Vogliamo anche le case

Lucia Tozzi

Non più solo teatri e cinema, piazze e spazi pubblici, si torna a occupare le case. A Roma sono stati presi di mira edifici vuoti dalla Garbatella alla Tiburtina di proprietà di Caltagirone, dell’Atac, dei Cavalieri di Malta, della Banca Popolare di Milano, mentre a Milano il Cantiere, un centro sociale attivo da anni nel quartiere San Siro, ha sistemato una ventina di famiglie in un gruppo di bellissime palazzine lasciate degradare in vista di future speculazioni.

La lotta per la casa al tempo di Occupy è un fenomeno che merita un’attenzione speciale, perché potrebbe assumere grande rilievo durante una crisi finanziaria nata dal credit crunch immobiliare e che sta polverizzando il lavoro, il welfare e la vita di milioni di persone. Il crollo dei prezzi immobiliari, che secondo un uso grottesco vengono calcolati in anni di stipendio medio, non amplia la fascia dei proprietari, ma la quantità di proprietà invendute e sfitte. E infatti, chi ce l’ha più uno stipendio?

In Italia pare che l’invenduto edilizio ammonti a ben più di un milione di unità: le nostre città sono con ogni evidenza dei gruviera, piene di vuoti, eppure i governi di ogni livello continuano a costruire nuovi edifici e a tenerne fuori gli abitanti. Rispetto agli anni Settanta, oggi esiste materialmente la possibilità di coprire il cosiddetto fabbisogno abitativo, eppure mai come adesso sembra che nessuna parte politica voglia farsi carico di questo passaggio.

Chiusa in maniera definitiva la stagione dell’edilizia economica e popolare pubblica, abbandonata la manutenzione dei complessi esistenti, l’unica soluzione cui le amministrazioni ricorrono è un housing sociale delegato ai privati in cambio di ulteriori cubature o come oneri di urbanizzazione. Vale a dire che per ottenere qualche appartamento scadente a un prezzo di poco inferiore a quello di mercato bisogna sperare in grandi speculazioni o rinunciare a scuole e spazi pubblici.

I movimenti hanno capito che la riappropriazione collettiva del patrimonio edilizio pubblico e privato inutilizzato è uno strumento fondamentale non solo per affrontare la questione abitativa, ma anche per combattere l’accumulazione della ricchezza nelle mani di una minoranza sempre più esigua. Oltre all’obbiettivo immediato di rendere accessibili spazi assurdamente vuoti, le occupazioni sono diventate una delle poche forme efficaci di critica sociale e urbana.

Gli attivisti mappano i luoghi abbandonati e in disuso, ricostruiscono le scatole cinesi delle proprietà immobiliari e smascherano la retorica dell’espansione edilizia, che non risponde più ad alcuna necessità se non a quella di finanziare banche e imprese con i soldi dei contribuenti. Chiedono politiche di sostegno all’affitto, nuovi limiti alla proprietà privata e l’acquisto e il recupero degli immobili sfitti per risolvere l’emergenza abitativa. A Parigi cominciano a mietere i primi successi: il Comune sta valutando l’ipotesi di trasformare un edificio di uffici occupato dal collettivo Jeudi Noir in case popolari.

Il katechon, il katechon!

Augusto Illuminati

Che tanti intellettuali si siano scoperti grillini ex post non stupisce. Saltare sul carro del vincitore è normale - pensiamo con raccapriccio agli altri intellettuali che salteranno sul carro del perdente, proclamando il voto utile per il Pd-Sel per scongiurare l’apocalisse prossima ventura in un probabile secondo turno elettorale. Il disgusto per i balletti parlamentari che hanno coperto la tragedia sociale del governo Monti a sostegno bi-partisan copre tutto e gli “onorevoli”, che hanno votato senza batter ciglio il pareggio di bilancio in Costituzione e la riforma Fornero esodati inclusi, non sono meno ridicoli e sciagurati di quanti hanno votato che Ruby era nipote di Mubarak.

