Il sottile discrimine

Paolo B. Vernaglione

Corpi che contano (1996), suonava il titolo di uno dei testi che hanno contribuito a dissolvere il mito del corpo-sostanza, che era una delle rivendicazioni che il femminismo cosiddetto della differenza difendeva con maggior vigore a partire dagli anni Settanta dello scorso XX secolo. Judith Butler nelle pagine di quel libro dislocava la riflessione sulla discriminazione di genere non più all’interno della femminilità considerata come “altro”, nell’orizzonte di un’identità da costruire e difendere, bensì come effetto discorsivo di una materialità linguistica di cui era necessario fare l’archeologia.

Da questo cambio di posizione sarebbero scaturite le istanze del gender, che attraversano le culture gay, il post-femminismo e le ormai comuni pratiche di iscrizione dei corpi (piercing, tattoo, bodmod). Il corpo tornava al centro dell’agenda delle resistenze e al centro della riflessione sui modi in cui si diviene soggetti nella temperie neoliberale dell’identità. E suscitava la permanenza di controcondotte con cui si misurava l’attacco indiscriminato all’intera teoria femminista. L’importanza del mutamento di prospettiva, da ascrivere anzitutto alla riflessione polarizzata tra Europa e Stati Uniti, ha trovato conferma in questi ultimi venti anni nei movimenti trans e LGBQ, e soprattutto nella forza di comportamenti esteticamente eversivi, nel clubbing come nelle occasioni del pride. Essendo infatti quasi del tutto venuta a mancare la spinta politica che aveva distinto le prime comunità gay californiane negli anni Sessanta e la deflagrante rivoluzione degli anni Settanta – la teoria e la pratica trans sono rimasti l’unico piano di aggregazione e di confronto per quanti (singoli e realtà più o meno organizzate) hanno da tempo abbandonato la richiesta di diritti uguali (politici e di cittadinanza). D’altra parte gay, lesbo, queer, in un magnifico esodo dalla società dei ruoli e delle identità, hanno incontrato il limite dell’irrilevanza a contatto con poteri forti di coniugazione di morale e identità, valore e soggettività.

È quanto in maniera eccellente testimonia il libro di Alessandro Baccarin, Il sottile discrimine, che considera tre tra le più importanti “prese” sulla corporeità che i poteri-saperi attuali sperimentano: quella sul corpo trans, tra medicalizzazione ed elusione del riassegnamento al genere, quella del tattoo tra guadagno di singolarità e normazione di un comportamento, e quella del porno, tra sfruttamento ed espressione di soggettività. Sulla base della grande descrizione foucaultiana, l’esplorazione della corporeità di cui qui si tratta chiama in causa una serie di enunciati problematici, fornendo alla fine un corredo convincente delle forme di soggettivazione nel tempo della vita valorizzata. Nella realtà gay, di cui Baccarin con un congruo apparato teorico racconta l’epopea, lo spartiacque dell’AIDS riqualificava un comportamento separando sesso e genere nel cruciale passaggio dal concetto di omosessualità a quello di cultura gay. È stato allora che la pratica trans ha iniziato a radicalizzare la cruciale differenza tra come si nasce e ciò che si può diventare. Si verifica “sulla propria pelle” quanto sia discorsiva e innaturale l’identità sessuale, quali istanze di potere infiltrino il desiderio di riassegnamento e quale piano di subordinazione sia in gioco.

Il corpo tatuato invece, all’apparenza estraneo al gioco di specchi in cui una singolarità inassimilabile si riflette nell’omologante iscrizione della carne, sposta il senso di quell’atto: da rituale e culturale negli aborigeni e nel meraviglioso Kafka della colonia penale, diventa punto di addensamento dei poteri del corpo e sul corpo – nel movimento dell’esteriorità piena dei poteri sulla superficie di una resistenza. Ancora: nel sedimento del desiderio che la pornografia digitale agita, dal fondo sabbioso della distanza del vedere, leggiamo i resti di una guerra dei costumi, combattuta dal secondo dopoguerra, la cui posta in gioco è stata, allora, la libertà di mostrare il corpo-oggetto femminile; oggi, la necessità di saturare la comunicazione audiovisuale nello stesso campo in cui operano la moda, l’advertising e la chirurgia plastica. La risultante di questi effetti di legittimazione della corporeità è, per converso, l’appello al desiderio, come le ultime righe del testo insistono nel ribadire: non più il piacere, non più la libertà, bensì il desiderio, sollecitato, armato, normato, regolarizzato.

