Viva la storia (in inglese)

Michele Emmer

Sono finalmente uscite le liste dei film candidati agli Oscar del 2017. E vi sono due film inglesi che parlano della storia del Regno Unito del secolo scorso. È una grande tradizione del cinema inglese trattare in modo approfondito la storia del proprio paese. Una tradizione che si basa su un’altra tradizione che è quella del teatro inglese, una tradizione che parte probabilmente da Shakespeare. Una tradizione in cui il linguaggio, la lingua, la sonorità e il significato delle parole hanno una grande parte. Molti dei grandi attori inglesi passano senza alcun problema dallo schermo al teatro e viceversa. Insomma la Storia, il linguaggio, gli attori e una ricostruzione meticolosa e accurata (tenendo presente che sempre di fiction si tratta) sono una delle migliori caratteristiche del cinema inglese.

E riflettere sulla propria storia, informare le nuove generazioni su cosa è successo negli anni passati è un ruolo importante del cinema inglese, anche televisivo, guardando ai tanti film coprodotti dalla BBC.

Alle volte alcuni di questi film sono dei veri capolavori. Non volendo con questo dire che se un film vince l’Oscar allora è autenticamente un capolavoro, come è ovvio.

I due film inglesi compresi nella lista dei nominati agli Oscar sono Dunkirk e The Darkest Hour. Il periodo di cui si occupano, gli inizi della seconda guerra mondiale in Europa, la velocissima avanzata tedesca, la disfatta francese, l’assedio alle truppe britanniche a Dunkirk.

Il personaggio centrale di The Darkest Hour è Winston Churchill, quando viene nominato primo ministro nell’ora più buia del paese, quando l’invasione dell’isola sembrava inevitabile. Nel corso del 2017 è uscito un altro film che era dedicato in gran parte al premier inglese, intitolato semplicemente Churchill. Il periodo storico era diverso perché erano i tre giorni prima dello sbarco delle forse alleate in Normandia, una fase molto delicata e complessa ma con gli Alleati all’attacco.

Naturalmente un film di parole come i due su Churchill permettono ai due attori che lo interpretano di cercare di dare il meglio di sé, anche nel ricostruire meticolosamente la psicologia, il comportamento, le manie, i vizi di Churchill. Di lui si sa quasi tutto, e nei due film il modo di interpretare il personaggio, il modo in cui è raccontata la storia sono simili. Churchill disprezza il mondo che lo circonda, la sua prima occupazione è bere e mangiare e trattare malissimo le segretarie. E proprio le segretarie dei due film giocano un ruolo centrale, entrambe hanno un parente o il fidanzato nel teatro di guerra e le decisioni di Churchill riguardano la loro vita, coloro che amano. E la loro commozione convince Churchill a sentire anche quello che pensa il popolo inglese, lo spinge a diventare più umano. Un po’ di sano populismo. Il Churchill di The Darkest Hour è un vincente, affronta la guerra e la lunga lotta con determinazione dopo un periodo di dubbi; si era sull’orlo della disfatta e Lord Halifax, che non mascherava le sue simpatie per Hitler, e Lord Chamberlain cercavano di trattare con il nemico. Il Churchill dell’altro film è un uomo molto insicuro, debole, che ha paura dei suoi ricordi (la strage di Gallipoli nella prima guerra mondiale). In entrambi i film, ancor più nel secondo è la moglie di Churchill che lo sostiene, lo incoraggia, lo fa decidere. E le decisioni che Churchill prende, di inviare la flottiglia di navi di tutti i tipi per salvare i 300.000 soldati accerchiati a Dunkerque è mostrata in Dunkirk, non a caso candidato a 7 statuette compreso miglior film e miglior regista. La lotta per sopravvivere (e nel film The Darkest Hour si vede Churchill che dà ordine ai 4000 soldati assediati a Calais di non arrendersi mai, per rallentare l’avanzata tedesca su Dunkerque) dei soldati in terra, topi in trappola con i continui bombardamenti tedeschi con gli aerei, in aria con i combattimenti tra i pochi aerei inglesi contro gli aerei tedeschi superiori in numero e capacità e in mare su una delle piccole barche che va a salvare soldati sulla costa oltremanica. Un film straordinario che racconta la guerra dalla parte di quelli che la subiscono, che partecipano ma non hanno la possibilità di capire che cosa succede su un piano più vasto, coloro che hanno paura, che sentono le urla, le grida, le bombe e non sanno dove arriverà la prossima. Dove il rumore, sempre ad un livello molto alto, è uno dei protagonisti del film. Sembra di essere lì. Un film tutto all’aperto ma claustrofobico, in trappola nella guerra. E il generale interpretato da Kenneth Branagh che sul molo rassicura, si comporta come si fosse nella tranquilla campagna inglese. Branagh che nel 2015 aveva diretto Cinderella con protagonista Lily James che in The Darkest Hour interpreta la segretaria di Churchill ed a teatro era la Giulietta shakespeariana diretta da Branagh, oltre ad aver partecipato alla serie Downton Abbey ove interpretava Lady Rose MacClare. Televisione, cinema, teatro, parola, storia, ricostruzioni appassionate e soprattutto il fascino delle parole (il che significa attori e sceneggiatori) di cui in altre cinematografie si sta perdendo la memoria. Attori che riescono a affascinare dallo schermo ed in teatro.

