Ontogenesi e filogenesi

Paolo B. Vernaglione

La storia dell’animale umano, è una storia di innovazioni e potenzialità espressive, cioè di cambiamento della prassi. Questo il significato che si intravede nel secondo capolavoro di Stephen Jay Gould, Ontogenesi e filogenesi pubblicato ora da Mimesis a cura di Maria Turchetto.

Con il primo infatti, La struttura della teoria dell’evoluzione, il grande biologo e paleontologo statunitense ha riformato l’evoluzionismo continuista della “Sintesi Moderna” con la teoria degli “equilibri punteggiati” e ha scoperto, insieme a Elisabeth Vrba, l’exaptation, cioè l’operatività di un organo adattato ad una funzione diversa da quella per cui in passato è stato generato. Il fulcro della ricerca di Gould è la temporalità, che realizza il rapporto tra ontogenesi e filogenesi, tra individuazione e storia delle specie, che ha diviso e unificato la biologia dal XVIII al XX secolo.

È solo da poco più di trent’anni infatti che l’essere umano è definito “animale neotenico o dalla lunga crescita”, allorché sono state introdotte l’embriologia sperimentale e la genetica. Prima, dalla metà del ‘700 in cui, come Foucault ha dimostrato, avviene il passaggio dalle scienze naturali alla biologia, la ricerca sui viventi si polarizzava su epigenesi (e preformismo in Bonnet e poi Malpighi e Haller) e ricapitolazionismo della Naturphilosophie (Oken, Milne-Edwards). Per la prima teoria, nell’unica catena dell’essere il germe contiene in miniatura l’adulto. Per la seconda, influenzata dal romanticismo tedesco e la filosofia di Schelling, nell’ontogenesi è presente la forma completa di organismi inferiori, secondo un progressivo criterio di specializzazione.

La posta in gioco in questa analitica degli organismi è il successo di una teoria biologica in cui si risolve una visione del mondo: per Geoffroy Saint-Hilaire gli animali sono costruiti secondo un piano naturale unico (Bauplane). Von Baer, fiero avversario del parallelismo di onto e filogenesi e di ogni evoluzionismo, scopre nell’embriologia del pulcino un processo di individuazione per differenziazione imposto dalla legge dello sviluppo con la nascita dell’embriologia sperimentale e l’introduzione della specializzazione nella crescita dei viventi. È invece l’evoluzionismo che dispiega il riconoscimento del sistema naturale come genealogico, cioè: identifica le omologie di organismi diversi in un antenato e un gruppo ancestrali comuni e la differenziazione progressiva non in un Bauplane, bensì negli effetti di due leggi biogenetiche.

La prima: i cambiamenti avvengono per aggiunta di stadi alla fine di un’ontogenesi ancestrale. La seconda: l’ontogenesi è “accorciata” durante la successiva evoluzione del lignaggio (condensazione). È con il grande Haeckel, fautore dell’evoluzionismo in Germania, che la legge di ricapitolazione (l’ontogenesi ricapitola brevemente e rapidamente la filogenesi) diviene evolutiva – legge la cui perversione avrebbe dato luogo ai razzismi, da Chamberlain a Hitler. Con i paleontologi neo-lamarkiani (Cope, Hyatt) la ricapitolazione raggiunge l’apice del successo, staccando le leggi dell’aggiunta terminale e della condensazione dall’evoluzionismo, fin quando, con Weismann e Muller, verrà ricompresa in dimensione selezionista.

Fino agli anni ‘30 del XX secolo la ricapitolazione influenza l’embriologia comparata, la fisiologia, la morfologia e la paleontologia, introducendo il concetto di pedomorfosi: ritardo nello sviluppo, per cui i tratti giovanili degli antenati diverrebbero gli stadi adulti dei discendenti. Bolk, Hall e poi la psicologia dell’infanzia di Piaget ammettono la ricapitolazione, come anche Freud in forma storico-narrativa, nell’ “orda primordiale”.
Ma con le critiche di His e dell’embriologia sperimentale di Roux e Driesch la legge biogenetica crolla.

I campi di ricerca si diversificano in nuove problematiche: le cellule totipotenti (Driesch), il “quantum” di organizzazione dell’embrione (Hertwig), la riscoperta di Mendel, che sferra il colpo letale alla ricapitolazione, a vantaggio dei concetti di eterocronia (sviluppo di organi in tempi diversi rispetto allo standard filetico) e pedomorfosi (nelle varianti del ritardo, neotenia, ipermorfosi e accelerazione) che diventano la versione corrente della lingua evoluzionista. Il grande merito dell’evoluzionismo sintetico di De Baer, della dissociazione dei processi di Cope e Mehrert, della discontinuità evolutiva di selezione e morfologia di Goldschmidt, consiste nella scoperta della temporalità immediata e dell’ecologia delle popolazioni, ove pedomorfosi e eterocronia sono vantaggi selettivi.