È quanto del resto ci viene ripetuto da una terapeutica non innocente nell’evocare il nome-del-padre, la restituzione della legge all’ordine simbolico che un sociale disastrato e anarchico avrebbe smarrito. Il godimento è il nemico da sopprimere per conto della civilizzazione dei rapporti affettivi, che da tempo immemore quello stesso potere desiderante che ora urla la legge, ha distrutto. Recuperare allora l’istanza di libertà nel piacere, di cui già Foucault lamentava la scomparsa, significherebbe ripraticare il corpo, ridargli senso al di là della sua problematizzazione; e in questo modo, forse, aprirsi all’oltre umano in cui prende corpo ogni trans-formazione. Il pensiero del corpo infatti, già a partire dalla fenomenologia di Merleau-Ponty, è traccia dell’evento della relazione, interfaccia mobile tra soggetto e mondo, in cui il linguaggio si rende sensibile e la materia organica scompare alla vista. Il luogo insomma di una parrésia, di un dire il vero di sé nell’affrontamento di una tecnologia, nella dislocazione mobile di una volontà, nel constatare la densità dell’esperienza. Per questo il corpo è il luogo non spaziale di tutti i mutamenti, il momento intemporale di tutti i divenire, cioè il fatto stesso della liberazione.

Alessandro Baccarin
Il sottile discrimine. I corpi tra dominio e tecnica del sé
ombre corte (2014), pp.130
€. 13,00

L’erba vorrei. Paolo B. Vernaglione

Vorrei che dal vocabolario corrente fossero definitivamente cancellate le parole: "ottimizzare", "riforme", "capitale umano", "impresa", "crescita", "tweet", "selfie". E in primo luogo il pronome "io", che degli atti di parola è il principale referente.

Alcuni tra i più importanti linguisti moderni, come Benveniste e Jakobson, hanno classificato i pronomi come shifters, cioè come indicatori dell'esclusiva funzione linguistica, che rimanda al puro atto di enunciazione e identifica il locutore nell'unicità del singolo proferimento.

Oggi tale funzione di imputazione alla prima persona si staglia in primo piano in un tronfio e miserabile autoriferimento, privo di essenza. Perché, a differenza che nel passato, il pronome che indica la prima persona e l'insieme di enunciati che inevitabilmente da esso conseguono, non significa più quella che presso i greci e nella lingua della filosofia è stata indicata come "ousìa", l'essere, in cui si trova il mondo e in cui si dispongono gli enunciati.

Il vuoto d'essere che l'attualità dispone, laddove vengono spacciate quelle parole, segnala il solo fatto dell'autoriferimento, la cui realtà è inscritta nei corpi di locutori per i quali concetti come realtà, conflitti, condizioni di possibilità dell'esistenza, sono dissolti, nella vacua ignoranza del senso che la modernità politica vi ha attribuito.

Si comprende allora quale rapporto ci sia tra quegli atti di parola e la sostanza del mondo, e quindi quale rivoluzione sarebbe all'ordine del giorno: non per ripristinare un senso che nella lingua nazionale è inesistente, piuttosto per rivolgere il linguaggio contro coloro che, violentandone la prassi, lo usano per fare promesse e comunicare improbabili contenuti di novità. Alcuni, rari, filosofi, per i quali l'archeologia del linguaggio è importante, hanno tentato di pensare un' "ultimità" della natura umana nel divenire animale, attribuendo a tale stato l'essere terminale della civiltà, la fine della storia, lo stadio dell'"ultimo uomo". In quello stato il linguaggio risalirebbe l'origine senza separarsene e coinciderebbe con l'"ousìa", con l'essenza prelinguistica del mondo, disponibile a partire dall'enunciazione.

In quello stato, come Walter Benjamin ha scritto, l'atto umano del dare nomi agli animali testimonierebbe l'origine divina del linguaggio. Pretendendo troppo da umani non ancora ultimi, ma soprattutto pretendendo troppo dal linguaggio, vorrei divenire animale ed accedere così all'anonimato. Vorrei partecipare del discorso, risiedere nella zona cava dell'enunciazione e, dal basso di questa posizione, sacrificando "me" stesso, veder annegare tutti gli "io" che, pronunciati per l'ultima volta, dissolverebbero ogni "ottimizzazione", "novità", "crescita", "riforme" e "tweet"...

