In volo sulla pelle di zigrino. Incontro con Mathias Énard

Paola Dècina Lombardi

«Nei primi romanzi ho riciclato il materiale delle mie ricerche universitarie sull’orrenda violenza che si era consumata nella cosiddetta Guerra del Golfo tra Iran e Irak, e nella guerra civile libanese», ha detto Mathias Énard nell’incontro col pubblico al Salone del libro di Torino nel maggio scorso, presentando Bussola insieme ad Andrea Bajani. «È stata un’esperienza decisiva», ha aggiunto. «Da allora ho sentito che dovevo fare qualcosa, che dovevo diventare anch’io un combattente, ma non pensavo che avrei affrontato la violenza in forma di romanzo».

E Bajani, non a caso, si è soffermato sull’interrogazione intellettuale, storico-politica e spirituale che caratterizza l’opera di Énard oltreché sul tema cardine di Bussola (Actes Sud 2015; E/O 2016, traduzione di Yasmina Mélaouah) : l’idea falsa di differenza e lontananza dell’Oriente, frutto del punto di vista europeo che ha innalzato frontiere artificiali e fatto dimenticare influenze e prestiti.

Incontrandolo a Firenze, dove all’Institut Français ha presentato Bussola a una platea altrettanto partecipe, e anche di giovani, me lo conferma: «Lo sconforto lacerante che ho provato soprattutto in Medio Oriente, nel vedere come non abbiamo saputo impedire la distruzione di quelle regioni e impedire l’assassinio delle civiltà, di come non sappiamo ancora regolare i nostri rapporti con esse seguitano ad affliggermi. È il sentimento che mi ha spinto a scrivere... amo molto leggere e mi sembra che per il momento, nella situazione attuale, sia una buona idea. Mi viene in mente una scena dei Magnifici sette di Sturges (versione americana, nel 1960, dei Sette samurai di Kurosawa ndr), in cui Steve Mc Queen, uno dei pistoleri ingaggiati per liberare il villaggio dai briganti, racconta ai compagni di aver visto un contadino nudo nascosto in un cespuglio di rovi. Chiestagli la ragione, si sente rispondere: “Mi sembra una buona idea per il momento”. Scrivo per comunicare, far vivere e condividere con altri il grande corpus della letteratura».

Per realizzare con l’arma della scrittura il suo «combattimento» da samurai che decide di restare a difesa dei contadini oppressi dai briganti, c’è voluto un lungo periodo di formazione e di viaggi tra Turchia, Libano e Siria, Egitto, Iran e Irak, dopo il diploma in arte islamica all’École du Louvre di Parigi, e un mese di lavoro a Beirut nel 1991. Colpito da tanta devastazione e umana desolazione approfondisce la sua conoscenza dell’Oriente, seguendo anche i corsi di turco e persiano, russo e vietnamita all’INALCO (Istituto Nazionale di lingue e civiltà orientali) dove si laurea in arabo classico. E durante il dottorato di specializzazione, mentre l’impatto con la realtà dei luoghi che via via esplora arricchisce la sua formazione di nuovi saperi e scoperte, l’attrazione per l’esotismo matura in consapevolezza dei suoi risvolti contraddittori e drammatici, l’interrogazione e la riflessione sui pregiudizi e clichésfuorvianti diventa esigenza di un intervento che vada al di là del carcan accademico, l’ingabbiamento.

Bilancio lusinghiero. In meno di quindici anni dieci libri tradotti in ventidue lingue, tra cui un capolavoro come Zona, e quindici premi, cui si è aggiunto qualche giorno fa il «Gregor Von Rezzori per la Narrativa straniera» e chissà che la candidatura allo Strega europeo non gliene valga un altro.

A sdipanare il filo rosso della finzione narrativa nelle opere di Énard è soprattutto la drammatica attualità dei conflitti che oppongono individui, popoli e nazioni, culture e religioni, mentre il viaggio viene assunto come metafora del processo catartico per interrogarsi e riflettere sull’incapacità di rapporti di reciprocità come, inRemonter l’Orénoque (Actes Sud 2005), il solitario viaggio di una donna per sfuggire alla passione distruttiva di due uomini, o in L’Alcol et la Nostalgie (Éditions Inculte 2011) quello di una coppia che sul treno della Transiberiana s’interroga sulla relazione a tre con un amico morto di cui vanno a recuperare il corpo. Che si tratti dello stupro di una donna da parte di un cecchino, dell’indottrinamento per alimentare il terrorismo, della drammatica rassegna di esperienze di violenza e di morte, ma anche di gioia di vivere e di bellezze del paesaggio coi suoi rimandi artistici e letterari, che si affollano nella mente di un mercenario durante un viaggio in treno da Milano a Roma, o ancora delle peripezie di un giovane immigrato, da La Perfection du tir (Actes Sud 2003) a Zona (Actes Sud 2008; Rizzoli 2011), i primi romanzi sono ambientati nel Bacino del Mediterraneo e sotto il segno della guerra, della violenza, del corpo a corpo con la morte, tra personaggi misteriosi che agiscono in preda a un eros perverso, mentre si sgretolano civiltà, istituzioni e utopie.

Dopo il Breviario per aspiranti terroristi (Verticales-Gallimard 2007; Nutrimenti 2009), in cui tra pamphlet e parodia ha denunciato la barbarie del terrorismo e di ogni fanatismo, ovvero gli artifici delle armi di distruzione e anche quelli della retorica che «incanta le folle»; come in Breviario, in Tout sera oublié (Actes Sud 2013), magnificamente illustrato da Pierre Marquès, un artista chiamato a realizzare un monumento di pace, né bosniaco, né serbo né croato, s’interroga sulle possibilità e sul ruolo dell’arte di fronte alle tracce della guerra del Kossovo vive ancora dopo vent’anni. Se poi in Parlami di battaglie, di re e di elefanti (Actes Sud 2010; Rizzoli 2013), elaborando frammenti di lettere e appunti di un tormentato Michelangelo chiamato a progettare un ponte sul Bosforo, ha sviluppato liricamente una riflessione sulla storia e sull’armonia originaria nel segno della bellezza e dell’attrazione fusionale, in Via dei ladri (Actes Sud 2012; Rizzoli 2013) ha messo in scena il passaggio all’età d’uomo di un giovane diseredato sul filo di un’attualità segnata da atti terroristici, rivolte della primavera araba e manifestazioni degli Indignados. Alla denuncia dell’orrore del male, si accompagnano le storie degli uomini coi loro vissuti individuali di sofferenze ed emozioni felici, oltre al controcanto delle bellezze della natura e delle testimonianze dell’ingegno umano fondamento delle civiltà. E non manca un leitmotif che si può riassumere negli interrogativi del Breviario, «Come ridare speranza agli oppressi infliggendo un colpo terribile agli avversari della libertà? Come dimostrare che non sono invincibili?», o di Zona: «Ci sarà mai una fine e una redenzione?».