Il ritardo di sviluppo nel dispositivo intelligenza-socializzazione risulta oggi il punto di intersezione di biologia evolutiva e molecolare, che spiega l’evoluzione della “coscienza” come effetto di estensione eterocronica dei ritmi di crescita fetale e dei pattern di proliferazione cellulare. Spiega cioè che flessibilità, specializzazione e innovazione sono caratteri distintivi dell’animale umano.

Stephen Jay Gould
Ontogenesi e filogenesi
a cura di Anna Maria Turchetto
Mimesis (2013), pp. 434
€ 28,00

Per Stefano Cucchi

Paolo B. Vernaglione

Si rimane rabbiosamente attoniti di fronte alla sentenza che ha assolto i principali responsabili della morte di Stefano Cucchi. Sono uomini di questo Stato, la cui appartenenza è garantita dall'omertà e il cui giudizio d’altra parte non emerge da un processo ma dalla realtà che la sentenza enuncia: che un essere umano è deceduto di fame e di sete e non per le torture a cui è stato sottoposto. Che unici responsabili di questa morte sono i sanitari dell'ospedale Pertini, ove Stefano è stato trasportato in condizioni già gravi e che la sua detenzione tutto sommato era giusta, visto il suo profilo di tossicodipendente.

Può un potere dello Stato, peraltro già screditato per aver giocato con le vite di più generazioni di giovani e non, da ultimo con le sentenze sul G8 di Genova, emettere una sentenza così ridicola e improbabile? Può, in un paese in cui l’ipocrisia e il silenzio colpevole di una società civile coccolata dalla cadaverica politica delle larghe intese è rimasta muta negli anni Settanta dello scorso ‘900 di fronte alle stragi di Stato, alle morti sul lavoro e agli omicidi politici che dal 1977 al 2011 hanno distrutto il dissenso e i conflitti sociali.

Mentre un uomo che si è dato fuoco ha dato luogo alle rivolte arabe e l’uccisione di un ragazzo nella periferia di Londra ha prodotto i riots con cui un intera generazione rifiutava di pagare la crisi che l’attuale infame sistema del debito ha generato, qui in Italia una classe politica corrotta e degenerata ha riprodotto sé stessa, calpestando le vite di chi è già pesantemente sanzionato dalla crisi. Di più: giocando sulla supina ipocrisia dei poteri dello Stato il paese è stato anestetizzato e reso inerme di fronte al saccheggio della sfera pubblica sistematicamente attuata dalla rendita con la speculazione finanziaria.

Ecco il risultato di questa politica: l’arroganza indifferente dei pubblici poteri, supportati da enormi interessi privati, verso qualsiasi tentativo di redistribuzione della ricchezza, qualsiasi parola di libertà che revochi in dubbio la legittimità di questa forma spettrale di Stato. Perché una diversa sentenza avrebbe, almeno in questo primo grado di giudizio, dimostrato come la libertà di parola, di espressione e di organizzazione, sbandierata nella retorica costituzionale, venga declinata in maniera sistematica come problema di ordine pubblico, mezzo di gestione della precarietà.

Il copione è sempre uguale: in questo paese si muore di resistenza a pubblico ufficiale e di devastazione e saccheggio. Di tonfa, cariche scellerate, omicidi compiuti dalle forze dell’ordine vivono quei poteri che portano morte. Carlo Giuliani, Marcello Lonzi, Riccardo Rasman, Aldo Bianzino, Gabriele Sandri, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Niki Aprile Gatti, Manuel Eliantonio, Carmelo Castro, Stefano Frapporti, Franco Mastrogiovanni e chissà quanti altri sono morti per mano dello Stato, che non esita a proporre il carcere, - e che carceri! - come strumento di riabilitazione; boccia qualsiasi provvedimento di clemenza e archivia le responsabilità dei mandanti degli omicidi.

Ma è bene ricordare che queste responsabilità non si scontano chiudendo in cella guardie e sottotenenti, generali e colonnelli, con buona pace dei manettari ferventi e dei movimenti giustizialisti. Si scontano facendo giustizia, proponendo la giustizia come rivendicazione sostanziale di pubblico bene, come terreno di lotta in cui può aver luogo la riappropriazione generale della vita, la sua naturale valorizzazione, in questo caso dentro e contro il potere di violazione dello Stato. Ecco perché c’è da chiedersi quale senso può ancora avere il diritto come difesa dei singoli nel tempo dello stato permanente d’eccezione, e chiederselo forse prima di “vestire” con esso i beni comuni.

Perché se ancora c’è speranza di realizzare istituzioni del comune, una res publica dei singoli in cui la giustizia sociale sia il fondamento della legittimità e della libertà, è forse tempo di abbandonare qualsiasi forma del diritto, perché inadeguata ormai nel mediare i conflitti per la vita che i poteri pubblico e privato innescano, sicuri di vincere. Varrebbe invece la pena, come lucidamente affermava Michel Foucault, “anziché pensare alla lotta sociale in termini di giustizia, mettere l'accento sulla giustizia in termini di lotta sociale”.