 

Follia e discorso

Paolo B. Vernaglione

"Brisset era stato ufficiale di politzia giudiziaria. Dava lezioni di lingua. Ai suoi allievi proponeva dettati come: Noi Paul Parfait, carabinieri a piedi, essendo stati mandati al villaggio Capeur, vi siamo andati, rivestiti delle nostre insegne". Nel 1970 Michel Foucault scrive l'introduzione all'opera linguistica dell'autore della Grammaire Logique (1878) e della Science de Dieu ou la Creation de l'Homme (1900), compresa nel primo volume dell'Archivio, ripubblicato nell'impeto onomastico della scomparsa (assurdo che non si possano scaricare gratis i tre volumi italiani).

Il furore del trentennale ha fatto emergere anche il corso al Collège de France del 1979-80, Del governo dei viventie negli anni scorsi il corso di Lovanio del 1981, Mal fare, dir vero, e Il coraggio della verità (1984), mentre da qualche mese si possono leggere il corso del 1972-73, La societé punitive e Subjectivitè et veritè (1980-81), che saranno forse tradotti tra una ventina d'anni, se va bene... Nel frattempo è consigliabile leggere l'edizione americana dei Detti e scritti, a suo tempo curata da Paul Rabinow, soprattutto per gli interventi e le interviste degli anni Ottanta.

Quest'edizione rimaneggiata del primo tomo dei Dits et écrits, che sarebbe stato bene aggiornare con una nuova introduzione, "copre" gli anni in cui Foucault dà alle stampe La storia della follia nell'età classica (1961), Nascita della clinica (1963), Le parole e le cose (1967), L'archeologia del sapere (1969), e L'ordine del Discorso (1970). Nello scritto su Brisset, linguista schizofrenico con manie apocalittiche, Foucault delinea la genealogia del linguaggio in cui si riconosceranno i profili di Raymond Roussell e Louis Wolfson. Per Brissett si tratta della ricerca sull'origine delle lingue, non ricostruìta nell'ipotesi di una lingua ancestrale formata da un piccolo numero di elementi semplici, da cui le lingue storiche e le possibilità di traduzione. Bensì illuminata nella disarticolazione delle parole in cui si odono grida di terrore e i cui suoni annunciano sangue e carni maciullate.

Sette punti sul settimo angelo illustra in maniera esemplare l'archeologia inaugurata da Foucault, il cui concetto è ribadito nelle interviste a Raymond Bellour, dopo l'uscita de Le parole e le cose e le polemiche provocate da questo testo magistrale presso gli storici e i sartriani più o meno militanti. Non bisogna pensare l'archivio, ci dice Foucault, come la ricerca di strati in consonanza con la cronologia; né come un'indagine sincronica di ciò che da un passato documentario risulta al presente. Il metodo archeologico consiste in un'analitica degli enunciati che danno luogo a dispositivi: forme linguistiche, usi, repliche del "senso comune" di una soglia temporale nelle scienze e nelle idee; composizioni di registri giudiziari, interrogatori, cartelle cliniche e statistiche, da cui emergono una certa costellazione epocale, uno o più luoghi di passaggio tra l'età classica e gli inizi della modernità alla fine del XVIII secolo. Là ove nascono le scienze umane, che poco recuperano delle "antiche" grammatica generale, storia naturale e analisi delle ricchezze.

La testimonianza più lucida di questa sconnessione che è l'"uomo", in quegli anni Sessanta in cui Foucault intraprende la ricerca sulle due partizioni decisive della cultura d'Occidente, quella tra ragione e disragione e quella tra parole e cose, è l'introduzione (1971) all'Antropologia dal punto di vista pragmatico di Kant. Il sapere critico che determinerà l'affermazione delle scienze sociali dovrà vertere sui fondamenti della fonte, dell'ambito e del limite: qui l'esistenza del discorso si dissolve a vantaggio dell'esistenza, cioè di una "natura" ineguale dello scambio, di una logica d'esclusione e di una pratica di dominio.

L'archeologia restituisce dunque al discorso un principio di enunciazione in cui per un verso si apprezzano le discontinuità storiche, su cui Braudel e la scuola delle "Annales" avevano incentrato una storiografia della lunga durata e delle connessioni; per altro si coglie la deriva del linguaggio nell'irriducibilità alla formalizzazione, ad una semantica e ad una semiotica, di cui già Benveniste aveva misurato la distanza.