I romanzi di Énard sono costellati di riferimenti letterari, citazioni e allusioni – Cendrars, Céline, Lowry e, tra gli altri, Conrad, da cui ha imparato che «il viaggio può allargare la mente e che in ognuno di noi c’è un cuore di tenebra in agguato». Ma anche Omero: Zona «è scritto insieme all’Iliade, grande romanzo, epico e poetico». A quella tragedia storica universale, tra carneficine belliche e drammi personali, sentimentali e familiari si è infatti ispirato per il soliloquio inquietante di Francis in cui alla rassegna di carneficine si alternano continui rimandi a opere, artisti e scrittori che nel Mediterraneo hanno avuto esperienze di vita opposte al suo teatro di guerra. In Bussola agli omaggi ad autori e opere si aggiungono le illustrazioni e una mole di digressioni culturali – musica, archeologia, architettura, museologia, etnologia – che può far percepire come vertiginose molte pagine. Inutile, bulimico sfoggio di erudizione? Espediente per attirare settori di pubblico o gonfiare dei racconti per renderli romanzi come a volte era costretto a fare Balzac, che Énard considera «il primo scrittore francese a includere un testo in arabo in uno dei suoi romanzi»? In Bussola è inserita infatti la pagina della Pelle di zigrino con l’illustrazione in arabo del monito del talismano, e sono documentati incontri ed esperienze determinanti, nell’attrazione per l’Oriente di Balzac: proponendolo come un esempio per eccellenza del dialogo tra culture stravolto dall’orientalismo di rapina.

Di Balzac, lo scrittore quarantacinquenne sarebbe secondo qualcuno l’erede. Come l’autore della Commedia umana, ma con più successo, Énard si è avventurato nella cofondazione di una rivista e di una casa editrice, l’Inculte. Con un amico ha aperto la galleria parigina Scrawitch, che stampa libri illustrati e litografie dei propri artisti, e a Barcellona (dove vive da dieci anni insegnando arabo) ha aperto perfino un ristorante libanese. Diverse, le motivazioni. Il cronico bisogno di denaro e l’illusione di potersi arricchire per dedicarsi esclusivamente alla scrittura animavano Balzac, il desiderio di condivisione amicale e di agire su vari fronti coltivando le proprie predilezioni sembra motivare Énard. Altre condivisioni rendono però più plausibile quella che può apparire una boutade. Sebbene alla stessa età il «segretario del XIX secolo» avesse già realizzato la sua opera titanica, la voracità di osservazioni ed esperienze, la passione del lettore forte, insaziabile nella sua sete di sapere, il ritmo e la mole della produzione, li accomunano. E ancora di più l’attenzione e la riflessione sui fenomeni e le trasformazioni del mondo contemporaneo, analizzati e rappresentati col ricorso a ogni campo del sapere. È la ragione che rende il loro enorme bagaglio culturale funzionale all’obbiettivo morale e di conoscenza che entrambi associano al progetto narrativo.

«Solo la conoscenza reciproca può riequilibrare la nostra rappresentazione dell’alterità e far luce sul nostro cuore di tenebra», mi dice Énard. «E non mi riferisco soltanto alle frontiere geografiche e ai conflitti politici. Nella storia dei rapporti tra Occidente e Oriente, i più bei momenti li hanno prodotti l’incontro e la mescolanza delle culture». Ed è questo l’obiettivo di Bussola: ritrovare lo strumento giusto per orientarsi ricostruendo la lunga storia dell’amore per l’Oriente di tanti uomini e donne che vi si sono avventurati, e soprattutto attraverso la relazione di un uomo e una donna, legati da un’antica amicizia e animati dagli stessi interessi ma incapaci di appagare il loro reciproco desiderio amoroso.

Nel chiuso di una stanza di Vienna, la porta dell’Oriente, nell’arco di una notte insonne turbata dalla notizia di una malattia temuta come letale e da un messaggio di Sara dall’incerta interpretazione, il musicologo orientalista Franz ripercorre la sua vita in un affollarsi di pensieri e ricordi, paure e rimpianti. Il desiderio frustrato di congiunzione amorosa dei due protagonisti, è la metafora dell’incomprensione tra due civiltà a causa di un orientalismo malinteso e tradito anche dalla patologia – cecità, follia, autodistruzione nella droga e nell’alcol, spionaggio – di studiosi e ricercatori. La malattia di Franz è anche la metafora dell’umanità che avendo perso la bussola avanza smarrita o dilaniandosi, temendo la fine.

Unità di spazio e tempo, soliloquio, viaggio nella memoria, ricerca di salvazione. Con Bussola Énard torna a Zona? «È vero che la costruzione romanzesca di Bussola è molto vicina a quella di Zona», mi risponde, «ma per il contenuto sono molto lontani. Sono le due facce della stessa medaglia: Bussola è la versione luminosa quanto l’altra è buia. Lo sguardo su Zona è rivolto ad Est e il finale potrebbe far prevedere la fine del mondo. Bussola guarda a Ovest, verso il sole della speranza. Anche se molto legati, possono apparire uno lo specchio dell’altro, ma il loro messaggio è molto diverso». Sì, c’è un barlume di speranza, in esergo e in chiusura. «Il mondo in questo momento non dà il meglio di sé. Ogni giorno assistiamo a ogni forma di violenza, allo scontro, alla menzogna, il quadro è estremamente cupo, cosa resta se non la speranza? per quanto un barlume, non la si può abbandonare».