Psycho capitale

Paolo B. Vernaglione

Effetti collaterali, notevole film di Steven Soderbergh, mette in scena le coordinate del rapporto tra sapere psichiatrico, giochi di verità e capitale finanziario. Come in altri film, da Sesso, Bugie e Videotape a Knock out a Magic Mike, corpi e soggetti sono raccontati all’interno delle logiche indifferenzianti dell’accumulazione e dell’estrazione di valore dalle vite.

Qui in un lento rovesciamento di funzioni tra tre personaggi, lo psichiatra, la "folle" e l'industria dello psicofarmaco, che si situano in un'esteriorità irrappresentabile, si racconta la transazione immediata tra un sapere medico, il profitto d’impresa e una generalizzata devastazione delle vite. La tessitura delle immagini realizza un’ontologia del presente che prende avvio dall’uscita dal carcere di un broker condannato per insider trading, e si dipana nelle rispettive posizioni della moglie e della sua ex-psichiatra.

La scena della depressione è esposta nel suo orizzonte di finzione, nella normale realtà cui le cure farmacologiche inducono la psiche, realtà ormai estesa di cui è responsabile una ragione medica ove il rifiuto e la resistenza sono ridotte a patologia e criminalizzate. La strategia sotterranea e vincente di Soderbergh consiste nel mostrarci la sovversione del soggetto femminile al sapere psichiatrico, già da sempre compromesso con i giochi di potere dell’industria della psiche. Il risultato è lo scatenarsi di una violenza sonnanbolica - rubricata per lo più come “passaggio all’atto” di un pazzo isolato - ma affatto residuale e per niente solidale con lo statuto di verità imposto dalla cura chimica.

L’ontologia messa in scena dimostra invece che la figura omicida è l’intero mondo, di volta in volta assoggettato e autore della propria soggettivazione, che rovescia sé stesso/a contro dispositivi di controllo esercitati in nome della capitalizzazione delle vite. Da una parte, a scontare l’ effetto di delegittimazione sistematica dei singoli sono i corpi, di cui Soderbergh fa la parafrasi, come nel racconto della ex pornostar Sasha Grey in The girlfriend experience, ove l'intreccio tra denaro-potere-spettacolo avviene nella più intima e insieme più espropriata delle dimensioni: quella dell’offerta sessuale.

Dall’altra il “passaggio all’atto” costituisce un tentativo di riappropriazione di sé, rivendicazione di una vita singolare, un esodo dagli effetti di controllo intrapreso con una tecnologia del sé estremista, peraltro fieramente avversata dall’imperversante psicobiologia cognitivista. Dunque, nell’epoca del dominio della chimica del cervello è un reale esteriorizzato a imporsi nello spazio-tempo normalmente sconvolto della depressione, nella bianchezza clinica degli ambienti, negli spazi vuoti di uffici e corridoi, che il film adotta come segno unificante dei ribaltamenti di verità di cui siamo testimoni (al pari dell’astrattismo visivo di Soderbergh).

Perchè in quegli spazi e in questi rapporti sono le superfici che contano: i volti monoespressivi, i dettagli delle confezioni di Zoloft, Ziprexa, Ludiomil… gli incontri estenuati, nella conflittuale menzogna che è sempre veritiera, laddove il rapporto di capitale in cui sono situati i regimi di verità dei soggetti è giocato sul filo dell'indecidibilità, oltre l’happy ending. Ciò che ci si mostra è infine questa moderna normalità che perviene a conclusione, nella massima ambiguità della presenza, la magnifica attrice Rooney Mara, nella vita in bilico di Jude Law, psichiatra comprato-venduto-scaricato dalla casa farmaceutica; nella perfetta Catherine Zeta Jones in cui si concretizza la presa sulla nuda vita che la cura antidepressiva involve direttamente nell'esistenza collettiva.

L'intreccio tra ricerca biomedica e ricerca del profitto, che è prassi di soggettivazione, è il comune tempo drogato del presente – quell'eccezione divenuta norma in cui consiste la dipendenza legale da psicochimica; e che registra fuori campo la dissolvenza di una possibile "cura-tipo" psicoanalitica, rifiutata in nome della velocità d'esecuzione del benessere e dell'accesso mercantile alla felicità. Il film gira e funziona perché non è “antipsichiatrico” e introduce una critica non retrograda alla farmacia del capitale.

Non si tratta infatti di disertare l’ospedalizzazione in nome di una decrescita erbivora (o omeopatica?), ma di giocare fino in fondo il regime discorsivo della clinica e del controllo sui corpi; fingendo la verità, sottraendosi alla psichiatria, scegliendo un’analitica della verità, quella che Freud inaugurava alla fine del XIX secolo. Per tale “via lunga” di ricostituzione della psiche c’è forse la possibilità che pratiche di resistenza si abilitino all’interno dell'impero metropolitano, dall’interno della sua "malattia", boicottando il registro della compravendita di brevetti, dell’immediatezza della remissione del sintomo, dell'escalation dei paradisi fiscali.

