Il Palazzo Enciclopedico visto dalla luna

Carlo Antonio Borghi

Nel Palazzo Enciclopedico che sovrasta la Biennale d’Arte di Venezia, fa bella mostra di sé il Libro Rosso di Carl Gustav Jung, libro immaginifico come pochi altri. Liber scriptus atque depictus, in un unico esemplare tirato a mano, deposto ed esposto in bacheca. Nell’ambaradan visivo della Biennale Enciclopedica manca un altro libro profetico, altrettanto immaginifico e cinematico. È il libro citato nell’Apocalisse di Giovanni, un libro sigillato da sette sigilli, un libro che poi è un rotolo scritto fuori e dentro, una pergamena arrotolata che contiene l’alfa e l’omega. Libro definitivo.

Apocalisse, da Apocalipton significa Rivelazione. Un’opera d’arte è buona se comporta e trasmette una Rivelazione e come tale una Apocalisse, qui e ora. Dentro gli appartamenti (appartamenti) del Palazzone o Palazzaccio Enciclopedico lagunare, stanno bene i libri di legno, quelli che si usavano negli anni Sessanta per riempire gli scaffali dell’unica libreria di casa, quella della sala da pranzo con buffet e controbuffet lucidati a spirito. Legni sagomati in forma di volume offrivano il dorso alle persone di casa e agli ospiti. Contenevano il vuoto, il silenzio, il nulla. Talvolta affiancavano la serie enciclopedica di Capire o dei Quindici.

La Biennale passa, la laguna resta e continuerà a fornire acqua alta, navi da crociera alte come palazzi di 14 piani e nuove torri grattacielo. Chi salverà la laguna e il suo saòr?! Per accendere la Rivelazione occorre una scintilla. Bisogna strofinare due legnetti, all’antica. Se il fuoco piglia, quello è il momento di passare dall’antropocentrismo all’antropodecentrismo. La trasgressione resta la migliore forma di Rivelazione.

Per avere un tot di rivelazione con brivido accessorio, bisogna spingersi alla Fondazione Cini, nell’Isola di San Giorgio Maggiore e affrontare la visione delle enormi tele di Mark Quinn, young british artist. Da lontano paiono teloni astratti ma da vicino a distanza di palmo di naso è carne di manzo con il suo grasso, pronta ad essere sezionata in bistecche e a finire sui carboni ardenti. Non si sa quanto possa costare al chilo. Potrebbe saperlo Germano Celant.

Nel Museo Enciclopedico lagunare manca il coccodrillo che la N.A.S.A. preparò in occasione della missione lunare Apollo 11. Se gli astronauti fossero esplosi dentro il loro LEM o se non fossero potuti ripartire dalla superficie lunare, Nixon avrebbe letto quel coccodrillo in mondovisione e in memoria dei cosmonauti. La Biennale vista dalla Luna sembra un ciondolo portafortuna.

Mark Quinn, Flesh painting - Fondazione Cini Venezia
Mark Quinn, Flesh painting - Fondazione Cini Venezia

I gamberi di Gioni alla Biennale

Manuela Gandini

La 55° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia è a passo di gambero, come Umberto Eco definì il pensiero unico nel 2006. È come un VHS che, quando pigi il tasto rewind, mostra tutti i personaggi che tornano indietro velocissimi. Così, partendo dal “Palazzo Enciclopedico” – irrealizzabile progetto del visionario Mario Auriti pensato per racchiudere tutto lo scibile umano a Washington (1950) - il curatore, Massimiliano Gioni, ha voluto sconfinare negli ultimi due secoli e nell’interfaccia dei saperi, inaugurando una sorta di neo-retroguardia. Esprit du temps? Fine delle idee? O il ritratto spento delle paludi psicotiche collettive?

Gioni ha bypassato l’arte e la contemporaneità - secondo quel filone aperto da Carolyn Christov Bakargiev con dOCUMENTA (13) l’anno scorso - toccando le forme di creatività di artisti involontari, artisti professionisti, dilettanti, hobbisti, filosofi creativi, occultisti, saggi, portatori di handicap o malattie mentali. L’idea di creare una sorta di enciclopedia borgesiana che spazia dall’ottocento agli anni duemila, dall’antropologia alla psicanalisi, dall’antroposofia alla performance, può essere di per sé allettante, anche se, per statuto la Biennale dovrebbe esporre la produzione artistica degli ultimi due anni, non duecento.