Fenomenale è Gary Oldman candidato all’Oscar per miglior attore, ma non è candidato il film. Come è giusto che sia, nulla a che vedere con Durnkirk, in cui montaggio, scene, linguaggio sono una grande novità, là dove, un film di guerra, sembrava impossibile dire qualcosa di nuovo. E nessuno voleva produrre il film. Ma l’attore da solo tiene alto il film.

Insomma una trilogia su degli anni cruciali della storia inglese e mondiale. Con belle e vivaci e piacevolissime sceneggiature. Film da vedere in inglese se possibile. Il suono delle parole è importante quanto la musica se non di più. Peccato che l’altro film su Churchill in Italia non si sia visto.

Le parole sono scritte prima di essere dette. Una ultima annotazione su un libro (la lingua è ora il francese), scritto da Éric Vuillard, intitolato L’ordre du jour, che ha vinto qualche settimana fa il premio Goncourt in Francia. La storia dell’annessione-invasione di Hitler dell’Austria. E ricompaiono molti dei personaggi dei tre film inglesi, primo fra tutti l’indeciso Chamberlain. Un libro breve, che inizia in modo folgorante con i grandi banchieri e industriali tedeschi che vengono convocati da Hitler per decidere dopo le elezioni del 1933 per cancellare la democrazia. E sono descritti i loro eleganti e lugubri abbigliamenti neri data la convocazione da parte di Goering. E che ricompaiono alla fine del libro ove una lunga lista di industrie tedesche che loro rappresentavano hanno utilizzato i prigionieri dei campi di concentramento, manodopera gratis, per tutta la durata della guerra. Nessuno andrà in prigione, e qualche anno dopo saranno in prima fila nella costruzione dell’Europa. Una lingua perfetta in gran parte del libro. Una ricostruzione accuratissima e fantastica, come la descrizione del mancato arrivo di Hitler a Vienna all’orario previsto causa la inefficienza della logistica dell’armata tedesca nella gestione del traffico dei carri armati. Avranno tempo per migliorare. Ci sarà presto un film?

Insomma si parla di storia, cioè si riflette sulla politica.

Churchill, regia di Jonathan Teplitzky, sceneggiatura Alex von Tunzelmann con Brian Cox, Miranda Richardson, John Slattery, Gran Bretagna, 2017 .

Dunkirk, regia e sceneggiatura di Christophewr Nolan, con Tom Hardy, Ciullian Murphy, Mark Rylance, Kenneth Branagh, Gran Bretagna – Francia, 2017. Candidato a 7 Oscar.

The Darkest Hour, regia di Joe Wright, sceneggiatura Anthony McCurren, con Gary Oldman, Kristin Scoot Thomas, Lily James, Gran Bretagna, 2017. Candidato a 1 Oscar.

Éric Vuillard, L’ordre du jpur, Actes Sud, Paris, 2017.

Oscar, o la nostalgia placcata in oro

Edoardo Becattini

Per un paio di edizioni, dal 2004 al 2005, i premi Oscar sono stati mandati in onda con una differita di circa dieci secondi per consentire alla regia televisiva di oscurare o censurare eventuali interventi fuori programma. Questa breve discrasia racconta simbolicamente la storia di una curiosa avversione da parte di questa manifestazione per tutto quanto si coniughi al presente e una generica tendenza a guardare indietro. Come un orologio perfettamente funzionante, da 84 anni gli Oscar lavorano secondo un proprio fuso orario e rintoccano più volentieri se stimolati da un lontano passato.

Non che sia sempre stato così. Anzi, sbaglia chi sottovaluta la caratura dell'immaginario collettivo americano nella composizione di questa statuetta placcata in oro: l'Oscar non è quel premio che segna e sancisce solo una politica reazionaria fatta di storie lineari e vecchi modelli ideologici. Gli anni Settanta, oltre ad aver visto un attore rifiutare il premio (George C. Scott per Patton) e un altro inviare in sua vece un'indiana nativa in polemica con la politica discriminatoria dei film americani (Marlon Brando per Il Padrino), hanno captato il processo di riforma in corso della New Hollywood premiando film come Un uomo da marciapiede (1970), Qualcuno volò sul nido del cuculo (1976) o Il cacciatore (1979). Qualcosa di simile possiamo adesso dire che sia avvenuta anche negli anni Duemila, in cui al kolossal epico-etico grondante sangue e retorica come Braveheart di Mel Gibson (1996) o ricoperto delle sabbie del tempo come Il paziente inglese (1997), sono stati preferiti film dal budget più contenuto e dai sapori più acuti rispetto alla ricetta del famigerato «polpettone». Il testamento biologico della Million Dollar Baby di Eastwood (2005); i soldati assuefatti all'adrenalina bellica come a una droga potente di The Hurt Locker (2010); autori off-Hollywood come i Coen che vincono con un ibrido assolutamente moderno fra western e noir (Non è un paese per vecchi, 2008); perfino il «rischio» di veder trionfare uno struggente melodramma omosessuale come Brokeback Mountain (2006), che comunque perde contro un'opera prima dalla struttura corale lontana dai canoni commercialmente appetibili (Crash – Contatto fisico).

