Realismo capitalista, la Cosa innominabile

Paolo Berti

Rispetto allo stile che accomuna la quasi totalità dei cosiddetti critici culturali, che spesso si barricano dietro la loro posizione professionale utilizzando l’ironia, il sarcasmo, il motto educato alla prassi dei social network, di Mark Fisher si ricorda una forma così compassionevole da rassicurare addirittura un testo crudo come Realismo capitalista. E non è necessario ripercorrere le tappe del personale travaglio che lo ha condotto al suicidio per accorgersi dei contrappunti malinconici che popolano la sua scrittura, e che saranno ancor più la cifra del successivo Ghosts of My Life, così in controtendenza rispetto all’aggressiva specializzazione del linguaggio.

Uscito originariamente nel 2009, Realismo capitalista è un testo attuale per definizione; certamente per alcune digressioni profetiche in seno alla allora giovane, e oggi ormai consolidata come “compressione psicologica”, crisi del 2008, ma principalmente per l’elaborazione collettiva di questo particolare tipo di realismo («è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo» suggeriscono Žižek e Jameson). Il capitalismo, o meglio “un ulteriore capitalismo”, come unica prospettiva immaginativa. Situazione che Fisher delinea attraverso due momenti: il più concreto, come giustamente ripete più volte Mattioli nella prefazione, è il perpetrarsi di quel there is no alternative, slogan tatcheriano mutuato dal filosofo di età vittoriana Herbert Spencer, che nelle pagine del libro assume i caratteri millenaristi di un liberismo eterno che ha scolorito i confini della storia come l’immaginazione degli attori politici. L’altro aspetto riguarda la definizione stessa di “realismo”, che trova appigli nella contesa lacaniana tra “il reale” e “la realtà”, quindi tra le possibilità della rappresentazione e la sua repressione “realistica”, intesa come un materialismo alla rovescia in cui la naturalità dell’inibizione viene forzatamente introiettata («quello che viene considerato realistico, quello cioè che sembra plausibile da un punto di vista sociale, è innanzitutto determinato da una serie di decisioni politiche»). Fisher lo ammette senza giri di parole, sfidando il suo stesso titolo: per sua natura il capitalismo di realista non ha nulla, è semmai una sua tipologia patologica. E se Oliver James nel suo Il capitalista egoista chiarifica una correlazione tra insorgenza di malattie mentali e le varianti del neocapitalismo liberale, che naturalmente si ricollega al dominio del cinico nelle relazioni tra uomo e uomo, e uomo e merce, Fisher attribuisce una sorta di malattia anche al Capitale stesso: il realismo. Assodato che il capitalismo si rafforza di volta in volta dalle crisi che lo coinvolgono, questa affezione autoimmune che il realismo rappresenta, nella sua debilitazione continua, crea nient’altro che nuova benzina, ulteriore ferocia. Nel primo capitolo, laddove l’autore si affretta non solo a dare saggio delle sue modalità di ragionamento ma anche a sgombrare il campo da alcuni nodi; la presenza oltreumana, xenomediata, del Capitale è immediatamente identificata, utilizzando le parole di Deleuze e Guattari, come “la cosa innominabile”, non direttamente figlia delle costruzioni antropiche ma piuttosto una “eventualità oscura” che non poteva non accadere. Quando Fisher, apparentemente in maniera prosaica, paragona la natura del Capitale alla Cosa dell’omonimo film di John Carpenter ne sottintende due importanti caratteristiche: la prima è una dimensione senza tempo e senza spazio che preesiste i sistemi politici come «l’abominio che le società primitive e feudali tentavano di tenere a distanza», alla stregua dei sistemi tecnologici che si utilizzano nei film di fantascienza per tenere rinchiusa la Bestia spaziale. La seconda è la resilienza, la capacità di integrare continuamente il differente, la protesta, il trauma, e ininterrottamente riterritorializzarlo, rubandone l’aspetto e sostituendone la natura.

Oltre ai film di genere, Fisher porta a conforto delle sue teorie una quantità innumerevole di confronti con la pop culture, per descrivere di volta in volta «l’adesione a una versione brutalmente riduttiva della realtà», e quindi la crisi della sinistra inglese, la sterilità delle proteste, i vicoli ciechi dell’educazione scolastica o l’apoteosi del get real, sintomatica espressione utilizzata nello slang gangsta rap come reality check di una condizione di assoluta competizione tra esseri viventi nella corsa agli status. Ed è proprio la musica ritmica per Fisher, da sempre, l’angolo di visuale privilegiato sul progressivo smantellamento del futuro, dall’eccitazione con cui veniva salutata a metà Novanta la jungle nei cenacoli tecno-futuribili della Cybernetic Culture Research Unit, di cui faceva parte, o nelle spazialità teoriche dei rave, fino alla poetizzazione della sua sottrazione spettrale, incarnata dai primi lavori di Burial tra il 2005 e il 2007. È in questo teatro dell’inottenibile che Fisher alleggerisce pagina dopo pagina i riferimenti all’attualità e alla cultura popolare, sostituendo, con mirabile chiarezza e facilità di lettura, l’orrore con la malinconia, l’aggressività dei rapporti mediati dalle merci con il lirismo del rifiuto. La ricombinazione attraverso il filtro biografico del suo autore è il campo sul quale si gioca la riuscita del saggio, una decostruzione dei nodi del “capitalismo emotivo” sottolineata dalla continua prossimità con l’altro e dalla messa in gioco delle proprie debolezze.

