Rise and Fall of Apartheid

Cristina Romano

La mostra è il risultato di oltre sei anni di ricerche, quasi esclusivamente incentrate sul lavoro di artisti sudafricani e presenta la raccolta fotografica più completa sull’Apartheid, integrata da film, video, riviste e pubblicazioni. Copre più di cinquant’anni di produzione ormai “parte del vissuto storico della moderna identità del Sud Africa” (Enwezor). L’attenzione è rivolta all’analisi critica dei simboli e delle immagini che caratterizzarono il regime sudafricano restituendo alla memoria collettiva una visione sorprendente della lotta per i diritti civili.

La parola apartheid, ‘separazione’, è stata usata per connotare una radicale segregazione razziale e il suo significato letterale, “quartieri separati”, trova un corrispettivo nel progetto di riorganizzazione dello spazio abitativo con la creazione di quartieri extraurbani e villaggi di lavoro per neri. L’apartheid è dunque da intendere come una pratica della separazione non solo politica, ma anche spaziale e causa di un esteso processo di ‘segmentazione’ e ‘deterritorializzazione’ (A. Mbembe). I suoi termini cronologici sono fissati all’inizio del percorso con due filmati storici: il discorso di D. F. Malan, realizzato dopo le elezioni (26 maggio 1948), e il discorso di F.W. de Klerk (2 febbraio 1990), che segnò l’inizio del processo di smantellamento del regime e l’annuncio della liberazione di Nelson Mandela.

Greame Williams, Nelson Mandela con la moglie Winnie mentre lascia la prigione di Victor Vester, 1990. Per gentile concessione dell’artista. © Greame Williams.
Greame Williams, Nelson Mandela con la moglie Winnie mentre lascia la prigione di Victor Vester, 1990. Per gentile concessione dell’artista. © Greame Williams.

Il percorso espositivo, ordinato cronologicamente, mostra il passaggio da una rappresentazione della realtà di tipo colonialista, con le foto di Costantance Stuart Larrabee e Leon Levson, basata sulla segregazione e sulla supremazia della minoranza bianca, a una esperienza attiva e consapevole. Della prima fase del movimento di protesta (1948-1959) sono esposti i lavori realizzati da Eli Weinberg, Peter Magubane, Bob Gosani, Jurgen Schadeberg, che illustrano la Defiance Campain e la Strategia di Noncooperazione secondo una logica di resistenza e protesta non violenta.

Le foto di Ernest Cole invece gettano luce sui segni del quotidiano con i cartelli e le scritte disseminati in tutti i luoghi pubblici che indicavano le zone di separazione tra bianchi e neri. Il movimento anti-apartheid fece sempre uso della scrittura sotto forma di brevi messaggi, come si può vedere nelle azioni di un gruppo di donne bianche, le Black Sash, dalla sorprendente valenza performativa. Anche in virtù del carattere documentaristico di questa produzione fotografica uno dei maggiori interessi di Enwezor è stato quello di leggere la fotografia come oggetto teorico nella doppia valenza testuale e come segno che rimanda alla realtà o immagine.

La mostra mette in risalto tutta la forza estetica della fotografia documentaria e narra ritmi, gesti e sentimenti che segnarono le diverse fasi della protesta nel corso dei decenni. Particolarmente interessante risulta il confronto fra gli scatti di Peter Magubane e di Eli Weinberg dedicati alla marcia delle donne al Union Building di Pretoria e alle manifestazioni organizzate in occasione del Treason Treal (1956) e quelle, sempre di Magubane, prima, durante e dopo il Massacro di Sharpeville (1960), un evento drammatico che fece perdere agli attivisti ogni fiducia nella possibilità di una risoluzione pacifica. Magubane ora ritrae la cerimonia funebre, un’immagine che diventa emblematica e ricorrente del movimento di lotta anti-apartheid.