Nello Stato dei suicidi

Paolo B. Vernaglione

Il 9 a Macomer un falegname si toglie la vita nella sua segheria e a Siracusa un commerciante si impicca con un filo di nylon. Il 10 a Ortelli un imprenditore edile si spara un colpo di fucile. Il 15 a Santa Croce sull’Arno il titolare di un’azienda di prodotti chimici è stato trovato morto nella sua ditta. Il 17 a Torino, un muratore si è impiccato con un cavo elettrico in cantina. Il 22 a Bologna un uomo è stato trovato senza vita nella sua casa: aspettava l’ufficiale giudiziario. A Milano due amici, uno facoltoso, l’altro disoccupato, si sono uccisi con un sacchetto di plastica in testa e una bombola di gas aperta. L’elenco dei suicidi di aprile si è aperto con la morte dei coniugi di Civitanova Marche, a cui, in clima di pre-elezione del Presidente della Repubblica, i media hanno dato un certo risalto.

Puntuale, scontata e accattivante la notizia dei suicidi per debiti si accompagna all’inevitabile commento: “Non capirete mai perché è successo, così come non lo capiamo noi”. Ciò che si comprende è il dato di fatto in cui si colloca il suicidio: per debiti. Ma l’apparenza inganna e l’atto estremo che la natura compie nel rivendicare sé alla vita, scarta la sociologia industriale e la psicologia individuale. Gli è che l’inspiegabile, in questo torno di tempo si è fatto evidente, al punto da torcersi nella molteplicità di ragioni che lo dettano: l’insolvenza, lo Stato debitore, la precarietà, l’ingiustizia sociale a livelli di guardia, il putrescente profilo della politica… lo dettano ma appunto, non spiegano alcunché dello Stato dei suicidi che ha sostituito i “suicidi” di Stato che avevano punteggiato la Prima Repubblica, da Pinelli a Tangentopoli.

Perché il grumo di possibili cause del togliersi la vita, la cui ragione rimane comunque incausata è probabile che non risiedano nell’espressione ambientale in cui matura il proposito, più che nella devastazione esistenziale in cui versa un’interiorità rivelata.
È probabile invece che l’uscita d’emergenza dalla stretta del patto di stabilità delle vite testimoni una resistenza in cui la negazione di sé diviene un’affermazione. L’incomprensibile accade infatti nella zona di neutralizzazione in cui si costituisce la nuda vita – nella variante indicata tempo fa da Giorgio Agamben, cioè come vita non sacrificabile ma uccidibile. Infatti il suicida non è il capro espiatorio che allude ad una passività mitologica dell’essere umano, bensì il soggetto di un’estremistica attività in cui si mobilita l’intera natura umana.

Ciò dipende forse dalla stratificazione generazionale di un dispositivo di mercificazione dell’esistenza, che, dagli anni della sig.ra Tatcher, si innesta nella nuda vita, realizzando un mutamento antropologico di cui oggi apprezziamo, per effetto della crisi, la moltiplicazione. Freud aveva tematizzato l’abolizione della facoltà di linguaggio e dell’orizzonte simbolico laddove si verifica un disimpasto delle pulsioni, cioè quando la pulsione eros si allontana in maniera asintotica dalla morte quotidiana chiamata reale.

In quel punto la potenzialità dell’animale umano, che ne caratterizza il profilo specie specifico, la facoltà di linguaggio, si scioglie dalla prassi dei concreti atti di parola e diviene astratta legge di formazione, sovrumana e inaccessibile; un modello inarrivabile di “umanità”, una divinità a cui non si resiste. Effetto di ciò è la caduta di un orizzonte di relazione, un’incapacità a pronunciarsi, a raccontarsi. D’altra parte il suicidio per debiti non si aggiunge ad una clinica dell’autodistruzione (anoressia, bulimia, dipendenze, soggetti panicati), in cui un soggetto porta inscritta nel corpo la facoltà propriamente umana di linguaggio. Il suicida vive infatti per natura, cioè la sua storia, nell’assenza di autonarrazione.

Ciò paradossalmente carica il suicidio di una rivendicazione radicale di esistenza, da rovesciare, quale ultima chance di contrasto, sul dispositivo di mutazione della vita costituito dal debito. Nell’indifferenza di esteriorità e interiorità, in cui non è più questione di consapevolezza, riflessione, cooperazione, che divengono ingiunzioni da tutori dell’ordine morale e del “rispetto delle regole”, il suicida scopre il vero senso della vita, che gli si para davanti senza veli – come autoproduzione di mercificazione, come apparato della “cura di sé”, come prassi di soggettivazione. Non si tratta allora di un istante irrazionale in cui si distrugge una intera vita, bensì dell’evento più razionale possibile, che accade però nel buco nero di un’individualità intemporale e senza luogo.

In quello spazio senza dimensioni, divenuto quotidiano, si dispone un ferreo rigore esistenziale da cui non c’è scampo. Se il reale è il luogo in cui si torna, qui esso è il buco nero in cui non è questione di articolare parola, dislocare un immaginario; bensì di vivere in un vortice in cui si riconosce un destino, in cui come scrisse Walter Benjamin, il tuo carattere è compreso. Non puoi che farla finita. Nello Stato presidenziale dei suicidi.