Mark Fisher

Realismo capitalista

Nero, 2018

pp. 154, euro 13

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Nick Land, accelerazione e “collasso”

Paolo Berti
Gabriele De Seta

nickland
Nick Land

Sono i primi di maggio del 1994 e un giovane Nick Land – filosofo britannico già autore di una monografia sul nichilismo di Bataille – si prepara a presentare un saggio intitolato Meltdown, in occasione di Virtual Futures, la prima di un ciclo di conferenze dedicate alle convergenze tra filosofia e cibernetica organizzata presso l’università di Warwick. Meltdown, testo originariamente proposto sotto forma di performance sonora in cui voci processate declamano la prosa di Land su un tappeto di musica elettronica, traccerà una scia controversa nella storia delle derive post-umaniste della filosofia contemporanea, suggerendo audaci rotte speculative per la teorizzazione di cyberculture emergenti e tecno-futuri prossimi. I toni apocalittici e l’ineluttabilità delle conclusioni proposte da Land risulteranno difficili da digerire persino per gli altri partecipanti alla conferenza. Charles Stivale, deleuziano di lungo corso e pionieristico interprete delle cyberculture, ricorderà la performance landiana come il sintomo di un “piacere dell’orrore” che serpeggiava tra alcuni dei teorici di Warwick.

Questo articolo, pensato dagli autori come introduzione alla traduzione di Meltdown (reso in italiano come Collasso, di prossima pubblicazione sulla rivista Lo Sguardo) rivaluta la rilevanza del testo alla luce dei recenti dibattiti attorno alla corrente dell’accelerazionismo, e lo inquadra seguendo i contorni di una posizione tecno-commercialista identificabile nell'intera produzione landiana.

Gli scenari aperti dai dibattiti attorno a Meltdown e alle provocazioni di Land fungeranno da innesco per la fondazione, durante l’anno successivo, della Cybernetic Culture Research Unit (CCRU), gruppo di ricerca interdisciplinare collocato presso la stessa università di Warwick e inizialmente diretto dalla filosofa cyberfemminista Sadie Plant. Nel giro di pochi anni la CCRU sbanderà vertiginosamente fuori dal contesto universitario, deprivata da affiliazioni istituzionali e fondi di ricerca, trasformandosi successivamente – sotto la direzione dello stesso Land – in un cenacolo para-accademico dove rave culture, occultismo, numerologia, tecnologie digitali e sperimentazione sensoriale coaguleranno in inaspettate configurazioni filosofiche.

Nei modesti locali occupati dalla CCRU, tappezzati da diagrammi esoterici e soffusi dalle costanti vibrazioni di basse frequenze, passeranno studenti e giovani ricercatori oggi numi tutelari di diverse avanguardie del pensiero speculativo quali Mark Fisher, Kodwo Eshun, Steve Goodman, Luciana Parisi, Matthew Fuller, Reza Negarestani, Anna Greenspan, Ray Brassier e Iain Hamilton Grant. Formatisi nel crogiolo della theory-fiction landiana, dove le maglie della rigidità accademica si allargavano per lasciare spazio a un ethos anti-istituzionale e a collaborazioni interdisciplinari con musicisti e artisti provenienti dalle più disparate nicchie dell’underground di fine millennio, i membri della CCRU contribuiranno a tessere un’opera aperta e a oggi largamente inesplorata, in parte documentata sul sito ccru.net, sulla webzine Abstract Culture, nella recente retrospettiva CCRU: Writings 1997-2003 (Time Spiral Press, 2015), e in parte continuata in carriere accademiche ed artistiche individuali.

Relegato ai margini di una filosofia accademica che si affrettava a prendere le distanze dalla theory-fiction di stampo CCRU, Nick Land è rimasto largamente ignorato per quasi un decennio – con le sparute eccezioni di alcune frange underground che periodicamente riscoprivano le tensioni “inumaniste” del suo pensiero, tentando di catturarne le caratteristiche con definizioni quali rabid nihilism (“nichilismo idrofobo”) o mad black deleuzianism (“deleuzianismo folle e nero”). Senza volersi immergere in dettagli biografici e interpretazioni della vita privata dell’autore, va notato che il Land riapparso a Shanghai nei tardi anni Duemila, impegnato in una carriera sottotono come scrittore ed editore di guide turistiche e pezzi d’opinione, abbia apertamente preso le distanze dal suo passato batailleano e cyber-nichilista, proponendosi piuttosto come teorico di urbanismo asiatico e speculazione tecno-commercialista dietro l’opacità e l’ambiguità offerta da piattaforme digitali come blog e social media.

