Il dilemma post-elettorale

Carlo Formenti

Per leggere il voto occorre partire da tre dati di fatto: 1) centrodestra e centrosinistra hanno perso, complessivamente, più di dieci milioni di voti; 2) come ha scritto Bifo, se sommiamo astensioni, voti per Berlusconi e voti per Grillo, vediamo che i tre quarti degli italiani hanno detto di no alle politiche di austerità imposte dalla Comunità Europea; 3) l’elettorato ha preso a ceffoni sia Vendola, per avere rinunciato a fare una opposizione coerente al neoliberismo; sia gli altri cespugli della sinistra radicale, per essersi accodati alla triade Di Pietro, De Magistris, Ingroia. Per spiegare perché è andata così, credo di debbano sfatare tre luoghi comuni: 1) che il Movimento5Stelle non ha un programma politico; 2) che ha vinto perché in Italia non esistono movimenti come Occupy Wall Street; 3) che la sinistra non poteva fare di meglio perché la crisi le impone di condurre battaglie difensive, attestandosi sulla trincea della legalità e dei diritti fondamentali.

Primo punto. Il Movimento5Stelle non solo ha un programma, ma molti punti di tale programma dovrebbero suonare graditi alle orecchie di una sinistra degna di chiamarsi tale: salario di cittadinanza, no alla Tav, ripristino dei fondi tagliati a scuola e sanità, abolizione della legge Biagi, riduzione dell’orario di lavoro; nazionalizzazione delle banche; riduzione delle spese militari e dei finanziamenti ai partiti; abolizione del fiscal compact. Dunque il programma c’è, e rispecchia la composizione di classe - sia tecnica che politica – del movimento. Vedi le valanghe di voti che i cittadini della Val Susa e la classe operaia di Taranto – due punti “alti” del conflitto di classe oggi in Italia – hanno rovesciato su Grillo. Vedi l’esito delle indagini sulla composizione della folla che ha partecipato al comizio conclusivo a San Giovanni: quasi la metà aveva votato a sinistra e quasi il 30% si era astenuto nelle precedenti elezioni.

Mi pare evidente che la maggioranza del popolo grillino appartiene alle classi subordinate, con una forte componente giovanile e femminile, un “blocco sociale” cui si sono aggregati - grazie alle promesse di sostegno alla piccola impresa – artigiani, bottegai e altri membri della piccola - media borghesia. Il collante ideologico è dato dal disprezzo per la “casta” politica e dal rifiuto della democrazia rappresentativa, associati alla rivendicazione di forme di democrazia diretta e partecipativa. Quanto ai quadri che svolgono, all’ombra del leader carismatico, il compito di esercitare l’egemonia politica, sono perlopiù membri della “classe creativa”, come conferma l’entusiasmo per la Rete come strumento di mobilitazione, dibattito interno e organizzazione

Secondo punto. Basta con le lagne sul fatto che qui non c’è Occupy. L’epopea nata a Zuccotti Park e stata gonfiata a dismisura, ma una recente ricerca di tre sociologhe americane sfata molti miti. Il movimento è fatto in maggioranza da giovani intorno ai trent’anni, bianchi, maschi, provenienti da famiglie benestanti, laureati e/o dottorati. Una composizione elitaria parzialmente bilanciata dalla presenza di precari, freelance in cattive acque e neolaureati carichi di debiti. Quasi tutti lavorano in settori come l’industria culturale, l’educazione e campi analoghi, per cui è chiaro che ci troviamo di fronte allo strato inferiore dei knowledge workers, cioè a quelli che, invece di venire cooptati nelle stanze del potere, sono stati massacrati dalla crisi. Uno strato che ha tuttavia fallito l’obiettivo di egemonizzare altri gruppi subalterni, rivelandosi sotto questo aspetto più debole di 5Stelle. Certo non hanno sfornato leader carismatici alla Grillo, ma l’esasperato “orizzontalismo” di modelli e prassi organizzative ha generato effetti contro intuitivi, favorendo le idee dei più “bravi” (bianchi, maschi, super istruiti, ecc.) a scapito di quelle di donne, neri e altre minoranze. In conclusione: non sono poi tanto meglio dei grillini.

Terzo punto. Perché la sinistra dovrebbe rassegnarsi ad assumere un atteggiamento difensivo? Perché accettare le malinconiche considerazioni di Gianni Vattimo, che, in una recente intervista, ha detto che “non esiste un’alternativa rivoluzionaria al riformismo”; che possiamo solo lottare “per ottenere un capitalismo meno feroce e sanguinario”; che bisogna costruire “una sinistra di legalità e diritti” (i diritti sociali ce li hanno già tolti, e la legalità, quando reprime i militanti che si difendono dalla repressione, da Genova alla Val di Susa, non merita applausi). Chi ragiona così è alla coda dei milioni di italiani che hanno votato contro la governabilità, il fiscal compact e la No Tav, che non si accontentano più di scegliere dei politici che “li governino bene”, ma vogliono autogovernarsi. E visto che viviamo in un sistema post democratico, il vero dilemma è dove ci condurrà la rabbia popolare contro il finanzcapitalismo: totalitarismo di destra, o civiltà post capitalista? Per raccogliere la sfida servono coraggio e idee, perché oggi l’assenza di coraggio e idee si chiamano viltà e idiozia.

