L’euro, moneta tedesca

Maurizio Lazzarato

L’ordoliberalismo è sicuramente una delle innovazioni politiche principali che stanno all’origine della costruzione delle istituzioni europee. La logica della governamentalità europea sembra costruita sul modello ordoliberale. Il suo metodo di far emergere lo “Stato” dall’“economia” è applicato quasi alla lettera. È questa la ragione per cui si può affermare che l’euro è una moneta tedesca. Essa è l’espressione della potenza economica tedesca, ma occorre anche sottolineare che la potenza economica è inseparabile dalla riconfigurazione dello Stato come “Stato economico”, come “Stato sociale”.

L’euro è l’espressione di un nuovo capitalismo di Stato in cui è impossibile separare “economia e politica”. La propaganda dell’informazione e degli esperti ci fa capire quanto sia assurdo il progetto della moneta unica, dal momento che occorrerebbero un’autorità politica, uno stato (o un centro di potere assimilabile) e una comunità politica per legittimare e fondare una moneta. L’euro ha operato e opera in senso inverso, partendo dall’economia, da cui la sua inevitabile debolezza e fallimento. Questo punto di vista riproduce delle analisi del capitalismo di Stato del XIX secolo e non riesce a cogliere le novità presupposte e la dinamica del capitalismo di Stato della seconda metà del XX secolo inventata e praticata dagli ordoliberali. La costituzione è scritta dall’economia, come direbbe Schmitt, lo Stato è creato dall’economia, come direbbero gli ordoliberali.

I pro-europei alla Cohn-Bendit, per contro, vorrebbero farci credere che la moneta unica è una misura assolutamente originale di superamento dello Stato-nazione. In realtà, come i sovranisti, essi non colgono ciò che è in gioco con l’euro, ossia la costruzione di un nuovo spazio di dominazione e di sfruttamento del capitale. La governamentalità europea cerca di costruire uno spazio e una popolazione di dimensioni adeguate al mercato mondiale. Lo Stato-nazione non rappresenta più né un territorio né una popolazione in grado di realizzare questo progetto capitalistico.

Claire Fontaine, Capitalism Kills Love (2008)

Contro i sovranisti occorre dunque affermare che il metodo non è assurdo e, contro i pro-europei, che è un metodo di potere e di sfruttamento neoliberista, una strategia adeguata alle nuove condizioni del capitalismo di Stato. Un capitalismo di Stato neoliberista che cerca uno spazio diverso dalla Nazione, una “comunità diversa” dalla società nazionale per costituirsi. Le istituzioni europee seguono l’insegnamento degli ordoliberali: lo Stato non è un presupposto dell’economia (e della moneta), ma un loro risultato. Più precisamente, lo Stato è una delle articolazioni di questo nuovo dispositivo di potere capitalista che esso contribuisce fortemente a creare e a mantenere. Questo progetto non mira all’unità e alla coesione dell’Europa, alla solidarietà dei suoi popoli, ma a un nuovo dispositivo di comando e di sfruttamento e dunque di divisione di classe. [...]

Il capitale ha ancora bisogno della “sovranità” della moneta statale per organizzare le operazioni di riconoscimento e di validità o di non riconoscimento e di non validità dei debiti che stiamo subendo. La finalità di questo nuovo dispositivo di potere a più teste, non è più quello dell’“emancipazione radicale dell’economico rispetto al politico”, in modo da “isolare la sfera economica da ogni perturbazione esterna, principalmente politica”. [...]

La crisi mostra, al contrario, che la riorganizzazione dei dispositivi di potere supera e integra i dualismi dell’economia e della politica, del privato e del pubblico, dello Stato e del mercato ecc., dispiegando una governamentalità a più entrate. Il potere del capitale è trasversale all’economia, alla politica e alla società. La governamentalità si definisce precisamente come tecnica di connessione e ha il compito principale di articolare, per il mercato, il rapporto tra l’economia, la politica e il sociale. La governamentalità neoliberista non è più una “tecnologia dello Stato”, anche se lo Stato vi gioca un ruolo molto importante. Foucault aveva reagito ai numerosi critici secondo i quali la sua teoria del potere non comprendeva una teoria dello Stato, affermando che la governamentalità “starebbe allo Stato come le tecniche di segregazione stavano alla psichiatria, le tecniche disciplinari al sistema penale, la biopolitica alle istituzioni mediche”.

Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Dagli anni Settanta assistiamo a ciò che si potrebbe chiamare una “privatizzazione” della governamentalità. Essa non è più esercitata esclusivamente dallo Stato, ma da un insieme di istituzioni non statali (banche centrali, “indipendenti”, mercati, agenzie di rating, fondi pensione, istituzioni sovranazionali ecc.), in cui le amministrazioni dello Stato non costituiscono che una articolazione importante, ma solo una articolazione. Questo funzionamento può essere esemplificato attraverso l’azione della Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) nella crisi. In un primo tempo lo Stato e le sue amministrazioni non solo hanno favorito lo sviluppo della “privatizzazione”, ma l’hanno attuata. Così come hanno attuato la liberalizzazione dei mercati finanziari e alla finanziarizzazione dell’economia e della società. In un secondo tempo le stesse amministrazioni hanno assunto le modalità di gestione dell’impresa privata per la gestione dei servizi sociali e dello Stato sociale.

La crisi ci mostra in tempo reale la costituzione e l’approfondimento di un processo che Deleuze e Guattari chiamano “capitalismo di Stato”. L’intreccio tra Stato e mercato, tra politica ed economia, tra società e capitale è stato spinto ancora oltre approfittando del crollo finanziario. La gestione “liberale” della crisi non esita a includere uno “Stato minimo” come uno dei dispositivi della sua governamentalità. Per liberare i mercati, essa incatena la società, intervenendo in modo massiccio, invasivo e autoritario sulla vita della popolazione e pretendendo di governare ogni “comportamento”. Se, come ogni forma di liberismo, essa produce le “libertà” dei proprietari, ai non proprietari riserva un surrogato della già debole democrazia “politica” e “sociale”.

Anticipiamo un brano tratto dal nuovo libro di Maurizio Lazzarato, Il governo delle disuguaglianze, in libreria da domani per ombre corte

Negro, nero, di colore o magari abbronzato

Anna Scacchi

Durante le primarie del partito democratico nel 2007-2008, e poi nel corso della campagna che ha portato all’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, i media italiani hanno evitato di parlare di razza come un fatto che riguarda il nostro paese nel profondo, e non solo nelle manifestazioni violente del razzismo, spostando lo sguardo sulla questione razziale americana. Il presupposto di innocenza degli italiani, fondato come sottolinea Laura Ricci [in La lingua dell’impero] sul mito di un imperialismo bonario diffuso dalla letteratura coloniale già dalla fine dell’Ottocento e sull’amnesia, si è spesso manifestato come giustificazione della nostra ignoranza linguistica e della noncuranza con cui parliamo e accettiamo che si parli dei cosiddetti ‘altri’.

Poiché non abbiamo mai avuto un problema razziale, in altre parole, possiamo permetterci di parlare di razza con la leggerezza che non è consentita in altri paesi, dove invece c’è una storia di schiavitù, segregazione e imperialismo. Essendo ignari della questione razziale, presentata al tempo stesso come un fatto proprio degli Stati Uniti e in ogni caso superato dall’elezione del primo presidente nero, che certificava l’avvento dell’America post-razziale, la nostra mancanza di un vocabolario per parlare di razza era giustificata. E comunque il linguaggio non era così rilevante e ciò che importava veramente erano le intenzioni e il contesto.

Abbondavano incertezze, ipercorrettismi, uso di termini offensivi o paternalistici e soprattutto confronti errati e cattive traduzioni. Ne è un esempio la copertina del Venerdì di Repubblica dove il titolo “Piccoli Obama crescono? Nelle classi dove gli alunni sono già tutti stranieri” era accompagnato dalla foto di un gruppo di alunni delle elementari, i cui diversi fenotipi dovevano simboleggiare la ‘non italianità’. A parte una certa ambivalenza nella presentazione della questione – oscillante tra la celebrazione di un multiculturalismo indice di modernità e l’allarme per le difficoltà poste dalla presenza di alunni ‘stranieri’, che si supponevano non italofoni, in un momento in cui la Lega Nord aveva fatto approvare una mozione sulle classi ponte definita eufemisticamente “una sciocchezza” da Tullio De Mauro (cit. in Bontempelli) – il richiamo a Obama era del tutto errato in quanto stabiliva un’equazione sbagliata tra il sistema di cittadinanza americano e quello italiano.