Ma qualche riflessione spassionata su Grillo bisognerà pur farla, visto che io finora sono stato vergin di servo encomio e di codardo oltraggio. Prendiamo la sua intervista al settimanale Time: «I channel all this rage into this movement of people, who then go and govern. They should be thanking us one by one. If we fail, [Italy] is headed for violence in the streets». Ovvero: «Io ho incanalato tutta questa rabbia in questo movimento di popolo, che poi va e governa. Ci dovrebbero ringraziare uno per uno. Se noi falliamo, (l'Italia) è destinata alla violenza nelle strade».

Si evoca lo spettro della violenza, ma quanto viene esorcizzato è, in realtà, il conflitto, incanalato nell’ordine della rappresentanza mediante consultazione elettronica unidirezionale, saltando ogni orizzontalità intermedia e ogni vissuto di esperienza (di gruppo, di presenza viva, di assunzione solidale di rischio in uno sciopero, in un corteo, in un’occupazione). Uno vale uno, ma nella pace di un rapporto isolato con il proprio computer o smartphone (su server proprietà di Casaleggio), non nella discussione o nella lotta in cui i corpi e le idee si confrontano.

Certo, in tal modo la violenza nelle strade è esclusa, la proprietà immobiliare non si tocca, l’ingiustizia ingrassa in attesa di una regolamentazione parlamentare. Beninteso, protesta e indignazione non scompaiono, anzi sono il presupposto materiale per captarle e indirizzarle irenicamente verso una rappresentanza rinnovata e resa più credibile. Vi sto evitando un’Alba Dorata – si premura di annunciare Grillo. Ed è vero, perché fermenti di tal tipo sono presenti nella disgregazione della crisi e in masse allo sbando. Ma dovrebbe aggiungere: vi sto evitando gli indignados e Occupy, perché quella spinta (che in Italia sarebbe prevalente) viene riassorbita dall’illusione elettronico-plebiscitaria, gestita in cerchie ristrette con metodologie da web 1.0.

Grillo non è riducibile a sintomo della crisi e neppure va diffamato come un comico capopopolo. Sicuro, è un pagliaccio, ma non più del satiro di Arcore o del clown-triste Bersani. E ricordiamoci il salvifico Monti con in braccio il cucciolo Empy. Anzi, Grillo nel suo ruolo possiede un’innegabile professionalità e infatti il collega Crozza ha qualche difficoltà a mimarlo. Grillo incarna oggi piuttosto il katechon, la forza che trattiene. Trattiene cosa? Trattiene il conflitto, nella sua radicalità, violenza, immediatezza singolare e anonima. Lo trattiene in anticipo, perché sarebbe ingiusto dire che Grillo soffochi qualcosa che sia in atto in modo generalizzato e forse non lo fa neppure in modo cosciente, tanto meno agli ordini di qualcuno.

Grillo e Casaleggio sono una versione comica, neppure nichilistica, del katechon, la parodia alla Ciccio e Ingrassia di un tempo rispetto ai film su Scientology o sull’Anticristo. L’elemento tragico – quello del Grande Inquisitore dostoevskiano alla Schmitt o Cacciari – è svaporato, rendendo ancor più incomprensibile il panico in cui è precipitato un sistema politico italiano evidentemente marcio sino al midollo. Come, si presenta il katechon dicendo: sono Torquemada, ho 35 anni, faccio il dentista, ecc. e Bersani smette di smacchiare il giaguaro e Berlusconi contrae l’uveite bilaterale?