La sua è un’opera che può essere una risposta al che cos’è e che può la letteratura? «Sì, mi sono posto la questione in termini di possibilità di condivisioni. La letteratura è veramente il mezzo di comunicazione che può contrapporsi ai media del nostro secolo – tv, internet e le applicazioni che per l’istantaneità soffocano la riflessione. La letteratura propone il tempo lungo dell’attenzione e della consapevolezza, della maturazione delle idee. Oggi il testo mi sembra sempre più indispensabile, sempre più utile realmente: mi appare l’unico mezzo per veicolare il pensiero, lo strumento che ci permette di sentirci e di essere veramente liberi».

In Bussola la figura femminile è rilevante. Aristocratiche trasgressive, avventuriere che amano passionalmente o esploratrici e studiose attratte dall’Oriente, occupano la scena in modo positivo. E Sara, piena di energia e di sapere, ha un’audacia e una determinazione che mancano al Franz che incerto rimanda l’appagamento del suo desiderio di congiunzione. Il loro rapporto tradotto in immagine fa pensare al Grande vetro di Duchamp: in alto la Sposa desiderosa e messa a nudo che, per quanto desideranti, i Celibi non riescono a raggiungere. Nella diversità di Franz e Sara c’è in parte un rovesciamento di genere come se entrambi nell’attrazione per l’altro e nel legame amicale cercassero di compensare una mancanza di maschile e di femminile. «Ha ragione», concorda Énard. «Ed è un argomento che ho affrontato in Parlami di elefanti, nell’erotica allucinazione di Michelangelo. La volontà di ritorno alle origini, a uno stato di perfezione e volontà di fusione, è il desiderio che caratterizza molti romanzi d’amore medievali, orientali e soprattutto persiani come Leylé o Mynün. Soprattutto nella versione mistica della loro storia c’è la tensione del ritorno a uno stato anteriore a quello della separazione».

Il suo ultimo libro è una raccolta di testi in versi sciolti con intarsi in catalano e castigliano. Tra segni di morte ed emozioni di vita, da Beyruth ai Balcani, dalla Polonia alle steppe russe fino alle montagne del Pamyr: all’evocazione di città e paesaggi, poeti e stati d’animo dei primi due poemi segue, tra humour e ironia, l’ Ultima comunicazione alla Società proustiana di Barcellona, che dà il titolo al libro (Éditions Inculte 2016, 115 pp., € 14,90). Ma è rivolto a una «società proustiana» reale? «Sì», risponde divertito, «e i suoi membri si riuniscono una volta alla settimana alla Laie, una libreria-caffetteria di Pau Clarìs... Quanto ai testi, in effetti non sono datati. I primi risalgono al 1998 e mi hanno accompagnato nel tempo. Sono note, diari di viaggio in cui la scrittura scorre spontanea, testi che ho poi affrontato narrativamente e che considero una specie di mio laboratorio». Fissano infatti le tappe di una recherche: l’Ultima comunicazione, dopo le Stanze che evocano le emozioni di un quartiere magico di Granada e le Ballate di Barcellona con i suoi caffè e vicoli malfamati dove un’umanità derelittà di ladri, canaglie e puttane si consuma tra alcol e droga, si chiude con una frase del Tempo ritrovato di Proust, ovvero «cercate e trovate». Finché c’è tempo.

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Il Cantiere di Alfabeta è uno spazio di dibattito online e dal vivo concepito per sostenere e ampliare il lavoro quotidiano della rivista. E da qualche giorno per i soci è stato avviato un gruppo di lettura dedicato a Il selfie del mondo di Marco d'Eramo

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Alfadomenica # 4 – giugno 2017

Con l'Alfadomenica di oggi prende il via Alfadisco una nuova rubrica bimestrale di segnalazioni discografiche recenti, a cura di Paolo Carradori. Intanto, la redazione di Alfabeta è al lavoro su uno speciale che proporremo nel mese di agosto, ed è in preparazione il programma per l'autunno. Tra le diverse iniziative, un seminario sul turismo come industria cardine della nostra contemporaneità, il tema che, partendo dal libro di Marco d'Eramo Il selfie del mondo, stiamo analizzando nel gruppo di lettura online avviato all'interno del Cantiere di Alfabeta. Ai lettori che non lo hanno ancora fatto, raccomandiamo ancora una volta di iscriversi all'Associazione Alfabeta: non è solo il modo per sostenere la rivista, ma anche (o soprattutto) per avere la possibilità di collaborare in modo attivo al nostro progetto.

Ed ecco il sommario completo di Alfadomenica:

  • Paola Dècina Lombardi, In volo sulla pelle di zigrino. Incontro con Mathias Énard: «Nei primi romanzi ho riciclato il materiale delle mie ricerche universitarie sull’orrenda violenza che si era consumata nella cosiddetta Guerra del Golfo tra Iran e Irak, e nella guerra civile libanese», ha detto Mathias Énard nell’incontro col pubblico al Salone del libro di Torino nel maggio scorso, presentando Bussola insieme ad Andrea Bajani. «È stata un’esperienza decisiva», ha aggiunto. «Da allora ho sentito che dovevo fare qualcosa, che dovevo diventare anch’io un combattente, ma non pensavo che avrei affrontato la violenza in forma di romanzo». - Leggi:>
  • Paolo Carradori, Alfadisco # 1 - giugno 2017: Questo è un lavoro che riesce a centrare il magico equilibrio tra rigore estetico e libertà espressive. Thinking of Alexander Skrjabin cita il sottotitolo, infatti il compositore russo è il grande ispiratore, o più semplicemente il pretesto per un percorso immaginifico, delicato, quasi sottovoce, colmo di colori, sfumature e guizzi ritmici. Trovesi e Petrin si portano dietro storie e percorsi musicali importanti  - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / La macedonia: Riprendo il quaderno del 1927, già citato, per cercare di sciogliere un mistero: la macedonia. Non è un enigma etimologico: la parola deriva dal francese macédoine ed evoca una regione balcanica dove tutt’ora convivono popoli e culture diverse. Fra le prime attestazioni è quella de Le cuisinier gascon (Macédoine à la paysanne, Amsterdam 1740, 139), non di frutta ma di legumi e ortaggi (piselli, fagiolini, carote) conditi con burro e passati al forno, a bassa bassa temperatura. La frutta verrà poi, nell’Ottocento, rendendo la macedonia, per il suo stesso nome, una preparazione da chef o da massaia (in quest’ultimo caso chiamata salade de fruits, insalata di frutta).  - Leggi:>
  • Antonella Sbrilli: Alfagiochi / Biennale alla lettera - 3“L’arte è una grande bugia, ma non ha le gambe corte” e “Cerco solo compagni di gioco”. Ripartiamo da qui, da questi due pensieri di Maria Lai (1919-2013) per riprendere il filo del nostro gioco: anagrammare i nomi degli artisti e delle artiste presenti alla 57ma Biennale di Venezia.  - Leggi:>
  • Semaforo: Biblioteche - Copie - Gentrificazione - Leggi:>