In cerca di immediate correlazioni socio-culturali, numerosi interpreti di una recente congiuntura geopolitica difficilmente riconducibile alle rodate dicotomie destra conservatrice / sinistra progressista hanno identificato Land come figura chiave di una corrente di pensiero accelerazionista capace di spiegare i dilemmi di un Occidente all’apparenza fratturato da derive populiste e identitarie. Reso popolare da Benjamin Noys nel suo libro Malign Velocities: Accelerationism and Capitalism (Zero Books, 2013), il termine accelerazionismo è stato inizialmente usato per definire (e criticare) un ampio spettro di posizioni filosofiche che presuppongono la necessità di accelerare i processi di produzione e consumo come unica soluzione per un superamento del sistema capitalista. È con l’inclusione di testi landiani quali Circuitries e Teleoplexity nella raccolta #Accelerate: The Accelerationist Reader (Urbanomic, 2014), curata da Robin Mackay ed Armen Avanessian, che il nome di Land viene indissolubilmente legato a questa ambigua corrente filosofica, riassorbito in una genealogia del pensiero che si estende dal Frammento sulle macchine di Marx e da alcune suggestioni nietzschiane, tramite Deleuze, Lyotard e Ballard, fino ad altri autori più o meno legati alla CCRU quali Fisher, Negarestani e Brassier.

È dunque Land un pensatore accelerazionista? Innegabilmente in Meltdown, così come in altri scritti risalenti allo stesso periodo quali Machinic Desire, si scorgono intuizioni che troveranno sfogo nelle più recenti formulazioni dell’accelerazionismo. In realtà però, il filosofo inglese non attribuirà mai un contenuto ideologico alla tecnologia, a differenza di quanto faranno esplicitamente Srnicek e Williams, circa vent’anni dopo la performance di Meltdown, nel loro Manifesto per una politica accelerazionista (2013). Laddove i due filosofi identificano Marx e Land come pensatori paradigmatici di questa corrente di pensiero, il loro manifesto propone l’accelerazione come strategia politica radicale capace di rispondere alle incombenti catastrofi climatiche planetarie nel vuoto lasciato da tre decadi di egemonia neoliberista, verso l’utopia di una non meglio specificata “modernità alternativa”.

A differenza dei proponenti di una certa vulgata di interventismo accelerazionista, già in Meltdown Land non prova alcun interesse per l’idea di esasperare le contraddizioni del capitalismo con l’obiettivo di portare all’implosione le sue sottostrutture primali e riavviare la società sotto un differente sistema economico: il cupo tecno-commercialismo landiano, fondato su ontologie cibernetiche di processi autopoietici e singolarità macchiniche, echeggia piuttosto l’idea nietzschiana di “accelerare il processo”, lungo una tangente che conduce, tramite una reiterazione intensificante delle continue unità di crisi di cui il capitalismo si nutre, alla inevitabile caotizzazione di un oltremondo tecnologico e non necessariamente umano.

Questo è, al netto delle varie interpretazioni e riappropriazioni, il movimento centrale che anima gli scritti di Land risalenti all’era CCRU. L’accelerazione, sintomo escatologico più che strategia politica, è delineata come un mero tratto fisiognomico di una postmodernità ancora non abbastanza rizomatica. Non è un caso che Meltdown, in larga parte costruito su citazioni difficilmente tracciabili e passi di pura fantascienza distopica, provveda ai lettori un appiglio indispensabile con una corposa citazione di un passo dell’Anti-Edipo:

«Ma quale via rivoluzionaria? Ce n’è forse una? Ritirarsi dal mercato mondiale, come consiglia Samir Amin ai paesi del Terzo Mondo, in un curioso rinnovamento della “soluzione economica” fascista? Oppure andare in senso contrario? Cioè andare ancor più lontano nel movimento del mercato, della decodificazione e della deterritorializzazione? Forse, infatti, i flussi non sono ancora abbastanza deterritorializzati, abbastanza decodificati, dal punto di vista di una teoria e di una pratica dei flussi ad alto tenore schizofrenico. Non ritirarsi dal processo, ma andare più lontano, “accelerare il processo”, come diceva Nietzsche: in verità, su questo capitolo, non abbiamo ancora visto nulla» [1].