Loro se lo meritano, il panico e il katechon e gli appelli di Cacciari a Napolitano – salvaci tu - ma resta un problema: perché i movimenti si sono lasciati scippare iniziativa, parole d’ordine (in primo luogo il reddito di cittadinanza), capacità di mobilitarsi e occupare la piazza? Forse se lo sono meritato, ma –a differenza dai partiti e dal ceto politico – sono ancora in grado di riprendersi trasformando l’insoddisfazione e la speranza, che hanno spinto tanta gente a votare per il meno peggio, in qualcosa di concreto: in conflitto reale e non arginabile, non “catecontizzabile”. Questa è la scommessa e non i volenterosi appelli alla Se non ora quando per creare un’alleanza fra sinistra bollita e populismo grillino su parole d’ordine buone soltanto a gettar fumo negli occhi, dato che si tratta (in buona fede) di promesse che il Pd non accetterebbe mai di mantenere e cui il M5S non è così sciocco da prestar fede.

Grillo e il Quinto Stato

Carlo Formenti

Il successo elettorale del Movimento 5 Stelle sollecita un approfondimento dell’analisi in merito alle ragioni per cui non esiste una Occupy italiana. Molti attribuiscono questa assenza alla persistente egemonia delle sinistre radicali «classiche» (recentemente confermata dalla mobilitazione del No Monti Day). Personalmente ritengo più interessante ragionare sulla peculiarità della composizione di classe della nostra società, caratterizzata, da un lato, dalla relativa tenuta di strati proletari di tipo tradizionale, tuttora capaci di agire da attrattori politici per una parte dei lavoratori precari, dall’altro lato, dal limitato peso numerico e politico dei knowledge workers.

L’esito delle lezioni siciliane sollecita un’ulteriore riflessione sul secondo punto: mi pare ormai evidente che ampi strati del nostro «Quinto Stato» trovano rappresentanza nel Movimento 5 Stelle più che nell’area politico culturale di ispirazione neo/post autonoma. I giovani esponenti delle nuove professioni si riconoscono in 5Stelle per varie ragioni: sia perché ne condividono le scelte organizzative – una federazione di gruppi locali con forte autonomia –, sia perché ne apprezzano l’ideologia radicalmente «impolitica» (posto che l’etichetta antipolitica, coniata da partiti e media, ha valore puramente propagandistico), vale a dire il netto rifiuto del nostro marcescente sistema di democrazia rappresentativa, unito alla ricerca di modelli alternativi di democrazia diretta, nei quali ritroviamo aspetti – mandato imperativo e revocabilità della delega, scelta dei candidati via Web, allineamento degli stipendi degli eletti a quelli dei lavoratori comuni – che sembrano «copiati» da quelli adottati dagli insorti della Comune di Parigi.

Come spiegare la contraddizione fra questi princìpi e la leadership «monarchica» di Grillo (non molto dissimile, per inciso, a quella fra la leadership carismatica di Vendola e la base del suo movimento)? Si tratta di una contraddizione apparente, visto che stiamo parlando di soggetti sociali atomizzati ed eterogenei, che tentano di riaggregarsi attraverso un medium – la Rete – che promuove un paradossale mix di comunitarismo e individualismo, di orizzontalità democratica e di concentrazione/personalizzazione del potere. Sono caratteristiche che marcano i limiti di un’esperienza che, mentre appare destinata a ottenere lusinghieri risultati elettorali, rischia di afflosciarsi rapidamente in assenza di un chiaro modello interpretativo della società italiana, e di un conseguente progetto politico – soprattutto se e nella misura in cui, all’originario nucleo «creativo», verranno aggregandosi altri soggetti (piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, ecc.), accomunati dalla rabbia contro la «casta» ed esasperati dalla crisi.

La domanda cruciale è tuttavia la seguente: esistono progetti politici alternativi, in grado di presidiare lo spazio politico fra i «vecchi» movimenti, egemonizzati dalla sinistra radicale, i grillini? L’area post operaista, che non a caso auspica più di ogni altra la nascita di una Occupy «made in Italy», sembra volersi candidare a svolgere tale ruolo. Il problema è che non esiste alcuno spazio politico da presidiare: da un lato, la sinistra radicale, con tutti i suoi limiti, incarna la resistenza operaia alla ristrutturazione capitalistica, dall’altro lato, 5Stelle rappresenta già, di fatto, una sorta di Occupy italiana. In mezzo, si vedono solo discorsi teorici sui beni comuni al di là della dicotomia pubblico/privato, su una riforma del welfare fondata sul reddito di cittadinanza, sul presunto «potere costituente» delle moltitudini.

