Progetto Oreste, il fantastico nel quotidiano

Serena Carbone

C'è del fantastico insito nel quotidiano, ce lo hanno ben insegnato i surrealisti che si ostinavano a chiedere di mantenere gli occhi aperti e a mostrare il mondo così com'è, enigmatico e incoerente. E questo mondo - così com'è, così com'era - è fatto per lo più di oggetti e di uomini combinati insieme.

Negli oggetti come negli uomini è possibile rintracciare un'esistenza sociale e un'esistenza reale, se la prima è avvinghiata alle convenzioni e a un modo di vedere culturalmente e tecnologicamente orientato, la seconda è avvinta alle forme concrete soggette al tempo e allo spazio. Se l'esistenza sociale si sostituisce a quella reale, il n'y a plus de réalité... Guy Debord lo aveva previsto. Quando Georges Perec perseverava nell'enumerare e classificare perché la “parola che nomina” potesse rinsaldare il suo rapporto con il corrispettivo reale, molta dell'arte di matrice fluxus eclissava l'opera a favore dell'artista, mentre Debord parlava di situazioni, eclissando sia l'opera che l'artista e cercando, quasi disperatamente, un reale che potesse essere ancora attraversato, attimo per attimo. Quando negli anni Novanta internet e la rete sembrano la nuova eldorado, si inizia a pensare che alcune convenzioni “guaste” possano essere “aggiustate” dalla condivisione, dalla rete, dal network, in cui un flusso di corpi poteva acquisire consapevolezza, prendere la parola e decidere per sé, per sé in relazione agli altri nella quotidianità.

Progetto Oreste nasce in questo periodo e involontariamente - almeno all'inizio - diventa un incubatore di istanze di consapevolezza del mondo dell'arte italiana. La mostra “No, Oreste, No. Diari da un archivio impossibile” racconta la storia di un gruppo indefinito di persone che, a fine anni Novanta, si sono incontrate per una serie di accadimenti più o meno fortuiti e hanno preso la parola per riflettere sul valore dell'arte e non presentando opere, ma corpi che si relazionavano l'uno all'altro nella quotidianità. Oreste allora voleva modificare le relazioni nel mondo dell'arte, spezzare dei rapporti di convenzione e costruirne degli altri a partire dalla realtà. Oreste non si proponeva come compagine politica o antagonista al sistema, ma semplicemente come un'alternativa possibile al modo di fare arte in un'Italia che di attenzione alla cultura contemporanea ne prestava veramente poca. Oreste agiva da catalizzatore per puntare l'attenzione su fattori centrali dell'operare artistico e poneva questioni pratiche e teoriche: quale legittimazione hanno gli artisti in Italia? Quale lo spazio della soggettività nella produzione? Quale lo spazio delle parole e dei comportamenti nell'opera? Come modificare i rapporti di valore nel mercato? E trasversale a queste questioni c'era la quotidianità, con le sue contraddizioni intime, con i suoi legami affettivi, con il suo occupare i luoghi prima di tutto con i corpi e gli oggetti in maniera anche silenziosa, banale, goffa, casuale, abolendo i confini tra “spazi deputati a... ” e non, sostituendo al mostrare come fine ultimo il vedere. Se mostrare, infatti, indica un'azione che mette in evidenza talune cose rispetto ad altre previa una selezione, vedere è un'attitudine comune a tutti legata in particolare alla comprensione. A distanza di vent'anni da allora, soprattutto guardando a come si sono evolute quelle pratiche che in Oreste hanno avuto un loro primo momento costruttivo (come le residenze, gli spazi indipendenti o no profit), in verità la questione interessante non è tanto legata a un fine ultimo dei progetti (partecipare a mostre o no, produrre l'opera o meno, realizzare le idee o lasciarle tali), ma a quell'attraversamento del processo che conduce all'apparizione di un oggetto, di un corpo e di più oggetti e più corpi messi insieme e alla loro successiva significazione personale e collettiva. Agire sul meta-, diventare meta- per valicare i confini della pratica artistica e approdare ad una modalità d'azione tangente a quella legittimata dal sistema per scuoterlo - in quel dato punto di contatto – dall'interno, questo è l'obiettivo. E travalicare i confini della pratica artistica non significa solo inglobare linguaggi diversi e sperimentare, ma anche aprirsi a ciò che accade intorno: ecco l'interferenza costruttiva del quotidiano. Gli artisti di Oreste non discutevano, infatti, solo delle proprie ricerche, ma anche di scienza, musica, filosofia, paesaggio, architettura, poesia: attivavano, o cercavano di farlo tra di loro, e con chi ne veniva in contatto, il pensiero critico, il pensiero divergente, ciò che rompe la struttura della convenzione, scombina la posta in gioco, e rilancia verso l'ignoto.