Le doglie della Partoriente. Note sul sesto Festival de la fiction française

Paola Dècina Lombardi

Aperta festosamente con un omaggio al Nobel 2014 Patrick Modiano, e in veste di madrina da Teresa Cremisi, la sesta edizione del Festival de la fiction française si avvia alla conclusione nel segno di un lutto che rende ancora più odioso l’attacco alla Francia. Al di là di quanto si è scritto giustamente sul colpo al cuore ai valori dell’Europa e della civiltà umana, la ferita appare più lacerante pensando alla vocazione culturale universalistica di una nazione di cui questo Festival della narrativa è un’ulteriore esemplare testimonianza. Insieme ad altre ottime iniziative come Suona francese o Le giornate del cinema, risponde infatti all’obiettivo della collaborazione e condivisione di esperienze, dell’apertura, accoglienza e diffusione di altre voci dal mondo unificate dalla lingua. E le varianti che in questi sei anni hanno visto crescere il numero degli scrittori francofoni la cui appartenenza d’origine spazia dal Belgio al bacino del Mediterraneo e all’Africa, dal Canada al Medio Oriente e all’Asia, fanno venire in mente le parole di Cocteau in un articolo del Rappel à l’ordre. Alludendo alla generosa accoglienza e assimilazione di culture diverse scriveva: «La Francia è una partoriente. È la sua funzione [...]. Innamorata, fecondata dalle razze che la sposano, sospira, geme, in mezzo alle doglie del suo parto perpetuo». L’immagine è suggestiva quanto universalmente dovrebbe essere condivisibile l’affermazione che nel 1935, di fronte alla minaccia nazista, Gide affidava al suo Journal: «Plaudo a ogni sentimento internazionale, a tutto ciò che tende ad anteporre l’Europa alla nazione e l’Umanità all’Europa».

Considerando le finalità e il ventaglio di proposte delle sei edizioni del Festival, e in particolare il panorama di quest’ultima, prima di entrare nel merito si impongono degli interrogativi suggeriti dal recente, ennesimo atto terroristico. La situazione internazionale va certamente oltre la specificità francese. Ma che cosa non ha funzionato nel modello culturale della Francia? Memore del suo colonialismo, pur avendo intrecciato buoni rapporti con le ex colonie grazie a statuti migliori rispetto agli altri paesi, oggi registra dolorosamente il picco cruento di un fenomeno opposto all’integrazione. Come reagire? Ci si interroga sugli strumenti per difendersi, isolare e prevenire. Si è d’accordo su fermezza e controlli più rigidi per la sicurezza che ha registrato delle falle, come lamentato da più parti. E la risposta forte sono stati i raid aerei di questi giorni. Ma si invoca opportunamente anche lo strumento della cultura. Allora è inevitabile chiedersi Che cosa può la letteratura? e in che misura oggi sia sollecitata da una realtà in cui i valori fondamentali sono capovolti al punto da spingere alcuni figli a uccidere la madre.

Forse nella vocazione all’universalismo il modello dell’assimilazione culturale necessita di aggiustamenti, forse la voce degli scrittori francofoni originari delle zone insanguinate del mondo non basta benché la prestigiosa Académie française li abbia accolti da tempo. Potrebbe, dovrebbe la loro voce essere più forte e più incisiva? Forse manca una loro decisa presa di posizione collettiva e «l’indignazione» che ha spinto il CFCM (Consiglio francese del culto musulmano) a diffondere venerdì nelle Moschee il «testo solenne» che condanna «senza ambiguità» ogni «forma di violenza o di terrorismo», è un buon segno ma non basta. Deve costituire uno spartiacque, l’inizio di un impegno concreto. Va detto pure che in generale si è affievolito il senso di rivolta contro la negazione dei diritti sentito come un dovere di pubblico intervento, altra nobile specificità della Francia. Dagli Illuministi ai firmatari del J’accuse di Zola, dai Surrealisti al gruppo della Nrf a quello di Les temps modernes, fino ad autorevoli figure come Foucault per esempio – per quanto detestati, ammirati o imitati –, ci sono stati filosofi e artisti, poeti e letterati che hanno segnato la loro epoca con la loro influenza e non solo in Francia. E da qualche decennio le loro idee e il loro agire ha alimentato un nuovo tema di ricerca storica che per la Francia è approdato al bel volume di Michel Winock Le siècle des intellectuels.

La nozione di impegno come l’ha teorizzata Sartre, che non era limitata né alla militanza né soltanto alla letteratura ma puntava all’esistenza nella sua totalità, non è l’ambizione della letteratura contemporanea da un bel po’ di tempo. Liquidati in fretta l’impegno come visione totale che si interroga sul che fare per risolvere i problemi del mondo, e il ruolo di intellettuale come garante a difesa di valori universali, oggi la denuncia e la militanza appartengono a categorie lontane nel tempo ed estranee alla sensibilità comune. Ai clercs e ai Mandarins, pronti alle discussioni, contrapposizioni e schieramenti, si sono sostituiti sempre più gli intellocrati, per usare un termine coniato nel 1981 da Patrick Hamon nell’omonimo saggio. Siamo forse di fronte a un paradosso: la fine delle ideologie, la messa al bando del marxismo, e il ripiegamento nella sfera individuale hanno creato un vuoto, mentre ci troviamo a dover fronteggiare il pieno di un’ideologia totalizzante come il fondamentalismo islamico. E lo smarrimento, come anche la debolezza degli strumenti, non aiuta.

