Tronti tra il 1917 e il 1968

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Franco Berardi Bifo

Finalmente il libro più importante del nuovo marxismo italiano che passa sotto il nome di operaismo - Operai e capitale pubblicato da Einaudi esattamente cinquanta anni fa - viene tradotto e pubblicato in francese e in spagnolo, mentre manca ancora una traduzione inglese di questa opera fondamentale. E’ l’occasione per valutare l’importanza dell’innovazione metodologica implicita in quel libro e poi dispiegata nella pratica teorica dell’operaismo italiano. Ma è anche il momento di misurare la distanza di quel testo e da quel movimento teorico rispetto all’attuale realtà della lotta di classe.

L’operaismo italiano ha offerto un metodo utile per interpretare i processi di ricomposizione sociale nell’epoca operaia, ma per comprendere il tempo presente occorrono strumenti analitici più raffinati e complessi, che sfuggono all’operaismo italiano come sfuggono al post-strutturalismo francese.

Mentre a mio parere il metodo analitico trontiano, basato su un rovesciamento del rapporto tra composizione della soggettività sociale e sviluppo del capitale, continua a essere indispensabile per una comprensione dei processi profondi della trasformazione produttiva e politica, sul piano dei contenuti l’operaismo non ha più molto da dire già dal 1968, anno di cui Tronti mostra ancor oggi di non aver capito la sostanza. In un libro pubblicato recentemente da Derive approdi col titolo Noi operaisti, Tronti scrive infatti che:

(nel ’68) si trattava di conti interni al campo avverso: a chi la direzione della modernizzazione. Le vecchie classi dirigenti dell’epoca delle guerre civili mondiali erano esaurite, premevano per salire alla ribalta le nuove classi dirigenti per la futura mondializzazione capitalistica.” (Noi operaisti, pag. 59).

Ridurre il movimento degli studenti a lotta interna alla borghesia per il governo della modernizzazione, come fa Tronti, significa non aver capito il fenomeno più importante degli ultimi decenni, cioè l’emergere del lavoro cognitivo come nuova forza produttiva generale. Identificare gli studenti come “nuove classi dirigenti” significa impedirsi la comprensione della produzione reticolare contemporanea e quindi non vedere le possibili linee di trasformazione futura.

Il primo principio metodologico del neo-marxismo operaista è l’affermazione materialista di una radicale immanenza del divenire possibile della società. Tutto ciò che può svolgersi nel futuro (il possibile) è scritto in forma di tendenza nell’attuale composizione della società. Questo principio va sottratto a ogni interpretazione deterministica. La composizione sociale presente contiene tutti gli elementi – flussi, solventi, coagulanti – dalla cui decomposizione e ricomposizione emergeranno le forme dei mondi a venire, ma questo non implica che le linee di evoluzione siano prestabilite. Il presente contiene la tendenza, e la tendenza è il possibile - ma nella forma del presente vi è anche il viluppo degli ostacoli delle resistenze e delle trappole che possono impedire al possibile di dispiegarsi, o distorcerne il dispiegamento fino a trasformarlo nel contrario di quel che era legittimo aspettarsi.

Il secondo principio metodologico è quello della priorità logica e cronologica del movimento rispetto alla struttura (precessione del soggettivo). La struttura, ad esempio la forma tecnica del processo lavorativo, non è la causa del processo, bensì la provvisoria fissazione della dinamica processuale: la forma tecnica ed economica che il capitale assume va considerata come una risposta, provvisoria e dinamica, ai sommovimenti che avvengono nella composizione del sociale, una risposta alle lotte e ai sabotaggi dei lavoratori contro lo sfruttamento.

Quando poi si giunge alla questione del comunismo, l’operaismo italiano si rivela un ferro vecchio e un ostacolo alla immaginazione del possibile.

Guardando al passato novecentesco Tronti afferma che “La sconfitta operaia è stata una tragedia per la civiltà umana” (85). Solo partendo dalla profondità di quella sconfitta che trascina con sé non solo la prospettiva socialista ma il destino stesso dell’Umanesimo moderno è possibile guardare con realismo al tempo che ci aspetta.

Ma per prima cosa dovremmo capire quali dinamiche obiettive e quali scelte politiche hanno provocato la sconfitta operaia nel ventesimo secolo.

Tronti risponde che questa avvenne perché “gli operai non ce l’hanno fatta a farsi stato.”

Io penso che sia vero l’esatto contrario. E’ chiaro che si tratta di interrogarsi di nuovo sulla rivoluzione sovietica, un secolo dopo. La interpretazione leninista del pensiero di Marx - una vera e propria distorsione, in effetti - cambiò per sempre la prospettiva in cui la lotta di classe si svolse nei decenni successivi.

Proprio perché il leninismo ha indotto gli operai a farsi stato – immobilizzando la dinamica sociale in una struttura pachidermica e sottomettendo i movimenti degli operai di tutto il mondo al compito di difendere uno stato autoritario e una società statica, il comunismo si è trasformato in un incubo totalitario. Il Comunismo storico è stato la tomba del comunismo possibile che viveva come tendenza nella composizione sociale del lavoro operaio e soprattutto dell’intelletto generale in formazione.

Nel libro La politica al tramonto, parlando di paradosso della rivoluzione in occidente, Tronti scriveva qualche anno fa: “avevamo ragione noi giovani intellettuali comunisti a stare dalla parte degli insorti ungheresi, ma non aveva torto la ragion di stato socialista a chiudere la partita con i carri armati.”

Il leninismo inquina il pensiero di Tronti e in generale degli operaisti italiani e alla fine agisce come la pietra al collo con cui quella generazione si inabissa nel passato novecentesco e si impedisce la possibilità di pensare il secolo nuovo.