A guardare la lista degli ultimi film premiati nello scorso decennio, quel che più stupisce, al di là dei meriti effettivi o discutibili dei singoli lavori, è il loro contesto narrativo: sono tutti film ambientati in epoca presente. Un'attenzione per l'attuale che pare avere più le caratteristiche di un'infatuazione, se consideriamo che l'anno scorso, nel 2011, un film storico in costume come Il discorso del re viene preferito a un'opera come The Social Network – film che, oltre a collocarsi nella cronaca raccontando le origini di Facebook e la parabola del suo creatore Mark Zuckerberg, erge uno dei canoni del nuovo cinema contemporaneo (il dialogo serrato costruito come una scena d'azione) a principio cardine della costruzione della propria messa in scena.

Nel 2012 questo primo sospetto di una nuova infatuazione per il passato diviene segnale di un'inversione di tendenza quando i principali candidati mostrano segni di nostalgismo, quando non di passatismo. The Artist, Hugo Cabret, Midnight in Paris, The Help, War Horse: sono tutti film che rivolgono il proprio sguardo al passato remoto e che, visti dentro al circolo chiuso delle nomination, sembrano chiudere qualunque orizzonte proattivo. Un'obiezione possibile a questa tesi può essere il fatto che, di questi cinque titoli, solo The Help e il film di Spielberg cercano di costruire una solida epica-etica di carattere storico, mentre gli altri tre si collocano in una dimensione evidentemente ideale, che guarda al passato attraverso un'ottica e una coscienza evidentemente presente. Quel che resta da guardare è quanto sia pulita questa coscienza e cosa racconti dell'immaginario contemporaneo.

The Artist e Midnight in Paris propongono una morale simile, presentandosi entrambi come romanzi di formazione in cui è proprio l'attaccamento al passato dei due protagonisti maschili (entrambi artisti) a divenire l'ostacolo da superare per raggiungere una maturità professionale e una serenità esistenziale. Ma in entrambi i film, la strada per la crescita è costruita sui solchi di riferimenti al passato dal carattere ludico e nostalgico: estetici per The Artist, relativi soprattutto a Cantando sotto la pioggia di Donen e all'era dei silent movies; narrativi per Allen, che allestisce un pantheon di caricature di scrittori e pittori come Hemingway o Picasso. E il viaggio dell'eroe non può che costruirsi come un percorso a ritroso.

L'operazione di Scorsese è senza dubbio differente. Anche lui ambienta la sua storia a Parigi come Allen e costruisce il racconto attorno alle origini del cinema come Hazanavicius. Ma la sua messa in scena attua il curioso paradosso di utilizzare la visione stereoscopica non per offrire nuove sensazioni al pubblico, ma piuttosto per far rivivere brividi scomparsi. Il 3D per Scorsese non è una tecnologia del futuro, ma, al pari dell'automa che il giovane Hugo Cabret vuole riparare per scoprire il segreto del padre morto prematuramente, è una macchina per viaggiare indietro nel tempo e scoprire quell'emozionante regressione infantile della croyance nelle immagini. La profondità di campo accentuata del 3D indaga fra le «falde di passato» del cinema primitivo alla ricerca della sensazione del primo spettatore. L'unico scacco di questo progetto, di cui Scorsese è perfettamente consapevole (al contrario di Allen e Hazanavicius, che lo dissimulano nella furbizia del bildungsroman), è che l'unica dimensione in cui poter attuare questo progetto è quella in cui il presente vale solo in maniera strumentale al fine di serrarsi ulteriormente nei sogni e nelle sensazioni del passato.

Attraverso i film protagonisti di questa edizione, gli Oscar del 2012 sembrano raccontare la storia di una vecchia cinefilia completamente avulsa dal presente, per la quale la bellezza non è senza tempo o lavora nelle pieghe della memoria e del mondo (come tenta di fare The Tree of Life di Malick, l'unico film veramente fuori da ogni tempo fra i candidati), ma appartiene necessariamente e in maniera esclusiva al passato. E il lavoro dell'artista si configura come quello del restauratore, costretto a non poter fare di più che ritrovare la bellezza del passato nella tecnologia del presente.