Impegno e militanza in effetti non sono scomparsi del tutto. Hanno assunto altre forme o si sono concentrati nella scrittura, e merito del Festival della narrativa francese è di aver riportato l’attenzione o di averci fatto scoprire autori di primo piano come Éric-Emmanuel Schmitt e Amin Maalouf, Mathias Enard e Annie Ernaux, le cui prime traduzioni italiane non avevano ricevuto la meritata attenzione. In particolare, meritatissimo Prix Goncourt 2015 per il nuovo Bussole (Actes Sud), Mathias Enard con Zona e Via dei ladri (pubblicati da Rizzoli nel 2011 e nel 2014; cfr. alfaLibri numero 4, settembre 2011) ha rappresentato l’inferno del male che insanguina il mondo contemporaneo e il cuore di tenebra in agguato in ognuno di noi, ricordandoci che i più bei momenti della civiltà li hanno prodotti l’incontro e la mescolanza delle culture. Annie Ernaux, che a giorni sarà ospite del festival Più libri più liberi al Palazzo delle Esposizioni di Roma (sabato 5 dicembre alle 16, domenica 6 alle 12), con Gli anni (L’orma 2015, ne ha parlato alfabeta2 qui ), ha trovato una forma originale per rendere collettivo, sul filo di sessant’anni di Storia, il suo vissuto individuale in rapporto alle diseguaglianze sociali e ai cambiamenti della modernità. Si tratta di magnifici esempi del ritorno della Storia, della narrazione del soggetto e del rapporto con il reale, dopo il vuoto seguito al Nouveau roman. E confermano il superamento della crisi del romanzo che si registra a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, come ben argomenta Le roman français contemporain a cura di Gianfranco Rubino (due voll., Quodlibet 2014).

Questa sesta edizione del festival si è spinta a proporre «dal vivo la produzione più contemporanea», e addirittura qualche esordiente. Non è l’unica novità in un panorama eclettico per scelta. D’altronde, se è difficile anche per gli addetti ai lavori orientarsi nel vasto e vario panorama della produzione francese contemporanea, arduo appare anche il compito di una scelta dei romanzi tradotti di recente e proposti dagli editori. Nel programma che ha portato 15 autori e 40 appuntamenti in 20 città italiane, la proposta di Cécile Moscovitz, direttrice del festival, ha privilegiato la francofonia e l’ambientazione internazionale, la diversità dei generi, la novità della graphic novel e le piccole case editrici.

Rapporti familiari con forte contenuto autobiografico e ruolo della creazione letteraria ne La sorella cattiva di Veronique Ovaldé (traduzione di Lorenza Pieri, minimum fax, 256 pp., € 15) e in Franz e François, di François Weyergans (traduzione di Stefania Ricciardi, L’orma, 420 pp., € 18); ancora familienroman e scrittura come salvazione in Lettera al figlio che non avrò della vietnamita Linda Lê (traduzione di Tommaso Gurrieri, Clichy, 96 pp., € 10); l’angolo di un’Africa immaginaria che in un delirio surreale, reso anche dal linguaggio dell’autore, consuma vitalità e lussuria tra corruzione, fiumi di alcol e droga al ritmo di jazz e samba nel Tram 83 del congolese Fiston Mwanza Mujila (traduzione di Camilla Diez, nottetempo, 148 pp., € 16). Si potrebbe continuare per cercare di individuare temi e linguaggi costitutivi della narrativa francese attuale che in patria gode di una maggiore attenzione alla contemporaneità al punto di aver ottenuto (a differenza del nostro ordinamento universitario) uno specifico insegnamento universitario.

Sull’argomento varrà la pena tornare. Alcuni di questi autori, a mio avviso, rientrano nel novero dei grandi scrittori che hanno rinnovato la tradizione del romanzo francese. Ma intanto, per la graphic novel, va segnalato Il ladro di libri di Alessandro Tota e Pierre van Hove, un tragicomico divertissement che mette in scena l’intelligentsia parigina degli anni Cinquanta, divisa tra esistenzialisti di successo e artisti marginali (Coconino Press, 174 pp., € 17,50).

FFF 2015. Sesto festival de la fiction française

diretto da Cécile Moscovitz

22 ottobre-26 novembre 2015

qui il programma completo


 

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Parola misteriosa, almanacco. Venuta a noi dagli arabi di Spagna, ma dalle origini oscure: le tavole astronomiche, che davano il modo di determinare il giorno della settimana o la posizione media del sole, avevano forse le loro radici in una vocabolo antico, manakb, il luogo ove si fanno inginocchiare i cammelli d’una carovana per il carico e lo scarico o il riposo. E questa idea di sosta, una sosta tranquilla nel corso di un lungo movimento, ci piace, perché in qualche modo abbraccia i due aspetti del libro che avete in mano: da un lato una riflessione sull’anno che è appena trascorso, attraverso una serie di cronache selezionate tra le moltissime proposte da alfa+, il quotidiano diario di Alfabeta2 online; dall’altro, il desiderio di affrontare quello che è, al di là delle immediate contingenze, uno dei nodi più intricati della vita umana sempre, di quella attuale in particolare: il nostro rapporto con il tempo che, in questa nostra epoca globalizzata, si sta trasformando e ci sta trasformando. Non abbiamo la presunzione di proporre risposte, ma di avere lanciato interrogativi per l’anno, gli anni a venire, questo sì.

A cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino

POST-FUTURO

Testi di Franco Berardi Bifo, Sergio Bologna, Aldo Bonomi, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Lelio Demichelis, Nunzio d’Eramo, Andrea Fumagalli, Andrea Inglese, Nicolas Martino, Cristina Morini, Luisa Muraro, Letizia Paolozzi, Fabrizio Tonello, G.B.Zorzoli.