Un altro esempio è la puntata di Porta a Porta della notte dell’elezione, intitolata dapprima “Un nero alla Casa Bianca?” e poi corretta in “afroamericano” dopo le rimostranze di alcuni dei presenti. Rimostranze rivolte alla parola “nero”, ritenuta non corretta, non a un gioco di parole di dubbio gusto. D’altra parte Obama sembrava aver scatenato nei giornali italiani la voglia di giocare con la lingua e con il colore della pelle, producendo lo “Strano ma nero” di Libero, e anche “L’uomo nero” del Riformista e del manifesto, “L’America cambia pelle” della Repubblica, ripetuto in molti giornali e siti internet, e “Indovina chi viene a cena?”, ancora del manifesto. […]

Ci si trovava dunque, dal momento che il colore della pelle era emerso come il segno più radicale della novità della vittoria di Obama, a dover parlare di razza con un lessico infiltrato di razzismo, ma paradossalmente per sostenerne l’obsolescenza. E tutto questo, ancor più paradossalmente, avveniva in un periodo in cui il governo stava adottando provvedimenti legislativi che hanno fatto censurare come razzista il comportamento dell’Italia dall’Agenzia per il lavoro dell’ONU e dal Consiglio d’Europa. Ma è proprio vero che manchiamo di un vocabolario razziale? O, piuttosto, tale mancanza è una finzione derivante dal mito dell’innocenza? In realtà, come dimostrano nomi per designare il caffè macchiato diffusi in tutta Italia, come ‘marocchino’ o ‘moretto’, e le espressioni usate da vari esponenti della Lega Nord per riferirsi agli immigrati africani, quali ‘baluba’, ‘bingo-bongo’, ‘beduino’, ‘ottentotto’ o ‘zulù’, un modo per parlare di razza ce l’abbiamo.

Sopravvive nell’uso quotidiano un vocabolario che è il lascito di quell’italiano “dell’impero” analizzato da Laura Ricci, con cui, attraverso la letteratura di viaggio e la propaganda, si è costruito nell’immaginario collettivo un mondo coloniale esotico, ipersessualizzato e primitivo, vero paradiso dei sensi contrapposto alla superiorità razziale, morale e culturale degli italiani. […] La naturalizzazione degli stereotipi di rappresentazione dei neri è talmente profonda da risultare invisibile anche a molti progressisti che non hanno alcun dubbio riguardo al proprio antirazzismo. Diventa dunque possibile, in Italia, che si neghi recisamente il contenuto razziale di testi che in altri contesti nazionali sarebbero giudicati palesemente razzisti.

Anticipiamo un brano tratto dal libro Parlare di razza. La lingua del colore tra Italia e Stati Uniti, a cura di Tatiana Petrovich Njegosh e Anna Scacchi, in uscita in questi giorni per ombre corte

Controcanto

Antonio Negri

Inutile insistere sulla ricchezza e l’efficacia della ricerca di Gerald Raunig. È, il suo, un passaggio che, assumendo l’orizzonte determinato dalla sussunzione reale della società nel capitale, l’assorbimento totalitario del valore d’uso nel valore di scambio, ci sospinge tuttavia oltre le tristi passioni della scuola di Francoforte, ci libera dalle letture di un “postmodernismo debole” ed irride a ogni figura lineare della sussunzione, foss’anche armata dall’ironia situazionista. La scrittura di Raunig si muove su quel terreno che si stende dai Mille plateaux di Deleuze-Guattari fino alle costituzioni del postoperaismo ed ivi produce modulazioni ricche ed articolate della critica del potere e inaugura nuove linee di fuga, diserzioni, dialettiche di nuovi mondi, riterritorializzazioni creative... È un controcanto questo a tutti quegli sviluppi del pensiero postmoderno (ed anche postoperaista) che coagulano linee di critica (altrimenti aperte) ed inclinano in maniera teoreticistica e rigida momenti di resistenza (altrimenti vivaci). È dunque un controcanto essenziale che ci rimette tutti con i piedi per terra.

Ma forse abbiamo bisogno anche di un controcanto “al quadrato”. Vale a dire che qui si riaprono problemi, e dalle conclusioni di Raunig consegue il bisogno di elaborare altre ipotesi pratiche, politiche, costruttive. È come una seconda volta: il libro di Raunig ci ha mostrato un “altro” mondo; al punto sul quale lui è arrivato, c’è dunque una nuova narrazione che va iniziata (per stare alla metafora kafkiana: una “nuova” Giuseppina che canta a un popolo di topi “riformato”). Già Leopardi, nella sua splendida Batrachomiomachia, aveva visto spostarsi e duplicarsi il mondo dei topi, pur dentro passioni eroiche e movimenti individuali. Qui invece, per Raunig, i movimenti sono molteplici, sono quelli della moltitudine e delle libere singolarità che la compongono. Dunque, qual è il problema, qui ricreato, al quale, per la seconda volta, un controcanto può corrispondere? È quello, dicevano Deleuze e Guattari, del superamento del ritornello, dell’alternativa del lisciare e dello scalfire lo spazio, del territorializzare e del deterritorializzare. Raunig – con Giuseppina – ci hanno ormai definitivamente portato sul terreno politico: hic Rodhus, hic salta. [...]