Peter Magubane, Funerali a Sharpeville: nel cimitero c’erano più di 5.000 persone, Maggio 1960. Per gentile concessione del Baileys African History Archive.
Peter Magubane, Funerali a Sharpeville, Maggio 1960. Per gentile concessione del Baileys African History Archive.

Da questo momento si parla di Engaged photography, un tipo di fotografia che documenta la relazione della gente sudafricana con gli abusi che l’apartheid veicolava diventando al contempo strumento di risveglio sociale e mostrando la realtà “attraverso il prisma della resistenza attiva”. Il genere poi venne definito struggle phopotgraphy in occasione di Soweto Uprising (1976), una protesta studentesca soffocata nel sangue e documentata dagli scatti di Magubane che da quel momento si pose in modo frontale rispetto all’apartheid. Soweto fu la premessa della nascita del movimento non violento Black Consciusness guidato da Steve Bico, arrestato e ucciso (1977), che proponeva la liberazione psicologica e l’emancipazione fisica dalle strutture istituzionali dell’Apartheid attraverso una strategia culturale di resistenza.

L’attivismo e l’impegno sociale e politico dei fotografi e degli artisti sudafricani rimase una costante nei decenni che segnarono la nascita e il tramonto dell’Apartheid. Negli anni ’80 svolse un ruolo determinante il collettivo Afrapix a cui parteciparono Omar Badsha, Paul Weimberg, Cedric Nuun, Peter McKenzie e molti altri. Nei primi anni ’90 invece fu molto attivo il gruppo Bang bang club con João Silva, Kevin Carter, Greg Marinovich, Ken Oosterbroek.

Parallelamente alla produzione fotografica più vicina e aderente alla denuncia sociale in mostra trovano ampio spazio anche lavori più orientati verso la fotografia d’arte: Dorps di Roger Ballen; The transported of KwaNdebele (esposto a Documenta nel 2007) di David Golblatt; Beloofde Land: Images of the 1988 Great Trek Festivities di Gideon Mandel; X-roads di Zwelethu Mthethwa; alcune fotografie dalla serie Homeland, un lavoro sulla memoria e sull’identità di Thabiso Sekgala. La mostra chiude con la sequenza di dieci film animati di William Kentridge, realizzati tra il 1989 e il 2011.

Eli Weinberg, Folla vicino alla Drill Hall all’apertura del Processo per Tradimento, Johannesburg, 19 Dicembre1956. Times Media Collection, Museum Africa, Johannesburg.
Eli Weinberg, Folla vicino alla Drill Hall all’apertura del Processo per Tradimento, Johannesburg, 19 Dicembre1956. Times Media Collection, Museum Africa, Johannesburg.

Le animazioni realizzate dall’artista con una tecnica che comprende disegno e fotografia, esprimono il suo interesse per il tema della metamorfosi continua. I personaggi principali, Soho Eckstein, un imprenditore edilizio di Johannesburg simbolo di corruzione e avidità capitalista, la moglie e Felix Teitlebaum, un sognatore nudo, animano i racconti con la fondazione di una città mineraria alle porte di Johannesburg, e la storia dell’amore tra Felix e la moglie di Soho.

La mostra itinerante, inserita nella programmazione espositiva del Comune di Milano e voluta da Stefano Boeri, rappresenta un'occasione imperdibile per completezza e rigore scientifico. Il riallestimento curato da Diego Sileo risulta molto chiaro per la lettura di un percorso così ricco e articolato che mette in luce l’importanza della fotografia sudafricana nella sua storia più recente. Questa ampia indagine è raccolta nel catalogo della mostra (Delmonico Prestel editore), curato da Okwui Enwezor e Rory Bester corredato da importanti contributi e da un’imponente apparato illustrativo.