Il comunismo ha distrutto il futuro degli operai quando si è fatto partito leninista e quindi stato. La violenza del soggettivismo bolscevico ha costretto la ricchezza e le potenzialità del movimento entro un progetto sconfitto in partenza. La rivoluzione in Occidente non avrebbe mai dovuto essere sottomessa alla ragion di Stato, e d’altra parte come si poteva pensare che il comunismo potesse esprimersi come processo felice ed esemplare nel paese di Dostoevskij? Ma al di là della particolare infelicità della psico-cultura russa, qualsiasi territorializzazione del processo era destinato a uccidere il comunismo possibile, trasformandolo in quel che esso è divenuto: l’impossibilità del comunismo.

Il problema di oggi si presenta in termini del tutto nuovi, e non ci sarà un’altra prova: la sconfitta degli operai consegna la potenza dell’intelletto generale (che i movimenti operai non hanno saputo orientare in maniera autonoma) al dominio neoliberale dinamico e de territorializzato del capitalismo.

Se una possibilità rimane essa è tutta consegnata alla capacità del lavoro cognitivo di trovare le strade di una ricomposizione sociale che permette all’intelletto generale di riscrivere gli automatismi tecnici che per il momento sembrano avere incatenato la società alla frenesia distruttiva del capitalismo.

Nella bibliografia di Tronti (e in generale dell’operaismo italiano) mancano Marshall McLuhan e Philip Dick. Per questo Tronti non capisce che il ’68, lungi dall’essere una lotta interna alla borghesia per il governo della modernizzazione è la rivolta dell’intelletto generale contro il dominio capitalistico e la ricerca di un’alleanza con gli operai che non riguarda la politica, ma la composizione sociale e tecnica del lavoro mentale. Proprio nel ’68 il leninismo si presentò per quel che era: un crimine contro l’umanità, non perché i carri armati a Praga fossero più assassini dei carri armati a Budapest o a Berlino o a Kronstadt, ma perché allora i carri armati sovietici schiacciarono (in nome della difesa del comunismo reale) il comunismo possibile del general intellect che si emancipa dal dominio capitalista per trasformarsi in forza di emancipazione della scienza e della tecnologia.

Di qui dobbiamo ripartire, per inventare il comunismo a partire dalla definitiva irreversibile sconforta del leninismo. Di qui dobbiamo ripartire, rileggendo Tronti perché ci ha consegnato un metodo di lettura del processo storico, ma dimenticando Tronti perché non ha saputo uscire dai limiti entro i quali ci ha rinchiuso il leninismo.

giugno 2016

 

Balestrini, istruzioni per l’uso

Tommaso Ottonieri

Non vi è opera probabilmente, nella tradizione della nostra – e non solo – letteratura (e non solo letteratura: d’ogni oltre-letteratura, sfinita o già morta, fraschianamente, nel collasso ipermediale della sua lettera), non vi è opera, così radicalmente permeabile, in lucida impassibile cruauté, per attività di convulso straniamento, come l’arte multiversa che di macchina in macchina, di carattere in carattere, e di supporto in supporto, anima le stringhe verbali o il discorso stesso (da cogliere solo dal «bruciare» del suo procedimento – dalla risonanza del suo maifinito autoestinguersi) di Nanni Balestrini.

Una forma di assoluto autodisciplinamento, nella rete – che è quella che lui muove – di una lingua che stia ad astrarsi nuovamente contro se stessa, per giungere a svuotare persino la radiale molteplicità dei linguaggi che ne dipendono, e l’illusione delle loro autonomie; e d’altro canto, e per paradosso: il mimetismo profondo e tanto più spiazzante che, con gli effetti di realtà scatenantisi dal babelico turbinio di linguaggi gerghi idioletti, le sue scritture e de-scritture instaurano, sporte sempre in un bilico impossibile fra il transfert più incandescente (e denegato, e stornato insomma) e la più siderale distanza.

Nello spazio del tutto artificiale, ma assurdamente rinaturalizzante insieme, di un discorso testuale che si riconduce alle radici spezzate del suo funzionamento, ciò che muove o meglio ciò che agisce (a risalire al Sanguineti di Ideologia e linguaggio) gli oggetti linguistici balestriniani (cioè Nanni medesimo forse, macchina testuale e ipertestuale in sé, espansa su moltitudini di superfici), è l’onda di una respirazione zen... (Già nel ’60: «l’idea di una poesia […] che porti su di sé i segni di un distacco dallo stato mentale»)...

Ossia, la definizione d’uno spazio tutto-aperto dell’accadere, che scocca inevitabile e imprevedibile, dritta come una freccia, dalle sue trame d’insolite algoritmie (e serialità irripetibili... e combinatorie esplose...), lì dove misure metriche inaudite si montano e rismontano dal giro a nastro delle sintassi, e dalla disponibilità dei suoi vuoti a eccedere dalle griglie istituite, a lasciare deserte le gabbie della lingua... – Così, esemplarmente Balestrini taglierà il suo per ora ultimo manifesto sulle pratiche di John Cage, con titolo del tutto rivelatorio (Empty Cage: tanto più a considerare il nome come sostantivo non come nome proprio): e l’invisibilità (di chi agisce, innanzitutto) si elegge a cifra, politica, di questa (auto)sospensione – radice d’acqua del materialismo trascendentale alle cui derive, per sponde diverse, egli non smette di approdare.

