Italian Theory

Nicolas Martino

Diciamolo subito: l'Italian Theory non esiste. O meglio esiste, ma solo in quanto dispositivo che neutralizza la differenza italiana,
la teoria della differenza creativa come affermazione costituente. Vediamo meglio.

Al di là del Gramsci globale, riferimento imprescindibile dei post-colonial e subaltern studies, una prima introduzione del pensiero italiano nelle accademie d'oltreoceano si deve all'antologia di Hardt-Virno, Radical Thought in Italy (1996), con l'importante anticipazione dell'antologia di Lotringer-Marazzi, Autonomia (1980). Negli anni Ottanta e Novanta si sono tradotti anche testi del postmoderno made in Italy, (Recordings Metaphysics,1988) e quindi negli anni 2.0 si sono moltiplicati i convegni internazionali e le pubblicazioni sul pensiero italiano.

Dopo la French Theory elaborata nei dipartimenti USA di letterature comparate (il poststrutturalismo - soprattutto Foucault e Derrida ma senza trascurare Baudrillard - shakerato con la destruktion del mago di Messkirch), ecco quindi che il mercato culturale globale propone una nuova luccicanza, quella dell'Italian Theory. E così come il paradigma della French Theory neutralizzava assorbendolo il poststrutturalismo, così quello dell'Italian Theory assorbe e neutralizza la differenza italiana. Quale differenza?

Il movimento inaugurale di questa differenza è quello di Della Volpe che, anticipando Althusser, rompe la linea De Sanctis-Gramsci-Togliatti, proponendo una lettura antihegeliana di Marx e sviluppando il marxismo come scienza sperimentale in linea con la tradizione galileiana.Tronti coglie subito la rottura e trasforma il galileismo morale di Della Volpe in rivoluzione copernicana, ovvero capovolgimento del rapporto tra capitale e lavoro: è il capitale che è costretto a rispondere alle lotte operaie, il principio (e in principio) è la lotta di classe. Estraneità e separatezza: la conoscenza è legata alla lotta. Conosce veramente chi veramente odia (Operai e capitale,1966).

Nel passaggio dal fordismo al post-fordismo Tronti vede la fine della grande politica, un definitivo e malinconico tramonto, Negri invece delinea in positivo l'emergere di un nuovo soggetto antagonista oltre la fabbrica, nella metropoli, l'operaio sociale. È qui uno snodo fondamentale: nella seconda metà degli anni Settanta da un lato stanno l'autonomia del politico e il pensiero negativo che svilupperanno un pensiero tragico sempre più apocalittico, dalla finis Austriae all'angelologia adelphiana (molto rumore per nulla).

Dall'altro il postmoderno italiano che traduce in canzone da organetto il poststrutturalismo francese insieme all'ermeneutica gadameriana (l'essere che può essere compreso è linguaggio), e rovescia il '77 ottenendo un pensiero debole, raffinata ideologia della controrivoluzione neoliberista degli anni Ottanta. Da un'altra parte ancora però, quella della differenza, stanno il pensiero femminista e un pensiero materialista capace di vedere chiaramente che dove il pericolo è più grande - nel farsi mondo del capitale e nel compimento del processo di colonizzazione per cui non c'è più un fuori - lì è anche ciò che salva.

Non è tutto qui ovviamente, il pensiero italiano è anche altro e di tutto questo il libro di Gentili rende conto con rigore scientifico e lucidità. Forse però, è il rilievo critico, l'affondo non è deciso quando si tratta di distinguere tra differenza italiana e Italian Theory.
Perché quest'ultima è in sostanza una filosofia liberale di sinistra, la differenza italiana invece è, lo dicevamo all'inizio, differenza creativa e costituente, aperta su l'a-venire.
Davvero, per parafrasare Marx, la differenza armata è l'unico ostacolo serio sulla via del complotto controrivoluzionario.

Dario Gentili
Italian Theory. Dall'operaismo alla biopolitica
Il Mulino, 2012, 246 pp.
€ 20.00

Dal numero 28 di alfabeta2, dal 9 aprile nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Rivolta o barbarie

Dal numero 25 di alfabeta2, da oggi nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Augusto Illuminati

Questa è la settimana decisiva per l’Europa (o per la Grecia, o per l’euro o per quant’altro volete). Così quotidiani e TV annunciano il rinvio interminabile dell’assoluzione, secondo una metafora che Raparelli trae da Kafka applicandola alle diagnosi sulla crisi sfornate ogni giorno per coprire i suoi effetti nell’aggressione ai redditi e al welfare dei ceti subalterni. Fin quando durerà la colpevolizzazione con l’accusa di aver vissuto al di sopra dei propri mezzi, fin quando sarà dilazionata un’assoluzione che coincide con la miseria? Per Raparelli il «processo» si interromperà solo con la resistenza delle masse all’espropriazione della vita, il mezzo di produzione post-fordista su cui si esercita la nuova accumulazione «originaria», rinnovata con obiettivi diversi a ogni ciclo di sussunzione reale capitalistica.

Il libro si articola in due sezioni: Macerie, descrizione stringente della catastrofe del nostro tempo (crisi dell’euro e del sistema europeo, meccanismi del debito, nuove enclosures in forma di prelievi di rendita sul bios), e Ancora una volta, la prima volta, analisi dei movimenti antisistemici e delle lotte di massa che contrastano la catastrofe proponendo idee e pratiche di una democrazia di tutti che è forse il nome attuale del comunismo.

Soffermiamoci su questa seconda parte. «Fare coalizione» è l’insegnamento tratto da Occupy: cioè socializzazione politica e passionale delle soggettività plurali della povertà, che è al tempo stesso potenza produttiva. Il che rovescia in senso rivoluzionario l’operazione neoliberista, che punta a sfruttare un lavoro vivo inseparabile dalla soggettività. L’enfasi sul lavoratore imprenditore di se stesso, l’infatuazione meritocratica (il cui contenuto materiale è la differenziazione salariale verso il basso) e la retorica della formazione permanente ne sono stati inizialmente i referenti ideologici, mentre oggi tale funzione è svolta dal ricatto del debito con tutte le sue conseguenze. Di qui l’individuazione del terreno biopolitico come l’area di contrasto su cui si sviluppano i nuovi movimenti e verso cui confluiscono rivendicazioni salariali e richieste più adeguate al lavoro intermittente e precario quali il reddito di cittadinanza.

Molto interessante a questo proposito è la discussione critica di alcune tendenze interne alla tradizione teorica dell’operaismo italiano. Raparelli prende le distanze tanto dall’insistenza sulla purezza normativa del programma, che traspare da recenti articoli di Toni Negri sul sito Uninomade, quanto dalle ipotesi neospontaneiste di talune componenti libertarie di movimento che si rifanno all’elaborazione filosofica di Giorgio Agamben.

Nel primo caso, a un’analisi corretta del biopotere capitalistico non corrisponde una consapevolezza adeguata delle soggettività che animano il movimento (dai centri sociali agli studenti, ai metalmeccanici), troppo spesso misurate in termini astratti. Nel secondo, la singolarità qualunque si esprime solo nell’evento e nel riot, irriducibili a ogni forma organizzativa. A queste due inclinazioni l’autore oppone, in termini deleuziani alternativi alle avanguardie classiche, «gruppi in stato di adiacenza con i processi sociali», che articolino trasversalmente la molteplicità del desiderio e l’accumulo dei rapporti di forza e delle esperienze organizzative.