Movimenti e realpolitik

Benedetto Vecchi

Il governo tecnico del professor Monti è la traduzione italiana di quel mutamento autoritario del sistema politico che vede la cancellazione dell’equilibrio tra il potere giudiziario, legislativo e esecutivo che ha caratterizzato, nel bene e nel male, la democrazia del lungo secolo alle nostre spalle. Antonio Gramsci avrebbe parlato di rivoluzione passiva. Più prosaicamente quello che si è consumato è l’adeguamento della forma Stato alla vocazione globale del capitalismo contemporaneo che ha nella finanza una forma inedita di governance dell’accumulazione di capitale.

Rimane inevaso il nodo della legittimità del potere esecutivo, visto che la sua fonte non è più solo nella volontà popolare, ma attinge nei vincoli degli organismi sovranazionali – la troika in Europa – o viene investito di autorità dalla mano molto visibile dei mercati. Dagli inizi della crisi economica si è dispiegata una controrivoluzione dall’alto che ha definitivamente svuotato la democrazia rappresentativa di ogni credibilità. È in questo contesto che il tema dei beni comuni si è imposto come tema politico, interpretati come l’ultimo argine a una radicale e irreversibile mercificazione della vita associata.

Questo l’ordine del discorso di molti movimenti sociali nel Nord e nel Sud del pianeta, ma anche di molti giuristi e economisti, premiati anche con il Nobel per il loro contributo intellettuale teso alla salvaguardia dei beni comuni (la statunitense Elinor Ostrom). Eppure, ogni analisi sui beni comuni risulta incompleta se è assente un'altrettanto articolata elaborazione dei rapporti sociali di produzione, a partire dalla eterogenea composizione del lavoro, composta da lavoratori della conoscenza, lavoratori manuali delle imprese dei servizi, operai ancora alla catena di montaggio e di quella costellazione a geografia variabile di lavoro e non lavoro, figure tutte accomunate dalla precarietà, eletta a norma universale per i rapporti tra capitale e lavoro.

I beni comuni non sono però un’oasi che rende accettabile il deserto del regime di accumulazione dominante. Sono semmai l’esito tangibile, anche nella sua forma digitale o «immateriale», di una cooperazione sociale e produttiva sottoposta allo stigma del lavoro salariato. La politicità di un discorso sulla espropriazione delle terre in India, Africa o sul diritto di accesso alla Rete o nel rivendicare la formazione permanente o nel criticare le norme sulla proprietà intellettuale sta proprio nello svelare l’arcano di come viene prodotta la ricchezza su scala globale; e di come l’accumulazione originaria è un atto che si rinnova ogni volta che il capitalismo si riproduce, allargando la sua zona di influenza. Può riguardare le terre espropriate dal complesso agroalimentare in Africa o quelle sottratte all’uso civico per costruire qualche grande diga, come è accaduto e accade in India o Cina; o come l’intelligenza collettiva viene «catturata» per diventare mezzo di produzione.

Ogni volta che si rinnova la violenza dell’accumulazione originaria, la forma Stato muta. È una tendenza globale, non solo italiana. Nel nostro paese accade semmai che la Costituzione uscita dal Secondo conflitto mondiale sia ridotta a carta straccia. Affermare tuttavia che la Costituzione italiana ha perso il suo potere performativo non è un delitto di lesa maestà, ma la constatazione di ciò che è già accaduto. La controrivoluzione dall’alto si è già infatti consumata in questi ultimi decenni. Il governo dei tecnici la ratifica, stabilendo che l’insieme dei diritti, delle norme, dei valori stabiliti dalla Costituzione non è più l’unico fondamento della democrazia italiana. Ce ne sono altri, che vanno cercati a Strasburgo, Bruxelles, nella sede del Fmi a Washington. Nell’azione delle grandi corporation finanziarie.

Il regime di sovranità limitata in cui opera ormai lo Stato-nazione ha dunque bisogno di una risposta adeguata all’avvenuta destrutturazione dell’impianto costituzionale della forma-Stato. Una risposta, va da sé, che non può che partire proprio dai movimenti sociali, senza chiudere gli occhi sulla loro crisi, la loro intermittenza, la loro irrappresentabilità, che li porta ad avere un rapporto ambivalente con gli istituti della rappresentanza. Nei mesi scorsi, tuttavia, c’è chi ha lamentato il silenzio dei movimenti sociali, puntando l’indice sull’assenza in Italia di un equivalente degli indignados spagnoli o di Occupy Wall Street.