Avvenire della cultura, avvenire dell’Europa

Paola Dècina Lombardi

La cultura al centro delle politiche comunitarie, una rete europea per promuovere il libro e la lettura: con questi obiettivi il Ministro Aurélie Filippetti il 4 e 5 aprile scorso ha invitato a Parigi, al Forum de Chaillot, diciotto ministri della cultura e numerosi rappresentanti europei delle varie categorie – scrittori, editori, librai e artisti, musicisti, attori. E all’insegna della eccezione culturale, questa sorta di Stati generali ha lanciato un segnale forte per convincere la UE dell’equazione Avenir de la Culture, Avenir de l'Europe. Unanime è stato l’accordo su salvaguardia del diritto d’autore, fisco equo e norme contro la concorrenza-capestro delle multinazionali e alla vigilia delle elezioni europee la mobilitazione per una strategia condivisa contro le resistenze di alcuni apparati europei e del mercato americano, ha acquistato più forza. “Non si tratta di protezionismo… la cultura non deve sottostare a logiche commerciali” - ha detto il ministro Dario Franceschini annunciando l’impegno italiano nel prossimo semestre europeo. Migliori normative e maggiori contributi alla cultura aiuteranno a uscire dalla crisi?

In effetti, nell’Europa che da qualche anno ha registrato un calo di lettori e vendite di libri anche nei paesi “forti”, quella del libro resta la prima industria culturale con un giro d’affari di 22,5 miliardi di euro. E non a caso, in occasione del Forum de Chaillot, il CNL, Centre National du livre, ha lanciato Les rencontres des organismes éuropéens du livre con l’obiettivo di “contribuire allo sviluppo di un’Europa democratica” attraverso una rete europea del libro e della lettura che al prossimo Salone di Francoforte presenterà una dichiarazione comune per incidere sulle politiche culturali comunitarie. Nonostante l’impegno di Franceschini, il nostro Organismo del libro non ha però risposto all’appello. Scrittrice ed editrice di Nottetempo, c’era Ginevra Bompiani. Eppure, un Centro per la promozione del libro e della lettura, lo abbiamo e la sua asseenza è tanto più sorprendente perché alla Camera è in discussione un Disegno di legge che ne propone il “rafforzamento”.

Dopo Veltroni e Melandri, a farsi oggi paladino della diffusione del libro in qualsiasi supporto e per la promozione della lettura, è l‘onorevole Giancarlo Giordano, che chiede 50 milioni di euro per il 2014 e 125 all’anno a partire dal 2015. E la copertura? Le variazioni di bilancio che il Ministro dell’Economia deve apportare riducendo “i regimi di esenzione, esclusione e favori fiscali (DL 2011 n.68). Nella crisi in cui versa il paese le cifre, di gran lunga superiori ai budget dei paesi virtuosi, sono audaci.

I dati della lettura e della vendita di libri in Italia sono tristemente noti, seppure con minime variazioni – l’Istat considera anche i libri scolastici, e i lettori a partire da sei anni mentre Nielsen parte dai 14 anni. Nel 2013 solo il 43% della popolazione con più di sei anni ha letto almeno un libro l’anno, solo il 23% ne ha letto più di tre e una sparutissima minoranza, il 6%, ne ha letto almeno uno al mese. In Europa, il calo di lettori e di libri si registra un po’ dappertutto ma, per esempio, in Germania la popolazione che legge almeno un libro l’anno è l’82 % , in Francia il 70% e in Spagna il 63%. C’è un incremento della lettura di bambini e adolescenti, le donne seguitano a leggere di più, e a preferire la narrativa alla saggistica. In Germania, nel 2012, il 66% delle donne ha acquistato libri contro il 52% degli uomini; Il 45% delle donne ha letto ogni giorno o più volte la settimana rispetto al 30% degli uomini. E in controtendenza, dal 2007 in Spagna il tasso di lettura del 57,7% è aumentato di un punto nel 2011 (ultimo rilevamento), seguitando a salire grazie alla percentuale di lettori in digitale e su Internet. Secondo Marco Polito, presidente dell’AIE e membro del Consiglio scientifico del Cepell, “Al maggiore impegno pubblico nella promozione, corrispondono migliori risultati... Serve un Centro per il Libro più forte e autonomo, sul modello di quello francese”. Il Cepell si è ispirato proprio al CNL, il Centre du livre et de la lecture, ma ne ha recepito davvero i criteri fondamentali?

Sull’obiettivo del ddl sulla diffusione del libro in qualsiasi supporto e per la promozione della lettura - coniugare la crescita culturale del paese con lo sviluppo di un settore economico, allargando il mercato del lavoro, e rendendo più concreto un ampio ventaglio di azioni da condividere con altre Istituzioni per ottimizzare le risorse e produrre efficaci risultati, non si può non essere d’accordo. Dietro all’ “attenzione” ai consueti settori, è evidente il lodevole obiettivo di creare posti di lavoro per bibliotecari, esperti della filiera del libro e formatori, senza trascurare la libreria, il cui “prezioso ruolo” sarà incentivato se provvista di spazi ampi e personale specializzato. E gli editori, soprattutto i piccoli, o le librerie senza spazi? E chi, con quali criteri valuterà “l’alto valore culturale”, assegnando sovvenzioni, incentivi, premi e provvidenze varie?

Nel sottolineare l’importanza della collaborazione e della “connessione tra i vari livelli di governo, comunale, regionale e statale”, il ddl Giordano ricalca linee guida precedenti e punta alla creazione di reti sul territorio oltreché al rafforzamento delle biblioteche scolastiche, da dotare di nuove tecnologie e da aprire al pubblico. Ma è quanto già avviene con le cosiddette pratiche buone di Associazioni, biblioteche, scuole e librerie che da quasi vent’anni, con mezzi scarsi o nulli promuovono la lettura in Italia, seppure a macchia di leopardo e con iniziative analoghe alle migliori che si registrano in Europa.

Le buone pratiche

Da 15 anni, l’editore Laterza promuove la lettura direttamente con i Presidi del libro in Puglia e collaborando col Forum del libro che, tra l’altro, coinvolge biblioteche, librerie e “volontariato” culturale in Libri per crescere e con Agora apre la scuola alla città come una piazza per imparare la democrazia. Ogni anno, in 10 scuole di cinque città, c’è un incontro pomeridiano con autorevoli relatori. Dalla Grecia antica all’automobilismo, dall’economia alla filosofia, dal giornalismo al jazz, un libro è l’occasione per uno scambio di idee tra relatore, studenti e pubblico. Contributi del Cepell? “Macché - dice Giuseppe Laterza. Ce li ha dati Banca Intesa. I soldi di per sé non risolvono tutto, è importante creare un rapporto di condivisione come fanno le librerie itineranti creando dei piccoli eventi o la Biblioteca di Grado che organizza il prestito in spiaggia”. Ed è al Forum del libro che si deve l’interessante, accurato Rapporto sulla promozione della lettura in Italia, marzo 2013, finanziato dalla Presidenza del Consiglio e curato da Giovanni Solimine.

