Alfagiochi / Passaggi di tempo 2018

Antonella Sbrilli

Siamo arrivati al 30 dicembre, comincia il conto alla rovescia per l’anno nuovo e si affollano i calendari del 2019.

Per il conto alla rovescia, è d’obbligo citare Ice Watch, l’installazione che l’artista Olafur Eliasson ha realizzato insieme con il geologo Minik Rosing a Londra. Trenta piccoli iceberg - il peso di ciascuno varia da una tonnellata e mezzo a sei tonnellate - raccolti alla deriva in un fiordo in Groenlandia sono collocati in due zone della città, 24 nei pressi della Tate Modern e altri sei, in cerchio, all’esterno della sede europea di Bloomberg (che finanzia l’operazione). Già due volte, nel 2014 e poi nel 2015, Eliasson aveva trasportato enormi pezzi di ghiaccio in mezzo a due capitali, Copenaghen e Parigi, in concomitanza con incontri internazionali sul cambiamento climatico. Disposti a cerchio, come in un quadrante di orologio, o sfalsati sull’asfalto cittadino come bianchi dolmen fra cui muoversi, i pezzi di ghiaccio si liquefanno giorno dopo giorno, con un chiaro - per alcuni fin troppo didascalico - monito sugli effetti del riscaldamento globale, sul futuro delle calotte polari e del livello dei mari. L’installazione, inaugurata a dicembre, dura finché i blocchi non saranno sciolti, scandendo il tempo con un ritmo imprevedibile.

Chi cerca invece un calendario con la sua griglia regolare di caselle che accompagnano il 2019 con citazioni e anniversari, può dare un’occhiata a quello creato da Ethics in Bricks. Il calendario presenta per ogni mese un pensiero-guida, su temi di filosofia morale, illustrato da una scena allestita con mattoncini e altri componenti Lego. Ethics in Bricks è attivo su Instagram, Facebook e Twitter, dove posta ammirevoli ricostruzioni di uffici, strade trafficate, aule - tutte fatte di Lego - e ognuna collegata a un tema filosofico, declinato al presente: il dilemma etico dell’auto senza guidatore, il rapporto formatore-discente, le differenze di genere, i big data e così via. Le scene sono popolate anche dalle figure di filosofi, riconoscibili per dettagli, come la barba scura di Nietzsche, la parrucca bianca di Kant, o per il contesto, come il fiume di Eraclito, fatto con mattoncini piatti celesti e trasparenti.

La copertina del calendario si ispira alla Scuola di Atene di Raffaello e raccoglie in ordine sparso, ma motivato da una legenda, 14 filosofi antichi e moderni, da Socrate ad Hannah Arendt, da Diogene a Martha Nussbaum, e non manca Žižek.

Il mese di gennaio 2019 inizia all’insegna di Platone e ricorda le date di nascita di Simone de Beauvoir, il 9 gennaio, di Gramsci, il 23 e di san Tommaso, il 28.

Il calendario si può scaricare da questo indirizzo e in cambio fare una libera donazione all’Unicef.

Il gioco

Chi avesse voglia, può contribuire all’ampliamento della Scuola di Atene, suggerendo i filosofi che andrebbero aggiunti e quali loro caratteristiche potrebbero essere rappresentate con i mattoncini Lego. Come sempre l’indirizzo a cui scrivere è redazione@alfabeta2.com, mentre su Twitter l’account è @alfabeta_due e su Instagram alfabetadue_

Alfagiochi augura un buon 2019!

Venezia, rammendi e lampade per l’arte a parlamento

Tiziana Migliore

Alcuni artisti della Biennale di Christine Macel hanno accolto l’invito a mostrare l’arte in fieri – appunto Viva Arte Viva – battendo in sordina una strada precisa.