Oppure c’era l’invito a considerare il populismo digitale del Movimento 5 stelle come l’approdo di quella eterogenea composizione della forza-lavoro che si riflette nei movimenti sociali, rimuovendo il fatto che ogni volta che c’è un’insorgenza sociale o culturale, è proprio quella eterogeneità la cruna dell’ago dove passare, sgomberando il campo dal futile mugugno degli orfani del Quarto Stato e senza cadere nella tentazione di dare vita a un revival di un palingenetico fare società. Così, quando tutto attestava la deriva populista tutta italiana del mitico 99% su cui ha molto discusso l’esperienza di Occupy o il silenzio dei movimenti, in questo autunno le strade si sono di nuovo riempite di volti, storie, esperienze che vogliono misurarsi proprio con gli effetti non più collaterali della controrivoluzione dall’alto, riducendo finalmente al silenzio il coro stonato di chi alimenta passioni tristi o di chi invoca il primato della realpolitik, spacciandola come un salvifico ritorno alla realtà.

Questo non è un manifesto

Nicolas Martino

«E gli domandò: 'Qual è il tuo nome?'. 'Il mio nome è Legione - gli rispose - perché siamo in molti'» [Mc 5,9]. La moltitudine va esorcizzata, è il demoniaco per l'Occidente e la sua ontologia politica attraversata dall'ossessione dell'Uno. E intorno a questa ossessione si è organizzata la Modernità, l'ordine Sovrano che crea il Pubblico e il Privato, il Popolo e l'Individuo, Lo Stato e l'Identità, che neutralizza la differenza, la maledetta multitudo. Ma quella Modernità è finita, è stata sconfitta - si è suicidata direbbe qualcuno - con il divenire mondo del capitale, nella fase della sussunzione reale della società sotto il capitale, quando cioè è la vita stessa che viene messa al lavoro e la misura del valore è sostituita dalla dismisura di un bìos che produce ricchezza e comune. La grande trasformazione però non è pacificazione, non segna la fine del conflitto e dell'antagonismo, come avrebbero voluto i cantori di un postmoderno debole e neomanierista che finiva per essere nient'altro che l'ideologia - consolatoria e apologetica - della controrivoluzione neoliberista degli anni Ottanta.

Il conflitto ora è tra il 99% della forza lavoro e l'1% del capitalismo che in forma di finanziarizzazione ha messo al centro lo sfruttamento del comune. Ed è a questa moltitudine del 99% che si rivolge il non manifesto di Hardt e Negri: non è un manifesto infatti, perché «i manifesti fanno le veci degli antichi profeti che con il potere della loro visione creano un popolo. Gli attuali movimenti sociali hanno invertito questo ordine. Gli agenti del cambiamento sono scesi in strada e hanno occupato le piazze non solo minacciando e rovesciando monarchi, ma evocando altresì visioni di un mondo nuovo. Nella loro ribellione, le moltitudini devono scoprire il passaggio dalla dichiarazione di nuovi diritti a una nuova costituzione».

I movimenti del 99% sono chiamati a scrivere una nuova costituzione del comune, ad attraversare un processo costituente che mandi definitivamente in soffitta quelle costituzioni Repubblicane nate dalla dialettica tra capitale e lavoro e ormai irriformabili, messe fuori gioco dalla nuova realtà produttiva e inutilmente difese da una Sinistra istituzionale sempre più impotente. Su come costituire il comune questo agile libretto offre delle indicazioni e dei principi generali, ma il compito è demandato sostanzialmente all'invenzione e alla sperimentazione delle soggettività protagoniste del conflitto sociale.

Sperimentare, è questa la parola d'ordine di un movimento che ha ricostruito un pensiero critico e materialista oltre la crisi del marxismo, e che ha riscoperto l'anomalia selvaggia di uno Spinoza sovversivo nel calore delle lotte contro un heideggerismo controriformista che invece voleva liquidare la sperimentazione per meglio servire ciò che splende. Il Commoner è la soggettività che realizza il comune e si costituisce dalla ribellione e dalla rivolta delle quattro figure soggettive fabbricate dal trionfo e dalla crisi del neoliberismo: l'indebitato, il mediatizzato, il securizzato e il rappresentato. Nel disertare quella servitù volontaria straordinariamente indagata da La Boétie - ovvero liberandosi da quella libido serviendi messa a valore dal capitale per cui accade che le persone lottino per la propria condizione di servitù come se fosse la salvezza - ripudiando il ricatto del debito, sottraendosi allo spettacolo dell'informazione, fuggendo dalla prigione e rifiutandosi di essere rappresentati, si riscoprono le nostre capacità di azione sociale e politica, il nostro potere costituente.

Qui il preferirei di no di Bartleby mette contemporaneamente in moto un processo creativo chiamato a interpretare un'ontologia plurale del politico con l'obiettivo di costituire una società della democrazia assoluta. Nel frattempo bisogna difendersi, ci si può rendere invisibili al potere così come insegna Torquato Accetto «all'incontro dell'ingiusta potenzia», quando il tiranno non lascia respirare. Ma nel preparare il terreno per un evento che non possiamo prevedere e sapere quando accadrà, non è più il caso di avere paura e non bisogna sperare. Bisogna solo creare nuove armi.