Il tempo della discordia

Paolo B. Vernaglione

La linea verso il buio e il cerchio della ripetizione sono le figure che Jacques Rancière, filosofo politico e critico dell'estetica, rintraccia nel cinema di Bela Tarr, regista ungherese atipico, artigiano di film-capolavoro quali Perdizione, Satantango, Le armonie di Werkmeister, L'uomo di Londra e Il cavallo di Torino.

Quest'ultimo film dovrebbe chiudere la carriera di Tarr come regista. La vicenda del cavallo abbracciato da Nietzsche per esser stato frustato, concluderebbe la rappresentazione della durata che solo il cinema in bianco e nero è stato in grado di aprire. A partire dalla fine dell'arte del filmare, questa dovrebbe allora essere il tempo del dopo, cioè quel tempo in cui la storia mostra il suo rovescio, senza mai finire: le situazioni e non le azioni, il prosciugamento delle attese parziali nell'attesa eterna della contingenza. La fine dell'orizzonte umano del sentire, del provare, dell'essere affetti.

Il tempo della discordia si potrebbe dire, enunciando la teoria politica che Rancière ha innalzato al rango di filosofia, e con ragione: alla superfice della modernità si agitano infatti figurette che blaterano di nuovi tempi e cambiamenti, in accordo con il presente. E viene voglia di rivolger loro contro la violenza del ritorno, il ciclo infinito dei tempi prima che questo tempo possa sommergerle. Dopo, avvertiremo una risata esterrefatta, saremo invitati ad un ballo disperato in una bettola rotta, tra saggi ubriachi, profeti di sventura, gioiosi acrobati del niente.

Il cinema inattuale di Tarr affonda nel presente e viene letto da Rancière come l'ombra di ciò che è già successo. L'umanistica disfattta dei socialismi a est, la corruzione della famiglia, la liberante esplosione della ragion di Stato, una teoria del tradimento, sperimentata da Artaud nel teatro della crudeltà e messa in scena da Beckett con lo stile a cui pensa Flaubert: non l'ornamento di un discorso, ma un modo assoluto di vedere le cose. Perchè è in questo modo che la trama del tempo, la linea e il circolo, sono visibili e si dissolvono metafora e analogia: la macchina ottica del visibile sottrae alla ripetizione la durata ad essa necessaria per prodursi; il racconto, nei romanzi di Laszlo Krasznahorkai, sceneggiatore, stacca in un salto nel vuoto la linea dell'azione dalla progressione infinita del discorso.

Sono allora repliche di immagini quelle che un cinema così disadattato ci mostra, ci fa sentire, da cui siamo avvolti e respinti. Il disaccordo, prima di essere il movente politico della rivolta è il segno della verità del tempo sottratto all'uso, dell'inoperosità flagrante in cui vive l'animale umano; la rottura della linea idealizzante di ogni progresso, l'asserzione della negazione assoluta del ritorno, quando il discorso ha taciuto, la parola si è fatta incomprensibile e ci scopriamo privi di lingua. Solo allora, nel tempo del dopo, cioè nell'altrove che è sempre qui e ora, l'animale razionale, pubblico e democratico rivela il suo contrario: il disaccordo con il tempo del capitale, della città, della fiducia. L'accordo con un tempo dell'inesistenza in cui essere risucchiati, morendo solo a sè stessi: ballare avvinghiati dopo aver tradito, odiato, bevuto, esser divenuti dementi per non morire...

Per poter vedere dev'esserci infatti qualcuno che spia. Per narrare, qualcuno che suggerisce la disfatta. Per ascoltare, qualcuno, non importa se donna, uomo, animale o ragazza, che annuncia ciò che già sappiamo: quelli nati oggi sono quelli della distruzione, ciò che promettono e che fanno si dissolverà. La testimonianza è la rovina. Il cavallo frustato che muore disfatto nella stalla invisibile. La ripetizione dei gesti, delle parole, dei destini, l'irrecuperabile comunità di villaggio in cui vive la città senza nome, sottraggono tempo e spazi ad un'azione che avvertiamo nefasta, effetto di una profezia che non conosciamo: gli zingari rubano l'acqua del pozzo ed è la fine del mondo nel Cavallo di Torino; il circo nomade viene in città col Principe e l'enorme balena, e la rivolta diventa dominio criminale sui malati ne Le armonie di Werkmeister.

Nella cartografia del cinema di Tarr, Rancière interpella la figura dell'idiota, la piccola Estike nelle sette ore di Satantango, che si suicida dopo aver avvelenato il gatto. Ancora una figura letteraria, ma sottratta alla linearità del testo e riavvolta nel cerchio del ritorno, come colui che, in Perdizione, spia per stare con l'amante e farà la spia dopo aver tradito. In questa terra il dicibile e il visibile non sono due coordinate dell'unico linguaggio che ci è dato parlare e udire, bensì l'unico movimento, di cui Rancière segnala la potenza, in cui il tempo può avvenire: l'azione avanza mentre lo sguardo si allontana. Ma in questo modo quell'azione risulta priva di scopo e direzione e questo sguardo è rovesciato su sè stesso, non consente di vedere, se non in bianco e nero ciò che alla realtà si sottrae affinchè rimanga vera, non svelata.