Opera per molti versi manifesta, iperformata da griglie e metodi che, non meno, la inducono a sformarsi, a eccedersi, quella di Balestrini è però e non meno opus iniziatico, oscuro; la sua evidenza (evidenza di funzionamenti, e quasi mai di legittimazioni declaratorie) è la misura stessa della sua indecrittabilità; e non valgono le sue chiavi pur palesatissime (quella brechtiana, ad esempio) a sciogliere il paradosso di un sistema di enigmi che espongono e rendono disponibili le loro stesse soluzioni. La ricezione di quest’opera s’è perlopiù attestata, e arrestata, sulla descrizione dei suoi funzionamenti, e delle valenze da assegnare ad essi; ma forse nessuno, prima di Antonio Loreto, aveva osato sfidare a fondo la sua chiusa-permeabile alchimia, e così a fondo anzi, da rischiare qualche deriva di iperdeterminazione o di didascalismo: e però senza mai raggiungerla – sciogliamo subito l’iniziale dubbio – tanto le sue analisi ed esegesi penetrano originalmente il dettato balestriniano. Loreto combatte come un eroe con le categorie ustorie-sfuggenti che l’azione testuale di Nanni propone e sottrae, permeabile e impenetrabile supernamente; con le ombre delle sue figure che si esibiscono senza mai incrociarsi, mai del tutto rivelarsi, nei suoi castelli di riverberati, verbigerati enigmi. Da questo viaggio al termine dei linguaggi e dei montaggi, per la foresta dei patenti artifici dove efflorescenze cristalline si oppongono alle blandizie alcìnie della merce-immaginario, Loreto emerge coi suoi copiosi trofei, un sospetto di Graal, la certezza d’una piena investitura.

Così, a scorrere i capitoli di questo temerario attraversamento, ci si ritrova nel cuore non solo della dialettica balestriniana, che centralmente agisce nella forza dei suoi paradossi (iperformalismo come engagement: scrittura (tipografica) come realizzazione delle possibilità del linguaggio parlato: utopia, ed epica, come espressioni della tensione tecnologica del tardo-capitalismo e insieme via d’uscita da quest’ultimo) ma, soprattutto, della fase culturale che, dal tempo della modernità avanzata protraendosi fino a noi, vede Balestrini come suo interprete invisibilmente centrale: dei suoi più attivi e critici, più palingeneticamente decostruttivi.

Mimeticamente rispetto al suo oggetto (pensiamo ad esempio a La violenza illustrata, o almeno alle sue titolazioni), Loreto modella la sua Dialettica in movimenti dicotomici, che sono poi, non forse per avventura, sinfonicamente quattro. Montaggio e distruzione (il rapporto, innanzitutto, col modello brechtiano); Linguaggio e opposizione (critica della lingua, critica dei linguaggi, modi e usi dell’oralità di ritorno in contesti sempre più organicamente tecnologizzato); Soggetto e mondo (con dialettico riferimento al Vittorini «scientista» delle Due tensioni ma soprattutto all’allarmato Calvino del Mare dell’oggettività); Epica e utopia (intorno alla questione del romanzo, dalla decostruzione radicale e «artificializzante» del romanzo borghese all’epos operaista e la sua oralizzazioni iconiche).

La ritmica concettuale della monografia segue e riflette, a specchio, il suo oggetto: secondo una quadripartizione in cui ogni singola dialettica, lacerata e stringente, si espande in fughe ulteriori, si tassonomizza in ulteriori sottotemi ed eventuali sottoinsiemi, un po’ al modo della progettualità geometrico-schizomorfa che Nanni metteva in opera fin nei primi anni ’60 nelle strutture molecolari dei suoi Tape Mark (di cui un diagramma è riprodotto infatti in copertina). E, individuando quel centro virtuale e marcatamente invisibile, che al multiverso di quest’opera compete nel sistema artistico che è il nostro, ci rende il dono più prezioso, giunto in tempo per il Compleanno più memorabile: che è quello insomma d’un (Oltre)Novecento che vuole tutto, sempre e ancora da nonconcludere: enigmatico ma praticabile dal rifrangersi, di questi cristalli verbali, per semprenuova luce tagliente.

Antonio Loreto
Dialettica di Nanni Balestrini. Dalla poesia elettronica al romanzo operista
Mimesis, 2014, 199 pp.
€ 18

La differenza dell’operaismo

Nicolas Martino

Gli anni dei Novissimi e del romanzo sperimentale, di Laborintus II di Luciano Berio e La fabbrica illuminata di Luigi Nono, dei monocromi e del No di Mario Schifano, dei Bachi da setola e del Mare di Pino Pascali, sono anche gli anni delle rivoluzioni copernicane e dei nuovi prototipi mentali in ambito politico.

«Abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. È un grave errore. Occorre rovesciare il problema, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia». In questo celebre passaggio di Lenin in Inghilterra, l'editoriale di Mario Tronti sul primo numero di «Classe Operaia» (gennaio 1964), è contenuto il senso e la novità dell'operaismo italiano degli anni Sessanta. Operaismo che, dice ancora Tronti, «comincia con la nascita di Quaderni Rossi e finisce con la morte di Classe Operaia».

Questa rottura degli anni Sessanta conosce due, o meglio tre, importanti anticipazioni a metà degli anni Cinquanta: 1. Le inchieste sulle classi subalterne condotte nelle «Indie di quaggiù» da Ernesto De Martino, Danilo Dolci e Franco Cagnetta. E tra queste, quella di Cagnetta in Barbagia si segnalava per un'impostazione che, rompendo con il populismo neorealista e mettendo in campo la metodologia della storia orale, voleva già essere conoscenza che trasforma. Nel 1960 con Milano, Corea Danilo Montaldi, intellettuale e militante vicino a «Socialisme ou Barbarie», insieme a Franco Alasia avrebbe portato l'inchiesta nella metropoli. 2. Il magistero di Galvano Della Volpe che, rompendo con lo storicismo idealista del marxismo ufficiale italiano, svelava il carattere essenzialmente mistico e romantico della logica hegeliana e delle sue ipostasi, per proporre un marxismo piantato sul metodo sperimentale del circolo concreto-astratto-concreto. Aristotele contro Platone dunque, e la triade De Sanctis, Croce, Gramsci della via togliattiana al socialismo veniva mandata in soffitta. 3. L'approccio fenomenologico alla soggettività promosso da Enzo Paci.