Michael Hardt, Antonio Negri
Questo non è un manifesto
Feltrinelli (2012), pp.112
€ 10,00

La seconda volta di Obama

Michael Hardt

Come molti hanno fatto notare, la rielezione di Obama ha visto la mobilitazione di un numero molto minore di attivisti, e a sinistra la campagna elettorale ha generato un entusiasmo e una speranza molto più modesti rispetto al 2008. Questo spiega, almeno in parte, un margine di vittoria così ridotto. I suoi sostenitori, oggi, non si sono più fatti inebriare dal sogno del cambiamento come avevano fatto dopo la prima vittoria, ma sono stati spinti dalla più sobria considerazione che l'alternativa sarebbe stata un disastro. E forse ora, paradossalmente, la rielezione di Obama potrebbe avere un effetto diretto più positivo sul fermento dei movimenti sociali antagonisti rispetto al primo mandato.

La vittoria del 2008 ha prodotto reazioni complesse e contraddittorie da parte dei movimenti negli Stati Uniti. Da un lato, l'imponente mobilitazione per la sua campagna elettorale e l'eccitazione seguita alla vittoria hanno portato, subito dopo l'insediamento, a un debole quanto rapido calo dell'attivismo. L'amministrazione Obama non ha dato spazio ai movimenti, al contrario, ha cercato di metterli a tacere. La prassi generale è stata quella di zittire la sinistra e negoziare con la destra, perseguendo una linea politica moderata e distante dalle ardenti speranze dei sostenitori di Obama. Ma oltre a mettere a tacere i movimenti, questa pragmatic strategy ha fallito miseramente anche nel conseguimento degli obiettivi più modesti.

Peraltro, è facile supporre che tutti quei militanti che si erano impegnati così tanto per l'elezione di Obama, fossero restii ad attaccare il nuovo governo sul piano politico, nonostante il protrarsi della guerra in Afghanistan, la mancata chiusura di Guantanamo, le deludenti politiche sociali, e così via. Di conseguenza, ecco che gli anni successivi al novembre 2008 sono stati caratterizzati da un'attività piuttosto blanda dei movimenti sociali. D'altro canto, sono convinto che l'esplosione di Occupy Wall Street e degli altri movimenti Occupy che si sono diffusi nel resto del paese nel 2011, sia stata in larga misura partorita e supportata da una sorta di contraccolpo provocato dall'esperienza dell'elezione di Obama. La mia opinione è che molte delle persone che avevano riposto ogni fiducia in Obama per poi rimanere profondamente deluse dal suo operato, siano confluite nei movimenti di occupazione.Visto da questa prospettiva, il disincanto nei confronti di Obama ha innescato delle conseguenze decisamente positive. Passato l'innamoramento, e come per reazione, Occupy è diventato qualcosa in cui credere di nuovo.

Durante il periodo degli accampamenti, i militanti di Occupy si sono tenuti ben alla larga dal governo Obama, e anche dopo gli sgomberi e l'inizio della campagna elettorale hanno rifiutato di prendere parte alle dinamiche elettorali. Se c'è una cosa che ha messo d'accordo una componente così variegata come quella di Occupy, è stata proprio la diffidenza e l'avversione verso i programmi elettorali. È dunque ragionevole presumere che, almeno indirettamente, Occupy e la sua retorica abbiano avuto un ruolo significativo nelle elezioni presidenziali del 2012. I candidati sono stati costretti a tornare continuamente sul tema del divario tra ricchi e poveri, il 99%, il 47%, e via dicendo, e la scelta politica di Romney di incarnare i valori della finanza e dei poteri forti si è rivelata perdente, soprattutto grazie al terreno preparato da Occupy. Ma il vantaggio che Obama ha tratto da tutto questo non è scaturito da un sostegno diretto da parte degli ex-attivisti.

Ora che Obama è stato rieletto, due sono i possibili scenari che a mio parere si apriranno, ed entrambi agevoleranno il riemergere dei movimenti. Una possibilità è che nel secondo mandato Obama si svincoli dai calcoli elettorali e orienti le sue scelte politiche a sinistra. Dare voce ai movimenti su immigrazione, poteri forti, sanità e welfare potrebbe essergli utile nel conflitto con l'intransigente partito repubblicano, anche solo per raggiungere i più modesti risultati.

L'altra possibilità, forse più verosimile, è che la svolta a sinistra non avvenga, e che Obama rimanga indifferente ai movimenti, continuando presumibilmente le sue negoziazioni con la destra. Solo che stavolta i movimenti non hanno puntato molto su di lui, e saranno quindi molto meno restii ad attaccare il suo operato. Di conseguenza, è probabile che assisteremo a un'evoluzione molto più aggressiva dell'opposizione dei movimenti, i quali ormai non hanno più la pazienza di sopportare l'incapacità e la reticenza di Obama a generare quel cambiamento in cui tanti avevano sperato. Credo quindi che la mancanza di entusiasmo della sinistra nei confronti di Obama in queste elezioni, e il lucido riconoscimento dei suoi limiti, potrebbero dar vita a una situazione potenzialmente favorevole, e che la sua rielezione potrebbe inaugurare, per i movimenti, una stagione di lotte molto più partecipate e antagoniste di quanto non si sia visto durante il primo mandato.