Sappiamo che fine ha fatto Nietzsche, non sappiamo che fine ha fatto il cavallo che ha abbracciato. Sappiamo che fine fanno i cani nei paesi allagati da una pioggia incessante, non vediamo come si diviene cani nel fango di Perdizione. Sentiamo il vento che rende folli ma non vediamo come il tempo del ritorno abolisce il mondo. Ma viviamo, forse proprio perchè non sappiamo.

Jacques Rancière
Bela Tarr. Il tempo del dopo
Edizioni Bietti
€. 14,00

alfadomenica dicembre #1

DEMICHELIS SU RODOTÀ – REBECCHI su MONTANI – VERNAGLIONE su FOUCAULT – SEMAFORO di MT Carbone – RICETTA di Capatti *

LA SOLIDARIETÀ È UN'ARMA
Lelio Demichelis

La solidarietà non solo è parte strutturante del vivere insieme e in-comune, non solo è motore della storia (la coscienza di classe era anche una solidarietà di classe), ma è una utopia ancora essenziale, imprescindibile. E Stefano Rodotà lo ricorda con questo suo ultimo, splendido saggio che scorre tra diritto/diritti, società/individuo, economia/politica, proprietà privata/beni comuni e intitolato: Solidarietà, con sottotitolo ancor più programmatico: Un’utopia necessaria.
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SULL'INTERATTIVITÀ. CONVERSAZIONE CON PIETRO MONTANI
a cura di Marie Rebecchi

Una conversazione di Marie Rebecchi con Pietro Montani intorno ai temi del suo nuovo libro Tecnologie della sensibilità (Cortina, 2014): Centrale nel tuo discorso non è più lo statuto intermediale dell’immaginazione, ma quello interattivo. Per comprendere l’impatto delle tecnologie digitali sulla nostra sensibilità e sulle nostre percezioni occorre dunque indagare nuovi paradigmi quali la rete, la «realtà aumentata» e le «tecnologie indossabili»?
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MICHEL FOUCAULT. LA CRITICA COME EREDITÀ
Paolo B. Vernaglione

Che cosa si è perso e che cosa si è guadagnato di Foucault, intorno a Foucault, ad opera di Foucault? E cosa si può tentare oggi per realizzare spazi permanenti di libertà? Sono alcune delle questioni intorno alle quali si svolgerà il convegno Foucault in Italia (Bologna, 11 dicembre 2014). Qui anticipiamo un estratto della relazione presentata da Paolo B. Vernaglione:  Una politica delle forme di vita, spazi che sono eterotopie, luoghi del fuori in cui avviene la libertà; un divenire nella temperie oltreumana del gioco e dell'arte in cui solo possiamo farci liberi produttori.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Guerra e: Brindisi - Bugie - Cantastorie - Divorzio - Esperienze - Filo spinato - Moda - soldati - Trincee.
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RICETTA di Alberto Capatti

Frittata: Ci sono tanti modi di suggerire una ricetta senza prenderne veramente la responsabilità. Ne illustro uno cominciando da La cuoca di famiglia pubblicata a Venezia e Trieste da Coen nel 1876.
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GENERAZIONE Y _ POESIA ITALIANA ULTIMA: Vi ricordiamo inoltre l'appuntamento di oggi al MAXXI. Una no stop (ore 11-19) con la giovane poesia italiana. 

 

Michel Foucault
La critica come eredità

Paolo B. Vernaglione

Se c’è un concetto di cui oggi si può fare l’archeologia, questo è quello di “biopolitica”, che indica genericamente la presa sulla vita che il governo neoliberale del mondo ha imposto, a partire almeno dagli scorsi anni Ottanta. In questi anni, in cui la globalizzazione capitalista dell’economia ha ceduto, nella crisi sistemica della finanza neoliberale, la “biopolitica” è stata declinata dai movimenti sociali oscillando tra i due significati del concetto: come analitica dei poteri in cui frammentazione e dislocazione della sovranità statale si sarebbero concretizzate nel regime governamentale; come cartografia delle possibilità di contrasto al neoliberismo nell’impiego integrale di quella che un tempo si chiamava “sfera intima” o “privata”, nell’opera paziente e minuziosa di esodo dalla società del lavoro e di rifiuto della delega politica. È di questa archeologia che l’11 dicembre si discuterà a Bologna nella giornata di studi dedicata a Foucault in Italia

Le quattro tavole rotonde, "Testimonianze e ricezioni", "La critica e il discorso filosofico", "La governamentalità e il diritto", "Foucault e i marxismi", sarranno dunque occasione per porre la questione che dovrebbe attraversare con urgenza il pensiero critico, in vista della sua riattivazione: che cosa si è perso e che cosa si è guadagnato di Foucault, intorno a Foucault, ad opera di Foucault? E cosa si può tentare oggi per realizzare spazi permanenti di libertà? Qui anticipiamo un estratto della relazione di Paolo B. Vernaglione. 