Si tratta tuttavia di temi e parole d’ordine che, opportunamente tradotti e banalizzati, possono essere tranquillamente digeriti e incorporati sia dalla sinistra radicale «classica» che dai grillini. Il che rafforza un dubbio che, chiunque si consideri ancora comunista, non può evitare di provare leggendo il «non manifesto» di Negri e Hardt (appena uscito da Feltrinelli): è possibile che l’eresia marxista del postoperaismo si sta trasformando in una filosofia liberale di (estrema) sinistra? Il che spiegherebbe, per inciso, la fortuna della «italian theory» fra gli accademici d’Oltreoceano.

Dal numero 25 di alfabeta2, nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Rivolta o barbarie

Dal numero 25 di alfabeta2, da oggi nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Augusto Illuminati

Questa è la settimana decisiva per l’Europa (o per la Grecia, o per l’euro o per quant’altro volete). Così quotidiani e TV annunciano il rinvio interminabile dell’assoluzione, secondo una metafora che Raparelli trae da Kafka applicandola alle diagnosi sulla crisi sfornate ogni giorno per coprire i suoi effetti nell’aggressione ai redditi e al welfare dei ceti subalterni. Fin quando durerà la colpevolizzazione con l’accusa di aver vissuto al di sopra dei propri mezzi, fin quando sarà dilazionata un’assoluzione che coincide con la miseria? Per Raparelli il «processo» si interromperà solo con la resistenza delle masse all’espropriazione della vita, il mezzo di produzione post-fordista su cui si esercita la nuova accumulazione «originaria», rinnovata con obiettivi diversi a ogni ciclo di sussunzione reale capitalistica.

Il libro si articola in due sezioni: Macerie, descrizione stringente della catastrofe del nostro tempo (crisi dell’euro e del sistema europeo, meccanismi del debito, nuove enclosures in forma di prelievi di rendita sul bios), e Ancora una volta, la prima volta, analisi dei movimenti antisistemici e delle lotte di massa che contrastano la catastrofe proponendo idee e pratiche di una democrazia di tutti che è forse il nome attuale del comunismo.

Soffermiamoci su questa seconda parte. «Fare coalizione» è l’insegnamento tratto da Occupy: cioè socializzazione politica e passionale delle soggettività plurali della povertà, che è al tempo stesso potenza produttiva. Il che rovescia in senso rivoluzionario l’operazione neoliberista, che punta a sfruttare un lavoro vivo inseparabile dalla soggettività. L’enfasi sul lavoratore imprenditore di se stesso, l’infatuazione meritocratica (il cui contenuto materiale è la differenziazione salariale verso il basso) e la retorica della formazione permanente ne sono stati inizialmente i referenti ideologici, mentre oggi tale funzione è svolta dal ricatto del debito con tutte le sue conseguenze. Di qui l’individuazione del terreno biopolitico come l’area di contrasto su cui si sviluppano i nuovi movimenti e verso cui confluiscono rivendicazioni salariali e richieste più adeguate al lavoro intermittente e precario quali il reddito di cittadinanza.

Molto interessante a questo proposito è la discussione critica di alcune tendenze interne alla tradizione teorica dell’operaismo italiano. Raparelli prende le distanze tanto dall’insistenza sulla purezza normativa del programma, che traspare da recenti articoli di Toni Negri sul sito Uninomade, quanto dalle ipotesi neospontaneiste di talune componenti libertarie di movimento che si rifanno all’elaborazione filosofica di Giorgio Agamben.