PAC Padiglione d’Arte Contemporanea
a cura di Okwui Enwezor
In corso sino al 15 settembre

Okwui Enwezor e i residui nell’Hortus (in)conclusus del mondo

Martina Cavallarin

Poter affermare, il prossimo novembre, di avere visto tutta la 56. Biennale di Venezia significherà aver avuto la fortuna di potervi transitare con grande attenzione tutti i giorni in tutte le sue parti. Il progetto di Okwui Enwezor non prevede la solita complessità di un evento tanto articolato, ma sceglie di stare dentro il divenire del mondo con un cospicuo numero di opere che cambieranno - video, film, azioni - e di performance a cadenza giornaliera o settimanale. I residui atomizzati in cui costruire e ricostruire, afferma Enwezor, sono i tasselli che reggono il futuro. Per questo motivo l’impianto concettuale prende le sue mosse dall’Annuario 1974, Eventi 1974 della Biennale di Venezia, anno in cui la vetrina d’arte italiana cercò di analizzare e partecipare alle vicende politiche del Cile a cui la rassegna fu dedicata.

Sotto il segno della duttilità, della storia e dell’impegno partecipato, il curatore espone All the World’s Futures: Le fratture che oggi ci circondano e che abbondano in ogni angolo del panorama mondiale, rievocano le macerie evanescenti di precedenti catastrofi accumulatesi ai piedi dell’angelo della storia nell’Angelus Novus. Come fare per afferrare appieno l’inquietudine del nostro tempo, renderla comprensibile, esaminarla e articolarla? I cambiamenti radicali verificatisi nel corso degli ultimi due secoli hanno prodotto nuovi e affascinanti spunti per artisti, scrittori, cineasti, performer, compositori e musicisti. Ed è proprio riconoscendo tale condizione che la 56. Biennale di Venezia propone All the World’s Futures, un progetto dedicato a una nuova valutazione della relazione tra l'arte e gli artisti nell’attuale stato delle cose.

La 56. Esposizione utilizzerà come filtro la traiettoria storica che la Biennale stessa ha percorso durante i suoi 120 anni di vita, un filtro attraverso il quale riflettere sull’attuale “stato delle cose” e su “l’apparenza delle cose”. «In che modo artisti, filosofi, scrittori, compositori, coreografi, cantanti e musicisti, attraverso immagini, oggetti, parole, movimenti, azioni, testi e suoni, possono raccogliere dei pubblici nell’atto di ascoltare, reagire, farsi coinvolgere e parlare allo scopo di dare un senso agli sconvolgimenti di quest’epoca? Quali materiali simbolici o estetici, quali atti politici o sociali verranno prodotti in questo spazio dialettico di riferimenti per dare forma a un’esposizione che rifiuta di essere confinata nei limiti dei convenzionali modelli espositivi?»

Si tratta di un progetto articolato e quanto mai corale per voci sole, dell’intercessione, dell’analisi e della traduzione operata dal curatore nigeriano statunitense - da sempre predisposto a un approccio storico, interdisciplinare e internazionale - che chiama alle armi artisti, attivisti, pubblico e partecipanti di ogni genere che saranno i protagonisti centrali nell’aperta orchestrazione di questo progetto. Il senso è quello di dare spazio, immaginare e realizzare una diversità di pratiche che nel contemporaneo si muovono tra fratture, crisi, mutazioni e ritmi sincopati.

In All the World’s Futures, lo stesso curatore insieme agli artisti, agli attivisti, al pubblico e ai partecipanti di ogni genere saranno i protagonisti centrali nell’aperta programmazione di questo progetto lavorando nell’Arena. Luogo di teatro, di letture, seminari, analisi economiche e sociali, l’ Arena è uno spazio attivo nel Padiglione Centrale dei Giardini dedicato a una continua programmazione interdisciplinare dal vivo. Il cardine di questo piano sarà l’imponente lettura dei tre volumi di Das Kapital di Karl Marx. Das Kapital diventerà una sorta di Oratorio: per i sette mesi di apertura dell’Esposizione la lettura dal vivo sarà un appuntamento che si svolgerà senza soluzione di continuità.