IL LIBRO
Francesco Raparelli
Rivolta o barbarie. La democrazia del 99% contro i signori della moneta

prefazione di Paolo Virno
Ponte alle Grazie (2012), pp. 219
€ 10

L’Asor ruggente

Gigi Roggero

Cominciamo dal sottotitolo, più precisamente dagli anni indicati tra parentesi: 1960-1970. Non segnalano, infatti, solo l’arco temporale a cui appartengono i testi raccolti nel volume. Contengono innanzitutto la tesi del libro, così illustrata nella prefazione storica dal suo autore, Alberto Asor Rosa: «Tutto ciò che è avvenuto in seguito – dalla metà degli anni ’70 in poi, grosso modo, fino ai nostri giorni – è stato determinato dalle gigantesche spinte positive che allora si erano manifestate e rivelate e, al contrario, dalle altrettanto gigantesche inadempienze e terribili, talvolta sanguinose battute d’arresto, derivate dalle incapacità di ceti dirigenti e intellettuali di dare una risposta ai problemi che allora per la prima volta nella nostra storia si erano manifestati». Dunque, continua, il salto poteva e doveva essere garantito dal nesso tra un forte sviluppo e una forte conflittualità: il tentativo di sopprimere il secondo termine, ha finito per bloccare anche il primo. Le conclusioni, «l’attuale decadenza», sono già inscritte nella premessa. Ecco perché e come leggere «scritti e saggi degli anni ruggenti», una selezione di testi perlopiù noti, apparsi su «Classe operaia», «Mondo Nuovo», «Quaderni piacentini», «Rinascita», «Angelus novus», «Contropiano». Già i nomi delle riviste chiariscono una parte importante del romanzo di formazione e del percorso biografico di Asor Rosa: dalla giovanile militanza nel Partito Comunista e – dopo il trauma del ’56 – in quello Socialista, alla nascita dell’operaismo politico, fino al «dentro e contro» il Psiup per poi ritornare, infine, nel Pci.

A questo punto siamo nel ’72, una storia per l’autore si sta chiudendo e, sostiene, non solo per lui. Ma andiamo con ordine, ritorniamo agli «anni ruggenti». Al centro troviamo la rivisitazione che Asor Rosa propone dell’operaismo, efficace e appassionata. Il movimento originario è la rilettura di Marx contro il marxismo, un machiavelliano «ritorno ai principi» non per ripristinare una verità filologica ma per costruire organizzazione politica. Insieme a questo Marx gli operaisti definiscono l’autonomia della classe operaia, affermano l’irriducibilità del punto di vista di parte, spezzano l’incantesimo dell’interesse generale e la morale della subalternità – per parafrasare il Nietzsche amato dal giovane Asor Rosa – in cui è rimasta imprigionata la tradizione socialista.

Ci voleva un’operazione capace di spazzare il campo, a 360 gradi. Asor Rosa ne ha fatto parte: gli scritti di questo libro dimostrano con quale forza e produttiva irriverenza travolga miti e riti della sinistra, passi sotto gli acuminati ferri della critica la cultura borghese e quella proletaria, non si fermi davanti alla Resistenza celebrata in chiave nazional-popolare. In questo processo fa esperienza della perdita – a dispetto di una sinistra che a ogni piè sospinto la ripropone – di una supposta separatezza della funzione intellettuale, il suo divenire lavoro astratto. Insomma, si trattava di scarnificare le strutture di pensiero consolidate per arrivare fino all’osso dei problemi. Per dirla con il Tronti di Lenin in Inghilterra, occorreva ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia.

Asor Rosa non si pente affatto di quel periodo. Sembra, anzi, quasi rimpiangerlo: definisce quell’esperienza estremistica, eppure non mostra di aver trovato più nulla di simile nell’età matura. Il presunto «errore» degli anni ruggenti emerge da queste pagine in modo molto più produttivo della «verità» successiva. L’eccezionalità dell’operaismo va colta e, al contempo, posta in discussione: l’autore lo definisce un «vero prodigio», con pochi precedenti e nessun erede legittimo. Ora, si sa che le questioni ereditarie sono sempre odiose, e per di più grottesche quando si tratta di percorsi politici. Che l’operaismo sia un’esperienza storicamente determinata, legata all’insorgenza di una specifica figura operaia, non vi è dubbio. Ciò che va messo in questione è che dopo non cominci una nuova storia, come se finisse tutto o quasi. Proviamo allora a completare la tesi di Asor Rosa, ipotizzando che il ’68-69 sia un tramonto sì, ma anche un’aurora. Dentro le successive tumultuose trasformazioni della composizione di classe l’operaismo si immerge e si modifica, produce soggettività attraverso uno stile, una cultura del conflitto rivoluzionaria, un punto di vista di parte. Diviene compiutamente un movimento di pensiero: per questo, a differenza delle scuole, non ha bisogno di testamenti e di eredità, ma vive nelle prassi politiche e nella capacità di reinvenzione della nuova gioventù – ancora una volta, in termini rivoluzionari e non anagrafici. Allora, invece di attendere un evento che riapra la storia, magari un «1905 in Cina», proviamo a cercare i segni di una nuova soggettività, fatta di precari e proletari intellettuali: se questa composizione non ha ancora avuto le sue piazza Statuto, il problema non è aspettarle in un illusorio «altrove» ma costruirle qui, in questo mondo unificato dall’antagonismo delle lotte e dal comando del capitale. Majakovskij ci ha insegnato che non abbiamo bisogno delle soavi bellezze dell’ideale: una corona sulla testa della classe operaia, processioni e mausolei con la regola fissa dell’ammirazione offuscano d’aciduli incensi i compiti politici dell’oggi, non meno appassionanti di un tempo. È con questi occhi che consigliamo la lettura del libro di Asor Rosa, per cercare le genealogie del presente, per interpretarlo e soprattutto per trasformarlo. O, se vogliamo, per far ruggire questi anni.

IL LIBRO
Alberto Asor Rosa
Le armi della critica. Scritti e saggi degli anni ruggenti (1960-1970)
Einaudi (2011), pp. LXX – 370
€ 23,00

alfadomenica maggio #1

GIORGIO AGAMBEN sul GUSTO – ROBERTO CICCARELLI sui FREELANCE – RUBRICHE di J.GALIMBERTI – F.LAZZARATO – MT.CARBONE **

CHE COS'È IL GUSTO?
Giorgio Agamben

Anticipiamo un brano dal saggio «Gusto», nelle librerie da domani per le edizioni Quodlibet.