Mario Schifano, No
Mario Schifano, No (1960)

Il 1961 è l'anno di fondazione dei «Quaderni Rossi». Impegnata nell'analisi dello sviluppo capitalistico nel dopoguerra, la rivista promossa da Raniero Panzieri individua la «composizione di classe» del neocapitalismo italiano in quell'operaio massa protagonista della rivolta di Piazza Statuto - espressione potente dell'autonomia operaia nella città - e indomabile protagonista delle lotte narrate in Vogliamo tutto di Nanni Balestrini1. I «Quaderni Rossi» portano l'inchiesta in fabbrica - nel cuore del processo produttivo - dove Romano Alquati sviluppa la conricerca, l'inchiesta come conoscenza che trasforma, e Raniero Panzieri lavora sull'estraneità operaia rispetto alle forme politiche che lo sviluppo si da. Estraneità perché la classe operaia non è per il progresso, ma per la rottura, per la «costruzione di una razionalità radicalmente nuova e contrapposta alla razionalità praticata dal capitalismo».

Nel 1964 con «Classe Operaia» si compie la rivoluzione copernicana di cui dicevamo all'inizio: il principio è la lotta di classe operaia. Ovvero, solo la lotta incessante tra operai e capitale spiega i movimenti del capitale, quindi la classe operaia è il motore dello sviluppo, è condizione del capitale. La classe operaia è il segreto del capitalismo. Il soggetto è la classe operaia e non il popolo, il luogo è la fabbrica e non la società civile. Il rifiuto del lavoro smonta la retorica lavorista, la rottura con il togliattismo è radicale. La rottura è anche con il terzomondismo di allora, perché «laddove più potente è il dominio del capitale, là si insinua più profondamente la minaccia operaia» e quindi la catena si spezzerà non dove il capitale è più debole, ma dove la classe operaia è più forte.

E ancora, altro rovesciamento rispetto alla visione terzinternazionalista, la classe operaia contiene gli elementi della strategia nella materialità autonoma della sua composizione, mentre il partito detiene il ruolo tattico, della mediazione politica. Ecco quindi che la lotta per il salario è immediatamente politica, il salario è strumento politico di attacco e di redistribuzione radicale della ricchezza sociale. Per la strategia del rifiuto operaio2, la questione del tempo è quella intorno a cui si gioca la partita fondamentale della lotta dentro e contro il capitale.

Pino Pascali, Mare + fulmine (1966) galleria L'Attico
Pino Pascali, Mare + fulmine (1966) galleria L'Attico

Eccola dunque la novità dell'operaismo italiano, un marxismo della differenza e antidialettico che smaschera l'universalismo borghese, alleato in questo del pensiero femminista in rivolta contro il dominio patriarcale. Scissione e parzialità, nessuna Aufhebung possibile, anzi Sputiamo su Hegel avrebbe detto Carla Lonzi. È il marxismo della rude razza pagana, in rottura con il populismo proprio come Scrittori e popolo di Alberto Asor Rosa pubblicato nel 1965. Operai e capitale di Mario Tronti esce nel 1966*, ed è l'opera che esprime al meglio la differenza del marxismo italiano, tanto che, parafrasando Mario Schifano, si potrebbe dire che gli anni Sessanta sono Operai e capitale. Ma, è bene sottolinearlo, Operai e capitale è un'opera collettiva, nasce nelle lotte e dalle lotte, e dal lavoro collettivo dei «Quaderni Rossi» e di «Classe Operaia».

Su «Contropiano», nel biennio '68-'69, si consumerà un'altra rottura intorno al problema organizzativo, quello del partito, e dopo il '68 l'eredità operaista verrà raccolta dalle teorizzazioni di Tronti sull'«autonomia del politico», e di Antonio Negri sull'«autonomia operaia». E ancora da «Primo Maggio», la rivista di storia militante promossa da Sergio Bologna, e dal lavoro di Massimo Cacciari che introdurrà nel dibattito culturale italiano i temi del cosiddetto pensiero negativo.

Ancora oggi quella rivoluzione copernicana, tra salti e rotture, continua a fabbricare prototipi mentali intorno ai quali lavora il pensiero internazionale più audace e radicale. Grandeur de Tronti.

*Operai e capitale è stato appena ripubblicato dalla casa editrice DeriveApprodi

Da alfa63 lo speciale in edicola e in libreria insieme al numero 33 di alfabeta2

  1. Nel 1962 esce per Rizzoli La vita agra di Luciano Bianciardi, un romanzo che anticipa la natura e le caratteristiche del lavoro postfordista: il protagonista qui non è l'operaio massa, come in Vogliamo tutto, ma l'intellettuale impiegato nell'industria culturale, un operaio delle fabbriche dell'anima, antenato arrabbiato degli attuali lavoratori della conoscenza. []
  2. La strategia del rifiuto, così come tematizzata in Operai e capitale, è stata sviluppata in ambito artistico da Francesco Matarrese con il suo rifiuto del lavoro astratto in arte. Le sue non-opere, realizzate in collaborazione con Mario Tronti, sono state presentate a dOCUMENTA (13) di Kassel. []

I conflitti dell’Italian Theory

Dario Gentili

Che cosa intendere per Italian Theory? Una “teoria italiana” sotto la cui insegna il mondo accademico angloamericano, dopo aver consumato a sufficienza la French Theory e l’ermeneutica tedesca, presenta l’ultima novità in campo filosofico, di pensiero critico e di teoria politica proveniente dal Vecchio Continente, in assenza magari di qualcosa di meglio? Si tratterebbe, quindi, soltanto della più recente moda filosofica confezionata nei Dipartimenti nordamericani di scienze umane?

