La filosofia & l’analisi: come restare umani

Lelio Demichelis

Greta Thunberg e i giovani per il clima ci hanno ricordato qualcosa che avevamo dimenticato: che non esiste solo la realtà virtuale, ma anche quella fisica e biologica (la biosfera); che loro verranno dopo di noi adulti e che hanno il diritto di vivere in un mondo decente e che quindi è nostro dovere prenderci cura degli altri uomini e di questo mondo, smettendo di considerarli (uomini e mondo) solo come una risorsa/miniera economica da sfruttare e una merce da vendere al maggiore valore di scambio possibile per il capitale; che quindi dobbiamo riconoscere dei diritti a quei nuovi soggetti di diritti che si chiamano biosfera e future generazioni (richiamando il principio responsabilità del filosofo tedesco Hans Jonas); che, conseguentemente, noi dobbiamo oggi ripensare profondamente il nostro sistema economico e tecnico (il tecno-capitalismo), dominato da un meccanismo perverso e totalmente irrazionale di accrescimento infinito del profitto (privato) e della tecnica come apparato (l’artificializzazione del mondo e oggi l’ibridazione dell’uomo con la macchina e la sua dis-umanizzazione).

Un sistema che ha una sua propria volontà di potenza irrefrenabile (i concetti di limite e di responsabilità gli sono totalmente sconosciuti), nichilistica e che sempre più rovescia il principio kantiano trasformando l’uomo (che dovrebbe essere sempre il fine) in mezzo funzionale per sé come sistema: con la sussunzione della intera vita umana nel mercato, da un lato; e con la delega che sempre più concediamo a un algoritmo per valutare e decidere della nostra vita, dall’altro. Per cui è quindi lecito, se non doveroso “parlare di totalitarismo di mercato” (Paolo Bartolini). Che mette a rischio la salute del pianeta e insieme la salute pubblica, quella individuale e sociale, dove si registrano “i segnali di un’epidemia crescente: insicurezza, ossessioni, narcisismo, ansie, depressione, vecchie e nuove dipendenze patologiche”, che denunciano “un’insoddisfazione profonda e trasversale”. Ma nessuno si ribella al sistema, abbiamo dimenticato che ci possono essere invece delle alternative. Che devono esserci e che dobbiamo fare in fretta a cercarle e trovarle per non perdere la biosfera e l’uomo nella sua umanità (cambiamenti climatici più disuguaglianze crescenti). E invece siamo sempre dipendenti (nel senso pieno del concetto di dipendenza che produce anche alienazione) da un sistema di conoscenza scientifica e tecnica che “si riduce per noi – che contempliamo come unico fine lecito l’accrescimento dell’utile privato e il progresso tecno-scientifico – alla veglia raziocinante, ripudiando altri stati di coscienza non ordinari, che in tutte le società multifasiche arricchiscono invece l’esperienza psichica e spirituale dei singoli individui e della comunità” (ancora Bartolini).

Siamo sempre più connessi nel mondo virtuale, ma siamo sempre più disconnessi dal reale, quindi anche da noi stessi in quanto persone e individui: perché se il sistema tecno-capitalista si basa sulla divisione del lavoro, anche la vita e l’individuo devono essere divisi affinché da ogni singola parte in cui è stato suddiviso anche l’individuo (egoismo, narcisismo, consumismo, feticismo tecnologico, emozioni, desiderio, eros, ansia, divertimento, gioco, sport eccetera) il sistema possa estrarre il massimo di valore per sé. Per farlo deve impedire però all’individuo di individuarsi, di costruirsi e di dare un senso alla sua vita (e – con gli altri e con la biosfera - a quella collettiva), pur illudendolo di un massimo di libertà/volontà di potenza individuale. Una mentalità individualistica incapace quindi di vedere le connessioni sociali e la totalità del vivente. Mentre invece dovremmo proprio recuperare la capacità (Raimon Panikkar) di armonizzare le forme della conoscenza: quella dei sensi, della ragione e dell’intelletto. Perché l’uomo è molteplice, mentre il sistema lo vuole unidimensionale, standardizzato, connesso e sempre controllabile, soprattutto a produttività di lavoro e di consumo crescenti e capace incessantemente di adattarsi alle esigenze tecniche ed economiche - così il tecno-capitalismo lo ha costruito e questo noi siamo oggi. Facendoci alienati ma nascondendoci l’alienazione che esso produce – e oggi alienazione non è solo “un’espropriazione di libertà e di capacità, ma anche una vera e propria disintegrazione della personalità dell’individuo, un rovesciamento della qualità delle sue relazioni vitali, un’elusione dei suoi bisogni radicali e un’alterazione dei suoi desideri fondamentali” (Roberto Mancini).