Tra gli esempi di piccole buone pratiche, le libraie di Ottimo Massimo, con un furgone-libreria dal 2006 hanno letto storie a più di 40000 bambini, da Ostia a Lampedusa e perfino a Casablanca. Pianissimo libri sulla strada, il pullmino in giro per i piccoli centri siciliani senza biblioteche e con poche librerie, ha il merito di diffondere la piccola editoria collaborando con associazioni. A Roma Monteverdelegge organizza nel Centro diurno di un Dipartimento di salute mentale corsi e gruppi di lettura e, in un comprensorio, l’ ex abitazione del portiere è stata adibita a biblioteca alimentata da condomini e abitanti del quartiere. Ma il fulcro delle buone pratiche restano alcuni editori e le biblioteche virtuose, come la piccola Di Giampaolo a Pescara, nata dalla donazione di un maestro. Con librerie, scuole e volontari, facendo convergere iniziative e risorse territoriali, organizza incontri, laboratori d’ascolto e di lettura ad alta voce per bambini, letture in lingua straniera per ragazzi e adulti e soprattutto sensibilizza i neogenitori, come d’altronde in Germania, Francia e Inghilterra fanno da tempo anche i pediatri.

Che collaborazione e condivisione di esperienze la strada giusta, l’AIB, l’Associazione italiana dei bibliotecari l’ aveva capita, e in parte percorsa da tempo. E non è un caso se il maggior tasso di lettura si registra soprattutto al Nord e al centro, dove i sistemi bibliotecari regionali hanno realizzato interessanti progetti condivisi con scuole, librerie, famiglie, professionisti di varie discipline e anche pediatri. In Italia, furono proprio i bibliotecari illuminati e di buona volontà a recepire pienamente le direttive del Manifesto dell’Unesco del 1994 sull’importanza della biblioteca pubblica come “via d’accesso locale alla conoscenza, condizione essenziale per promuovere la pace e il benessere spirituale delle menti”. Indicando come punti chiave l’infanzia e l’adolescenza, l’accesso alle espressioni di tutte le arti, lo sviluppo delle tecnologie e le “strategie a lungo termine”, quel Manifesto si rivolgeva soprattutto alle Istituzioni politiche. E in molti paesi, non solo europei, i risultati ci sono stati.

Il flop delle Scuole di lettura in biblioteca

Contro la cronica disaffezione per la lettura, anche il nostro Ministero per i Beni culturali, fresco di riforma, tra il 1999 e il 2000, varò una clamorosa campagna coinvolgendo le biblioteche di sua competenza. Otto miliardi di lire in tre anni, per promuovere la lettura e incrementare le iniziative già avviate dall’ Ufficio per i Beni librari e gli Istituti Culturali, ritagliati dai 270 della legge Biscardi che ne destinava 50 alle biblioteche. Varando le “Scuole di lettura in Biblioteca”, tre edizioni tra il 1999 e il 2001, con un arco di più o meno otto mesi e due miliardi di lire, il Ministro Melandri voleva “spalancare le porte alle iniziative per il libro e la lettura”. Ma alla Nazionale di Firenze, da anni era in corso Leggere per crescere a cura di Anna Benedetti, e sul territorio crescevano analoghe, più interessanti esperienze.

D’altronde, diversa era la finalità di quelle 22 biblioteche nazionali e statali in parte storiche, dotate di manoscritti, incunaboli e cinquecentine, frequentate più da studiosi che dal grande pubblico che si voleva “scolarizzare”. Le critiche non mancarono, a cominciare dall’allora Presidente dell’AIB, Igino Poggiali. “Un Flop” – scrisse una sua collega sulla rivista di categoria, citando alcuni dati. E come darle torto? Nelle prime due edizioni ci furono – replicò il Ministro a un mio articolo critico su La stampa - “30.000 presenze”. Tuttavia non furono sollecitate a tornare. Anzi, proprio nelle biblioteche di competenza del Mibac, dal 1998 al 2002, le statiche dicono che il numero dei frequentatori scese da 2.313.509 a 1.646.678, con un calo delle opere in prestito proprio nel periodo delle “Scuole”. Ci si chiede perché nuovi soggetti che si volevano “istruire” alla lettura non abbiano raccolto il messaggio e perché l’1,1% di aumento del tasso di lettura tra il 2000 e il 2002, secondo i dati dell’AIE, su base Istat, dipendesse dai “lettori forti” soprattutto a Nord e ai libri allegati ai quotidiani. Insomma, il “contagio” previsto dalla Melandri non ci fu. Costi alti, benefici nulli, se non una grande operazione mediatica per promuovere il ministro e qualche scrittore, non la lettura.

Il modello francese e il Cepell

Il bilancio delle Scuole di lettura è utile per riflettere sulle finalità e sull’operato del Cepell, vista la somma di cui lo si vorrebbe dotare e rafforzare sul “modello francese”. Secondo Marco Polillo, Presidente dell’AIE e membro del Comitato scientifico del Cepell, per renderlo efficace e operativo necessita di “un budget congruo, maggiore autonomia e responsabilità”. E lamenta i lacci burocratici, la lentezza degli iter e delle realizzazioni attraverso i bandi oltre alle scarsissime risorse. È vero, ma quelle in dotazione come le hanno spese? Il sito Cepell non lo dice. Su quello del CNL francese, ecco le cifre chiave del 2012 : 41,9M€ di entrate, di cui 34,6M€ derivanti dalle tasse; 43,1M€ di uscite, di cui 29,6M€ destinate a interventi di sovvenzione e prestiti (+ 1,5 M€ per studi, grandi interventi e partenariati); i 31,1 M€ destinati all’attività, rappresentano il 72 % delle spese). Sei, i campi d’intervento: autori e traduttori; edizione, diffusione (librerie e bibliotecari); promozione; digitale; internazionale. Trenta i dispositivi di sovvenzione; 71 impiegati a tempo pieno e 300 esperti divisi in 21 commissioni e comitati; 4218 richieste di sostegno e 2800 contributi attribuiti.