Se così fosse, se fosse soltanto questo, ogni diffidenza nei confronti dell’Italian Theory sarebbe giustificata. E questo non rappresenterebbe nemmeno l’argomento più ostile da contrapporre a una “teoria italiana”; ben di più sarebbe proprio l’idea che il pensiero italiano – e in particolare quello politico – sia riducibile a una teoria, a una astratta costruzione unitaria, a una sorta di “categoria” complessiva in grado di riunire e allineare una serie di pensatori – da Machiavelli fino a Gramsci, dall’operaismo fino alla biopolitica di Agamben, Negri ed Esposito – la cui riflessione sulla politica avrebbe in comune qualcosa come una teoria, oggi finalmente conducibile a sintesi. In comune, invece, è la differenza. E dunque, se non vi si attribuisce il significato stringente di “teoria italiana” – rischio in cui, nell’espressione inglese, non si incorre, facendo essa riferimento piuttosto all’ambito degli studi sul pensiero italiano – che cosa intendere per Italian Theory?

Il dibattito sull’Italian Theory – che, per ambienti e interlocutori, non è riducibile all’accademismo – dura da qualche anno, e di certo il mio contributo (Italian Theory. Dall'operaismo alla biopolitica, Il Mulino 2012) non ha la pretesa di incanalarlo in una determinata direzione, anzi. Leitmotiv di tale dibattito è l’individuazione e la valorizzazione di una “differenza italiana” all’interno della riflessione filosofica e politica soprattutto novecentesca. Il mio tentativo è stato quello di declinare la “differenza italiana” a partire da una concezione della politica in quanto conflitto, attribuendo proprio all’idea affermativa, costituente e vitale di conflitto l’interesse che oggi – nella decadenza dell’epoca d’oro di cui ha goduto la retorica della globalizzazione per un ventennio – riscuote il pensiero italiano sul piano internazionale.

Vale forse la pena rammentare come dopo l’89, nelle filosofie analitiche o ermeneutiche allora predominanti, l’agire politico fosse ridotto a quello etico, a scapito proprio del suo carattere peculiare, la conflittualità, da arginare e neutralizzare affinché la politica non rivelasse il suo volto diabolico (o, detto altrimenti, “machiavellico”) e mortifero. Ecco, la “differenza italiana” – e la sua attualità – consiste a mio parere in una concezione del conflitto a questa radicalmente alternativa.

L’Italian Theory che ho approntato a partire dagli anni Sessanta fino a oggi (anzi, ormai fino a ieri, in quanto altri contributi già sono stati prodotti) è l’elaborazione filosofica della “differenza italiana”. E tuttavia, non è di una sorta di “filosofia del conflitto” che qui si tratta, di una disputa teorica intorno a una presunta “essenza” del conflitto. Le concezioni e le pratiche del conflitto sono piuttosto declinate attraverso le diverse forme – sia produttrici di antagonismi sia governamentali – che la crisi ha assunto dagli anni Sessanta a oggi.

Dell’Italian Theory, perciò, il conflitto non rappresenta soltanto il tema, ma è la cifra stessa della sua articolazione interna. Gli autori e le correnti di pensiero che ho affrontato sono presentati e discussi nei punti di rottura, polemica, scarto, discontinuità. È nel conflitto, infatti, che si manifesta la massima concentrazione e indistricabilità di filosofia, storia e politica – la massima estroflessione del pensiero al di là della teoria, la sua esposizione alla storia fattuale. L’Italian Theory è tutt’altro che un “ciclo unico”, omogeneo e continuo. Tant’è vero che ho adoperato il termine sinisteritas per caratterizzare tale modo di procedere: una linea spezzata, divergente, obliqua, qualitativamente inadatta a dettare la linea. E dunque a configurare una serrata continuità da Tronti fino a Esposito.

Nemmeno si può fare della medesima differenza – una “differenza italiana” in questo senso non meglio identificabile – il comun denominatore delle diverse posizioni. Se piuttosto la “differenza italiana” è il primato politico del conflitto, allora essa si esprime ogni volta che il conflitto dà luogo (nella fabbrica, nella società, nella metropoli, nel governo delle vite) a forme di soggettivazione politica. Ogni volta e diversamente. Parafrasando Walter Benjamin, la continuità nella storia si manifesta soltanto nella persistenza del dominio e dello sfruttamento, nel “maledire” il conflitto in quanto degenerazione e malattia mortale del corpo politico e nell’approntare i dispositivi per la sua neutralizzazione.

Il dispositivo oggi più efficace è senz’altro questa crisi, una vera e propria “arte di governo” che, adempiendo in pieno al dettato neoliberale, “non lascia alternative” – all’austerità, alle larghe intese, all’impoverimento, alla precarietà, alla fuga dei cervelli. È sul piano di queste forme di vita “maledette” – e “dette male”, deformate – da questa crisi che stavolta è possibile l’alternativa – la politica.

Sull'Italian Theory e il libro di Gentili leggi anche:

Marco Assennato, A differenza dell'Italian Theory
In un’intervista del 1965, condotta da Alain Badiou, Michel Foucault accenna all’opportunità di rischiare una storia puramente evenemenziale del pensiero, capace di constatare una serie di fatti in una certa misura grezzi che operano nell’essere stesso della filosofia determinandone articolazioni, posizioni, e innovazioni decisive... [leggi]

Augusto Illuminati, Derive del desiderio
Dieci anni fa moriva prematuramente Fernando Iannetti, dopo una vita dedicata non solo alla filosofia e alla psicoanalisi (si era formato con Lacan, Deleuze e Guattari), ma anche alla passione politica... [leggi]

Nicolas Martino, Italian Theory
Diciamolo subito: l’Italian Theory non esiste. O meglio esiste, ma solo in quanto dispositivo che neutralizza la differenza italiana, la teoria della differenza creativa come affermazione costituente... [leggi]

Archiviare la disobbedienza

Elvira Vannini

Rispetto all’emersione attuale delle biennali e mostre cosiddette politiche, che non hanno prodotto alcuna trasformazione reale (ne lo vogliono), Disobedience Archive (The Republic), a cura di Marco Scotini, assume invece una precisa posizione già a partire dalla sua prima apparizione a Berlino nel 2005, e permette di sviluppare un ragionamento sulla genealogia della mobilitazione antagonista a partire dai modi della sua rappresentazione dentro lo spazio dell’arte.