In opposizione allo statuto privilegiato assegnato alla vista e all’udito, nella tradizione della cultura occidentale il gusto è classificato come il senso più basso, i cui piaceri l’uomo condivide con gli altri animali (Aristotele, Etica Nicomachea, 1118a) e alle cui impressioni non si mescola «nulla di morale» (Rousseau,1781, p. 303). Ancora nelle Lezioni sull’estetica di Hegel (1817-1829), il gusto e opposto ai due sensi «teoretici», vista e udito, perché «non si puo degustare un’opera d’arte come tale, perché il gusto non lascia l’oggetto libero per sé, ma ha a che fare con esso in modo realmente pratico, lo dissolve e lo consuma».
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FARE COALIZIONE AL TEMPO DEI FREELANCE
Roberto Ciccarelli

In un pamphlet di 48 pagine, Knowledge Workers. Dall’operaio massa al freelance (Asterios, 2015), Sergio Bologna ripercorre la traiettoria che dall’operaio massa ha portato ai freelance, al “lavoratore autonomo di seconda generazione” e al self-employed (auto-impiegato). Un saggio breve dove questa poliedrica figura dell’operaismo italiano, storico del movimento operaio, freelance, attivista e fondatore di riviste d’avanguardia come «Primo Maggio», riflette sul “post-operaismo”.
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IL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a Sandra Lang

Inizia oggi una nuova rubrica a cura di Jacopo Galimberti: una serie di interviste brevi che si interrogano sul «rifiuto del lavoro», nobile strategia di lotta dell'operaio massa, oggi stretta tra servitù e sedizione nell'epoca dell'anima messa al lavoro.
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COORDINATE DALL'AMERICA LATINA di Francesca Lazzarato

Al numero 430 di questa lunga strada che arriva sino al mare si trova una sorta di singolare “casa infestata” in cui sono ospitati, a partire dal 1959, i fantasmi sonori dell'Uruguay: il Museo de la Palabra, dove sono archiviate e digitalizzate le infinite voci cui è affidata la testimonianza della vita politica, sociale e culturale del paese, a cominciare dagli ultimi anni del XIX secolo.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Disastro - Follia - Malattia
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Fare coalizione al tempo dei freelance

Roberto Ciccarelli

In un pamphlet di 48 pagine, Knowledge Workers. Dall’operaio massa al freelance (Asterios, 2015), Sergio Bologna ripercorre la traiettoria che dall’operaio massa ha portato ai freelance, al “lavoratore autonomo di seconda generazione” e al self-employed (auto-impiegato).

Un saggio breve dove questa poliedrica figura dell’operaismo italiano, storico del movimento operaio, freelance, attivista e fondatore di riviste d’avanguardia come «Primo Maggio», riflette sul “post-operaismo”. Il “post” viene adottato perché il fondatore dell’operaismo Mario Tronti sostiene che l’operaismo si è concluso con la rivista «Classe operaia» già negli anni Sessanta. Bologna si attiene a questa distinzione. Ciò che gli interessa è delineare una caratteristica specifica della storia degli intellettuali emersa nel Dopoguerra: la lotta contro il crocianesimo nell’accademia e il conformismo regnante sul mercato editoriale. Un’eccezione riconosciuta che continua a riscuotere l’interesse nelle nuove generazioni, non solo italiane.

Post-operaismi
Il “post-operaismo” è un’analisi materialista che vede nel lavoro, senza distinzioni, una soggettività storica e non una variabile dipendente dall’impresa, né il premio ottenuto da un soggetto “meritevole”. Ciò che lo contraddistingue dal suo tradizionale insediamento sociale - la classe operaia – oggi è l’originale analisi di mondi operosi ben più articolati e contraddittori. Sergio Bologna si rivolge al lavoro autonomo dov’è avvenuta una trasformazione che coinvolge il ceto medio proletarizzato escluso dal Welfare, mentre il diritto del lavoro lo considera ancora un’“impresa”.

Questo approccio viene ribaltato. Bologna racconta il caso della Freelancers Union americana, o quello dell’italiana Acta, dove l’auto-organizzazione dei freelance è un’alternativa all’identificazione con il mondo dell’imprenditoria o del professionalismo borghese. “Il post-operaismo – scrive – è riuscito a dare un pensiero collettivo ai self-employed, a renderli consapevoli della loro identità di lavoratori”.

Il passaggio è importante. Dimostra la trasformazione di un pensiero che considerava la classe operaia come suo unico riferimento storico e teorico. Posizionarsi, invece, sul terreno sfuggente del ceto medio - categoria sociale artificiale, e in crisi, ma centrale nella definizione di una democrazia capitalistica, come precisa Bologna - significa ampliare l’indagine sul lavoro, senza perdere l’idea di “classi lavoratrici”, inserendole in un orizzonte dove la democrazia economica è diventata un’oligarchia finanziaria. Il problema con il quale si confronta Sergio Bologna è insidioso: quando il lavoro non produce un valore riconosciuto, né una conflittualità paragonabile a quella dell’operaio massa nella fabbrica, che cosa accade?

Cosa significa indipendente
Dalla catena di montaggio fordista al lavoro della conoscenza nel ceto medio, nelle classi lavoratrici e inoccupate la transizione non è breve né facile. Non esiste un soggetto unico, sempre uguale a se stesso, che si trasforma man mano che il capitalismo cambia le sue forme. Nel capitalismo non è mai esistita una “classe operaia” universale. Averlo dimostrato è stato uno dei meriti del “post-operaismo”. E in particolare di Sergio Bologna.

Il problema è tuttavia insidioso. Esiste una continuità tra il fordismo dell’operaio massa e il post-fordismo che oggi esprime il freelance? Oppure è solo una mera successione cronologica interna alle forme produttive in cui i soggetti non contano se non come riflesso di una trasformazione dall’alto? In altre parole: il freelance di oggi è l’operaio di ieri?

La risposta è no. Il problema, tuttavia, non è l’identità di chi dovrebbe opporsi ad un processo che lo annienta, bensì il processo che porta a formare questa identità, così come del resto quella che impone paradossalmente l’identificazione tra il soggetto e il principio della sua distruzione. Questo è lo stile del (post)operaismo:

“Una stretta aderenza alla realtà e rapporto costante con l’azione e la pratica militante”. “Il suo rigore scientifico non è destinato alla valutazione accademica, l’analisi può essere anche parziale, ma deve mettere in moto delle dinamiche soggettive che portano le persone a tutelare e difendere i propri diritti”.

Diventa allora importante comprendere dove e come nascono queste “dinamiche soggettive”. Per capirlo, bisogna calarsi nel territorio antropologico, tecnologico e politico più infido e tumultuoso della trasformazione post-fordista e finanziaria della soggettività messa al lavoro. Nasce così la definizione di “lavoro autonomo di seconda generazione” (1997), poi il ripensamento di quella di “lavoratore della conoscenza”, il freelance e infine il self-employed. Bologna abbozza il profilo di un lavoro non salariato, né dipendente, in altre parole indipendente ma assolutamente subordinato.

Dal punto di vista sociologico, e da quello marxista, sono definizioni paradossali. Indicano un’autonomia subordinata o una subordinazione assoluta fondata sull’autonomia individuale. Il paradosso non è tuttavia dovuto ad una mancanza nell’analisi che anzi si conferma sempre più precisa e condivisa. Il paradosso è quello del lavoro in quanto tale, quello salariato ieri, quello precario oggi. Con una differenza: le sue attività non hanno alcuna speranza di essere ricondotte in un contratto di lavoro, paragonabile a quello elaborato in un secolo di contrattazione. Sono saltate tutte le mediazioni.