Per rintracciare la funzione della critica nel pensiero di Michel Foucault bisogna tentarne la ricerca interrogando il presente. Ponendo al nostro tempo la questione della sua ontologia, tentiamo di invertire il soggetto che pone la domanda con l'oggetto che dovrebbe rispondere. Questo perchè noi, confitti come siamo in questo presente, non possiamo rispondere alle sue sollecitazioni intorno all'esistenza, o ai punti di resistenza, o alle linee di diserzione della critica. Per farlo dovremmo abitare un'altro tempo, produrre un'impossibile distanza...

E la domanda sulla realtà della critica ai giorni nostri non può attendere una risposta espressa solo nel linguaggio verbale, o nella scrittura di un'enunciazione teorica, ma, prima che nelle forme della razionalità linguistica, nella dimensione non discorsiva della sensibilità, nella percezione della "tonalità emotiva" di questi giorni, o, se vogliamo, al livello delle sintesi passive, laddove l'aria che si respira, gli odori che si annusano, le sensazioni provate trovano a fatica traduzione in parole. Dobbiamo insomma risalire genalogicamente la distinzione kantiana di sensibilità e intelletto... Ora, come Foucault ha mostrato, esiste una linea di continuità in cui si afferma la permanenza della critica, dalle contestazioni della pastorale cristiana in Wycliff e nel basso medioevo, alla Riforma protestante, all'Illuminismo e, nel XIX secolo, alla "sinistra" hegeliana.

I grandi episodi storici, religiosi e filosofici della critica vivono in una permanenza che ci porta a condensare il suo senso alla questione dell'eredità, cioè di un patrimonio che si trova in un certo rapporto con gli eventuali eredi, che è più o meno formalizzato da regole e vincoli di enunciazione e che è in qualche modo legittimato dai conflitti sociali, dalle rivolte, dalle rivoluzioni – ma anche dalle guerre, dalle stragi, dai genocidi. Dobbiamo però dire subito che per eredità Foucault non intende affatto un patrimonio costituìto nell'accumulo di conosenze e credenze e inserito in una tradizione, bensì, al contrario, l'insieme degli elementi di dispersione, gli insiemi eterogenei di saperi che risultano come emergenze in un determinato tempo e che possono essere restituìti al presente della conoscenza solo a determinate condizioni. Questo significato della critica, della prassi critica configura il pensiero critico in ciò che ha di storico.

Come Foucault scrive di sè stesso nell' "autoritratto" per il Dictionnaire des philosopes del 1984 «... la sua opera opera potrebbe essere definita come Storica critica del pensiero. Con questa definizione non si deve intendere una storia delle idee che sarebbe, nello stesso tempo, un’analisi degli errori che possono essere rilevati a posteriori ; o neanche un deciframento dei misconoscimenti a cui sono legati e da cui potrebbe dipendere quello che pensiamo oggi... una storia critica del pensiero sarebbe un’analisi delle condizioni in cui si formano o vengono modificate certe relazioni tra il soggetto e l’oggetto, nella misura in cui queste ultime sono costitutive di un sapere possibile». Se ammettiamo questo, potremmo essere pronti a cogliere il senso forse più essenziale della critica: l'essere critici.

Siamo allora propensi a dire, misurando la distanza tra certe pratiche inerenti la cura di sé, l'insieme di tecnologie del sé, di  téchne tou biou che Foucault ha illustrato nell'antichità greca e latina e nel cristianesimo, e le possibilità aperte nella modernità da un'ermenutica del soggetto, che non esiste comportamento critico al di fuori di una costellazione storica, di un tirocinio sociale, di un campo di esperienza che comprende anzitutto le sconfitte, in primo luogo le sconfitte storiche dei soggetti collettivi. Non esiste rivoluzione senza critica; ma la critica esiste nel fallimento delle rivoluzioni, nella débacle dei progetti di rivolta, nella sovversione di un ordine post-rivoluzionario...

Il momento della critica non è mai l'atto assoluto di un istante in cui esplode, bensì l'effetto generato dal misurare continuamente la distanza tra sé stessi e ciò che si è contribuito a rovesciare, tra ciò che si era prima della rivoluzione e ciò che si è adesso; con quali nuovi poteri si ha a che fare, quali relazioni discorsive si possono intrattenere, a quale tipo di attività si è costretti, quali intressi si possono coltivare...: in una parola, nell'esssere critici troviamo l'inattuale che Nietzsche attribuiva a sé stesso e ai "filosofi dell'avvenire"... Per questo motivo il luogo della critica, potremmo dire il reale della critica è il luogo archeologico di un sapere generale da cui possono provenire il pensiero critico, l'interpretazione delle scienze, la contestazione dei dispositivi di potere.