Questa strutturazione teorica, che taglia di traverso ermeneutica e formalismo, ci permette di cogliere il profilo delle scienze umane, non in ciò che hanno avuto di normativo, bensì di inclusivo: Marx, Nietzsche e Freud non hanno inventato una scienza dell'economia, delle potenze e del soggetto, come Foucault dice nell'introdurre il convegno di Royaumont del 1964 qui riprodotto; ma una tecnica d'interpretazione, riconoscendo anzitutto la qualità discorsiva di altre interpretazioni: il saggio di profitto di Ricardo, il divenire segno di un'interpretazione che lo anticipa in Nietzsche, il riconoscimento di una "catena" parlata che lega analista e analizzante, di cui Lacan ha esplicitato il senso e la portata.

Quello che persiste come disagio dell'attuale modernità, segnalato ne Le parole e e le cose come "sonno antropologico", è interrotto alla scadenza dell'"epoca classica" dal Discorso che individua i rapporti tra saperi, poteri e soggetti – di cui Foucault nell'intera vita ha dato conto: nelle linee di desoggetivazione prodottesi in letteratura, a partire dal pensiero di Blanchot; nelle opere di classificazione di Cuvier e Bichat; nell'evidenza di un esteriorità del "sè" che le pratiche antiche riconducevano ad una frequenza del "dire il vero", lontana dalle attuali ortopedie psicoanalitiche.

Di questa urgente congèrie di problematiche darà conto Gilles Deleuze. È stato pubblicato in questi giorni il primo volume del corso su Foucault, Il sapere (1986-87), sì che le giovani generazioni possano farsi un'idea meno approssimativa di questo non filosofo e non epistemologo che ha rivoluzionato il pensiero con un sapere che è pratica di resistenza.

Michel Foucault
Follia e discorso
Archivio Foucault 1. Interventi, colloqui, interviste. 1961-1970
a cura di Judith Revel
Feltrinelli (2014), pp.286
€ 13,00

 

Le nuvole di Picasso

Paolo B. Vernaglione

“Ma tu non avevi paura dei matti?” “E tuo papà cosa diceva?”. Così scrive Alberta Basaglia, figlia di Franca Ongaro e Franco Basaglia, in una delle 28 istantanee che ne ritraggono infanzia e adolescenza, accanto ai genitori che “hanno liberato i matti”.

In questo prezioso libro, scritto insieme alla giornalista Giulietta Raccanelli, oggi, Alberta, psicologa a Venezia, ieri bimba rivoluzionaria nella Gorizia del primo e unico esperimento di nuova psichiatria culminato nella legge 180 che abolisce il manicomio e istituisce l’assistenza psichiatrica, ricostruisce una biografia della diversità il cui valore risiede nella tessitura testuale in cui essa si dipana. Perché la costruzione di una memoria condivisa travalica la vicenda personale per assumere, nel caso della liberazione dalla contenzione, il senso storico-politico di una sovversione della soggettività.

Per due motivi: uno interno alla vicenda “privata” dell’autrice che diviene pubblica nel segno della differenza, dell’anomalìa di un gruppo familiare la cui vita “era talmente identificata alla loro scelta” da costituire la texture di un vissuto sperimentale nell’Italia dei primi anni Sessanta dello scorso ‘900. Il secondo motivo consiste nell’eversione dell’ordine della salute mentale ad opera della “nuova” psichiatria. Nata dalla fenomenologia di Husserl e Banfi, nel confronto continuo con Sartre, Goffman, Laing e Franz Fanon, la teoria di Basaglia e di Franca Ongaro deriva direttamente da una pratica che si trasforma in filosofia per evitare di rimanere invischiata nelle istituzioni della cura – la cui storia coincide con l’ evoluzione della scienza a partire dal positivismo medico nella seconda metà del XIX secolo.

Ecco, nel secolo delle istituzioni disciplinari, famiglia, scuola, caserma, chiesa e manicomio, ove lo Stato assume la sovranità sulla vita degli individui, scorre sotterranea quella vita di uomini e donne “infami” raccontata da Michel Foucault, in cui riconosciamo la critica alla neuropsichiatria come era praticata da Esquirol, Heinroth, Pinel. Alla scadenza della prima modernità, di cui le scienze umane avevano già realizzato l’archeologia, “Franco risultava troppo ingombrante per la sua clinica universitaria di Padova”. Ragione per cui viene “dimesso”, per sperimentare all’ospedale psichiatrico di Gorizia la rivoluzione riuscita delle “open doors”, la comunità terapeutica e infine la dissolvenza della costrizione e dell’isolamento, con la legge che porta il suo nome.