Si tratta di un sito senza vistosi video e illustrazioni pubblicitarie, con poche foto formato tessera di qualche autore e del direttore. Chiarezza, ricchezza di informazioni per categorie, sobrietà e soprattutto trasparenza lo caratterizzano. C’è di più. Informa sulle indicazioni della Corte dei Conti per la riduzione e ottimizzazione del budget sceso a 30.000.000 di euro per il 2013 e mostra un organigramma basato sulla competenza: Comitato scientifico di 15 persone affiancato dalle Commissioni – circa 300 persone- divise per disciplina e composte da specialisti indipendenti: scrittori, critici, insegnanti di ogni ordine e grado, universitari e ricercatori, artisti, giornalisti e traduttori, editori e librai, oltre a una vasta rete di collaboratori esterni.

Sul sito del Mibac, ben fatto, alla voce trasparenza è scritto: “ «accessibilità totale» alle informazioni relative all'organizzazione e all'attività delle pubbliche amministrazioni (DL14 marzo 2013, n. 33), per favorire un controllo diffuso da parte del cittadino sull'operato delle istituzioni e sull'utilizzo delle risorse pubbliche”. Ma su quello del Cepell non troverete molto, anzi nulla per capire come le poche risorse vengono spese. Sono troppi i No records fund e insufficienti quanto farraginosi i criteri delle Banche dati. Alla Lista case editrici- Ricerche da filtro- totale 9365 trovate una maschera ma provate a cliccare Einaudi o Castelvecchi, Poesia o Architettura, non uscirà nulla. E’ da riempire come quasi tutta quella per i traduttori, costata 80.000 euro su “bando a gara ristretta” del 2010, valida anche con una sola offerta. E provate anche su Risorse.

Qua e là, qualche informazione si trova sul sito del Mibac e, casualmente, su Internet. Scopriamo così che la prima preoccupazione del Cepell, oltre al rinnovamento del sito, sono state banche dati e statistiche. In tempo di crisi e con poche risorse, era proprio necessario ricorrere alla Nielsen, e alle sue brutte slide, quando l’Istat tiene conto della lettura a partire dai 6 anni e l’AIE fa un ottimo lavoro di elaborazione e comunicazione? Corre voce che l’affitto per la bella sede nei giardini dell’Accademia dei Lincei, ammontasse a 300.000 euro l’anno, con aggiunta di utenze e manutenzione. Non si poteva trovare una sede istituzionale come il Museo Andersen dove il Cepell è ora traslocato? Quale, il budget di partenza? In quello del 2012, l’unico trovato (dopo vana richiesta), dei circa 1.200.000 euro di entrate, alle spese correnti per “servizi” sono andati 941.000 e agli “Interventi diversi” 51.000.100 per “trasferimenti passivi”. Ma le previsioni definitive di cassa indicano 1.486.000 euro.

Video discutibili, come A corto di libri (o a corto di idee?); Photogallery con ampia presenza della direttrice, e giovani lettori con marche di prodotti in bella vista (sponsor?); grafica scadente – che dire del logo del Maggio dei libri con caratteri e colori da saggio sul Terzo Reich?- tante immagini e musiche poco consone a un’Istituzione che per sua natura deve servire a professionisti della filiera del libro e ai promotori della lettura. Dopo aver fatto propria un’iniziativa dell’Aie situata in ottobre, ribattezzandola Il Maggio dei libri, il Cepell ha avviato con “grande soddisfazione” In vitro, un discutibile progetto targato Arcus spa, “per costruire nell’arco di un biennio, un modello di promozione della lettura”, cioè una sorta di laboratorio di ricerca su sei territori provinciali. Sperimentazione e modelli, già c’erano. Bastava convocare gli Stati generali delle buone pratiche, dell’AIB e dell’AIE per decidere un modello condiviso da applicare, e il team di esperti e amministratori cui affidare fondi e responsabilità.

Ma l’Arcus spa, ha portato in dote 2 milioni di euro cui si sommano i 900 a carico di regioni e province interessate.Un generoso mecenate? Niente affatto. Arcus, di suo non ha nessun capitale. Nata nel 2003, la società è alimentata completamente dal Ministero dell’Economia (all’epoca con 90 milioni di euro), per realizzare a favore del Mibac opere di compensazione cioè la realizzazione di infrastrutture laddove, per esempio, c’erano stati espropri o danni al patrimonio artistico. Due anni dopo, l’azione si allargò ad altre attività finché la spending review ne decretò la messa in liquidazione per la gestione non troppo limpida. Guarda caso, il suo presidente era un ex Direttore generale del Mibac, Salvatore Italia. Lo ha sostituito l’Ambasciatore Ortona come commissario liquidatore, ma pare che, nonostante l’evidenza dei fatti e le pesanti critiche di stampa e sindacati, Arcus non sarà liquidata. Perché i fondi del MEF non sono andati direttamente al Mibac? E perché Arcus seguita ad amministrare quelli rientrati? Con i due milioni annui per sede e stipendi dei vertici e di dieci impiegati, meglio comprare libri per le biblioteche scolastiche o donare un libro ai bambini nel giorno della Festa dei libri come si fa in Inghilterra. Che competenza in materia hanno un ex ambasciatore, un esperto di banche e finanze e un ingegnere delle telecomunicazioni? Non gli restava, come hanno fatto ma-pare- senza i dati iniziali, che inserire nel progetto almeno il Forum del libro e Nati per leggere.

Si chiedono più soldi, ma i pochi vengono spesi male a pioggia, come anche i 270.000 euro di contributi della Direzione per le Biblioteche e gli Istituti Culturali a Convegni e Pubblicazioni. Se non si risolve la confusione tra ruolo amministrativo e tecnico, cioè la competenza in materia, di chi amministra e chi progetta e seleziona, ai costi non corrisponderanno mai i benefici. Soldi sì, ma non a questo Cepell.