Porto qui testimonianza di lunghe discussioni con Félix Guattari proprio a questo proposito: quale punto “macchinico” di interferenza produttiva, quale “nuovo” agencement può darsi, tale da costituire una funzione espressiva locale, una volta che ci si trovi di fronte a un campo di immanenza, moltiplicatore di segmenti e proliferante velocità intrattenibili? Era il periodo in cui i nostri due maestri stavano concludendo il lavoro su Kafka e la risposta, già data in quel saggio, era che quella macchina poteva essere localizzata solo dalla consistenza/coesistenza di quantità intensive. Il che – tradotto per quell’analfabeta che ero – significava afferrare, in quel campo d’immanenza che le lotte di classe formavano, le quantità intensive della tendenza materiale alla crisi del sistema capitalista. E, inoltre, quelle che costituivano il dispositivo del rifiuto operaio dello sfruttamento, delle energie rivoluzionarie (minoritarie, certo, ma si sa che ciò che è minoritario supplisce al numero con l’intensità) allora agenti e del desiderio comunista – più intenso, più alto, ma consistente sul luogo di crisi e di lotta. Un sorvolo potente che crea un “luogo”.

E un quindicennio più tardi, rispondendo a una mia domanda sulla specificità della lotta comunista di classe, Deleuze rispondeva che il sistema di linee di fuga che definisce il capitalismo, può essere afferrato e combattuto solo inventando e costruendo una “macchina da guerra”. Cioè determinando in tal modo uno spazio-tempo, un potere costituente e una capacità di resistenza, localizzate e creative di un “popolo a-venire”. Ancora un “luogo”, dunque, non statico ma creativo – come appunto questo “controcanto al quadrato” esige. Le azioni di Occupy e le acampadas degli indignados ci impegnano a lavorare sulla definizione di questa verticalità, di questa intensità, di questo luogo. Non è più una questione solo temporale. Benjamin ricorda che durante le rivolte del XIX secolo, gli operai ribelli sparavano sugli orologi delle piazze, denunciando nella misura temporale, la misura dello sfruttamento.

Oggi i lavoratori precari, ribellandosi, devono sparare sui calendari – che non danno la continuità ma la separazione dei tempi, una successione distinta di tempi diversi della valorizzazione – poiché il loro sfruttamento, la loro alienazione, sono soprattutto misurati dalla mobilità spaziale, dalla separazione dei luoghi di impiego, dalla contiguità locale della cooperazione e dalla diversità degli spazi che devono percorrere. Come i migranti, così i precari, cooperanti in rete, sempre alla ricerca di un luogo dove restare. Senza questo luogo sembra impossibile ribellarsi. È così, o è già segno di una nostra frustrazione, l’affermarlo? Comunque, è il problema stesso che ci riporta alla scoperta di un luogo, come Occupy ci ha portato a Zuccotti park, alla piazza della libertà. I movimenti vanno dunque riformati ritrovandoli in uno spazio – una verticalità li attraversa, localizzandoli e innalzandoli, con estrema intensità locale. [...] Abbiamo camminato molto a lungo vivendo formidabili avventure: abbiamo bisogno di fermarci per un momento, su un luogo, perché solo su un luogo è possibile rinnovare continuamente il canto di Giuseppina.

Anticipiamo un brano della postfazione di Antonio Negri al libro di Gerald Raunig, Fabbriche del sapere, industrie della creatività, in uscita nei prossimi giorni per ombre corte.

Verso una rivoluzione urbana

David Harvey

Viviamo in tempi in cui l’ideale dei diritti umani si è posto al centro della scena dal punto di vista politico ed etico. Si impiega molta energia politica nel promuovere, proteggere e diffondere la loro importanza per la costruzione di un mondo migliore. La maggior parte dei concetti più comuni sono basati sull’individualismo e sulla proprietà e, in quanto tali, non fanno nulla per mettere in discussione le logiche egemoniche liberiste e neoliberiste del mercato e i modelli neoliberali di legalità e di azione statale. Dopo tutto, viviamo in un mondo in cui il diritto alla proprietà privata e la ricerca del profitto hanno sopraffatto qualsiasi idea concepibile dei diritti umani. Ma ci sono casi in cui l’ideale dei diritti umani prende una direzione collettiva, come quando si impongono all’attenzione i diritti dei lavoratori, delle donne, dei gay e delle minoranze etniche (un’eredità del movimento operaio tradizionale e, per esempio, del movimento per i Diritti Civili degli anni Sessanta negli Stati Uniti, che ha avuto un’impostazione collettiva e una risonanza globale). Tali lotte per i diritti collettivi hanno, in alcuni casi, prodotto risultati importanti.