Questa storia, impossibile da raccontare alle generazioni più giovani se non riferita alle altre due rivoluzioni riuscite, quella del ’68-’69 operaio e studentesco e del femminismo, è già stata ricostruita negli scritti di Franco Basaglia e Franca Ongaro, soprattutto in L’istituzione negata, introvabile a causa delle orrende scelte censorie della grande editoria. “Il vostro libro è bellissimo e molto importante. È uno dei rarissimi esempi di libro che vive delle tensioni che si producono al suo interno, si sotiene sulle sue stesse tendenze autodistruttive”, scriveva Giulio Bollati, curatore Einaudi nel ’68. Mancando il testo vivo di quell’esperienza di liberazione dalle catene, le corde, l’elettroshock e le camicie di forza, chi vorrà leggere Le nuvole di Picasso può valersi dell’Utopia della realtà, raccolta di scritti a cura di Franca Ongaro in cui la rivoluzione psichiatrica si fa testo nell’esperienza di una generazione, quella di Paolo Pietrangeli, di TV7 e di Carosello.

Quest’opera, che oggi sembra non aver avuto luogo, consta di due momenti, che nel libro di Alberta sono chiusi in una chiara sintesi narrativa: quella della triade delle posizioni esistenziali del soggetto di fronte al “sé” e alla realtà (scelta intenzionale, malafede, nevrosi) – in cui si disloca una prassi di soggettivazione, della corporeità e dell’istituzione medico-psichiatrica); e quella del disciplinamento, da cui fuoriescono, a partire dal lavoro dei Basaglia nella seconda metà degli anni Sessanta, il momento sociale del male psichico e l’analisi della struttura del disagio.

Al limite del penisero fenomenologico, nella fase iniziale dell’esperienza di sovversione dell’ospedale psichiatrico, il campo psicoanalitico e la storia delle istituzioni della violenza sono assunti per aprire la via alla storificazione del “malato psichico” e alla sua risoggettivazione. In questa pratica teorica si specchia la coerenza fattuale illustrata nel saggio introduttivo a Crimini di pace (1975), che scandisce le tappe del lavoro intrapreso: il manicomio come luogo di contenimento delle devianze di comportamento; la segregazione come risposta ai bisogni della società; il rifiuto dei “tecnici della malattia” di identificare mandato della scienza e mandato sociale.

Smascherare pazzi, malati, ritardati, delinquenti come profili naturali; individuare la critica della scienza come campo fenomenico di resistenza; criticare i processi ideologici in capo a intellettuali e tecnici; rifiutare il ruolo e la delega, dentro l’ospedale; individuare assieme ai “malati” psichici chi è oggetto di manipolazione; distruggere il paradigma del normale e del patologico attribuito dalle scienze umane ad una certa configurazione antropologica. Tutto questo è opera compiuta. Le nuvole di Picasso contribuiscono a recuperare il filo di lana con cui, nel presente, è ancora più urgente continuare a tessere la rivoluzione.

Alberta Basaglia
Le nuvole di Picasso
Feltrinelli, 2014, pp. 92
€ 10,00

Nuovi disagi nella civiltà

Paolo B. Vernaglione

Che il “discorso del capitalista” sia parlato in sottotraccia da TV, rete e grandi giornali è evidente, soprattutto nella continua denegazione della crisi della finanza neoliberale. Che i tratti specie-specifici della natura umana (senza virgolette) risaltino nella prassi del presente è cosa meno evidente nel colpevole oblìo della critica.

Dunque l’attribuzione di valore alla natura umana e il discorso del capitalista costituiscono due polarità nel cui campo di tensione è possibile un’ontologia non complice dell’attualità. È quanto ottimamente è squadernato in Nuovi disagi nella civiltà, testo a 4 voci, a partire dalla densa introduzione e la puntuale guida al dialogo di Francesca Borrelli, e la cui terza parte è lo specchio in cui si riflettono i nuclei problematici di questa modernità: il sapere come “tra”, relazione transindividuale in cui si genera l’individuo; e la corporeità, in cui ha luogo quel cosiddetto “mutamento antropologico”, difficile per la teoria psicoanalitica quanto facile da osservare nella quotidianità.

Ciò che infatti fa problema, nel confronto tra il capitale testo di Freud del 1929 e una nuova sintomatologia di cui si stenta a ricostruire la genealogia (anoressìa, bulimìa, dipendenze, soggetto panicato…) nell’attuale civiltà digitale e del debito, è l’interpretazione dell’insieme delle molteplici realtà del disagio in un totalizzante “discorso del capitalista”, la cui asserzione consiste nel criminalizzare il godimento di merci (di oggetti, di esseri umani) latore di una pulsione di morte urlata nell’imperativo mercantile: “godi!”. In questa lettura della dinamica sociale il godimento verrebbe imposto a soggetti “senza inconscio”, o comunque lontani da un desiderio di norma procrastinato dalla legge del padre, la cui evaporazione avrebbe causato niente di meno che il crollo dell’intero orizzonte simbolico singolare.