Quest’anno l’esposizione dell’artefatto cede estesamente il passo all’esposizione delle pratiche di ideazione, dentro cui intervengono i visitatori, da esecutori materiali o cooperanti. Ma l’arte “partecipata”, come realizzazione in comune dell’opera, esiste da decenni. In tema di Biennale, chi non ricorda Photomatic, l’esperimento di produzione collettiva di un murales di tessere fotografiche diretto da Franco Vaccari alla Biennale del 1972? O, di recente,Untitled 2015 (14.086 unfired) di Rirkrit Tiravanija, 14.086 mattoni cotti in situ con l’ideogramma cinese del motto di Guy Debord “Ne travaillez jamais”, acquistabili a 10 euro per finanziare l’ISCOS e così distinguere l’homo faber dall’animal laborans? Oggi, però, è l’inventio e non più l’actio a essere concertata con gli spettatori. E questa progettazione condivisa è un tempo libero dove, per serendipità, si fanno scoperte felici, si trova qualcosa che non si cercava.

L’otium inteso dalla curatrice come tempo della creazione contrapposto al negotium – tempo degli affari, della transazione, del commercio – diviene in alcune opere un tempo dell’apertura mentale, della disponibilità, dell’estroversione. L’atelier esibito con i programmi d’uso e le incertezze che lo caratterizzano, già delocalizzato inMapping the Studio (2009) di Caroline Bourgeois, a Punta della Dogana, si trasforma in un laboratorio di ripensamento collettivo del reale.

Xavier Veilhan al Padiglione Francia e Dawn Kasper nella sala Chini del Padiglione centrale usano l’improvvisazione musicale per dare senso a questo tempo. Ma a mente fredda, visitata la mostra, resta impressa soprattutto la fortuita risonanza fra la sollecitazione di Olafur Eliasson nel “transpadiglione degli Artisti e dei Libri” del Padiglione centrale ai Giardini, e lo spunto di Lee Mingwei nel “transpadiglione dello Spazio Comune” alle Corderie dell’Arsenale. Il Leone d’oro Franz Erhard Walther, il couturier tedesco che prepara sculture pittoriche-abiti da farci indossare, ci immerge nel mood di una corporeità artificata, e tuttavia comunque individuale e rigida. Il taiwanese Mingwei, da un lato, e lo svedese Eliasson, dall’altro, suggeriscono invece di entrare in una corporeità e in una soggettività decentrate, trasferite nell’alterità, donate.

The Mending Project, di Lee Mingwei, è un’installazione composta di un lungo tavolo di legno, di più sedie e di una parete di spagnolette colorate. L’artista siede al tavolo e aiuta i visitatori a rammendare uno scampolo a scelta strappato dai loro vestiti. Il pezzo di stoffa viene quindi riposto sul tavolo insieme ad altri pezzi, tutti con le estremità dei fili ancora attaccate e affisse alla parete accanto. Cresce, durante la mostra, una tessitura simbolica degli scambi creati in questi processi, per cui i gesti della cucitura, della tramatura di fili e dell’affissione valgono come rinuncia di una parte del sé e narrazione nei vissuti degli altri. Non a caso Christine Macel espone, sul lato opposto del corridoio delle Corderie, le tracce della ricerca artistica apripista in questo senso: i Telai, i Libri cuciti e la documentazione fotografica dei legami popolari, stretti con nodi e fiocchi, della poco conosciuta Maria Lai.

Tavoli più piccoli e sedie sono presenti anche in Green light - An artistic workshop, il progetto di Olafur Eliasson, che porta alla Biennale la sua ipotesi di impresa non più come factory, ma come “parlamento” sociopolitico, alla Bruno Latour, in cui l’arte fa da intercessore. Da sempre la luce è l’oggetto teorico delle ricerche di Eliasson e dei suoi circa novanta collaboratori (tecnici, designer, storici dell’arte, archivisti, artigiani, personale amministrativo e cuochi): dal Blind Pavilion della Danimarca alla Biennale di Venezia del 2003 a The Weather Project (2003) nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra, passando perYour Rainbow Panorama (2011) all’ARoS Aarhus Kunstmuseum fino a Little Sun (2012), la lampada a energia solare disegnata con l’ingegnere Frederik Ottesen per i popoli sprovvisti di elettricità. Green light è una semiosfera di confronto fra visitatori, studenti e rifugiati e migranti che vivono a Venezia o in Veneto. Un “atto di benvenuto”, con le parole di Eliasson. Ci si trova, da diversi punti di vista, ad assemblare moduli per la fabbricazione di lampade. Ciascuno interviene con le proprie competenze e ne apprende, mettendo in gioco energie fisiche e mentali per trasformarle in dispositivi significanti. Ogni unità è dotata di piccole luminarie di colore verde che devono far sistema, sotto forma di configurazioni scultoree o architettoniche. Sono prototipi per l’accoglienza. Il benvenuto all’altro sta nell’inventare insieme.