L’edizione odierna è più simile a un luna park che a una mostra, con le sue 4500 opere, più o meno scenografiche, e i suoi 158 artisti. Le storie degli inconsapevoli partecipanti – coloro che, facendo tutt’altro lavoro, si sono trovati a dipingere per vocazione, cura o irrefrenabile passione - sono intriganti e letterariamente irresistibili, ma alla Biennale le loro opere tutte insieme diventano presenze pesantissime. È bella la storia di Mr. Friz, impiegato di assicurazioni austriaco, che si dilettava a costruire modellini di edifici, ritrovati da Croy e Esler, (artista e critico) da un rigattiere vent’anni fa. È bello vedere le 387 casette mitteleuropee, su un lunghissimo tavolo posto nel padiglione centrale dei Giardini, ma quando queste ripetizioni diventano i segni, gli oggetti, la microquotidianità di altre decine e decine di artisti per caso, ci si sente sprofondare nella spirale del bricolage, tra opere trendy, pittura medianica, esperienze allucinogene, oggetti voodoo e votivi.

Ci sono perle come il Libro Rosso di Carl Gustav Jung, con le sue tavole esoteriche ricche di mondi sovrasensibili, o i disegni che Rudolph Steiner faceva durante le sue conferenze. Ma, nell’esposizione vi è una mancanza di vita che rende mute le “opere”. Mi sarebbe piaciuto, ad esempio, un parallelo tra la situazione finanziaria contemporanea e la concezione steineriana delle banche, enunciata nel giugno del 1908, nella quale il filosofo sosteneva che la vita bancaria avesse frantumato a poco a poco l’individuo. Un’analisi comparativa tra i tempi sarebbe risultata certamente efficace, concreta e utilissima alla critica della contemporaneità. E in questo caso sarebbe stata necessaria la presenza di Joseph Beuys per l’economia, quella di Antonin Artaud per la malattia o quella di Gino De Dominicis per l’invisibilità. Ma tutto questo non c’è.

Le opere invece, tra professionisti e dilettanti, si mischiano e si confondono in una nevrotica frenesia di forme. Tra i Giardini e l’Arsenale si passa dagli ex voto del santuario di Romituzzo, alla hostess gigante di Charles Ray, dai dipinti del circense chiromante Mr. Friedrich Schroder-Sonnenstern, alle ingombranti sculture informi di Hans Josephsohn. E noi, fruitori del grande spettacolo, balziamo su e giù da una creazione all’altra, come le palline d’acciaio di un flipper prima di finire esausti in porta (Stazione S. Lucia). Il viaggio biennalesco - accompagnato da ricche didascalie esplicative, che giustificano le presenze di opere altrimenti indigeribili se non fossero fatte da dilettanti e proposte da Gioni - è per un terzo appassionante e per il resto devastante.

La ricerca sull’invisibile - che coinvolge figure come Augustin Lesange, minatore a cui fu predetto sarebbe diventato pittore; o come Hilma af Klint, ottima pittrice automatica e fondatrice di un gruppo occultista – si estende in una dimensione che diventa ossessiva. Ogni opera annulla la precedente, azzera i confini e cancella la specificità in un pellegrinaggio faticosissimo. È come se, qui e in tutte le megamostre del mondo, trionfasse solo l’idea curatoriale (il brand) a scapito dei singoli artisti. Concentrarsi sulla psichicità delle opere proposte in questa edizione significa distogliere lo sguardo dalle macerie del presente e portare l’attenzione dall’emergenza sociale alla superficie passatista di lidi pompier.

L’angelus Novus di Walter Benjamin ha gli occhi rivolti al passato, vorrebbe ricomporre l’infranto, la catena di catastrofi ai suoi piedi, ma un vento fortissimo lo porta verso il futuro. Ecco, è come se questa Biennale non avesse le ali e il vento soffiasse inutilmente.
Nello splendore dell’insegnamento antroposofico, nelle teorie di Georges Ivanovic Gurdjieff, nei mandala buddisti, si aprono visioni di emancipazione dello spirito che qui rimangono drasticamente chiuse. Si ripropone dunque la questione su come l’industria culturale continui a indirizzare l’immaginario collettivo verso un senso di perdita e di mancanza.
In fondo, la Biennale, più che lo specchio della società è una delle possibili narrazioni del presente.

Sul numero 30 di alfabeta2, in edicola, in libreria e in versione digitale, leggi anche
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