Come invece ricorda Francesco Napolitano a partire dalla metapsicologia di Freud, la psicoanalisi, come scienza naturale, si incarica di ricostituire la naturale innaturalezza dell’animale umano, il cui tratto peculiare è quell’inestricabile intreccio di eventualità storica e invariante concettuale, anzitutto riscontrabile nella facoltà di linguaggio, oggi ampiamente sfruttata. Ciò significa che l’attribuzione delle parti di sfruttato e sfruttatore, padrone e servo, soggetto e assoggettato, come anche di un possibile discorso del rifiuto e di un discorso del capitalista, questa attribuzione non può essere univoca, laddove, ancora con Napolitano, “una buona dose di infelicità è intrinseca alla natura umana” – il godimento totale non essendo possibile.

Si tratta allora da un lato di indagare la finitudine umana in rapporto a qualsiasi legge e in relazione alla sua nostalgica reinvenzione; dall’altro constatare come l’eventuale restauro di un nome del padre, seppure a lettere minuscole, non farebbe altro che riprodurre un dispositivo simbolico di assoggettamento che si aggiungerebbe ai dispositivi di cattura neoliberali, in atto da tempo.

Ciò che dunque vale la pena chiedersi nel realizzare una cartografia delle nuove soggettivazioni è quanto l’interpenetrazione (De Carolis) dell’esteriorità sociale e della psiche individuale abbia effetto sulla legge del desiderio, l’Edipo, il rapporto tra istinto e pulsione e quello tra godimento e desiderio. Altrimenti il lacaniano discorso del capitalista diviene l’ombrello significante sotto il quale riparano senza eccezione tutte le dinamiche psico-sociali al tramonto della modernità. Forse invece è utile distinguere la clinica, da cui si evince la micidiale operatività del “discorso”, dalla filosofia, per la quale è più sensato recuperare l’inseparabilità di verità materiale e verità storica del soggetto “sotto” il capitale, poiché in quel punto rileva l’emergere dell’inconscio come dato ontologico e quindi etico.

Una teoria della clinica e una filosofia del disagio nella civiltà potrebbero invece insieme prendere sul serio, cioè alla lettera, l’ “orda primordiale” e “l’origine egizia di Mosè”, perché in quella lettera c’è forse qualcosa di cui ci parla oggi l’inconscio: l’intreccio di storia e metastoria, “già da sempre” e “proprio ora”, invariante biologica e variazione storica.

Perché o crediamo all’inconscio strutturato come un linguaggio (Lacan), cioè alla facoltà di linguaggio come dato naturale in una evolutiva invarianza, e in tal caso il compito sarebbe osservare in quali rapporti entrano in una certa epoca desiderio e godimento; oppure si crede che esista un orizzonte simbolico (il soggetto barrato, il Significante) le cui catene producono sia l’intero soggetto che l’intera realtà, entrambi assoggettati ad un significante-padrone di cui il godimento è unica legge, imposta in nome e per conto di un desiderio assente.

Mentre però il discorso del capitalista risolve la molteplicità delle forme di soggettivazione ad un dato quantitativo in un giuoco a somma 0 (tutto godimento, niente desiderio e niente legge), la cui economia andrebbe ristabilita nel nome di un padre oggi impronunciabile - come Dio per gli ebrei ortodossi - un’analitica del presente ci indica che le molte forme in cui il godimento si ottiene rimandano ad un’eterogeneità di rapporti al desiderio, di cui è quantomeno ardua la riduzione ad uno.

Gli è che, come De Carolis osserva, il presente invece di compiere il nichilismo lo fa troppo poco. Con Nietzsche, via Benjamin, bisogna volere il tramonto affinché la finitezza umana divenga accettazione della morte (senza cui non c’è eredità), ed esprima così la massima potenza di vita. Così il godimento, pulsione di morte, ha la chance di divenire la forma più radicale di rifiuto di qualsiasi “discorso” voglia ripristinare una legge che priva il soggetto di libertà, cioè di autonomia e di autorganizzazione.

Borrelli, De Carolis, Napolitano, Recalcati
Nuovi disagi nella civiltà. Un dialogo a quattro voci
Einaudi (2013) pp. XLVI - 202
€. 19,00