Essere impresa di se stessi
Sergio Bologna dimostra come questa soggettività al lavoro non sia riducibile alle vecchie identità dell’artigiano (cioè la prima generazione del lavoro autonomo). E nemmeno al piccolo imprenditore (ciò che Dario Di Vico ha chiamato “popolo delle partite Iva) e, ancora, il “lavoratore libero” di cui parlava Marx o al “libero professionista”.

In generale, il lavoro indipendente è il frutto di una “fantasmagoria”, la stessa che Marx vedeva nella merce. E’ l’illusione che il singolo possa diventare un’impresa, mentre è il prodotto di un processo che rende fluida l’identità di un lavoro al punto da non essere più percepito come un lavoro, né come produzione di un valore che non sia quello personale o emanazione dell’impresa. Si può anzi dire che questo paradosso, dolorosissimo, sostituisce quello del salariato che affermava la libertà di un soggetto vincolandolo ad un contratto di lavoro subordinato.

Nel pamphlet Knowledge workers c’è tuttavia un’osservazione decisiva per comprendere la nuova condizione del lavoro nel neoliberismo:

Per questa ideologia della modernità - scrive Bologna - il lavoro (autonomo) non è più un’attività umana conto terzi in cambio di mezzi di sussistenza ma attività in cui l’individuo estrinseca la propria personalità, conosce meglio se stesso, è quasi un incontro mistico (...). Da questa ideologia nasce l’idea del lavoro come “dono” dell’individuo alla collettività, nasce la giustificazione del lavoro gratuito, malpagato. Il principio marxista che considera il lavoro il terreno primordiale sia dell’antagonismo sociale che della cooperazione tra individui, il terreno sia del conflitto che della solidarietà, viene completamente cancellato.

Pochi sanno che Sergio Bologna è anche studioso di teologia protestante, oltre che di Max Weber. Questa formazione gli permette oggi di rivelare il contenuto meritocratico, sacrificale e religioso del neoliberismo che trasforma il lavoro in impresa di se stessi. “Considerare una persona come impresa è assurdo - scrive - l’impresa è un’organizzazione complessa di cooperazione tra più persone con diversi ruoli per la creazione di profitto in cambio dell’erogazione di salari”. L’impresa di cui parla il neoliberismo è una grezza filosofia dell’individualismo. Per “salvarsi” il soggetto deve accedere ad un “merito” stabilito dall’“eccellenza”, una qualità “mistica” attribuita dal “mercato” alle sue “virtù” nella competizione individuale.

Contro questo “soggettivismo esasperato, individualismo sterile e illusorio, un dispositivo che dissolve la nozione di lavoro”, Bologna opera un corto-circuito. Gli oppone il materialismo della rivendicazione di un reddito, un salario o un onorario. La definizione di un orario di lavoro, o di un contratto, lo sviluppo della vita privata, o collettiva, la concretezza di un diritto sociale alla sanità, alla maternità, alla pensione o al trattamento fiscale equo.

Al personalismo mistico della leadership si oppone frontalmente la concretezza dei diritti di cittadinanza da parte di “apolidi” privati di tutto, anche dei mezzi di sussistenza. Se non sei ricco, crepi. Punto e basta. Quindi devi proteggerti e organizzarti. E’ evidente che questa impostazione non riguardi solo i “lavoratori della conoscenza”. Mira, invece, ad affermare una qualità comune alle attività operose che il “soggettivismo” neoliberale non riesce a catturare nell’individuo-insetto delle sue teorie del mercato.

Quinto Stato
Significativa è la recensione del 2012 scritta da Sergio Bologna al libro Partite Iva. Il lavoro autonomo nella crisi italiana, a cura di Costanzo Ranci (Il Mulino, 2012). Si tratta di un confronto con il principale problema delle democrazie occidentali: il futuro del ceto medio proletarizzato. Attraverso le analisi dell’équipe di Ranci, Bologna mette in discussione la nozione di “ceto medio”, non diversamente da quanto già fatto con quella di “classe operaia”. A differenza di un solido pregiudizio, anche accademico, il lavoro indipendente (cioè autonomo e precario) non è fondato solo nel ceto medio. E non è nemmeno riducibile all’impresa.

Il lavoro indipendente vive in un orizzonte mercificato e mostra l’estrema difficoltà nell’individuare una categoria sociale unica del lavoro. Come dimostra il libro di Ranci in esso ci sono le microimprese, i professionisti, i freelance e noi aggiungiamo anche i precari. Cioè tutti coloro che lavorano come non dipendenti ma conto terzi come working poors, i cottimisti contemporanei. C’è la professionalità, l’’imprenditorialità e l’autonomia nelle relazioni organizzative. Ma anche lo sfruttamento brutale.

La difficoltà di una definizione emerge anche dal punto di vista numerico: solo in Italia ci sono almeno 3 milioni e mezzo di autonomi e 4 di precari, senza contare i piccoli imprenditori, e coloro che lavorano nella cooperazione o nell’associazionismo. Spesso sono le stesse persone che svolgono pià attività e hanno più identità socio-professionali. Sono un terzo della forza lavoro attiva nel nostro paese. Proporzioni simili si trovano negli Usa, come in tutti i paesi capitalistici occidentali.

La difficoltà di numerare questo fenomeno non è tuttavia un problema. Anzi è una risorsa. Sergio Bologna non intende creare in laboratorio una “classe”, né un “ceto”. Nè misurare statisticamente un lavoro per sua stessa definizione mobile e con qualità universali. L’impossibilità di accogliere la molteplicità in un soggetto - il “ceto medio”- è anzi il supporto ideale per dimostrare la necessità di liberare il lavoro indipendente dal “professionalismo borghese”, cioè l’ideologia delle libere professioni, così come dall’idea neoliberista per cui gli indipendenti sono solo imprese (individuali).

Riconoscere invece questa molteplicità sul piano del lavoro, inteso come produzione di valore e come pratica di cittadinanza, significa riconoscere la generalità del processo che noi definiamo Quinto Stato, con l’associazione dei freelance Acta e con lo stesso Sergio Bologna E’ nel lavoro indipendente, e nelle sue contraddizioni, che si possono trovare oggi anche le alternative nel lavoro e nella società, binomio inscindibile saldato dal legame indissolubile e problematico tra vita e produzione. Da precisare che in questa definizione - in quanto processo e non soggetto, condizione e non identità - non è esclusa la classe operaia. Bologna dimostra che anche questa classe è inserita in un processo più ampio. La fabbrica è innestata in uno dei suoi snodi, ma non è lo snodo.

Postfordismo dal basso
Dove si appoggia, allora, questo processo? Nella capacità di auto-organizzazione professionale, sociale, civile, territoriale, imprenditoriale o cooperativa del lavoro indipendente. Così facendo Bologna disegna la traiettoria storica di un “post-fordismo dal basso” contrapposto al processo analogo, ma opposto, che impone istanze autoritarie e populistiche dall’alto e soggetti acefali, senza qualità e schizoidi del neoliberismo. Un processo che distrugge i “corpi intermedi” come sindacati o partiti e fa a pezzi il capitalismo in miniatura dei distretti o quello familistico, stritolati dalle istanze tecnocratiche delle élite finanziarie.