La parabola di Oreste dura quattro anni, dal 1997 al 2001: nasce a Paliano, in provincia di Frosinone, dove sono iniziate le prime residenze; approda a Bologna - centro nevralgico della sperimentazione dei linguaggi creativi e degli spazi autogestiti -, dove si svolge il convegno dal sagace titolo Come spiegare a mia madre che ciò che faccio serve a qualcosa?; poi va a Venezia grazie all'invito di Harald Szeemann a partecipare alla sua 48a Biennale dAPERTutto, e poi ancora si trasferisce al sud, a Montescaglioso, in provincia di Matera, dove sono state fatte le ultime residenze finalizzate a laboratori e workshop; infine fa tappa a Roma dove se ne decreta la morte all'interno della mostra Le tribù dell'arte.

La realizzazione dell'archivio è stata possibile grazie al lavoro di raccolta e manutenzione dei documenti da parte di Emilio Fantin, Giancarlo Norese, Luigi Negro e Cesare Pietroiusti, artisti che hanno partecipato attivamente ad Oreste e grazie all'iniziativa dei quali si è avviato già da un anno un progetto di riscoperta delle fonti e delle dinamiche che lo attraversarono. Un archivio impossibile è stato denominato quello di Oreste, proprio per la sua orizzontalità, per la sua mancata possibilità di definizione ultima, anche in termini di compiutezza: esso è costituito da una miscellanea di carteggi, pensieri, foto da sfogliare come un diario o un album di famiglia; al suo interno vi sono testi critici, questionari, grafici, tabelle, parole che intrecciano la vita di uno a quella di molti in una rete di possibilità e relazioni, ma anche poster, cataloghi, riviste che ci parlano di una data atmosfera. E poi ci sono le prime mail, quelle scambiate in occasione dell'organizzazione della Biennale del 1999, in cui la guerra in Kosovo si fa sentire, dura, imbarazzante per l'Occidente sedato, proprio dall'altra sponda del mare.

La mostra è stata allestita nella project room del MAMbo, a cui si accede dopo aver attraversato parte di collezione, al centro della sala sono posizionati quattro tavoli mobili e intorno ad essi un po' di sedie. Sui tavoli si trovano le copie dei materiali d'archivio chiusi nelle teche a latere, le sedie servono per mettersi comodi a leggere, ma non solo… se esporre un archivio di per sé indica la volontà di narrare un periodo sostituendo il tempo presente a quello passato, la componente viva, performativa e dialogica - propria di Oreste - ritorna negli incontri che ogni settimana prendono vita, e si ritrovano i temi e le modalità di un certo modo di operare (dibattiti, presentazioni di ricerche, performance, musica, sperimentazione) di un'arte che non si sente arrivata, finita, che non si pensa secondo un fine ultimo, ma che attraversa l'esistente, non chiudendo mai gli occhi davanti alle bizzarrie, alle astrusità, all'asprezza, alla densità, al fantastico e inevitabilmente alla bellezza che solo la quotidianità riserva.