Ammettiamolo, ciò che Greta ci dice è cosa antica: il primo Rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita è del 1972; i movimenti ecologisti erano già una realtà negli anni ’70 e ’80; il famosissimo libro di Rachel Carson, Primavera silenziosa è addirittura del 1962; e già nell’ottocento Stuart Mill immaginava uno stato stazionario, un sistema economico mantenuto in una scala di sostenibilità, che quindi non superasse i limiti ecologici. Per non parlare, su fronti diversi, di Georgescu-Roegen e della sua bioeconomia, arrivando alla Laudato si’ di papa Francesco. Ammettiamolo, il sistema tecno-capitalista – per uscire dalla crisi in cui era caduto negli anni ’70 e riprendere il suo percorso di illimitatezza, di volontà di potenza irresponsabile e di crescente profitto privato - ci ha portati a vivere nella realtà virtuale e in un sistema sociale di mercato, dove non esistono limiti (ed anzi la realtà virtuale si può anche aumentare, mentre diminuisce quella veramente reale, come i ghiacci che si sciolgono), né responsabilità (se i ghiacci artici si sciolgono, finalmente si potrà estrarre tutto il petrolio che i ghiacci nascondono e aprire nuove rotte commerciali). E neppure Greta (comunque: benvenuta!) sembra riuscire a risvegliarci dal sonno tecno-capitalistico in cui siamo caduti.

E allora, dobbiamo tornare a parlare di due concetti che abbiamo perduto ma che dobbiamo urgentemente recuperare. Quello di cura e quello di amore. Integrati con quello di spiritualità – una spiritualità laica (Bartolini); o intesa come “pieno e lucido contatto con la realtà” - riscoprendo ad esempio l’utilità di ciò che sembra inutile, uscendo dai nostri monologhi autoreferenziali e praticando “il dialogo come una polifonia, dove si può riconoscere la voce originale di ognuno” (Mancini). Recuperando un amore gratuito (la gratuità essendo “la facoltà di vedere ogni essere nel suo valore, di lasciargli la libertà di essere se stesso e di esserlo a nostra volta”) e “un amore politico, che si attua come passione per il bene comune” (ancora Mancini). Perché se oggi i termini salvezza e salvare sono riferiti solo ai programmi del pc, la salvezza e il salvarci (ad esempio dal cambiamento climatico) oggi ci rimandano invece a qualcosa di ben maggiore, alla urgenza di uscire dal nichilismo e dalla tanato-politica del tecno-capitalismo. Ricordando nuovamente – anche questo lo abbiamo dimenticato - che “non ci si salva da soli” (Bartolini).

Ed eccoci allora, in conclusione a svelare le fonti delle riflessioni e delle citazioni precedenti, fonti alle quali rimandiamo il lettore. Sono due libri collettanei curati da Paolo Bartolini con Chiara Mirabelli uno e Roberto Mancini l’altro. Che (ci) parlano di analisi filosofica - o di analisi biografica a orientamento filosofico. Una ‘filosofia’ e una forma di ‘analisi’ intrecciate tra loro (“La filosofia, alle sue origini, non era forse proposta come medicina dell’anima?” – Bartolini), che nasce dalle riflessioni fondamentali e fondative di Romano Màdera. Una pratica di cura nuova e diversa, “rivolta alla comprensione dei fenomeni sociali e al trascendimento della centratura egoica - dove la terapia dell’esistenza non è in senso clinico, ma appunto filosofico”. Ovvero: “L’analisi filosofica si impegna affinché il soggetto modulare promosso dai dispositivi tecnici del potere contemporaneo si riscopra soggetto complesso, costituito dalle relazioni umane ed ecologiche che lo fondano e lo tengono in vita. Questa, per quanto mi riguarda, è una battaglia politica” (Bartolini). Che ci deve portare di nuovo a immaginare altrimenti la vita, la cura e il bene comune.