La sua insistenza sul “lavoro della conoscenza”, declinato in maniera più ampia della mera “classe creativa” o del “lavoro immateriale”, sembra oggi rispondere ad una delle critiche avanzate da Karl-Heinz Roth, storico interlocutore tedesco del post-operaismo italiano:

Ricercare la frazione egemonica all’interno della composizione di classe e riconoscere la pluralità e l’eguale importanza di diverse stratificazioni sociali. Ciò che permette di affrontare il problema della formazione delle classi a livello globale.

In questa luce, la ricostruzione contenuta in Knowledge workers è decisiva. Non solo spiega il senso della ricerca di Sergio Bologna nell’ultimo ventennio, ma indica la direzione politica collettiva espressa da numerosi soggetti e associazioni nel lavoro indipendente, autonomo e precario, nel nostro paese. E non solo.

Primo dato: la centralità della condizione del lavoro indipendente. In questa categoria Bologna guarda la frazione “egemonica” del lavoro della conoscenza, cioè il lavoro autonomo (professionalismo classico e quello postfordista) e il lavoro precario (in tutte le sue manifestazioni). Questa centralità non è solo produttiva, ma soprattutto sociale e di immaginario. Non c’è discorso sulla società, sul lavoro o sulla politica che non faccia ormai riferimento a questa condizione del quinto stato. Per ultimo l’ha dimostrato l’episodio sulle partite Iva che ha spinto Renzi ad ammettere di avere “fatto un autogol” con il suo governo.

Fare coalizione
Questo lavoro della conoscenza è una categoria, a dir poco, contraddittoria. Oggi indica un soggetto povero, pervaso dagli istinti della meritocrazia, dell’individualismo, dalla schizofrenia dell’impresa personale. Non è un caso se le riforme del lavoro, come quelle dell’università, o il discorso sull’“innovazione sociale” abbiamo come esclusivo riferimento questo ambito. Da anni si registrano grandi sconfitte e non si riesce a formulare una risposta, né tanto meno un’egemonia. Ma questo è il terreno di battaglia oggi. Bisogna trovare una strada però.

In un’intervista Sergio Bologna ha offerto una traccia, partendo dalla sua esperienza personale:

Ho lavorato come impiegato all’Olivetti, occupandomi di elettronica, ero iscritto alla FIOM. Quindi dicevamo: nella fabbrica non c’è soltanto l’operaio massa, ci sono anche gli impiegati che, si sa, tradizionalmente sono stati dalla parte dei padroni. In realtà quanto più aumenta, nel personale impiegatizio, nella fabbrica, in seguito all’evoluzione tecnologica, la componente tecnica dotata di competenze tecnico-specifiche, tanto più si riduce il peso della componente amministrativa o di puro controllo e quindi diventa più facile realizzare l’alleanza tra lavoro di conoscenza e lavoro manuale (distinzione abbastanza fasulla ma in un’organizzazione gerarchica come la fabbrica conta).

Lavoro della conoscenza, mentale (o digitale) e lavoro manuale, operaio (o esecutivo) è dunque una distinzione “fasulla”. Questo è il primo dato per discutere del “quinto stato”. Ciò che permette una tendenziale composizione (e non unificazione) di categorie che rimandano a ceti sociali e status professionali opposti è la qualità del lavoro e della vita. Per qualità s’intende innanzitutto un rapporto con la tecnica, e in particolare con la tecnologia.

Così è nella fabbrica per l’operaio, così è per il freelance con il Pc. Tale qualità indica inoltre il contenuto, e la forma, di un lavoro: cioè la competenza tecnica e la conoscenza. La prima è remunerata, è il prezzo del lavoro; la seconda molto meno perché è l’insieme dei saperi, relazioni, attitudini, memoria, del corpo e del desiderio che costituiscono l’esperienza di un soggetto nel mondo.

La coalizione tra precari e lavoratori autonomi di cui Bologna parla da almeno dieci anni, prima dunque di Landini e Fiom, indica la necessità di comporre la ricerca di queste qualità: sul lavoro e dentro la vita. Non è un’alleanza tra soggetti, ma tra condizioni diverse. Non è la somma di componenti della società, o del lavoro: cioè la coalizione del sociale. È un processo di conquista di un’autonomia individuale e collettiva: cioè la creazione di un potere comune.

Sergio Bologna
Knowledge workers. Dall'operaio massa al freelance
Asterios Editore (2015) pp. 56
€7,00

alfadomenica marzo #3

ANDREW ROSS sulla CREDITOCRAZIA - JUDITH REVEL sull'ITALIAN THEORY - GIOCO(E)RADAR - Giovenale - SEMAFORO - Carbone

CREDITOCRAZIA
Andrew Ross

Riconoscere tali debiti come illegittimi non dovrebbe essere semplicemente un preludio alla contrattazione individuale sulle condizioni di rimborso. Il loro ripudio e, in ultima analisi, la loro abolizione, sono sicuramente una questione urgente per ogni società che valorizza la libertà umana.
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L'ITALIAN THEORY E LE SUE DIFFERENZE
Judith Revel

Forse sarebbe ora di tornare a pensare alla violenza di un gesto teorico che cancella paradossalmente le sue tracce, e si appella all’analisi filologica (Foucault, come Benjamin, reso materia di note a piè di pagina) o all’affascinante e pacificante dispiegamento di una continuità di lunga durata (il pensiero italiano da Machiavelli a noi), pur di non pensare ciò che avvenne nel 1966 e che fu – quello si – squisitamente italiano.
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GIOCO (E) RADAR #9 - SCRITTURE INSTALLATIVE
Marco Giovenale

Era del 2006 un intervento che, su gammm, dava l’avvio non soltanto ad alcune delle peculiari scelte editoriali o indicazioni del sito, ma all’osservazione di una serie di fenomeni testuali che da vari anni – a quell’altezza della diffusione di scritture di ricerca in rete – erano presenti sulla scena, e che da allora si sarebbero ulteriormente moltiplicati. Per semplicità – e forse semplificazione non però del tutto fuori luogo – si era pensato di chiamare alcune di queste opere “scritture installative”.
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L’Italian Theory e le sue differenze

Judith Revel

Pubblichiamo qui un estratto da uno dei saggi contenuti in Differenze italiane (a cura di Dario Gentili ed Elettra Stimilli, DeriveApprodi, 2015) in libreria da mercoledì 18 marzo. Il volume rappresenta una prima panoramica sul dibattito internazionale emerso dalla proposta di pensare una Italian Theory come orizzonte entro cui riflettere su autori e categorie che caratterizzano il pensiero filosofico e politico italiano.

