall’arte.

Il compositore Francesco Filidei nel 2008 compone un lavoro sulla memoria. Lui pisano scrive - per sei voci soliste e sei percussionisti - N.N. Sulla morte dell’anarchico Serantini opera dedicata al giovane anarchico assassinato dalla polizia proprio nella sua città il 5 maggio 1972 durante le cariche al presidio antifascista contro il comizio del Movimento Sociale Italiano. Massacrato di botte (le testimonianze e i risultati dell’autopsia non lasciano dubbi) in lungarno Gambacorti, Franco Serantini viene trasferito prima in caserma, poi nel carcere Don Bosco in condizioni gravissime. Sottoposto il giorno dopo ad un interrogatorio surreale, entra in coma e dopo due giorni di agonia in cella senza nessuna assistenza e cura, morirà al pronto soccorso del carcere la mattina del 7 maggio. Questa vicenda, drammatica ed emblematica, è stata raccontata con passione, rara umanità, ricchezza di documenti e testimonianze in una impeccabile contestualizzazione socio -politica, da Corrado Stajano nel suo Il sovversivo (Einaudi, 1975). Proprio da questo testo il filosofo Stefano Busellato ha tratto le parole per la composizione di Filidei.

NN sta per “Nomen Nescio” nome sconosciuto, dicitura apposta sui documenti dei trovatelli fino al 1975. Serantini, nato a Cagliari nel 1951, era un NN. Una vita complicata la sua, abbandonato in brefotrofio, adottato da una coppia senza figli, alla morte della madre adottiva viene poi affidato ai nonni “materni” che vivono in Sicilia. Di nuovo trasferito a Cagliari in un istituto di assistenza nel 1968 viene poi inviato al tribunale dei minori di Firenze – in realtà è incensurato quindi senza nessuna motivazione di tipo penale – infine da qui indirizzato al riformatorio di Pisa. Una via crucis infinita la sua. Figlio di nessuno, scomodo sia da vivo che da morto. Che poi avesse una personalità disturbata per l’assoluta carenza affettiva, descritto come chiuso, ombroso e introverso, con queste premesse, un dettaglio quasi banale. A Pisa, in quegli anni di tensioni e conflitti sociali Serantini trova nella politica la sua passione, nelle formazioni anarchiche e libertarie, tra idealismo e romanticismi finalmente concretizza dei veri rapporti umani, di amicizia.

Filidei con NN per raccontare questa vicenda cerca una strada non banale, non descrittiva, non didattica, ma complessa, una scrittura quasi maniacale nel dettaglio, ma straordinariamente coerente nel trasmettere emozioni, suggestioni, attraverso azioni, simboli, suoni, in uno scenario surreale di grande impatto visivo, sonoro. Merito alla Tenuta dello Scompiglio aver riproposto per il proprio omaggio al ’68 quest’opera senza intenti celebrativi (inutili) tantomeno imbalsamatori (censurabili). Merito anche ai percussionisti dell’Ars Ludi e alle voci del Ready-Made Ensemble, formazioni coinvolte con sincera passione e condivisione nelle varie ambientazioni della performance. Altrettanto dicasi della direzione di Tonino Battista del quale apprezziamo da tempo le letture dei repertori contemporanei, che ha garantito una aderenza pregevole e partecipata ad una partitura tutt’altro che agevole.

Sono passati dieci anni, la composizione risulta ancora fresca e coinvolgente. Nella suddivisione in sette parti, senza soluzione di continuità, si respirano gli aspetti drammaturgici dell’evento, ma anche, in una specie di onirico ritorno alla terra d’origine, la Sardegna, il profumo della natura, del mare fino ad una dolce ninna nanna campidanese. Il fantasma della madre mai conosciuta. I cantanti sono seduti dietro un lungo tavolo nero, i musicisti alternano l’uso di percussioni le più varie, spostandosi episodicamente anche loro dietro un altro tavolo nero posto più in basso di fronte ai cantanti. Colpisce la gestualità, il coinvolgimento del corpo che tutti mettono in gioco che ricorda costantemente quello del giovane Serantini che nelle strade pisane urlava il suo sogno libertario, spento poi da manganelli e scarponi assassini. Momenti forti. Una specie di rito laico, che ricorda anche la tragedia greca, quando tutti gli interpreti dietro i due lunghi tavoli neri costruiscono una estraniante ragnatela di parole, schiocchi di dita, urla che non escono, battiti di mano, respiri e baci (che rimanda alle visioni sulla voce del maestro di Filidei, Salvatore Sciarrino). Con il battito dei piedi ritmato e violento, sirene, fischietti, si evocano le cariche dei celerini. Si sentono voci concitate, sanpietrini che volano, vetrine sfondate, l’odore acre dei lacrimogeni, parole d’ordine urlate, rabbia e violenze, sogni, polvere e grumi di sangue. Le percussioni incalzano, i cantanti con la mano davanti alla bocca emettono parole spezzate, ripetute, che diventano suoni incomprensibili ma che ci dicono qualcosa. Quando le tensioni calano, nell’immaginario viaggio dentro la mente del giovane anarchico che torna nella sua terra tra cinguettii e onde marine, riflettiamo sulla sua vita di solitudine, ingiustizie, ribellioni e passioni. Lo vediamo martoriato sul tavolo dell’autopsia e ci emoziona come l’Ettore pasoliniano sul letto di contenzione in Mamma Roma. Seguiamo con dolore e rabbia il suo funerale, provando a mettere un fiore rosso sulla bara che gli anarchici pisani sorreggono con orgoglio e le lacrime agli occhi.

NN è un’opera che regge il tempo proprio perché anche sganciata dalla vicenda che ne ha suscitato la costruzione è paradigma di quella musica, di quell’arte che combina impegno civile e creazione. Filidei nel rigore estremo della sua partitura costruisce una visionarietà sonora, una performance gestuale che smuove emozioni, ci aiuta a usare la memoria non come una nostalgica cartolina sbiadita, ma come occasione vitale di riflessione e critica politica.

Tenuta dello Scompiglio

Vorno (Capannori, Lucca)

12 maggio 2018

Omaggio al ‘68

N.N. Sulla morte dell’anarchico Serantini”

Musica di Francesco Filidei – testi di Stefano Busellato

Direttore Tonino Battista

Percussioni: Ars Ludi (Antonio Caggiano, Pietro Pompei, Rodolfo Rossi, Gianluca Ruggeri, Aurelio Scudetti e Flavio Tanzi)

Voci: Ready-Made Ensemble (Paola Ronchetti soprano, Antonella Marotta mezzosoprano, Marta Zanassi contralto, Romolo Tisano baritono e Giuliano Mazzini basso)