 Traduzione di Maddalena Bordin

Controcanto

Antonio Negri

Inutile insistere sulla ricchezza e l’efficacia della ricerca di Gerald Raunig. È, il suo, un passaggio che, assumendo l’orizzonte determinato dalla sussunzione reale della società nel capitale, l’assorbimento totalitario del valore d’uso nel valore di scambio, ci sospinge tuttavia oltre le tristi passioni della scuola di Francoforte, ci libera dalle letture di un “postmodernismo debole” ed irride a ogni figura lineare della sussunzione, foss’anche armata dall’ironia situazionista. La scrittura di Raunig si muove su quel terreno che si stende dai Mille plateaux di Deleuze-Guattari fino alle costituzioni del postoperaismo ed ivi produce modulazioni ricche ed articolate della critica del potere e inaugura nuove linee di fuga, diserzioni, dialettiche di nuovi mondi, riterritorializzazioni creative... È un controcanto questo a tutti quegli sviluppi del pensiero postmoderno (ed anche postoperaista) che coagulano linee di critica (altrimenti aperte) ed inclinano in maniera teoreticistica e rigida momenti di resistenza (altrimenti vivaci). È dunque un controcanto essenziale che ci rimette tutti con i piedi per terra.

Ma forse abbiamo bisogno anche di un controcanto “al quadrato”. Vale a dire che qui si riaprono problemi, e dalle conclusioni di Raunig consegue il bisogno di elaborare altre ipotesi pratiche, politiche, costruttive. È come una seconda volta: il libro di Raunig ci ha mostrato un “altro” mondo; al punto sul quale lui è arrivato, c’è dunque una nuova narrazione che va iniziata (per stare alla metafora kafkiana: una “nuova” Giuseppina che canta a un popolo di topi “riformato”). Già Leopardi, nella sua splendida Batrachomiomachia, aveva visto spostarsi e duplicarsi il mondo dei topi, pur dentro passioni eroiche e movimenti individuali. Qui invece, per Raunig, i movimenti sono molteplici, sono quelli della moltitudine e delle libere singolarità che la compongono. Dunque, qual è il problema, qui ricreato, al quale, per la seconda volta, un controcanto può corrispondere? È quello, dicevano Deleuze e Guattari, del superamento del ritornello, dell’alternativa del lisciare e dello scalfire lo spazio, del territorializzare e del deterritorializzare. Raunig – con Giuseppina – ci hanno ormai definitivamente portato sul terreno politico: hic Rodhus, hic salta. [...]

Porto qui testimonianza di lunghe discussioni con Félix Guattari proprio a questo proposito: quale punto “macchinico” di interferenza produttiva, quale “nuovo” agencement può darsi, tale da costituire una funzione espressiva locale, una volta che ci si trovi di fronte a un campo di immanenza, moltiplicatore di segmenti e proliferante velocità intrattenibili? Era il periodo in cui i nostri due maestri stavano concludendo il lavoro su Kafka e la risposta, già data in quel saggio, era che quella macchina poteva essere localizzata solo dalla consistenza/coesistenza di quantità intensive. Il che – tradotto per quell’analfabeta che ero – significava afferrare, in quel campo d’immanenza che le lotte di classe formavano, le quantità intensive della tendenza materiale alla crisi del sistema capitalista. E, inoltre, quelle che costituivano il dispositivo del rifiuto operaio dello sfruttamento, delle energie rivoluzionarie (minoritarie, certo, ma si sa che ciò che è minoritario supplisce al numero con l’intensità) allora agenti e del desiderio comunista – più intenso, più alto, ma consistente sul luogo di crisi e di lotta. Un sorvolo potente che crea un “luogo”.

E un quindicennio più tardi, rispondendo a una mia domanda sulla specificità della lotta comunista di classe, Deleuze rispondeva che il sistema di linee di fuga che definisce il capitalismo, può essere afferrato e combattuto solo inventando e costruendo una “macchina da guerra”. Cioè determinando in tal modo uno spazio-tempo, un potere costituente e una capacità di resistenza, localizzate e creative di un “popolo a-venire”. Ancora un “luogo”, dunque, non statico ma creativo – come appunto questo “controcanto al quadrato” esige. Le azioni di Occupy e le acampadas degli indignados ci impegnano a lavorare sulla definizione di questa verticalità, di questa intensità, di questo luogo. Non è più una questione solo temporale. Benjamin ricorda che durante le rivolte del XIX secolo, gli operai ribelli sparavano sugli orologi delle piazze, denunciando nella misura temporale, la misura dello sfruttamento.