Dal punto di vista meramente storico e culturale, esiste nel dopoguerra una doppia caratteristica del paesaggio filosofico-politico italiano. La prima è legata all’assoluto predominio del pensiero tedesco (in filosofia come nelle scienze umane e sociali), che funge per cosi dire da «matrice» – sia modello che materia prima – per la produzione intellettuale italiana. La tradizione tedesca – i suoi autori, i suoi approcci, ma anche una certa tradizione di pratica dei testi, che impone la lettura filologica al centro dell’esercizio del pensiero – è stata, ed è tuttora, molto più importante in Italia che in contesti in cui la distanza era maggiore (e in generale legata alla semplice non–conoscenza della lingua: si sa, ad esempio, quanto i francesi siano stati riluttanti all’apprendimento delle lingue straniere, e quanto questo abbia contribuito alla loro dipendenza dalle imprese di traduzione dei testi tedeschi novecenteschi – traduzioni spesso molto tardive, e ancora piu spesso discutibili).

In Italia, quando irrompe dopo il ’68 il massiccio riferimento ad autori francesi sulla scia degli eventi del Maggio parigino, e più generalmente in nome di una volontà di politicizzazione del discorso filosofico, lo si fa innescando su questa onnipresenza tutta italiana del pensiero tedesco contemporaneo alcuni autori: quindi Bataille eHeidegger, o Heiddeger e Foucault, o Foucault e Schmitt, o Simondon e Wittgenstein, o Nietzsche e Deleuze... [...]

Prima caratteristica, dunque: l’Italia costruisce attorno al ’68 (e probabilmente prima – basti pensare a una figura come quella di Franco Fortini) un vero e proprio innesto – un’ibridazione tra la permanenza di un modello tedesco e i nuovi apporti del pensiero francese. Questa «novità» degli apporti francesi viene, in alcuni casi, fatta risalire addirittura al Collège de Sociologie e agli scritti di Bataille: nuovo è lo sguardo, anche se si torna agli anni Trenta. Insomma: si legge Bataille come si legge Blanchot e Foucault (e, al contempo, si legge anche Heidegger). Ed è chiaro che uno dei problemi che pone quest’innesto è quello della compossibilità, non sempre evidente, dei suoi riferimenti; cosi come quello del sottile gioco di spostamenti che l’incrocio determina sia nella percezione stessa del pensiero francese, sia nel tipo di letture e di usi che si fa di un corpus tedesco rimasto centrale.

Seconda caratteristica: l’emergenza simultanea, nell’Italia della fine degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta, di un pensiero marxista eterodosso e di forme di lotta che anticipano in realtà quello che sara il ’68 – e che ovviamente si protrarranno molto al di là del Maggio. Quando si parla di Italian Theory, il riferimento frequente all’operaismo è, credo, il nome che viene dato a questa simultaneità di pratiche politiche e di nuova comprensione teorica del testo marxiano. Si tratta in effetti di leggere Marx ponendolo immediatamente all’altezza di un presente che – tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta – impone la registrazione di discontinuità fondamentali (siano esse storicamente avverate o solo politicamente desiderate). Insomma: una simultaneità al contempo filosofica e politica, interpretativa (di Marx, ma anche dello stesso presente), e pratica (sul terreno delle lotte). [...]

L’operaismo rappresenta in sé un momento di decisione sul pensiero e sulle pratiche, vale a dire immediatamente sul presente. Staccare il post-operaismo dall’operaismo implica ignorare (volontariamente o no) la «forbice» che esso apre esplicitamente in quel momento: un’alternativa drastica, la cui impossibile riarticolazione è stata successivamente verificata dalla stagione degli anni Settanta (per non parlare della stagione della repressione, negli anni Ottanta).

Ora: su cosa verteva la proposta operaista? Per dirlo in modo ovviamente molto schematico e veloce, mi sembra che almeno due punti ne abbiano rappresentato la differenza rispetto al marxismo ortodosso dell’epoca (e alle forme di lotta che venivano finora organizzate e vissute): l’insistenza sulla soggettivazione, da una parte, e, dall’altra, la necessità della storicizzazione della propria analisi – sia rispetto al «testo» marxiano, sia nella cartografia e nell’analisi del proprio presente (cioè: nella capacità di coglierne tratti di mutamento o elementi di novità che andavano capiti e «giocati» nelle lotte).

Si trattava innanzitutto di affermare il rifiuto dell’assegnazione indiscussa di un’unità e di un’identità alle soggettività politiche e l’intuizione del fatto che le soggettività politiche emergono al contrario per soggettivazione, come risultato di un processo storico di auto-costituzione. Questo processo, fondamentalmente legato alla dimensione del conflitto, permetteva di spostare il cursore non tanto su «la classe» (e sul ruolo fondamentale che il partito, inteso come partito di classe, ricopriva: una vera e propria «conduzione» della spinta proletaria al di fuori della quale non vi era alcuna possibilità di iscriversi nella lotta di classe), quanto sulla composizione di classe che in un dato momento si poteva registrare: la classe c’era ovviamente sempre, ma, invece di essere la condizione di possibilità della lotta di classe, ne diventava il prodotto – un prodotto sempre storicamente determinato, letteralmente composto dal conflitto stesso.

Anzi, nella proposta operaista si trattava addirittura di fare della soggettivazione operaia il motore delle trasformazioni del capitale stesso, e di riaffermare al contempo il capitale come rapporto e la dissimmetria che esisteva tra capitale complessivo e capitale variabile – perché il capitale variabile si poteva precisamente affermare come variabile indipendente. Ne seguiva un doppio problema: si trattava immediatamente di assumere la questione del rapporto tra classe e organizzazione, da una parte, e di porre il tema della trasformazione della forza lavoro (meglio: di una forza lavoro in piena ridefinizione, quale era quella degli anni Sessanta) in classe operaia, dall’altra.

Ma si trattava anche di storicizzare la descrizione e l’interpretazione di questa soggettivazione: un punto di svolta potente sia dal punto di vista filosofico, sia da quello politico – perché, d’ora in poi, nessuna analisi si sarebbe potuta dare senza un’accurata inchiesta non solo sulla composizione tecnica, ma anche sulla composizione politica della classe. Di tutto ciò si legge ampiamente nei tre primi numeri di «Quaderni Rossi»; ed è chiaro che il libro di Tronti, Operai e capitale, ne rappresenta nel ’66 una potente sintesi. Ed e anche su quel doppio fronte – considerare la soggettivazione come motore delle lotte (e dello sviluppo stesso del capitale); assumere la storicizzazione come metodo filosofico e politico per cogliere il presente, cioè ricercare trasformazioni e discontinuità piuttosto che continuità e teleologie – che si può fare il legame con ciò che, solo qualche anno più tardi (e con radici un po’ diverse) avviene dal punto di vista filosofico in Francia: soggettivazione e storicizzazione sono i due perni attorno ai quali si ridefinisce ad esempio il pensiero foucaultiano nella svolta che porta agli anni Settanta.

Solo seguendo quel doppio filo si capisce perché Foucault sia stato tanto letto in Italia – nel modo in cui è stato letto: politicamente –, e quanto abbia potuto dare fastidio a tutti coloro che invece avevano bisogno di soggetti costituiti, unitari, organizzati e rappresentati dal partito, e di un modello di storia che assegnava per anticipo, in nome della dialettica storica, tutte le tappe di un divenire già determinato o che, sulla base di quanto precede, esigevano di fissare una volta per tutte il volto del potere (lo Stato) e il volto del soggetto rivoluzionario (il partito, appunto).