“Dopo diversi progetti artistici e attivisti di rilievo come Collective Creativity di WHW, Ex Argentina di Andreas Sieckmann, The Interventionists di Nato Thompson e Disobedience di Scotini, possiamo affermare - scrive Gerald Raunig - che si è sviluppato un ambito transnazionale (anche se fragile) di pratiche trasversali. Se qualche volta sono viste come egemoniche lo sono nell’ottica del sistema artistico borghese”. Ma l’attuale proliferare di large-scale exhibitions con velleità sociopolitiche, a cui non sfugge nemmeno l’ultima edizione di Kassel o della biennale di Berlino, si limita a esibire superficialmente la politica come oggetto d’attrazione, senza uscire dalle formule codificate degli apparati museografici ed espositivi tradizionali. “La politica di queste biennali, come di altre, non è interventista - precisa Charles Esche sulle pagine di ArtForum - come invece lo sono le proteste documentate nell’importante video-archivio Disobedience”, che dopo 10 anni di occupazioni itineranti nelle maggiori istituzioni e strutture museali internazionali finalmente approda in Italia, al Castello di Rivoli, proprio in quella Torino, dove storicamente un ciclo di lotte operaie è deflagrato a partire dall’estensione del lungo ‘68.

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Disobedience Archive (The Republic), a cura di Marco Scotini
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Foto Andrea Guermani, Torino 2013.

Rispetto al trend dominante che propone la politica come documento d’indagine, Disobedience non è sommariamente una mostra-archivio, se così si può definire, ma ospita molteplici “focolai d’enunciazione”, seppur irriducibili a qualsiasi tassonomia del potere e della storia: è piuttosto la forma che la contingenza assume in quella ridistribuzione sociale della creatività che Hal Foster ha indicato come una “miriade di interventi”, riarticolazione di pratiche di lotta affermative legate alla disobbedienza sociale e a una moltitudine di insorgenze molecolari - dall’uscita italiana del ’77 alle proteste post-Seattle, fino alle recenti insurrezioni del mondo arabo - preludio inconsapevole delle forme di sollevazione globale, dentro la crisi, dei vari Occupy.

Disobedience vive nel tempo e nello spazio dell’esposizione e lascia al fruitore la scelta di cosa guardare e cosa selezionare, perché tutto in esso è posto in modo orizzontale, paratattico e senza successione lineare: nei suoi dieci anni di spostamenti l’archivio ha assunto ogni volta una nuova configurazione spaziale e adesso occupa un parlamento di legno disegnato da Céline Condorelli, che perde ogni efficacia normativa in quanto la sovranità è solo tecnica di governo, istituzione di rappresentanza che non ha più valore, e si sovrappone al Circo di Martino Gamper, sullo sfondo del wallpainting di Erick Beltran, ispirato a Spinoza e al concetto di democrazia (naturalmente upside down).

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Disobedience Archive (The Republic), a cura di Marco Scotini
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Foto Andrea Guermani, Torino 2013.

Precedono l’ingresso due anticamere, che contengono ephemeral, documenti e opere, la prima dedicata alla defezione italiana degli anni Settanta, in cui il concetto di autonomia diffusa si applicava a istanze di rottura, rifiuto del lavoro, comportamenti sovversivi e illegali - dalle radio libere come fuoriuscita dalla letteratura, il libro come agente di enunciazione collettiva con Nanni Balestrini, all’Oratorio di supporto agli scioperi operai del Living Theatre, fino a Rivolta femminile nel momento fondativo in cui Carla Lonzi lascia il mestiere della critica d’arte e irrompe come soggetto imprevisto, che abbandona una cultura della presa del potere maschile, rovesciando anche il canone che la storia ci aveva consegnato nella dialettica dello scontro tra operai-capitale, servo-padrone, in un processo artistico che diventa atto politico ma di cui non ne conosciamo ancora i confini.

L’assetto complessivo della seconda sala dedicata agli anni 2000 della controrivoluzione neoliberale, rappresenta invece il cambio di paradigma nella storia del dissenso civile (Negri-Hardt) in cui l’avversario è ben identificato, a cominciare dalla rivolta contro il vertice del WTO di Seattle che inaugura un nuovo ciclo di lotte, reticolare, moltitudinario e non ancora concluso, di sperimentazione politica e sociale aperta a processi orizzontali, in uno spazio indistinto tra attivismo e militanza, dentro il quale l’artista fornisce gli strumenti della protesta, soprattutto gadgets e props, e i suoi modi di organizzazione anche linguistica.

Disobedience Archive (The Republic), a cura di Marco Scotini Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Foto Andrea Guermani, Torino 2013.
Disobedience Archive (The Republic), a cura di Marco Scotini
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Foto Andrea Guermani, Torino 2013.