Paolo Bartolini e Chiara Mirabelli (a cura di)

L’analisi filosofica. Avventure del senso e ricerca mito-biografica

Mimesis

Pag. 261

26.00

Paolo Bartolini e Roberto Mancini (a cura di)

L’amore che salva. Il senso della cura come vocazione filosofica

Mursia

Pag. 205

16.00

Sognare, cercare, trovarsi

dreams-2Lelio Demichelis

La cura di sé come scopo autentico della vita umana, come insegnava Socrate. Qualcosa che si costruisce non isolandosi dal mondo ma condividendo(lo) e soprattutto ponendo(si) domande, educando(si) alla conoscenza di sé e degli altri e alla cura della propria anima e dei modi di stare insieme con gli altri. Sapendo che il trovare è sempre incerto e fragile, ma che importante è cercare domandando(si).

Ma dove cercare – e come – se oggi tutto è liquido e veloce? se manca un pensiero critico o non riesce a farsi discorso (e intanto è nato Socrates Search, motore di ricerca che attiva i dubbi per noi)? se siamo chiusi in quello che Marcuse aveva definito principio di prestazione, affinché si produca «la confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà della società tecnologica avanzata»? se è una società che ci vuole uni-dimensionali e omologati, isolati dagli altri però sempre connessi, e tutti ben ripiegati narcisisticamente su noi stessi, incapaci di immaginare e di sognare?

Oggi è il tecno-capitalismo che produce per noi immaginazione e immaginari, sogni e spettacolo, comunità e identità, integrazione e personalizzazione. Tutto falso, ovviamente; o merce. Ma ci arrendiamo facilmente davanti alla ammaliante capacità del tecno-capitalismo di creare coinvolgimento emotivo e religioso per sé, accrescendo la nostra interiorizzazione della sua Grande narrazione. E se l’anima poi si ammala comunque, ecco che scatta il meccanismo della colpa (individuale) e ci accomodiamo docilmente sul lettino per essere curati (sempre individualmente, come nella confessione). Perché la cura è e deve essere individuale, impedendo di mettere in discussione il sistema, anche se la malattia proviene dal sistema stesso, sistema che possiede il potere di normalizzarci alla cronicità della sua malattia e alla sua cura. Ma, allora, come recuperare la dimensione del sogno, dell’immaginazione e della consapevolezza di sé, senza essere curati dal sistema in funzione del sistema? Come trovare se stessi, contrastando oggi anche l’ultima forma di eteronomia, quella da algoritmi?

Domande che nascono – come l’autore voleva che fosse – da un libro importante, questo di Paolo Bartolini, analista filosofo. Saggio dove si compone e si sviluppa ulteriormente una diversa forma di «analisi», biografica a orientamento filosofico. Dove l’analisi incontra la filosofia e l’antropologia ma anche la sociologia. Dove l’analisi biografica si declina in strumenti per la cura di sé ma anche dell’intero, cioè del mondo. Perché «dove gli individui soffrono, c’è sempre un mondo malato». Perché la filosofia ha una specifica vocazione terapeutica e nel suo spirito «è insita una critica impietosa verso tutto ciò che può soffocare la capacità umana di evoluzione e di felicità». Una filosofia nuova e antica allo stesso tempo, aperta e diversa dall’analisi clinica prevalente: perché quest’ultima «considera gli esseri umani come attori isolati immersi nelle dinamiche sociali, presi in relazioni puramente esteriori che non ne modificano l’essenza. Salute significa così principalmente combattere i sintomi e, nei casi migliori, raggiungere un equilibrio psico-fisico funzionale all’adattamento allo stato di cose presente». Ma questa, appunto, non è cura. Né filosofia.