Voglio qui esaminare un altro tipo di diritto collettivo, quello alla città, nel contesto di un rinato interesse per le idee di Lefebvre al riguardo e dell’emergere, in giro per il mondo, di svariati movimenti sociali che rivendicano questo diritto. Come definirlo, dunque? Il noto sociologo urbano Robert Park scrisse tempo fa che “dei tentativi fatti dall’uomo per rimodellare il mondo in cui vive secondo i propri desideri, [la città] è il più duraturo e nel complesso anche il più riuscito. Se la città è il mondo che l’uomo ha creato, è di conseguenza il mondo in cui è condannato a vivere. E così, indirettamente e senza una chiara consapevolezza della natura delle proprie azioni, l’uomo, nel creare la città, ha ricreato se stesso”. Se Park ha ragione, la questione di quale tipo di città vogliamo non può essere separata da altre questioni: che tipo di persone vogliamo essere, che rapporti sociali cerchiamo, che relazione vogliamo intrecciare con la natura, che stile di vita desideriamo, che valori estetici riteniamo nostri.

Perciò il diritto alla città è molto più che un diritto di accesso, individuale o di gruppo, alle risorse che la città incarna: è il diritto di cambiare e reinventare la città in modo più conforme ai nostri intimi desideri. È inoltre un diritto più collettivo che individuale, perché reinventare la città dipende inevitabilmente dall’esercizio di un potere collettivo sui processi di urbanizzazione. Quello che intendo sostenere è che la libertà di creare e ricreare noi stessi e le nostre città è un diritto umano dei più preziosi, anche se il più trascurato. Come possiamo, dunque, esercitare al meglio questo nostro diritto?

Se, come sostiene Park, ci è finora mancata una chiara consapevolezza della natura del nostro compito, sarà anzitutto utile riflettere sul modo in cui, nel corso della storia, siamo stati formati e riformati da un processo urbano messo in moto da forze sociali possenti. L’incredibile velocità e ampiezza dell’urbanizzazione negli ultimi cent’anni, per esempio, significa che siamo stati ricreati diverse volte senza sapere come, perché e a che scopo. Questa urbanizzazione impressionante ha contribuito al benessere dell’umanità? Ci ha reso persone migliori o ci ha lasciato a brancolare in un mondo di anomia e alienazione, di rabbia e frustrazione? Siamo diventati delle semplici monadi scagliate a caso nel mare urbano?

Questo tipo di domande ha impegnato, nel XIX secolo, pensatori diversi come Friedrich Engels e Georg Simmel, che hanno offerto analisi acute dei soggetti che stavano allora emergendo a seguito della rapida urbanizzazione. Ai nostri giorni non è difficile enumerare tutti i tipi di ansia e malcontento, ma anche di entusiasmo, che si realizzano nel corso di trasformazioni urbane ancora più rapide. Eppure sembra che, per qualche motivo, ci manchi il coraggio per una critica sistematica. Il vortice del cambiamento ci travolge, anche se ovviamente le domande rimangono. Che fare, ad esempio, dell’immensa concentrazione di ricchezza, privilegi e consumismo in quasi tutte le città del mondo, nel mezzo di quello che le Nazioni Unite dipingono come “un pianeta degli slum”?

Rivendicare il diritto alla città nel senso che qui intendo fare, significa rivendicare una forma di potere decisionale sui processi di urbanizzazione e sul modo in cui le nostre città sono costruite e ricostruite, agendo in modo diretto e radicale. […] Questo diritto collettivo, che può essere sia una parola d’ordine programmatica sia un ideale politico, ci riporta all’annosa questione di chi controlla la stretta relazione fra l’urbanizzazione, la produzione e l’uso delle eccedenze. Forse, dopo tutto, aveva ragione Lefebvre quando più di quarant’anni fa insisteva nel dire che la rivoluzione nella nostra epoca sarà urbana o non sarà nulla.

Anticipiamo un brano tratto dall'ultimo libro di David Harvey, «Il capitalismo contro il diritto alla città» in uscita il 20 giugno per ombre corte.

La menzogna della «regola d’oro»

Jacques Sapir

Gli autori del «patto di competitività» ripongono le loro speranze nella «costituzionalizzazione» delle regole di bilancio. Questa misura, però, è foriera di catastrofi future, come dimostra l’esperienza storica. La lettera mandata dal presidente Nicolas Sarkozy ai deputati e ai senatori francesi il 26 luglio 2011 per esortarli a votare l’inserimento della «regola d’oro» del pareggio di bilancio nella Costituzione, esemplifica questa tendenza. Economisti, e persino uomini politici che si dicono d’opposizione, se ne sono fatti latori per approvarla! L’intenzione di sottrarre alcune regole economiche dal controllo del potere politico è un vecchio ritornello nella storia politica recente. È una proposta che si ritrova sia nei recenti tentativi degli Stati Uniti di inserire nella Costituzione il divieto di produrre deficit di bilancio, sia in Germania nelle considerazioni monetarie codificate nella Legge fondamentale. Essa, tuttavia, si basa soprattutto su un equivoco, su un fraintendimento di ciò che è una Costituzione.