Oggi i lavoratori precari, ribellandosi, devono sparare sui calendari – che non danno la continuità ma la separazione dei tempi, una successione distinta di tempi diversi della valorizzazione – poiché il loro sfruttamento, la loro alienazione, sono soprattutto misurati dalla mobilità spaziale, dalla separazione dei luoghi di impiego, dalla contiguità locale della cooperazione e dalla diversità degli spazi che devono percorrere. Come i migranti, così i precari, cooperanti in rete, sempre alla ricerca di un luogo dove restare. Senza questo luogo sembra impossibile ribellarsi. È così, o è già segno di una nostra frustrazione, l’affermarlo? Comunque, è il problema stesso che ci riporta alla scoperta di un luogo, come Occupy ci ha portato a Zuccotti park, alla piazza della libertà. I movimenti vanno dunque riformati ritrovandoli in uno spazio – una verticalità li attraversa, localizzandoli e innalzandoli, con estrema intensità locale. [...] Abbiamo camminato molto a lungo vivendo formidabili avventure: abbiamo bisogno di fermarci per un momento, su un luogo, perché solo su un luogo è possibile rinnovare continuamente il canto di Giuseppina.

Anticipiamo un brano della postfazione di Antonio Negri al libro di Gerald Raunig, Fabbriche del sapere, industrie della creatività, in uscita nei prossimi giorni per ombre corte.

I movimenti, l’amore e l’evento

Amador Fernández-Savater

Secondo il filosofo Alain Badiou, l'amore è un evento: una rottura che irrompe nella normalità e propone una nuova maniera di stare al mondo. È un regalo meraviglioso, ma al tempo stesso inquietante. Perché non sappiamo molto bene di cosa si tratta, che cosa ci succede e dove ci porta. Prima di tutto è necessaria un'apertura: lasciarlo entrare. E non è per niente facile. Dell'altra persona non possiamo scegliere solo ciò che ci conviene lasciando perdere il resto. È tutto o niente. Viene messo in questione il nostro Io sovrano, calcolatore, egoista e autosufficiente. Senza generosità non c'è amore.

Ma il fatto che sia l'amore a scegliere noi e non noi a scegliere lui, non significa passività. Ci troviamo a essere sedotti dalle circostanze («love is an accident»), ma la ricettività è una posizione attiva. Implica un'invenzione, l'estasi dell'incontro non basta, non si tratta di una fusione. Bisogna costruire una relazione a partire dalla differenza (e non dall'identità). Questo è ciò che Badiou chiama «fedeltà», un processo rafforzato da alcune prove (il sesso, i figli, la casa, le vacanze, ecc.), che ci richiede di rinnovare il nostro amore più e più volte, di tornare a esprimerlo.

In questo senso si può dire che il 15M è stato un regalo: ci siamo regalati l'un l'altro la possibilità di reinventare il nostro modo di essere e di stare al mondo. Una possibilità meravigliosa e inquietante allo stesso tempo, perché ci richiedeva un grado di generosità con la differenza e di intimità con l'altro, lo sconosciuto, a cui non eravamo affatto abituati. Le piazze erano luoghi troppo difficili da capire, davvero troppo strani: dov'erano i leader, gli intellettuali, dov'erano il programma e l'organizzazione? Alcuni lasciavano le piazze disgustati, perché c'era troppo di questo e troppo poco di quell'altro. Come se fosse possibile controllare gli eventi a piacere, con un lieto fine assicurato.

Ora ci resta da fare la cosa più difficile: costruire una relazione, un processo di fedeltà. Badiou ci spiega che la fedeltà ha due grandi nemici, la rinuncia e la ripetizione. Rinunciare sarebbe tornare alla soluzione più facile: leader che ci dirigano, intellettuali che ci pensino, organizzazioni che ci organizzino, programmi che ci programmino. Ripetere sarebbe tornare allo stesso, ovvero ripetere semplicemente i gesti e le parole della prima volta.

Fedeltà non vuol dire continuità, significa piuttosto essere capaci di ricreare, reinventare, tradurre e anche tradire le forme già sperimentate: tradurre è sempre tradire. Accettare le sfide della contingenza ed essere capaci di rinnovare ancora lo spirito delle piazze: mobilitazione della gente comune (non solo degli specialisti della politica) per farsi carico - in comune - del comune (senza limitarsi a chiedere e a rivendicare), dando vita a una nuova realtà (senza limitarsi a criticare quella che c'è). Esprimersi ancora.

 Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino

MACAO: dove eravamo rimasti?

Manuela Gandini

MG - Facciamo il riassunto di ciò che è successo e perché. Perché l’occupazione della Torre Galfa e poi Palazzo Citterio, con quali obiettivi e soprattutto: Macao è sempre vivo?