E quindi, il sogno. Secondo Freud o secondo Jung e molti altri autori (che Bartolini ben analizza). Qui ci piace richiamare Romano Màdera, per il quale sognare «significa attivare una capacità fondamentale dell’uomo, quella di immaginare altrimenti i dati di realtà, producendo quindi trasformazioni» dell’esistente e dell’esistenza. Perché l’uomo, ancora Màdera, è un «animale visionario». E allora, «coltivare la capacità di immaginare altrimenti è più importante di qualsiasi interpretazione esatta del sogno. O meglio: l’interpretazione efficace è quella che lascia vivo nel tempo il desiderio di interrogare i propri sogni, trasformando in atto creativo la potenza del pensiero immaginativo». Qualcosa di simile al lavoro dell’artista.

Dunque, ecco che la filosofia può e deve riavvicinarsi al sogno e quindi «l’analisi biografica a orientamento filosofico, in qualità di terapia dell’esistenza, finalizzata a fornire ragioni al dolore e direzione al piacere di vivere, si pone al servizio della soggettivazione individuale e di gruppo» (e soggettivazione è cosa tutta diversa dall’individualizzazione prodotta dal tecno-capitalismo). Purtroppo «oggi il capitalismo globale si è trasformato in una specie di sogno tra le più invadenti e pericolose: l’incubo».

E quindi, e ancora: il ruolo della filosofia; di questa filosofia però, capace di generare e di aiutare a generare un racconto di senso collettivo e individuale diverso dal discorso del capitalismo e della tecnica. Tuttavia, per arrivare a questo occorre prima chiedersi «quali siano le specificità e i punti di forza di un sistema che riesce ad assorbire prontamente ogni forma di rivolta e di ribellione». Un sistema – tecnica e capitalismo – «che mima, sconvolgendone il senso, la cura di sé coltivata in epoca ellenistica, per cui quello che era un esercizio paziente volto al trascendimento degli egoismi privati in nome della verità e della convivenza responsabile nella polis, diventa oggi l’impegno costante a rendersi “appetibili” sul mercato, guardando a se stessi come a un capitale da valorizzare continuamente, tutto all’insegna di uno spirito imprenditoriale penetrato al cuore stesso della soggettività umana. Le soddisfazioni offerte dal sistema si accontentano di riprodurre piaceri fuggevoli e ripetitivi, diffondendo la frustrazione programmata del desiderio e la ricerca ansiosa di nuove occasioni di auto-valorizzazione».

Scardinare questo dover essere tecnico ed economico – il «mondo malato» e il suo essere «epidemia» globale – diventa allora l’obiettivo primo da realizzare per recuperare la possibilità e la capacità dell’uomo di essere soggetto di cura (di sé e del mondo) e di trasformazione. Scrive Bartolini, quasi in conclusione: «Proporre una cura del senso che accompagni ogni fase dell’esistenza è la sfida che, in questo preciso momento storico, la filosofia può lanciare per rimanere fedele alla propria vocazione trasformativa. Tale ambizione, prendendo accuratamente le distanze tanto dalla medicalizzazione dell’in­tera società quanto dalla cura di sé funzionale solo all’inserimento del soggetto nell’ingranaggio della valorizzazione economica, fallirebbe se trascurasse la centralità assunta, negli ultimi due secoli, dall’individuo e dall’unicità ir­ripetibile del suo tragitto di vita. Ecco allora che una nuova alleanza tra psicologia e filosofia, qui in Oc­cidente, si rende ormai indispensabile e non più differibile, purché l’incon­tro di queste discipline dia luogo a una revisione profonda di entrambe». E dell’uomo. E del suo mondo.

Paolo Bartolini

La vocazione terapeutica della filosofia. Cura del senso e critica radicale

introduzione di Stefania Consigliere, postfazione di Moreno Montanari

Mimesis, 2016, 112 pp., € 10

Ricordiamo ai lettori che è adesso disponibile l'Almanacco 2017  della nostra rivista con una selezione degli articoli usciti nel 2016 e la sezione inedita L'invasione aliena. A tutti quelli che ci seguono, segnaliamo inoltre che in questi giorni si è aperto il cantiere di Alfabeta. Vi aspettiamo!