Ossessionato dal «continuo riarrangiare simboli sullo schermo verde del suo obsoleto calcolatore nel profondo della notte» [2] e portato ai confini del collasso psicotico dal continuo uso di sostanze stimolanti, Land riesce a intravedere, sotto forma di allucinazioni geotraumatiche, ciò che Deleuze e Guattari avevano difficoltà a immaginare: «Mentre il boom sino-pacifico e l’integrazione economica globale automatizzata distruggono il sistema mondiale neocoloniale, la metropoli è costretta a ri-endogenizzare la propria crisi. Il capitale iper-fluido, deterritorializzando a livello planetario, spoglia il primo mondo dal privilegio geografico, scatenando reazioni euroamericane di panico neo-mercanitilista, deteriorazione del welfare state, enclavi cancerizzanti di sottosviluppo domestico, collasso politico, e il rilascio di tossine culturali che accelerano il processo di disintegrazione in un circolo vizioso».

Così come evidenziato dalla prosa di scritti come Meltdown, Land articola la sua theory-fiction in un precario equilibrio spinto al confine della schizofrenia, in una continua totentanz col limite più esterno e alienante della macchina capitalista, in contatto diretto con l’intensità rituale che essa inscena come sabba di morte e liberazione. Nella libido magniloquente del capitale, presentata come sorta di malattia aliena e dominatrice perfetta di ogni altra forma desiderante, l’uomo appare come una formalità, un intralcio all’apoteosi non-quantificabile di plusvalore che rappresenta il desiderio ultimo della deterritorializzazione capitalista: «Il capitale conserva caratteristiche antropologiche solo come sintomo di sottosviluppo, riformattando il comportamento dei primati come inerzia da dissipare in un’artificialità auto-rinforzante. L’uomo è qualcosa che esso deve superare: un problema, una resistenza».

I piaceri dell’uomo, rinchiusi nell’orizzonte d’ibridazione cartografato dal filosofo inglese – anticipando le visioni anti-antropocentriche, o persino antropocentrifughe, del realismo speculativo di autori quali Brassier o Grant – risultano essere null’altro che la jouissance dell’intelligenza macchinica, il brivido libidinale, da body horror, dell’atto ibridativo ciberiano.

Pur occupando un ruolo centrale nell’opera del filosofo britannico, il concetto di accelerazione risulta rappresentare per Land una condizione sintomatica auto-rinforzante di sottofondo, un’intensificazione della modernità connaturata al procedere spiraliforme dello sviluppo storico-tecnologico, e scandita da soglie di precipitazione cataclismica e collasso socio-biologico. La recente inclusione di Land nella genealogia accelerazionista ad opera di autori quali Mackay, Avanessian, Srnicek e Williams, in un ruolo tanto solenne quanto semplicistico, ha suscitato malcelati imbarazzi (in primis negli stessi promotori della corrente filosofica) sia per una certa frettolosità dimostrata nel riunire più elementi possibili sotto l’ombrello di un certo post-capitalismo “ tech-savvy”, sia per l’inaspettata fortuna che il termine ha trovato presso pensatori legati alle frange neoreazionarie di riferimento per la cosiddetta alt-right.

Ad ogni modo, alla luce delle profonde ambiguità connaturate al termine accelerazionismo, ci sembra opportuno rivalutare piuttosto l’opera landiana da una prospettiva diversa, seguendo i contorni di quella corrente di pensiero esplicitamente definita e abbracciata da Land stesso attraverso la sua controversa produzione testuale: il tecno-commercialismo. Già presente in sottotraccia in Meltdown ed in altri scritti del periodo CCRU, la fascinazione landiana per l’inevitabilità tecnologica connaturata allo sviluppo capitalista, chiaramente derivata dalle formulazioni di Deleuze e Guattari sulla deterritorializzazione delle linee di fuga, trova espressione compiuta negli interventi più recenti del filosofo. Il tecno-commercialismo prefigurato da Nick Land porta alle estreme conseguenze il determinismo neoliberista, spogliando la tecnologia da ogni contenuto ideologico o morale: la téchne non riconosce nessuno scopo che non sia il raggiungimento di una propria emancipazione, anche mercantile, nella singolarità macchinica. Al centro di questa corrente di pensiero si trova la convinzione che la catallassi (termine che Land recupera da Hayek) sia in ultima analisi invulnerabile; una volta messo in moto dall’ominazione, il tecno-capitale non può essere semplicemente annullato da teorie filosofiche o politiche. Dal punto di vista della singolarità tecno-commercialista emergente, l’accelerazione è null’altro che un irrilevante mal di mare accusato dagli sfortunati esseri umani rimasti intrappolati a bordo.

[1] G. Deleuze, F. Guattari, L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Einaudi, Torino 1975, p. 272.

[2] R. Mackay, Nick Land – An Experiment in Inhumanism, «Umêlec Magazine», 1, 2012.

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