Nel primo caso, a un’analisi corretta del biopotere capitalistico non corrisponde una consapevolezza adeguata delle soggettività che animano il movimento (dai centri sociali agli studenti, ai metalmeccanici), troppo spesso misurate in termini astratti. Nel secondo, la singolarità qualunque si esprime solo nell’evento e nel riot, irriducibili a ogni forma organizzativa. A queste due inclinazioni l’autore oppone, in termini deleuziani alternativi alle avanguardie classiche, «gruppi in stato di adiacenza con i processi sociali», che articolino trasversalmente la molteplicità del desiderio e l’accumulo dei rapporti di forza e delle esperienze organizzative.

IL LIBRO
Francesco Raparelli
Rivolta o barbarie. La democrazia del 99% contro i signori della moneta

prefazione di Paolo Virno
Ponte alle Grazie (2012), pp. 219
€ 10

La seconda volta di Obama

Michael Hardt

Come molti hanno fatto notare, la rielezione di Obama ha visto la mobilitazione di un numero molto minore di attivisti, e a sinistra la campagna elettorale ha generato un entusiasmo e una speranza molto più modesti rispetto al 2008. Questo spiega, almeno in parte, un margine di vittoria così ridotto. I suoi sostenitori, oggi, non si sono più fatti inebriare dal sogno del cambiamento come avevano fatto dopo la prima vittoria, ma sono stati spinti dalla più sobria considerazione che l'alternativa sarebbe stata un disastro. E forse ora, paradossalmente, la rielezione di Obama potrebbe avere un effetto diretto più positivo sul fermento dei movimenti sociali antagonisti rispetto al primo mandato.

La vittoria del 2008 ha prodotto reazioni complesse e contraddittorie da parte dei movimenti negli Stati Uniti. Da un lato, l'imponente mobilitazione per la sua campagna elettorale e l'eccitazione seguita alla vittoria hanno portato, subito dopo l'insediamento, a un debole quanto rapido calo dell'attivismo. L'amministrazione Obama non ha dato spazio ai movimenti, al contrario, ha cercato di metterli a tacere. La prassi generale è stata quella di zittire la sinistra e negoziare con la destra, perseguendo una linea politica moderata e distante dalle ardenti speranze dei sostenitori di Obama. Ma oltre a mettere a tacere i movimenti, questa pragmatic strategy ha fallito miseramente anche nel conseguimento degli obiettivi più modesti.

Peraltro, è facile supporre che tutti quei militanti che si erano impegnati così tanto per l'elezione di Obama, fossero restii ad attaccare il nuovo governo sul piano politico, nonostante il protrarsi della guerra in Afghanistan, la mancata chiusura di Guantanamo, le deludenti politiche sociali, e così via. Di conseguenza, ecco che gli anni successivi al novembre 2008 sono stati caratterizzati da un'attività piuttosto blanda dei movimenti sociali. D'altro canto, sono convinto che l'esplosione di Occupy Wall Street e degli altri movimenti Occupy che si sono diffusi nel resto del paese nel 2011, sia stata in larga misura partorita e supportata da una sorta di contraccolpo provocato dall'esperienza dell'elezione di Obama. La mia opinione è che molte delle persone che avevano riposto ogni fiducia in Obama per poi rimanere profondamente deluse dal suo operato, siano confluite nei movimenti di occupazione.Visto da questa prospettiva, il disincanto nei confronti di Obama ha innescato delle conseguenze decisamente positive. Passato l'innamoramento, e come per reazione, Occupy è diventato qualcosa in cui credere di nuovo.

Durante il periodo degli accampamenti, i militanti di Occupy si sono tenuti ben alla larga dal governo Obama, e anche dopo gli sgomberi e l'inizio della campagna elettorale hanno rifiutato di prendere parte alle dinamiche elettorali. Se c'è una cosa che ha messo d'accordo una componente così variegata come quella di Occupy, è stata proprio la diffidenza e l'avversione verso i programmi elettorali. È dunque ragionevole presumere che, almeno indirettamente, Occupy e la sua retorica abbiano avuto un ruolo significativo nelle elezioni presidenziali del 2012. I candidati sono stati costretti a tornare continuamente sul tema del divario tra ricchi e poveri, il 99%, il 47%, e via dicendo, e la scelta politica di Romney di incarnare i valori della finanza e dei poteri forti si è rivelata perdente, soprattutto grazie al terreno preparato da Occupy. Ma il vantaggio che Obama ha tratto da tutto questo non è scaturito da un sostegno diretto da parte degli ex-attivisti.

