Traduzione come ospitalità

Franca Cavagnoli

Accanto ai problemi di natura intellettuale, teorica e pratica, la traduzione solleva un problema etico preciso. È quanto sostiene Paul Ricoeur in alcuni saggi scritti nella seconda metà degli anni Novanta, traendo ispirazione per le sue riflessioni da Antoine Berman. È una questione che Ricoeur riassume con l’espressione hospitalité langagière, un concetto più ampio di quanto non traspaia in «ospitalità linguistica», il modo consueto in cui viene tradotto. In realtà nell’aggettivo langagier, con quel suo rimandare al langage più che alla langue, c’è qualcosa in più di una mera questione linguistica. Come ha osservato Domenico Jervolino, il traduttore di Ricoeur, è in questo iato fra linguaggio e lingua, una differenza che in italiano e in altre lingue neolatine è possibile esprimere, che s’inserisce l’esperienza e la riflessione sul tradurre. La vera sfida del tradurre, infatti, è accogliere l’Altro e dargli ospitalità nella propria lingua e nella propria cultura senza che la lingua e la cultura di chi traduce neghino l’altrui riducendolo al proprio, e tentino di assimilare l’elemento estraneo.

Accogliere lo Straniero in quanto tale e dare ospitalità alla sua creatività ed espressività senza cedere a una traduzione assimilante ed etnocentrica è possibile. La traduzione è una delle forme dell’interpretazione, come ci ricorda Eco, ma è anche una delle forme della scrittura. Quando si traduce non entrano in gioco solo due o più culture e lingue naturali bensì anche due linguaggi: il linguaggio di chi scrive e il linguaggio di chi traduce. Spesso si dice che questo è particolarmente vero quando chi traduce scrive in proprio. Ma ogni traduttore è un potenziale scrittore in proprio: è uno scrittore che sceglie di scrivere nella propria lingua i libri degli altri. In questo non è in nulla diverso dallo scrittore che pubblica i propri libri e che traduce libri altrui: entrambi portano dentro di sé i libri che vorrebbero scrivere o che non hanno ancora scritto. L’interferenza dell’immaginario può essere molto alta; il rischio di sovrapporre la propria soggettività e scrittura incombe sempre. È una dinamica ancora più sottile di quella tra il proprio e l’altrui in termini culturali, poiché se di questa si è consapevoli mentre si traduce, non sempre si è consapevoli della dialettica tra il proprio e l’altrui in termini di immaginario, di concezione della scrittura, di interpretanti, come direbbe Peirce, che possono differire ed entrare in conflitto. La sovrapposizione di tutto ciò può recare danni consistenti al tessuto del testo tradotto.

Per non assimilare l’Altro chi traduce può porgergli la penna, per così dire, e non proiettare le sue idiosincrasie, come le ipersensibilità allergiche nei confronti di aggettivi e sostantivi o una ripugnanza esasperata per certi segni di interpunzione. O, ancora, una marcata tendenza a cercare sinonimi quando invece chi scrive tende alla repetitio. La questione della variatio e della repetitio riflette una dialettica secolare e si rifà a due tradizioni retoriche altrettanto nobili. Se è vero che l’inglese e il tedesco sono lingue più inclini alla ripetizione mentre l’italiano e il francese preferiscono variare sul tema, è pure vero che se traducendo si sceglie di variare dove l’autore ripete, si finisce comunque con l’addomesticarne il testo poiché lo si riduce ai nostri modelli culturali. Questi sono tutti modi in cui si rende la propria scrittura dominante e la scrittura altrui subalterna. Spostando l’attenzione da sé all’oggetto del suo lavoro, chi traduce può intervenire con autorevolezza nel processo traduttivo e mettere le competenze della propria autorialità al servizio dell’autorialità altrui. Tradurre non ha a che fare con il sovrainterpretare e l’adattare, e nemmeno con l’appropriarsi di ciò che è dell’Altro. Se, com’è nel caso di un autore che non vive più nel suo Paese d’origine, la scrittura diventa l’unico luogo da abitare, ciò equivarrebbe ad appropriarsi della sua casa. Il che significa anche costringerlo nella precaria condizione di un «migrante scasato», il modo in cui mi piace chiamare – con l’aiuto di Bacchelli, Pascoli e Pirandello, che molto amavano l’uso del verbo «scasare» nelle sue varie accezioni di ‘essere senza casa’, ‘essere sfrattato’, ‘essere cacciato via’, ‘traslocare’ – l’unhomed migrant di cui parla Homi Bhabha. «Quando uno scasato cerca podere», lo si accoglie nella propria terra – nella letteratura come nella vita. Il gesto di chi traduce ha valore se è autorevole, non autoritario.

Si può quindi creare dentro di sé uno spazio di accoglienza, una sorta di framezzo fra il proprio immaginario e quello dell’autore che si sta traducendo, un luogo scomodo ma necessario nel quale lavorare. L’aspetto più interessante di questo interstizio è dato dall’elemento estraneo che consente di mettere in discussione le conoscenze di chi traduce, spesso troppo prigioniero di un suo lessico famigliare e di una grammatica mentale corriva. Solo così si potrà mettere alla prova la propria capacità di creare il nuovo: nuovo per sé e per la propria lingua. Il che non vuol dire forzare in modo innaturale la lingua madre, generando calchi scolastici o incorrendo in falsi amici, bensì allargare i propri orizzonti linguistici e culturali e, così facendo, allargare anche quelli dei lettori che leggeranno il libro al quale si sta lavorando.

Tradurre non significa soltanto restituire un significato. Il punto è restituire il significato cercando di avvicinarsi il più possibile al modo in cui il senso è espresso. Per essere ospitale, chi traduce può attingere fino all’ultima goccia del testo da tradurre per esaltare quella che Aldo Busi chiama «l’irripetibile modulazione estetica» del testo, senza limitarsi a far passare, cioè, la mera comprensione contenutistica. Per farlo è fondamentale lavorare con cura sulla lettera, perché è così che si può dare degna ospitalità all’estraneo senza snaturarlo e senza assimilarlo – senza, cioè, renderlo simile a sé privandolo della sua natura. Questo non significa arrendersi servilmente all’Altro perdendo la propria identità, bensì avere la consapevolezza che dall’incontro la nostra stessa identità ne uscirà rafforzata. È in questo delicato equilibrio da raggiungere, e rispettare, che si vede la forza e la ricchezza dello scambio insito nell’atto traduttivo. Perché se non si cede alla spinta etnocentrica della naturalizzazione si ha la possibilità di trasformare a fondo la lingua in cui si traduce, ossia la propria lingua madre, e ci si dà una chance di modificare in profondità anche la propria parole. Un atteggiamento che consente di compiere quello che per Antoine Berman è il fine etico dell’atto traduttivo, ossia accogliere l’estraneo – lo straniero – in quanto tale.