Qui cominciano forse i problemi. Perché quello che narra la storia – o la preistoria? – dell’Italian Theory intesa come produzione teorica e politica italiana degli ultimi quarant’anni è che l’anno 1966, che vede la pubblicazione di Operai e capitale è anche, paradossalmente, quello che registra la profonda spaccatura interna di ciò che si era andato definendo come operaismo. In realtà, tutto avviene sullo sfondo di un’altra spaccatura: la rottura, avvenuta a cavallo tra il secondo e il terzo numero di «Quaderni rossi», della redazione; e la fondazione di «Classe operaia». Ma, nel ’66, si tratta di capire se si rimane operaisti o se si sceglie di entrare (o addirittura di rientrare) nel Pci.

Quella frattura, che non si tratta qui di valutare politicamente ma di restituire storicamente per quello che è, mi sembra essenziale per capire ciò che avviene in Italia negli anni Sessanta – e ovviamente ciò che avverrà in particolare a partire dall’autunno caldo del ’69. La frattura del ’66 è il perno attorno al quale si gioca una scelta di campo – teorica e pratica – fondamentale, e la figura di Mario Tronti ne è ovviamente il punto di cristallizzazione. Tronti: simultaneamente l’autore di Operai e capitale è colui che decide il proprio passaggio dall’operaismo al Pci.

L’ipotesi che vorrei presentare qui, dopo questa (troppo) lunga premessa, e quindi la seguente. Roberto Esposito ha caratterizzato il pensiero italiano, fin dal Cinquecento, come una configurazione il cui «monogramma», sempre riscontrabile, consisterebbe in una sorta di triangolazione tra la vita, la storia e la politica. Un modo per definire l’Italian Theory in una maniera diversa da quella che ho adoperata finora: facendola emergere non negli ultimi cinquant’anni ma negli ultimi cinque secoli. Ora forse si tratta di capire che ciò che precisamente cambia dopo la spaccatura interna all’operaismo che ho cercato velocemente di restituire (e che, per me, impedisce alla «lunga durata» espositiana di affermarsi come grande continuità del pensiero filosofico e politico italiano) è il rapporto tra i tre termini della triangolazione.

Mi sembra in effetti che il riferimento sempre più insistente alla vita nella produzione italiana recente non solo mascheri spesso la rinuncia alla doppia dimensione della soggettivazione e della storicizzazione, ma serva a obliterare, a rimuovere ciò che fu lo strappo profondo del ’66 – e più generalmente la violenza con la quale la «forbice» ormai aperta (per farla breve: o con i movimenti o con il Pci) stava per investire il lungo ’68 italiano.

Esposito segna simbolicamente l’inizio della sua periodizzazione di lunga durata con la figura di Machiavelli, e ha ragione: l’articolazione machiavelliana si da sempre nella storia (vale a dire: passa sempre attraverso un processo di storicizzazione), e più specificamente attraverso una doppia interrogazione: sulle forme del passato e sull’eventuale differenza che il presente può introdurre, da una parte; e sulle forme che prendono (hanno preso, possono prendere) le soggettività, dall’altra. Insomma, se si dice vita, politica e storia, si dice immediatamente – e forse in questo sta la grandezza di Machiavelli – storicizzazione della diagnosi politica, e interrogazione sui modi di soggettivazione e le forme organizzative che le soggettività possono prendere.

Ma è precisamente quel linguaggio machiavelliano che è interrotto, o comunque annodato diversamente, non appena emerge nel pensiero italiano una forte tendenza alla de-storicizzazione dei concetti e delle diagnosi politiche, e un capovolgimento totale del tema della soggettivazione come de-soggettivazione – considerata come unico punto di leva resistenziale possibile. Mi sembra che la centralità del tema della vita, a tale punto pervasivo da diventare nel pensiero italiano recente sinonimo dell’immanenza stessa (la vita), sia precisamente cio che ha per funzione di ricoprire il doppio vuoto o, se si vuole, la doppia espulsione, della storicizzazione e della soggettivazione al di fuori dalla riflessione filosofico-politica italiana; e che, in questo modo, non solo si dimentichi quello che ha costituito l’importanza dell’operaismo, ma si faccia un incredibile tour de passe-passe – chiamando postoperaismo quello che in realtà azzera le proposte operaiste; e continuando a considerare Tronti come la figura tutelare del più recente post-operaismo senza mai problematizzare la rottura del ’66, cioè la scelta del Pci contro un operaismo che, pure, egli aveva contribuito a pensare nel modo formidabile che sappiamo.

La vita, dicevo. Quella vita diventata il cuore di alcune delle maggiori riflessioni degli ultimi anni in Italia, in particolare sulla scia delle analisi biopolitiche foucaultiane. Ma una vita singolarmente diversa da quella che Foucault considera come oggetto correlato delle ricerche che dedica, alla fine degli anni Settanta, al modo in cui i rapporti di potere si riorganizzano a cavallo tra Settecento e Ottocento (vale a dire: nella svolta che porta all’industrializzazione come paradigma produttivo e al liberalismo come fondamento dell’economia politica): mai realmente localizzata dal punto di vista storico, mai attraversata da determinazioni materiali (sempre immediatamente sociali, politiche, epistemiche). In Foucault, «biopolitica» – l’insieme dei poteri sulla vita – significa fondamentalmente il raddoppio della messa al lavoro dei corpi (il «momento» delle discipline) con un secondo livello di governo, non più individuale ma massificato, che ha per oggetto le «popolazioni».

Queste popolazioni non sono altro che produzioni, costruzioni del potere stesso: si tratta – almeno cosi Foucault ne restituisce l’emergenza storica – di insiemi omogenei di individui considerati come viventi, cioè definiti a partire da uno o più tratti presentati come «naturali». In realtà, la vita diventa posta in gioco della governamentalità per due ragioni diverse ma legate tra di loro: da una parte, viene considerata, in quanto esistenza, come la condizione di possibilità della produttività dei corpi messi al lavoro (la preoccupazione per la salute del lavoratori diventa ad esempio un modo di garantire – a monte del processo produttivo – la massimizzazione dell’estrazione di plusvalore); dall’altra, trasformata in vita biologica in virtù di un processo di naturalizzazione che di naturale ha molto poco (il riferimento alla «natura» è descritto da Foucault come una strategia di governo caratteristica dell’economia politica liberale, cioè legata a una precisa determinazione storica e non come affermazione che esiste in sé una vita naturale che, improvvisamente, diventerebbe interessante per il potere), diventa un dispositivo di controllo nuovo ed efficace, che permette sia l’aumento esponenziale degli effetti di governo che l’abbassamento drastico dei costi della pratica di governo.

Insomma: niente biopolitica senza l’individuazione di un preciso momento storico; senza la volontà di ottenere dagli uomini e dalle donne cio che Foucault chiama «prestazioni produttive»; senza il riferimento alla riorganizzazione del processo produttivo e del lavoro attorno a una nuova idea della ricchezza (che include ormai la mercificazione della forza lavoro intesa come capitale variabile); senza la necessità di raddoppiare il livello delle discipline con quello dei biopoteri, o il governo degli individui con quello delle popolazioni, o l’uso della regola giuridica con quello della norma; senza infine la naturalizzazione della «vita» intesa come potente (e nuovo) dispositivo di governo interamente costruito sulla necessità di minimizzazione i costi e di massimizzare il controllo sociale (cioè: costruito sull’importazione, all’interno delle arti di governo, di criteri e modalità di valutazione direttamente provenienti dall’economia liberale).