Ora che Obama è stato rieletto, due sono i possibili scenari che a mio parere si apriranno, ed entrambi agevoleranno il riemergere dei movimenti. Una possibilità è che nel secondo mandato Obama si svincoli dai calcoli elettorali e orienti le sue scelte politiche a sinistra. Dare voce ai movimenti su immigrazione, poteri forti, sanità e welfare potrebbe essergli utile nel conflitto con l'intransigente partito repubblicano, anche solo per raggiungere i più modesti risultati.

L'altra possibilità, forse più verosimile, è che la svolta a sinistra non avvenga, e che Obama rimanga indifferente ai movimenti, continuando presumibilmente le sue negoziazioni con la destra. Solo che stavolta i movimenti non hanno puntato molto su di lui, e saranno quindi molto meno restii ad attaccare il suo operato. Di conseguenza, è probabile che assisteremo a un'evoluzione molto più aggressiva dell'opposizione dei movimenti, i quali ormai non hanno più la pazienza di sopportare l'incapacità e la reticenza di Obama a generare quel cambiamento in cui tanti avevano sperato. Credo quindi che la mancanza di entusiasmo della sinistra nei confronti di Obama in queste elezioni, e il lucido riconoscimento dei suoi limiti, potrebbero dar vita a una situazione potenzialmente favorevole, e che la sua rielezione potrebbe inaugurare, per i movimenti, una stagione di lotte molto più partecipate e antagoniste di quanto non si sia visto durante il primo mandato.

 Traduzione di Maddalena Bordin

L’America

Franco Berardi Bifo

Ho seguito la notte elettorale a San Francisco, a casa di amici vicini al movimento Occupy. La vittoria di Obama non ha scatenato grandi entusiasmi, ma un po' di sollievo sì, visto che fino all'ultimo si è continuato a temere il peggio. Per qualche ora c'è stata incertezza, e Romney sembrava avere la maggioranza del voto popolare, poi le cose sono cambiate quando ha cominciato a pesare il voto della costa occidentale, che ha fatto pendere la bilancia decisamente a favore di Obama. In ogni caso il risultato è di sostanziale parità. L'elettorato americano è diviso in maniera assolutamente equilibrata.

Anche se Obama ha vinto largamente il voto elettorale, il voto popolare è invece in equilibrio quasi perfetto. Da questo discende un cambiamento nell'atteggiamento dei repubblicani, come si è capito fin dalle prime ore successive alla dichiarazione ufficiale della conferma del Presidente in carica. L'ostruzionismo degli estremisti repubblicani, che ha paralizzato in larga parte la passata amministrazione sembra aver irritato larga parte degli elettori, e molti segnali fanno pensare che nei prossimi mesi l'atteggiamento dell'opposizione repubblicana cambierà e che diventi possibile un rapporto più collaborativo.

Quali saranno le conseguenze? Ci si poteva attendere che nel secondo mandato un maggiore coraggio sarebbe stato possibile da parte di Obama e dei democratici, soprattutto sulla questione della redistribuzione fiscale del reddito, ma se i repubblicani decidono di collaborare la prima cosa che otterranno sarà proprio un sostanziale immobilismo dei democratici. Boehner ha detto subito che il risultato di queste elezioni implica il fatto che non c'è un mandato per l'aumento delle tasse. Ma sarà possibile affrontare le urgenze che si presentano all'orizzonte senza compiere scelte coraggiose?