In una Costituzione, in effetti, ci sono sia disposizioni strutturali sia disposizioni di diritto. Le disposizioni strutturali sono regole ordinatrici il cui scopo è quello di evitare che alcune questioni siano continuamente ridiscusse in ogni occasione. Queste regole dipendono però dal contesto in cui sono state decise. Lo hanno visto chiaramente alcuni autori, come Thomas Jefferson o John Locke, secondo i quali le decisioni di una generazione non possono incatenare le successive. Le disposizioni di diritto, invece, hanno il compito di escludere, dalle scelte prese a maggioranza, alcune decisioni al fine di tutelare i diritti individuali. Ma questa idea non può essere applicata alle regole di bilancio, che riguardano direttamente il legame politico e sociale fondamentale che costituisce il consenso alla tassazione. Niente dunque giustifica una misura di questo tipo, che è solo una diavoleria da politicanti costruita per seminare discordia tra i propri principali avversari.

Inoltre, voler limitare l’azione discrezionale del governo in materia di bilancio è un’idea molto pericolosa. Può condurre alla catastrofe, come mostra l’esempio dell’Austria degli anni Venti e Trenta. Il paese aveva conosciuto, immediatamente dopo il primo conflitto mondiale, una grave crisi da iperinflazione. I governanti austriaci avevano ritenuto opportuno introdurre nella nuova costituzione del paese una norma che vietava qualunque deficit di bilancio. Tuttavia, nel 1930, il sistema bancario austriaco attraversò una grave crisi. Il governo austriaco fu così costretto a ricapitalizzare urgentemente, nel 1931, il principale istituto finanziario, il Kredit Anstalt, indebolito a seguito dell’incauta scalata a un’altra banca, il Bodenkreditanstalt. In tutto questo non c’era assolutamente nulla di anormale, la misura era del tutto necessaria per la credibilità del sistema dei pagamenti. Solo che, per agire in questo senso, il governo austriaco dovette prevedere, in corso di esercizio, delle spese ulteriori. Cercò allora la somma, per l’epoca enorme, di 14 milioni di dollari americani, ma non riuscì a trovarne che la metà sulla piazza di Londra. Per onorare le scadenze, fu necessario procedere a un deficit. Ciò significava però violare la Costituzione. Per non provocare una crisi politica, il governo decise di tenere segreta la decisione. Il segreto, però, fu ovviamente scoperto, il che scatenò il panico e forti prelievi di capitali nel luglio del 1931. La «regola d’oro» aveva dunque rapidamente distrutto la reputazione del governo e del paese nel contesto della crescente crisi degli anni Trenta e portò a una nuova grave crisi monetaria. Il deficit di bilancio consentito per ricapitalizzare il sistema bancario austriaco era in realtà insignificante e assolutamente non in grado da solo d’indurre una forte destabilizzazione. Si vede qui come, per conquistarsi a buon mercato una reputazione monetaria, le autorità austriache si fossero messe in una situazione che le rendeva incapaci di reagire di fronte alle nuove crisi. Questo episodio rimanda alla notevole incertezza che esiste in economia e da cui nessuno potrebbe liberarsi.

Affinché un sistema di regole costituzionali possa sostituire un’azione discrezionale, è necessario che tutte le crisi future siano state previste e inserite nelle regole. Ma per avere una sicurezza a questo riguardo, si dovrebbe anche conoscere come si dispiegano tali crisi future. In altre parole, il ricorso alla regola costituzionale in economia, salvo possedere il dono della chiaroveggenza, non elimina il rischio di totale incertezza. Invece, omettendo di predisporre una via di uscita attraverso il riconoscimento della legittimità dell’azione discrezionale, che è anch’essa l’esito di un potere democratico, il ricorso alla regola costituzionale crea un’ulteriore incertezza sull’uscita dalla crisi […] Infine, inserire il pareggio di bilancio in Costituzione è un’idea profondamente antidemocratica. Le regole, e in primo luogo le regole di bilancio, sono una delle basi su cui si fonda la legittimità politica dei governi. Esse rimandano necessariamente a strutture sociali. Volerle disgiungere dal controllo che la rappresentanza della società (il Parlamento) può esercitare su di esse, equivale svuotare la democrazia del suo significato […]

Se la misura di «costituzionalizzazione» di una regola che limita il deficit di bilancio dovesse essere adottata, ci troveremmo di fronte a un evidente attentato ai principi della democrazia e, soprattutto, se non potessimo più rispettare questa regola, avremmo la garanzia di trovarci alla fine di fronte a una crisi finanziaria assai più grave.