Il senso del concetto di critica viene implicitamente ascritto da Foucault ad un sapere antropologico di cui a partire dall'Antropologia pragmatica di Kant si può intravedere la parabola, conclusa alla fine del XIX secolo con lo sviluppo delle scienze umane. Infatti proprio perché la critica inerisce all'eredità di un sapere sull'uomo prima che all'impresa di cui essa è testimonianza; e proprio perchè è dislocata storicamente nel campo di tensione tra sapere e non sapere, possibilità e divenire, istinto e ragione, proprio per questo motivo l'uso della critica segna il limite delle possibilità di conoscere. E questa soglia, nella mobile contingenza dei rapporti tra saperi, poteri e soggetti, proviene da una fonte che è la replica dell'atto critico in cui si esprime l'atteggiamento verso il mondo; infine l'essere critico stesso per esistere ha bisogno di un ambito, che non è la conoscenza più o meno formalizzata nelle scienze e nelle discipline, bensì una volontà di sapere in cui registriamo pulsioni e volontà di verità, istinti e comprensione, tracce di infinito in possibilità finite e numerabili.

Fonte, ambito, limite sono dunque le condizioni di possibilità della critica che Foucault rievoca in maniera sintetica nella conferenza su Critica e Illuminismo... Queste stesse condizioni realizzano il condizionato del presente, che tralascia la critica come eredità nell'immediatezza di un atto antagonista che si pretende puro. In questo punto si apre un campo di problematizzazione, quello del concetto ormai abusato di "biopolitica".

Una nuova interpretazione di Marx negli scorsi anni Sessanta smascherava l'intento revisionista dello storicismo, mettendo al centro del regime di produzione del capitalismo industriale i modi di soggettivazione e le potenze del general intellect che qualificano i rapporti sociali. Dunque la prassi critica nell'opera di Marx, in particolare nei Grundrisse, lungi dal tendere all'organicità e al sistema della critica dell'economia politica, fondava una tradizione eretica, che trovava conferma in Europa in un nuovo soggetto sociale non più rappresentato dai partiti comunisti e dai sindacati operai e formato da giovani immigrati, studenti e sottoproletari...

La storia critica dei rapporti di produzione contestava d'altra parte alla contemporanea Scuola di Francoforte, il paradigma della razionalizzazione quale causa e motore del capitalismo, come Foucault ricorda nel corso Nascita della biopolitica... Questo modello di storia critica presso i movimenti negli anni Settanta dello scorso '900 produce l'opzione della liberazione dal lavoro e non del lavoro, come nella tradizione sindacale. In questo senso e fino al punto limite che è oggi necessario problematizzare nell'analisi della ricezione politica di Foucault, il comunismo è costruzione di spazi di libertà all'interno della nuova ragione neoliberale del mondo (e sarebbe interessante indagare il rapporto tra libertà e piacere, ove le lotte per la soggettività tralasciando il piacere, hanno finora rivendicato il desiderio, come Foucault aveva affermato in una delle ultime interviste).

E mentre la ragione neoliberale si sostanzia nella presa "biopolitica" della soggettività, in ragione di tali ragioni l'interpretazione eretica di Marx trova il proprio limite nel punto teorico di maggior forza: nell'emergenza della soggettivazione quale motore dei conflitti sociali...Laddove infatti il capitalismo contemporaneo si destruttura in una molteplicità di pratiche di desoggettivazione, mantenere al centro dell'analisi del capitale la costituzione di un soggetto... risulta contraddittorio sia rispetto alle composizioni sociali attuali, sia rispetto alla loro evanescenza.

E se il capitale umano costituisce la principale configurazione sociale del prelievo capitalistico di risorse, la critica del capitalismo dovrebbe avere come oggetto il mutamento inerente la volontà individuale nel divenire capitale, piuttosto che l'esame delle differenze tra composizione tecnica e politica, differenza che suppone un soggetto già identificato in un profilo (precario, studente, donna, migrante), laddove di esso bisogna rilevare l'estrema scomposizione... Infine se la logica d'impresa in cui il capitale umano si struttura e si disloca non fa diffrenza tra lavoro vivo e lavoro morto, la critica dell'impresa può anzitutto considerare i modi in cui la prestazione lavorativa si rapprende nel capitale fisso e diviene lavoro morto, laddove un sistema automatico di macchine la fa rivivere come intelletto generale: non più macchina a vapore ma smartphone e tablet... Forme di vita, capitale umano, facoltà di linguaggio.

Una critica del capitalismo nell'epoca della generalizzazione dell'uso delle capacità e delle affezioni singolari potrebbe prodursi a partire da questa configurazione in cui anzitutto la soggettività è rimessa in questione, a cui non si tende ma che si denuncia; che non si organizza ma si deterritorializza; che è presa in un divenire altro dalle merci e dal lavoro. Da cui una politica delle forme di vita, spazi che sono eterotopie, luoghi del fuori in cui avviene la libertà; un divenire nella temperie oltreumana del gioco e dell'arte in cui solo possiamo farci liberi produttori.