La prima urgenza è l'after-Sandy. Le infrastrutture del paese sono in condizioni di deterioramento visibile, per effetto di decenni di politiche restrittive della spesa pubblica. Il primo effetto della super-tempesta è stato proprio quello di rendere evidente la fragilità delle infrastrutture della costa orientale, che sembrano sul punto di decomporsi. Si calcola che gli effetti della devastazione prodotta da Sandy peseranno sull'economia nazionale nella misura di mezzo punto del prodotto lordo. E la prima reazione dei mercati alla vittoria democratica è stata decisamente negativa. La questione del tetto del debito si ripresenterà all'inizio del prossimo anno e solo un aumento delle entrate fiscali potrebbe migliorare una situazione finanziaria che continua a essere sull'orlo dell'abisso.

Insomma la questione della redistribuzione del reddito è urgente, inaggirabile. Obama non ha potuto affrontarla nel primo mandato, e neanche ci ha provato. Nel prossimo futuro potrebbe essere costretto a provarci dalla forza delle cose, ma i repubblicani gli hanno già detto che si può collaborare solo a patto che non si tocchi questo tasto. La questione è aperta. L'abisso è visibile all'orizzonte, il muro dell'avarizia finanziaria è solido quanto lo era in passato, e questo risultato elettorale non ha certo contribuito a scalfirlo. Ma la forza stessa delle cose contribuisce a mantenere aperta la prospettiva di uno scontro decisivo sulla questione fondamentale, la redistribuzione del reddito, la riappropriazione sociale di risorse espropriate dalla classe finanziaria.

Non sarà facile. La cultura politica di Obama non è certo predisposta verso l'egualitarismo, l'attenzione dei repubblicani rimane tutta concentrata su questo punto, e nonostante la sconfitta i repubblicani mantengono la loro capacità di ricatto su questo punto. Ma la forza dei processi oggettivi messi in moto dall'irrisolta crisi finanziaria del 2008 e dalla degradazione delle infrastrutture pubbliche fa pensare che la nuova amministrazione Obama dovrà darsi una mossa. Il senso di oppressione che si prova in Europa è data dalla sensazione di una assenza di alternative possibili, di un blocco inamovibile che la classe finanziaria ha imposto alla politica del continente. La situazione americana appare meno bloccata, più fluida, aperta a evoluzioni meno prevedibili.

Controcanto

Antonio Negri

Inutile insistere sulla ricchezza e l’efficacia della ricerca di Gerald Raunig. È, il suo, un passaggio che, assumendo l’orizzonte determinato dalla sussunzione reale della società nel capitale, l’assorbimento totalitario del valore d’uso nel valore di scambio, ci sospinge tuttavia oltre le tristi passioni della scuola di Francoforte, ci libera dalle letture di un “postmodernismo debole” ed irride a ogni figura lineare della sussunzione, foss’anche armata dall’ironia situazionista. La scrittura di Raunig si muove su quel terreno che si stende dai Mille plateaux di Deleuze-Guattari fino alle costituzioni del postoperaismo ed ivi produce modulazioni ricche ed articolate della critica del potere e inaugura nuove linee di fuga, diserzioni, dialettiche di nuovi mondi, riterritorializzazioni creative... È un controcanto questo a tutti quegli sviluppi del pensiero postmoderno (ed anche postoperaista) che coagulano linee di critica (altrimenti aperte) ed inclinano in maniera teoreticistica e rigida momenti di resistenza (altrimenti vivaci). È dunque un controcanto essenziale che ci rimette tutti con i piedi per terra.

Ma forse abbiamo bisogno anche di un controcanto “al quadrato”. Vale a dire che qui si riaprono problemi, e dalle conclusioni di Raunig consegue il bisogno di elaborare altre ipotesi pratiche, politiche, costruttive. È come una seconda volta: il libro di Raunig ci ha mostrato un “altro” mondo; al punto sul quale lui è arrivato, c’è dunque una nuova narrazione che va iniziata (per stare alla metafora kafkiana: una “nuova” Giuseppina che canta a un popolo di topi “riformato”). Già Leopardi, nella sua splendida Batrachomiomachia, aveva visto spostarsi e duplicarsi il mondo dei topi, pur dentro passioni eroiche e movimenti individuali. Qui invece, per Raunig, i movimenti sono molteplici, sono quelli della moltitudine e delle libere singolarità che la compongono. Dunque, qual è il problema, qui ricreato, al quale, per la seconda volta, un controcanto può corrispondere? È quello, dicevano Deleuze e Guattari, del superamento del ritornello, dell’alternativa del lisciare e dello scalfire lo spazio, del territorializzare e del deterritorializzare. Raunig – con Giuseppina – ci hanno ormai definitivamente portato sul terreno politico: hic Rodhus, hic salta. [...]