Anticipiamo un brano tratto dal libro di Jacques Sapir, «Bisogna uscire dall'euro?» in uscita oggi per ombre corte

La riappropriazione sociale del comune

Antonio Negri

La fase attuale è caratterizzata dalla crisi di tutte le sinistre che non si vogliono costituenti. Viviamo in un periodo di lotte contro la crisi economica e politica del capitalismo – lotte che rivelano in maniera sempre più ampia uno spirito rivoluzionario. I movimenti insurrezionali nei paesi arabi come nei paesi europei si rivolgono contro la dittatura politica di élites corrotte o contro le dittature politico-economiche delle nostre democrazie di facciata. Non intendiamo certo confondere le une con le altre, ma è sicuro che c’è ormai una voglia di democrazia radicale che traccia un «comune di lotta» a partire da fronti diversi. Le lotte oggi si presentono in maniera diversa ma sono unificate dal fatto di ricomporre le popolazioni contro le nuove miserie e l’antica corruzione. Sono lotte che dall’indignazione morale e dalle jacqueries moltitudinarie muovono verso l’organizzazione di una permanente resistenza e l’espressione di potenza costituente; che non attaccano semplicemente le costituzioni liberali e le strutture illiberali dei governi e degli stati, ma elaborano anche parole d’ordine positive come il reddito garantito, la cittadinanza globale, la riappropriazione sociale della produzione comune. Per molti aspetti l’esperienza dell’America latina nell’ultimo decennio del secolo ventesimo può essere considerata preambolo a questi obiettivi, anche per i paesi centrali del capitalismo altamente sviluppato.

Può la sinistra andare oltre il moderno? Ma che cosa significa andare oltre il moderno? Il moderno è stato accumulazione capitalista sotto il segno della sovranità dello Stato-nazione. La sinistra è stata spesso dipendente da questo sviluppo e quindi corporativa e corrotta nella sua attività. C’è anche stata, però, una sinistra che si è mossa dentro e contro lo sviluppo capitalistico, dentro e contro la sovranità, dentro e contro la modernità. È di questa seconda sinistra che ci interessano le ragioni, quelle almeno che non siano divenute desuete. Se la modernità capitalista subisce uno stato di crisi irreversibile, anche le pratiche antimoderne, progressiste nel passato, hanno perso le loro ragioni. Se vogliamo ancora parlare di ragioni della sinistra, oggi vale solo farlo per una «ragione altermoderna», capace di rivitalizzare radicalmente lo spirito antagonista dell’antico socialismo.

Né gli strumenti regolatori della proprietà privata né quelli del dominio pubblico possono interpretare i bisogni di quest’alternativa al moderno. Il solo terreno sul quale attivare il processo costituente è oggi il comune – «comune» concepito come la terra e le altre risorse di cui partecipiamo, e anche e soprattutto come quel comune prodotto dal lavoro sociale. Questo comune, tuttavia, deve essere costruito e organizzato. Proprio come l’acqua non è resa del tutto comune finché non sia montata un’intera rete di strumenti e di dispositivi per assicurarne la distribuzione e l’utilizzo, così la vita sociale basata sul comune non è immediatamente e necessariamente qualificata da libertà e uguaglianza. Non solo l’accesso al comune ma anche la sua gestione devono essere organizzati e assicurati dalla partecipazione democratica. Preso in sé, dunque, il comune non taglia il nodo gordiano delle ragioni della sinistra, ma scopre il terreno sul quale esse devono essere ricostruite.

La sinistra deve capire che solo una nuova Costituzione del Comune (e non più la difesa delle costituzioni ottocentesche o postbelliche) può ridarle esistenza e potenza. Le costituzioni esistenti, come abbiamo già ricordato, sono costituzioni di compromesso, ispirate da Yalta più che dai desideri dei combattenti antifascisti. Esse non ci hanno reso giustizia e libertà ma hanno semplicemente consolidato, con il diritto pubblico della modernità, le strutture capitalistiche della società. Anche negli Stati uniti la sinistra subisce lo stesso ricatto costituzionale. Deve superarlo. Deve farlo per andar oltre la tragica periodica ripetizione di una sinistra al governo che rifinanzia le banche che hanno determinato la crisi, continua a pagare guerre imperiali, ed è incapace di costruire un welfare degno di un grande proletariato com’è quello statunitense.