 

Alfagiochi / Biennale alla lettera – 1

Antonella Sbrilli

green light olafureliasson netBaleni N. E.: non è il titolo possibile di un racconto di Peter Handke (Epopea del baleno), o di Banana Yoshimoto (N. P. - North Point) né di una canzone di Elisa ( Tramonti a nord est), ma solo un anagramma della parola Biennale. Un anagramma semplice, anche se non privo di un suo orientamento geografico e di una suggestione. La LVII edizione della mostra di Venezia, curata quest’anno dalla francese Christine Macel e intitolata “Viva Arte Viva”, è aperta fino al 26 novembre prossimo (su Alfabeta2 le abbiamo dedicato uno Speciale a più voci, ma ci torneremo ancora): fra i Giardini e l’Arsenale, c’è chi va in cerca di guizzi improvvisi di luce, delusioni e sorprese. C’è chi - come il regista Stefano Scialotti - prepara un padiglione ideale, accostando in un video una selezione di opere incontrate durante le lunghe camminate (sarà pronto prima della chiusura della manifestazione e presentato a Roma, alla Sapienza, in autunno).
I giocatori e le giocatrici di “Alfabeta2” sono invitati a un viaggio letterale nella mostra veneziana, che non esclude una visita reale, ma semmai la aumenta di allusioni nascoste nei nomi degli artisti.

Il gioco Intitolati (vedi qui le istruzioni) mescola le lettere del nome di un artista e le ricombina in frasi che potrebbero anche essere titoli di mostre, coerenti con lo stile dell’artista scelto; questo nostro gioco prosegue ora lungo i padiglioni nazionali, le mostre e gli eventi collaterali della Biennale 2017.

A questi indirizzi web si possono scorrere i nomi degli artisti presenti nelle diverse sezioni della Biennale:

http://www.labiennale.org/it/arte/esposizione/artisti/
http://www.labiennale.org/it/arte/esposizione/partecipazioni-nazionali/ .

Dai lunghi elenchi si possono poi scegliere i nomi e i cognomi che più ispirano e proporre degli anagrammi, inviandoli - senza indicare la soluzione - su Twitter @alfabetadue con gli hashtag #alfagiochi #Biennale o via mail all’indirizzo redazione@alfabeta2.it.
Un esempio:
Coraggio era lantidoto” è l’anagramma di un artista presente alla Biennale di Venezia #alfagiochi #Biennale. Di chi si tratta?

Soluzione: 7, 9, 4

Soluzioni arretrate

Nella scorsa rubrica abbiamo giocato col nome di Olafur Eliasson, grande artista nato in Danimarca, presente alla Biennale con un’opera-laboratorio, il Green Light Workshop.

Fra i primi solutori si posiziona Bantam (@tueetterin) che confessa di “avere barato” (ma come? siamo curiosi).

Luigi Scebba risolve e propone un altro anagramma pertinente alle tecniche di Olafur Eliasson = “Ora Linea Flusso”.

Viola Fiore inventa due mostre immaginarie che corrispondono ad altrettanti bellissimi anagrammi “A Fool L. A. Sunrise” e “È la Solar Fusion”, davvero perfetto per l’artista che nel 2003 ha riscaldato la Tate Modern di Londra con un sole artificiale.

E il gioco delle lettere di Alfabeta2? Ancora un po’ di pazienza.