Riprendendo teoricamente il laboratorio politico post-operaista Scotini colloca giustamente al vertice della riflessione filosofica il problema di escogitare pratiche di lotta che facciano male a chi comanda e decostruisce così il display espositivo all’interno di uno spazio della contestazione che crea luoghi di self-empowerment, in cui l’organizzazione conosce, nella struttura assembleare e interrotta del parlamento, una discontinuità. Disobedience è una mostra politica non perché mette in scena, nel teatro della rappresentazione contemporanea, una grammatica del dissenso attraverso format sperimentali, ma perché proprio in quella discontinuità è in grado di produrre nuove soggettività radicali.

La riattivazione di memorie contro-storiografiche militanti, sia storicamente che sul terreno dei nuovi protagonismi sociali, trasforma lo spettatore in soggetto politico e a differenza di altri dispositivi narrativi l’archivio diventa un tool, che sfuggendo all’autorità della storia produce emancipazione e traiettorie di fuga: perché in fondo non obbedire più all’ordine sociale apre uno spazio costituente dove non riconosci più il potere ma solo il conflitto.

Alla mostra Disobedience Archive (The Republic), alfabeta2 dedica lo speciale «alfaDisobedience» (a cura di Manuela Gandini), un inserto di 8 pagine con testi di: Marco Scotini, Manuela Gandini, Omar Robert Hamilton / Mosireen, Silvia Maglioni, Graeme Thomson, Nomeda & Gediminas Urbonas, Laboratorio di comunicazione militante, Céline Condorelli, Giovanni Anceschi, Critical Art Ensemble, Piero Gilardi, Gerald Raunig
Nelle edicole, in libreria e in versione digitale a partire dal 5 giugno, insieme al nuovo numero del mensile alfabeta2 (n.30, giugno 2013)

A differenza dell’Italian Theory

Marco Assennato

In un’intervista del 1965, condotta da Alain Badiou, Michel Foucault accenna all’opportunità di rischiare una storia puramente evenemenziale del pensiero, capace di constatare una serie di fatti in una certa misura grezzi che operano nell’essere stesso della filosofia determinandone articolazioni, posizioni, e innovazioni decisive. Ora, è nella temperie di questo rischio che andrebbe a mio avviso discussa l’ipotesi proposta da Dario Gentili nel suo recente e fortunato Italian Theory. Dall’operaismo alla biopolitica (il Mulino, 2012). Tentare, sotto il segno di Foucault, una storia fattuale della filosofia italiana dell’ultimo trentennio, al fine di lumeggiare su alcuni limiti attuali del bel paese.

Eppure, ciò è possibile unicamente a condizione di non indugiare di fronte al necessario affondo deciso evocato da Nicolas Martino a proposito del conflitto che oppone la cosiddetta Italian Theory al pensiero della differenza. Ricostruire fattualmente il percorso che porta dall’operaismo di Tronti alla biopolitica di Negri, Agamben ed Esposito, passando per il pensiero negativo, significa scoprire che non si tratta per nulla affatto d’un ciclo unico, ma quantomeno d’una serie di linee divergenti e differenti, piantate nell’essere stesso d’una stagione politica intensa. In breve: del giudizio sull’Italia tra 1968 e 1977.

Perché questo è l’indicibile dell’Italian Theory: questa congerie di fatti grezzi, che battono il ritmo delle lotte operaie e studentesche, l’esplosione del conflitto in fabbrica prima e nella società poi, l’occupazione delle città, la riappropriazione di porzioni sempre più estese della ricchezza sociale da parte del corpo largo del capitale variabile, sulla soglia di uno dei più potenti passaggi di modernizzazione del sistema politico e produttivo che la storia italiana abbia mai conosciuto. Eppure senza quei fatti, duri come pietre, senza il rischio – che alcuni hanno voluto correre e altri rifuggire – di riconoscere quei fatti come portatori di un necessario ripensamento di tutte le categorie del nostro pensiero politico, non si coglie la cifra estroflessa del pensiero italiano. E non se ne comprendono neppure le attuali difficoltà. Riconoscere, a differenza dell’Italian Theory, la nuova composizione del lavoro vivo ha significato, in quegli anni, porre il problema dell’esaurimento della forma costituzionale del dopoguerra e affermare la necessità d’una rottura costituente all’altezza della trasformazione dei rapporti sociali e produttivi.

Rifuggire dal rischio di quel riconoscimento, al contrario, ha costretto altri a rinchiudersi nelle nostalgiche teorie del tramonto della politica, a soffocare nelle maglie d’acciaio del pensiero negativo ogni forma di conflitto, a svestire il bios in nuda vita schiacciata dallo Stato d’eccezione. E oggi significa ridurre il comune prodotto dalla cooperazione immateriale a munus, dono di morte. Communitas, ha scritto Roberto Esposito, deve essere trattenuta al di qua di ogni pretesa di effettuazione storico-empirica. Come se, esauritosi il compromesso keynesiano, tramontati gli Stati Nazionali con il loro pendant di partiti e sindacati, svilita la forza di legge della carta fondamentale della repubblica antifascista, nessun’altra forma costituente potesse essere affermata. E non siamo, ancora oggi, in questo vicolo cieco?

Ma questa è storia di alcuni. Non di tutti. Per comprenderla basterebbe compulsare gli atti del convegno padovano che chiuse la stagione del primo operaismo, pubblicati dagli Editori Riuniti nel 1978 sotto il titolo Operaismo e centralità operaia: giusto per gustare la piroetta di Tronti e Cacciari, compiuta all’ombra della vibrante soddisfazione di Giorgio Napolitano, vero sacerdote di quella messa cantata in onore della Forma-Stato. O riprendere i saggi e le polemiche che hanno segnato la ricezione politica del pensiero di Michel Foucault a partire dalla pubblicazione, nel 1977, di Microfisica del potere. Se i movimenti degli anni Settanta vi trovarono un’analitica delle relazioni sociali come rapporti di potere da spezzare, rovesciare e ricostruire attraverso linee di soggettivazione politica innovative, gli “intellettuali di area comunista”, quelli più vicini al PCI, ne ridussero la ricchezza a metafisica del potere, mito dell’alterità e dell’alternativa, in un mondo in cui presto la compianta Margaret Thatcher avrebbe spiegato che di alternative, proprio non ce ne sono.