MACAO - Tutto il movimento di Macao è nato da una riflessione sui sistemi di produzione culturale. A Milano, occupare la Torre Galfa è stato un modo per cercare di dare un segno forte rispetto a un meccanismo di produzione culturale e di pianificazione della città, che è quello di grande controllo invasivo dei poteri della finanza e dei palazzinari. Siamo entrati alla Torre Galfa per restituirla alla città e trovare un altro modo di produrre. Abbiamo creduto fino in fondo che potesse essere un braccio di ferro contro-egemonico, dove, col fatto che ci fossero dieci, mille, millecinquecento persone, si potesse far capire anche alle amministrazioni cittadine che era necessario tenere una sospensione, un dialogo, un tavolo. E che l’istituzione potesse usare tutti gli strumenti in suo potere, ad esempio espropriare il bene e vincolarlo a uso temporaneo per questo progetto. La torre era abbandonata da 15 anni. Volevamo dare un segno forte a livello territoriale e nazionale, affermare che se un movimento di persone vuole in modo propositivo ribaltare i rapporti di forza è possibile, ci abbiamo creduto, non è stata una cosa simbolica. Siamo stati repressi dagli stessi poteri che criticavamo. Il fatto che il figlio del ministro dell’interno Anna Maria Cancellieri, Piergiorgio Peluso, sia il direttore della FonSai, di cui Ligresti è presidente, è stata una delle principali ragioni dello sgombero. Ligresti ha fatto un sacco di società a scatole cinesi. Come FonSai ci sono parecchie società sotto di lui, questo fa la sua forza, perché ogni società è legata a livello creditizio a molti gruppi politici su tutto l’arco, quindi distruggere lui non fa bene a nessuno, questo è il suo potere. Nel particolare Torre Galfa era sotto FonSai Ligrestiche è una società che controlla il suo patrimonio e il direttore generale è il figlio del ministro dell’interno. È stata direttamente la Cancellieri, come abbiamo potuto controllare a posteriori, il vero mandante dello sgombero perché, sia l’amministrazione che la questura di Milano stavano cercando di capire come fare a creare un tavolo.

MG - Poi avete occupato un edificio simbolicamente e istituzionalmente molto diverso, Palazzo Citterio.

MACAO - Sì, il secondo tentativo di Macao è stato Palazzo Citterio perché in qualche modo si voleva sottolineare il fatto che una grossa dipendenza da questi poteri forti privati ha censurato un certo sviluppo alternativo della città e che, all’origine del grosso blocco della produzione culturale, c’è anche una mala gestione dei fondi pubblici. Palazzo Citterio fa parte del progetto Grande Brera che da quarant’anni è fermo, due anni fa con l’anniversario del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, è stato oggetto di una speranza di rilancio che è stata in realtà solo una scusa per far rubare i soldi ai sovrintendenti. Dietro c’era tutta la cricca di Anemone e Bertolaso, sparpagliati in tutt’Italia a fare questo tipo di ladrocini. Della Grande Brera si sono fregati 52 milioni di euro. Crediamo che questo tipo di mala gestione dei fondi pubblici stia alla base e che sia dovuto in parte alla mancanza di partecipazione e di attenzione della cittadinanza sulla gestione dei fondi. Siamo entrati in Palazzo Citterio pensando che, tanto quanto la Torre Galfa, fosse un laboratorio di ricostruzione, attraverso tutte le competenze della città, di un modello alternativo della cultura. Anche per un progetto, da sempre deflagrato e da sempre promesso come la Grande Brera, poteva esserci l’occasione di coinvolgere le istituzioni e i poteri forti costituiti, assieme alla cittadinanza, per capire come realizzare l’opera. Quindi stavamo cercando di creare un tavolo con sovrintendenza e studenti dell’Accademia, per snodare la trasparenza del progetto e le vere tensioni che ci sono sotto. Si è pensato che si sarebbe potuto portarlo a termine in modo partecipato, chiaro e discusso nella città. Il secondo giorno abbiamo redatto un documento cristallino con la proposta di questo tipo di interlocuzione, ma l’azione è stata continuamente denigrata come occupazione abusiva e si è adottato il tema dell’illegalità. La maggioranza nel consiglio comunale del Pd moderato è andato su tutte le furie, il ministro Ornaghi è passato e s’è ricompattato su questa linea per neanche prendere in considerazione la possibilità di una legittimazione della proposta, motivata da 40 anni di inefficienza.

MG - E la proposta del comune di darvi uno spazio all’ex Ansaldo?

MACAO - Non c’è nessun astio da parte nostra nei confronti della proposta del comune, il problema è che è stata un po’ stonata. Se Macao è un movimento che libera spazi nella città per snodare alcuni punti chiave di malfunzionamento e cercare, da lì, di fare arte e cultura, proporci il gioiellino di cui meglio poteva disporre il comune, in cui chiudere questo movimento, non ci sembrava la cosa più allineata. Ciò non significa che il comune non faccia benissimo ad avere degli spazi e indire bandi per destinarli a ospitare associazioni che offrano servizi per la città, lavoro, sinergie. Proprio in un momento in cui Macao era stato fortemente offeso, sul piano della proposta che stava facendo, ci sembrava abbastanza ovvio e comprensibile che chiuderlo in uno spazio non contraddittorio, dove sono previsti atelier, non c’entrava più niente. Molte delle analisi che stanno uscendo ora riconoscono ciò che Macao ha rappresentato a livello nazionale e internazionale, qualcosa di molto forte sul piano della sperimentazione di democrazia diretta, di mobilitazione di competenze, sapienza, intelligenza in ogni settore culturale che cerca di entrare in una lotta per riuscire a sbloccare dei meccanismi di produzione. Quindi credo che abbia acquistato un grande potere simbolico e politico per il modo in cui s’è comportato. Adesso bisogna riuscire a svilupparlo in modo coerente rispetto alle cose che contiene.