Oggi si esige una costituzione del comune, e questa fabbrica del comune esige un Principe. Non crediamo che qualcuno pensi a questo principio ontologico e a questo dispositivo dinamico come lo pensarono Gramsci o i padri fondatori del socialismo. È solo dalle nuove lotte per la costituzione del comune che questo Principe potrà emergere. È solo un’assemblea costituente dominata da una sinistra alternativa che potrà mostrarlo.

Anticipiamo un brano tratto dall'ultimo libro di Antonio Negri, «Il comune in rivolta. Sul potere costituente delle lotte» in uscita il prossimo 26 aprile per ombre corte.

L’invenzione dei lavori inutili

Christian Marazzi

Pubblichiamo un estratto dall'ultimo libro di Christian Marazzi, «Diario della crisi infinita» in libreria in questi giorni per le edizioni ombre corte. Il libro raccoglie articoli scritti e interventi dell'autore pubblicati negli ultimi anni e che riuniti in questo volume disegnano, come recita il titolo, un diario della crisi: il capitale come rapporto sociale si è spezzato, la creazione di ricchezza è ormai incapace di generare crescita e benessere, mentre produce disuguaglianze vertiginose e sofferenza diffusa. È con questa profonda trasformazione che si misurano i testi e gli interventi raccolti, che non si limitano tuttavia all'osservazione e all'analisi degli eventi economici e politici degli ultimi anni, ma rimandano espressamente a una riflessione collettiva su come agire "dentro e contro" la crisi, lungo quali assi strategici, con quali obiettivi e modalità di lotta.

Il più grande economista del secolo scorso, John Maynard Keynes,in un suo scritto del 1930 prevedeva che entro la fine del secolo lo sviluppo della tecnologia avrebbe permesso la riduzione della settimana lavorativa a sole quindici ore. Keynes basava la sua previsione sulla base della limitatezza dei bisogni materiali. Non solo questa sua previsione non si è avverata (la crescita dei bisogni si è rivelata inesauribile), ma la tecnologia stessa è stata utilizzata per inventare nuovi modi per farci lavorare tutti sempre di più.

Un vero paradosso che viene di solito attribuito al consumismo, responsabile della creazione di un’infinità di nuovi lavori e industrie per soddisfare il desiderio di nuovi giocattoli e i piaceri più diversi. Eppure, se si guarda all’evoluzione dell’occupazione dell’ultimo secolo si nota che tanto è crollata (come previsto) l’occupazione industriale e agricola come effetto dell’automazione, e tanto, anzi tantissimo sono aumentate le libere professioni, i lavori dirigenziali, d’ufficio, di vendita e di servizio, passando da un terzo degli impieghi complessivi a tre quarti.

I lavori che veramente sono esplosi sono quelli amministrativi, con la creazione di intere nuove industrie come quella dei servizi finanziari o del telemarketing, di settori come quello giuridicoaziendale, dell’amministrazione accademica e sanitaria, delle risorse umane e delle pubbliche relazioni. Ai quali andrebbero aggiunti gli impieghi che forniscono a queste industrie assistenza amministrativa, tecnica o relativa alla sicurezza come pure l’esercito di attività secondarie, dai toelettatori di cani ai fattorini che consegnano pizze a chi lavora tanto tempo in altri settori.

I tagli all’occupazione, i licenziamenti e i pre-pensionamenti il più delle volte riguardano lavori socialmente utili, mentre aumentano le attività amministrative e il tempo di lavoro da dedicare a seminari motivazionali, ad aggiornamenti dei profili Facebook o a scaricare roba. Per non parlare di un altro paradosso, quello che vede i lavori che veramente giovano ad altre persone, come quello di infermieri, spazzini, badanti o meccanici, pagati una miseria.

È difficile dare una spiegazione economica a questo aumento delle attività amministrative e di controllo di lavori altrui. Come ricorda l’antropologo David Graber, nell’economia di mercato “questo è esattamente quel che non dovrebbe succedere”, quello che la concorrenza di mercato dovrebbe correggere. Di fatto, l’ultima cosa che deve fare un’azienda desiderosa di profitti è sborsare soldi a lavoratori di cui non ha davvero bisogno.

Forse la spiegazione c’è, non è economica ma politica e morale: liberare tempo per sé, lavorare meno per lavorare tutti e meglio, è visto con sospetto, come se comportasse la perdita di potere sulla vita degli altri. Meglio quindi inventare lavori inutili, ma utili per piegare tutti all’etica del lavoro.

Pubblicato in “RSI Radiotelevisione svizzera, Rete Due - Plusvalore” (12 dicembre 2014).