Porto qui testimonianza di lunghe discussioni con Félix Guattari proprio a questo proposito: quale punto “macchinico” di interferenza produttiva, quale “nuovo” agencement può darsi, tale da costituire una funzione espressiva locale, una volta che ci si trovi di fronte a un campo di immanenza, moltiplicatore di segmenti e proliferante velocità intrattenibili? Era il periodo in cui i nostri due maestri stavano concludendo il lavoro su Kafka e la risposta, già data in quel saggio, era che quella macchina poteva essere localizzata solo dalla consistenza/coesistenza di quantità intensive. Il che – tradotto per quell’analfabeta che ero – significava afferrare, in quel campo d’immanenza che le lotte di classe formavano, le quantità intensive della tendenza materiale alla crisi del sistema capitalista. E, inoltre, quelle che costituivano il dispositivo del rifiuto operaio dello sfruttamento, delle energie rivoluzionarie (minoritarie, certo, ma si sa che ciò che è minoritario supplisce al numero con l’intensità) allora agenti e del desiderio comunista – più intenso, più alto, ma consistente sul luogo di crisi e di lotta. Un sorvolo potente che crea un “luogo”.

E un quindicennio più tardi, rispondendo a una mia domanda sulla specificità della lotta comunista di classe, Deleuze rispondeva che il sistema di linee di fuga che definisce il capitalismo, può essere afferrato e combattuto solo inventando e costruendo una “macchina da guerra”. Cioè determinando in tal modo uno spazio-tempo, un potere costituente e una capacità di resistenza, localizzate e creative di un “popolo a-venire”. Ancora un “luogo”, dunque, non statico ma creativo – come appunto questo “controcanto al quadrato” esige. Le azioni di Occupy e le acampadas degli indignados ci impegnano a lavorare sulla definizione di questa verticalità, di questa intensità, di questo luogo. Non è più una questione solo temporale. Benjamin ricorda che durante le rivolte del XIX secolo, gli operai ribelli sparavano sugli orologi delle piazze, denunciando nella misura temporale, la misura dello sfruttamento.

Oggi i lavoratori precari, ribellandosi, devono sparare sui calendari – che non danno la continuità ma la separazione dei tempi, una successione distinta di tempi diversi della valorizzazione – poiché il loro sfruttamento, la loro alienazione, sono soprattutto misurati dalla mobilità spaziale, dalla separazione dei luoghi di impiego, dalla contiguità locale della cooperazione e dalla diversità degli spazi che devono percorrere. Come i migranti, così i precari, cooperanti in rete, sempre alla ricerca di un luogo dove restare. Senza questo luogo sembra impossibile ribellarsi. È così, o è già segno di una nostra frustrazione, l’affermarlo? Comunque, è il problema stesso che ci riporta alla scoperta di un luogo, come Occupy ci ha portato a Zuccotti park, alla piazza della libertà. I movimenti vanno dunque riformati ritrovandoli in uno spazio – una verticalità li attraversa, localizzandoli e innalzandoli, con estrema intensità locale. [...] Abbiamo camminato molto a lungo vivendo formidabili avventure: abbiamo bisogno di fermarci per un momento, su un luogo, perché solo su un luogo è possibile rinnovare continuamente il canto di Giuseppina.

Anticipiamo un brano della postfazione di Antonio Negri al libro di Gerald Raunig, Fabbriche del sapere, industrie della creatività, in uscita nei prossimi giorni per ombre corte.