MG - Dal consenso unanime s’è passati in brevissimo tempo a feroci critiche da parte dei media ma anche di molti che avevano partecipato alla prima occupazione, si è passati dalla condivisione alla separazione.

MACAO - Noi stiamo continuando a operare a macchia d’olio nella città usando le stazioni del metro per fare i raduni per i tavoli. Ci sono venti o trenta persone per tavolo che continuano a partecipare in modo attivo. Abbiamo fatto un’assemblea non cittadina ma gestionale, c’erano 300 persone all’Arci Bellezza. Adesso che ci si accorge del pericolo che un movimento del genere può rappresentare, ci sono tutte le volontà di distruggerlo e denigrarlo. Pur in una realtà molto più scomoda, sia di Torre Galfa che di Palazzo Citterio, ci sono moltissime persone che stanno andando avanti e si stanno organizzando.

MG - Macao è diventato nomade?

MACAO - Sì o disperso nella città, nel senso che stiamo cercando, con il tavolo di partecipazione operativo, confronti con esperti nazionali di nuovi modelli di democrazia diretta e con l’esperienza degli Occupy. Si sta studiando un modo per strutturare la partecipazione, perché il rischio è di diventare di un populismo sfrenato se il movimento non si radica all’interno di un processo che è anche lavoro e quindi tavoli che continuano sinergicamente a produrre programmi, obiettivi, relazioni che siano efficaci, inclusivi, aperti e trasparenti. Il tempo di «sospensione» sta servendo anche a questo.

MG - Dove vi si trova, in quali stazioni metropolitane?

MACAO - Sulla rete, in facebook pubblichiamo le mappe giorno per giorno dove i tavoli indicono gli appuntamenti. L’obiettivo è comunque avere una sede, credo sia condiviso il fatto che da una parte Torre Galfa e Palazzo Citterio rimangono due cantieri su cui lavorare nel prossimo anno, anche dall’esterno. Sarebbe bene completare questa triangolazione con un luogo invece che può essere laboratorio di produzione indipendente. Macao adesso si sta, da una parte, strutturando meglio al proprio interno, che non significa imporre gerarchie verticistiche ma riconoscere come sta funzionando la macchina e saperne parlare. Da un altro lato, credo che adesso dovremmo identificare un’altra sede che sia da liberare e da restituire al tessuto sociale e che sia più consona a produrre, poter stare, poter intensificare i laboratori di pensiero e di linguaggi.

MG - Allora ci sarà una prossima occupazione.

MACAO - Credo di sì, a breve anche. Per chiudere il discorso da cui abbiamo iniziato, se da una parte questa riflessione sui meccanismi di produzione culturale prevedeva il fatto di mettersi di traverso e sbloccare dei nodi che fortemente bloccavano la produzione; da un altro lato l’aspetto di Macao molto importante è quello di riuscire a fare sinergia per un modello diverso di produzione. Tutta l’affluenza che c’è stata credo abbia bisogno di trovare il tempo per restituire modelli alternativi di produzione, riflessione ed elaborazione di pensiero, creazione di rete sia territoriale che nazionale e internazionale, nuovi modelli di economia ecc. senza pensare di aver perso nulla, bisogna aprirsi sulla città dove quasi tutti questi aspetti sono rispettati.

MG - Questo movimento ha caratteristiche diverse dagli Occupy, non si svolge nelle piazze, non raduna folle eterogenee di cittadini indignati. Nel caso di Macao, pur avendo accesso chiunque, non tutti sono interessati al discorso culturale.

MACAO - È da un anno che ci si confronta con questi movimenti, dagli Occupy Wall Street agli Indignados. Nel nostro paese è successo qualcosa di strano. La particolarità di quello che è successo in Italia, e che accomuna un po’ anche questa rete di occupazione di luoghi della cultura da parte dei lavoratori della cultura, è che si è cercato di appropriarsi o liberare degli spazi per porsi in diretta alternativa, aspirando ad esser sullo stesso piano del tradizionale sistema istituzionale. Questo pone una specie di punto di attivazione - da una parte più specifico dell’occupazione di piazza - per il rinnovamento sociale in generale, dall’altra però è un punto di maggiore forza nel cercare di ri-territorializzare la produzione.

MG - La definizione di lavoratori dell’arte e della conoscenza rimane comunque settoriale.

MACAO - Rimane un po’ in mezzo tra i movimenti Occupy anglosassoni e il movimento francese degli Intermittenti. Il movimento degli intermittenti era settoriale e ha fatto specificatamente delle lotte di categoria. Quello che sta succedendo in Italia è un po’ nel mezzo. A partire dai luoghi di produzione di una categoria, quindi il centro culturale, il centro museale, teatrale, farne un luogo di dibattito e di ripensamento dell’ingegneria sociale. Rimane quindi fra i due: non è un luogo svincolato dalla rappresentanza che l’ha aperto, e quindi una piazza dove c’è tutta la società, ma è un luogo dove sono i lavoratori della cultura, i lavoratori della conoscenza o dello spettacolo che fanno questa azione e decidono in quel momento che fare il proprio lavoro, quindi fare arte e cultura, significa ripensare la società.