Nelle letture biopolitiche italiane, rimane ben poco della descrizione foucaultiana: niente contestualizzazione storica, niente soggetti in carne e ossa, nessuna dimensione economica. La vita – che Foucault trovava negli eventi e nella cronaca delle piccole storie, che andava cercando negli archivi, nella «leggenda grigia» degli anonimi, dei racconti degli «uomini infami», che ascoltava nelle prese di parola dei detenuti del GIP o che sperimentava direttamente, come terreno di resistenza, nella problematizzazione ben più tardiva dei «modi di vita» a partire dalla propria esperienza dei movimenti gay alla fine degli anni Settanta – semplicemente non c’è piu. Esiste solo la distinzione tra Bíos e Zoé, fatta circolare nella storia come un invariante strutturale; raddoppiata da una biologizzazione della vita che viene in realtà presentata come scontata (la vita è la vita biologica). La biopolitica è ciò che prende per proprio oggetto la vita in quanto biologica. Amen.

Su quell’impianto di de-storicizzazione, mi sembra che intervengano allora cinque elementi che contraddistinguono, seppur in modo diverso, le due letture italiane di Foucault alle quali in realtà mi riferisco – quelle di Roberto Esposito e di Giorgio Agamben. Due letture che mi sembrano precisamente costituirsi a partire dall’occultamento di ciò che l’operaismo poneva al proprio fondamento (o, per dirla con e contro Esposito, se si prende in considerazione la lunga durata alla quale egli si riferisce: a partire dalla rottura rispetto a una linea machiavelliana che lo stesso Esposito considera la cifra del pensiero italiano moderno e contemporaneo). Mi limito qui a elencarli, per ragioni di spazio, rimandando a un’ulteriore discussione il loro pieno sviluppo.

Primo elemento: il rovesciamento della forma della soggettivazione in forma della mancanza costitutiva, l’affermazione della parte sempre mancante della comunità, del munus – vale a dire l’iscrizione del negativo, o del privativo, all’interno di un processo che invece si trattava (nell’operaismo così come nel pensiero foucaultiano) di pensare come pura positività, come produzione, come eccedenza ontologica. Da li una serie di pensieri del comune che, quando riescono a staccarsi dall’essere pensieri della comunità (cioè quando rinunciano a considerare la comunità come condizione di possibilità della prassi politica e ne fanno invece un risultato necessariamente provvisorio, o quando accettano di pensare il comune come prodotto di un processo costituente), pensano comunque sempre il comune sullo sfondo di una perdita comune o di una incompiutezza comune.

Secondo elemento: il rovesciamento del tema della soggettivazione – o del valore conflittuale, resistenziale, che esso possiede non appena si assume che l’eccedenza rispetto al potere sta interamente nell’affermazione della dissimmetria tra capitale complessivo e capitale variabile, tra potere sulle vite e potenza delle vite; e la sua sostituzione con il tema della de-soggettivazione: a scelta, desingolarizzazione, impersonale, terza persona, necessaria soppressione dei predicati del soggetto. Insomma, si pone che l’essere-soggetti significa sempre essere attraversati da rapporti di potere (l’essere capitale variabile significa pur sempre essere presi dentro il rapporto di capitale), e che di conseguenza solo la de-soggettivazione può rappresentare una via d’uscita. Come se esistesse un fuori dai rapporti di potere; come se la rinuncia alla conflittualita fosse, una volta per tutte, registrata; come se non si trattasse di inserire un’asimmetria tra poteri e potenza, o tra assoggettamento e soggettivazione, bensì di buttare per così dire il bambino con l’acqua sporca.

Terzo elemento: la cancellazione di ogni forma di riferimento alla produzione. La reversibilità del termine è ovviamente grande – produzione è ciò di cui si nutre il capitale, ma produzione è anche processo di soggettivazione. Tutto il problema è precisamente di inserire tra le due facce di questo Giano bi-fronte un elemento di asimmetria tale da caratterizzare la produzione di soggettività come produzione di un eccesso ontologico (un’invenzione dice Foucault), laddove la produzione di merci e la conseguente estrazione di valore caratterizza la logica del capitale. Ma se non si parla di soggettivazione e se non si situa storicamente l’analisi in un dato momento storico (quello della nascita dell’economia politica liberale), né l’una né l’altra delle due facce sono interessanti. Anzi, inoperosità diventa allora il nome di una presunta sottrazione alla logica del capitale: non più lottare contro l’organizzazione della produzione e del lavoro, lo sfruttamento e l’alienazione dei lavoratori, l’estrazione di valore, la messa al lavoro della vita, bensi affermare che il non produrre diventa gesto rivoluzionario. Permanenza del pensiero aristocratico in età contemporanea?

Quarto elemento: pensare che solo l’ordine simbolico sia alternativo all’ordine patriarcale, laddove – Luisa Muraro dixit – la differenza sessuale è mero significante vuoto. Sarà – ma quale politica a partire dal simbolico? Di fatti, risulta molto difficile pensarla se non si reinserisce un soggetto costituito («le donne»), definito nella lingua stessa dei biopoteri (il «ventre», tratto naturale costitutivo della popolazione «donne») e caricato di redimere l’insieme delle ingiustizie e delle violenze di una società di cui si rifiuta ostinatamente di considerare le caratteristiche classiste, razziali, culturali e l’intersezionalità che tali linee determinano; oppure quando si sbarra fin dal principio la possibilità della soggettivazione (che implica sempre il divenire, l’invenzione di sé) perché l’assegnazione della differenza (sessuale) esclude in sé il processo costituente del genere.

Infine, quinto elemento: pensare la vita esclusivamente come vita biologica – ultimo rifugio del materialismo una volta che si sia rinunciato alla storia, alla conflittualità e alla dimensione materiale dell’esistenza. L’appiattimento del Bios sotto la Zoé si compie (e si capisce allora quanto fosse necessaria la preventiva impostazione teorica della dicotomia per permettere quella riduzione).

Insomma: dov’e piu la potenza dell’esistenza, la concretezza dei rapporti senza i quali la vita – sempre già storica, sociale, politica, qualificata – è solo il nome vuoto dato al rifiuto di pensare i processi di soggettivazione nella storia? E dove è il «noi» a venire che tanto ossessionava Foucault negli ultimi anni della sua vita? Questa, anche, si chiama Italian Theory. E forse sarebbe ora di tornare a pensare alla violenza di un gesto teorico che cancella paradossalmente le sue tracce, e si appella all’analisi filologica (Foucault, come Benjamin, reso materia di note a piè di pagina) o all’affascinante e pacificante dispiegamento di una continuità di lunga durata (il pensiero italiano da Machiavelli a noi), pur di non pensare ciò che avvenne nel 1966 e che fu – quello si – squisitamente italiano.