Negli spazi esterni dei Giardini l’eredità richiamata da Enwezor proviene dal concetto del “Coronation Park” di Nuova Deli, luogo che nel 1947 divenne una sorta di parco delle forme accogliendo tante sculture. Nel Padiglione principale, il posto d’onore è certamente riservato a Fabio Mauri con l’opera Che cos’è il fascismo accompagnata dalla poesia Guinea di Pier Paolo Pasolini che compare come co-autore, a Robert Smithson con Dead Tree, rifacimento dell’albero sradicato del 1969, a Elena Damiani, a L’Ambassade di Chris Marke al quale sarà dedicata una stanza speciale assieme a Peter Frieds e Rirkrit Tiravanija. Alexandre Kluge per l’occasione ridurrà a 6 ore un film della durata di 10; Marlene Dumas espone dipinti inediti creati in dieci anni di lavoro, Hans Haacke presenta opere realizzate tra il 1969 e il 2015, nelle quali denuncia le condizioni socio economiche del suo Paese per un racconto di relazioni poetico-politiche.

Un’altra opera di Fabio Mauri sarà un lavoro sonoro esposto alla Biennale del 1978. Il Moby Dick di John Akomfrah è un organismo che, in sequenze video, indaga i disastri ecologici e la violenza ambientale operata sul pianeta. All’Arsenale le parole dalla luminescenza pericolosa di Bruce Nauman sono installazioni create dal 1970, Allora e Calzadilla espongono un’installazione sonora eseguita dal gruppo romano Vox Nova. Al lavoro per preparare i progetti anche Tania Bruguera che porta a Venezia l’opera sequestrata all’Avana nel 2000. Tra gli altri ci saranno Pino Pascali, Chantal Arerman, Chris Ofili, George Baselitz, Christian Boltanski, Jeremy Deller, Monica Bonvicini, Ibrahim Mahama, Harun Farocki che si presenta con un atlante delle sue opere: 87 film che si avvicenderanno nei mesi dell’esposizione.

Passando in rassegna questi importanti eventi con lo sguardo di chi vive la presente inquietudine che pervade la nostra epoca, afferma Okwui Enwezor, ci si sente come convocati dall’Angelus Novus, il dipinto di Paul Klee. Grazie al filosofo e critico culturale Walter Benjamin, che lo acquistò nel 1921, il dipinto ha acquisito una sorta di status di opera premonitrice trascendendo ciò che effettivamente essa rappresenta. Benjamin vide nell’opera di Klee ciò che di fatto non vi era espresso e nemmeno dipinto.

Piuttosto egli interpretò l’Angelus Novus in maniera allegorica osservando la figura con un chiaro sguardo storico, mentre davanti a sé un’altra catastrofe si abbatteva sull’Europa in un momento di profonda crisi. Riconducendo il dipinto alla realtà che lo circondava, una realtà in cui il mondo così come lo conosceva veniva demolito proprio davanti ai suoi occhi, Benjamin ci obbliga a rivedere la capacità rappresentativa dell’arte. Per lui la figura ritta e animata dallo sguardo sconvolto che sta al centro della tela è “l’angelo della storia” ai cui piedi si accumulano, sempre più alte, le macerie della distruzione moderna. Questa sua insolita interpretazione rimane un’immagine vivida e questo non tanto per ciò che il dipinto di fatto contiene e rappresenta, quanto per il modo in cui Benjamin ci porta a riflettere su come il mondo dell’arte possa stimolarci a vedere oltre la prosaica apparenza delle cose.

Con questa prospettiva, All the World’s Futures, attraverso le sue costellazioni di filtri scaverà a fondo nello “stato delle cose” e metterà in discussione “l’apparenza delle cose” passando da un’enunciazione gutturale della voce alle manifestazioni visive e fisiche, tra opere d’arte e pubblico per un’immersione totale davvero complessa, davvero stimolante. Okwui Enwezor chiude la conferenza affermando che se c’è una politica nel suo progetto questa è una politica delle forme!