Il conflitto teorico odierno passa per un bivio: da una parte la biopolitica affermativa, dall’altra il biopotere negativo. Così è sin dagli anni Settanta. Da una parte un contesto, tutto italiano, che riconosce nel Negative Denken, tra Heidegger e Bataille, l’unico strumento per pensare il politico e dall’altra una tradizione europea, con la quale i movimenti sociali sono in dialogo costante, che cerca ancora un pensiero positivo, sperimentale, esperienziale, affermativo. L’affondo critico che Gentili manca, o maschera attribuendo a Esposito la posizione terminale della sua storia del pensiero italiano, consiste in questo: che il dispositivo foucaultiano non può essere ridotto a Gestell (come fa Agamben sulla scorta di Heidegger), che la soggettività non è sub-jectum – della tecnica o del politico, pure sempre alimentati da una origine, da un possibile, da un potenziale che mai arriva ad effettuarsi (come sostiene Cacciari), che il comune della produzione non è munus derivato dalla uccidibilità generalizzata degli uomini, non chiama alcuna immunizzazione (secondo la traiettoria di Esposito).

A differenza dell’Italian Theory, biopolitica significa ricostruire le trame dell’autonomia relativa del capitale variabile nel dispositivo di produzione, organizzare le forze della cooperazione produttiva contro la cattura del biopotere, ripensare pratiche e poteri costituenti efficaci per uscire dalla penuria dell’inverno triste della politica italiana.

Italian Theory

Nicolas Martino

Diciamolo subito: l'Italian Theory non esiste. O meglio esiste, ma solo in quanto dispositivo che neutralizza la differenza italiana,
la teoria della differenza creativa come affermazione costituente. Vediamo meglio.

Al di là del Gramsci globale, riferimento imprescindibile dei post-colonial e subaltern studies, una prima introduzione del pensiero italiano nelle accademie d'oltreoceano si deve all'antologia di Hardt-Virno, Radical Thought in Italy (1996), con l'importante anticipazione dell'antologia di Lotringer-Marazzi, Autonomia (1980). Negli anni Ottanta e Novanta si sono tradotti anche testi del postmoderno made in Italy, (Recordings Metaphysics,1988) e quindi negli anni 2.0 si sono moltiplicati i convegni internazionali e le pubblicazioni sul pensiero italiano.

Dopo la French Theory elaborata nei dipartimenti USA di letterature comparate (il poststrutturalismo - soprattutto Foucault e Derrida ma senza trascurare Baudrillard - shakerato con la destruktion del mago di Messkirch), ecco quindi che il mercato culturale globale propone una nuova luccicanza, quella dell'Italian Theory. E così come il paradigma della French Theory neutralizzava assorbendolo il poststrutturalismo, così quello dell'Italian Theory assorbe e neutralizza la differenza italiana. Quale differenza?

Il movimento inaugurale di questa differenza è quello di Della Volpe che, anticipando Althusser, rompe la linea De Sanctis-Gramsci-Togliatti, proponendo una lettura antihegeliana di Marx e sviluppando il marxismo come scienza sperimentale in linea con la tradizione galileiana.Tronti coglie subito la rottura e trasforma il galileismo morale di Della Volpe in rivoluzione copernicana, ovvero capovolgimento del rapporto tra capitale e lavoro: è il capitale che è costretto a rispondere alle lotte operaie, il principio (e in principio) è la lotta di classe. Estraneità e separatezza: la conoscenza è legata alla lotta. Conosce veramente chi veramente odia (Operai e capitale,1966).

Nel passaggio dal fordismo al post-fordismo Tronti vede la fine della grande politica, un definitivo e malinconico tramonto, Negri invece delinea in positivo l'emergere di un nuovo soggetto antagonista oltre la fabbrica, nella metropoli, l'operaio sociale. È qui uno snodo fondamentale: nella seconda metà degli anni Settanta da un lato stanno l'autonomia del politico e il pensiero negativo che svilupperanno un pensiero tragico sempre più apocalittico, dalla finis Austriae all'angelologia adelphiana (molto rumore per nulla).

Dall'altro il postmoderno italiano che traduce in canzone da organetto il poststrutturalismo francese insieme all'ermeneutica gadameriana (l'essere che può essere compreso è linguaggio), e rovescia il '77 ottenendo un pensiero debole, raffinata ideologia della controrivoluzione neoliberista degli anni Ottanta. Da un'altra parte ancora però, quella della differenza, stanno il pensiero femminista e un pensiero materialista capace di vedere chiaramente che dove il pericolo è più grande - nel farsi mondo del capitale e nel compimento del processo di colonizzazione per cui non c'è più un fuori - lì è anche ciò che salva.

Non è tutto qui ovviamente, il pensiero italiano è anche altro e di tutto questo il libro di Gentili rende conto con rigore scientifico e lucidità. Forse però, è il rilievo critico, l'affondo non è deciso quando si tratta di distinguere tra differenza italiana e Italian Theory.
Perché quest'ultima è in sostanza una filosofia liberale di sinistra, la differenza italiana invece è, lo dicevamo all'inizio, differenza creativa e costituente, aperta su l'a-venire.
Davvero, per parafrasare Marx, la differenza armata è l'unico ostacolo serio sulla via del complotto controrivoluzionario.

Dario Gentili
Italian Theory. Dall'operaismo alla biopolitica
Il Mulino, 2012, 246 pp.
€ 20.00

Dal numero 28 di alfabeta2, dal 9 aprile nelle edicole, in libreria e in versione digitale