Val di Susa senza Euridice

Serena Carbone

tav-val-di-susa2[1]Come dice Erri De Luca, «povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno». Euridice ha in sé la parola δικη/dike. Dike nell’antica Grecia era la dea della Giustizia. Euridice, letteralmente, significa «grande giustizia».

Da qualche mese in libreria, Un viaggio che non promettiamo breve di Wu Ming 1 e Fuori dal tunnel di Marco Aime affrontano secondo due prospettive tangenti le vicende che hanno coinvolto, e coinvolgono ancora, non solo gli abitanti di quella valle ad ovest di Torino ormai da decenni sotto scacco del fantasma della TAV da costruirsi nella tratta Torino-Lione. Peccato che questo fantasma non sia generato dalla fantasia ma da persone in carne e ossa, da un corpo formato da più individui che prende il nome di Stato.

Entrambi i libri raccontano in maniera polifonica i venticinque anni di lotte No Tav, lasciando molto spazio alle interviste, alle testimonianze e all’indagine condotta con uno sguardo interno al movimento stesso. E mentre Wu Ming 1, da buon scrittore, si concentra essenzialmente sulle storie di vita presenti e passate degli uomini della Val di Susa, Aime, da buon antropologo, si spinge oltre riflettendo in maniera lucida e puntuale sulle ricadute socio-culturali che l’esperienza nella Valle ha attivato tramite la costituzione di nuovi modelli partecipativi alla gestione della res pubblica.

Chi detiene il tempo? Tempo mangia tempo, come Crono mangia i suoi figli per finire spodestato da uno di essi. Ma esiste una lancetta che, invece di ticchettare incessantemente sempre allo stesso ritmo, rallenta all’ora di mezzo? In Val di Susa sembrerebbe di sì. «Era la rottura del tempo a dare senso allo spazio» – scrive Wu Ming 1. Perché «l’elemento più importante non era il “qui” – una piazza, una scuola occupata, un prato, una casa sull’albero – ma il “finché vorremo”». E il tempo spezzato, liquefatto, rallentato, disgiunto dal clic cloc svizzero, percorre le pagine simultaneamente a chi scrive e a chi legge, come proprio al genere della no-fiction: che si parli del 1996 e dell’inizio dei lavori per la galleria, o si ricordino la resistenza, gli anni di piombo e il terrorismo, che si passi all’oggi con l’elezione del nuovo sindaco di Torino, o faccia incursione, tra una pagina ed un’altra, il caro collega H.P. Lovecraft. Non si tratta più di un semplice braccio di ferro tra No Tav e Stato, ma ormai di un quarto di secolo della Storia italiana, che ingloba migliaia di microstorie di gente che vive quelle terre perché lì è nata e lì vuole morire, o perché ne ha ormai sposato le ragioni della protesta. Wu Ming 1 restituisce a queste vite una soggettività altrimenti persa nel magma del movimento, ma al contempo ne tratteggia i contorni all’interno di una comunità che lotta, resiste e si trasforma in nome di un progetto che va oltre il singolo individuo. E le caratteristiche di questo progetto e le conseguenti ricadute le indaga bene Aime, sottolineandone le peculiarità e la portata innovativa.

Le pratiche condivise, attivate e sperimentate in questi anni, in particolar modo dopo il 2005, hanno infatti realizzato e consolidato una comunità che non solo si pensa e si immagina ma si riconosce, in quanto tale, anche su un piano concreto e attivo. Rete, solidarietà, amicizia, complicità: tutti questi elementi hanno avviato nella Valle un laboratorio sociale che riflette sulle filiere alimentari, sul cibo a costo zero, sui consumi di acqua e gas, sull’ambiente e sui rifiuti, sul significato delle parole progresso, sviluppo e modernità; e non lo fa mai in maniera astratta o teorica ma sempre con piccole azioni, così offrendo una vera alternativa al vivere quotidiano in un’ottica consapevole non solo verso il presente ma anche nei riguardi del futuro e nel rispetto di quel che è stato.

Ma perché in Val di Susa e non altrove? Questa è la domanda che si pongono entrambi gli autori e che si insinua pagina dopo pagina anche nella mente del lettore, pensando ai tanti cantieri aperti e chiusi, riaperti e richiusi e poi magari anche abbandonati, sparsi per tutta la Penisola. E tra le tante possibili motivazioni una si fa strada su tutte: la Valle è diventata un luogo di conoscenza condivisa. I No Tav hanno dato avvio infatti alla formazione di un movimento che, nato come protesta, si è evoluto in ben altro: una comunità di intenti e di saperi che riflette e propone meccaniche partecipative che toccano temi come i modelli di sviluppo, le forme di rappresentanza democratica e i beni comuni. «Nonostante il movimento No-Tav non abbia perso la sua spinta né la sua vocazione antagonistica, è diventato anche e soprattutto un movimento “per” e non solo un movimento “contro”», scrive difatti l’antropologo. E sulla parola comunità apre una dissertazione che fa pensare ai concetti di identità, di nazione, di popolo, di italiani, perché «la parola comunità emana una sensazione piacevole dà sempre l’idea di qualcosa di buono» scrive Zygmunt Bauman e, continua Aime, «è così che viene percepita da molti aderenti al movimento».

Treni, ferrovie, velocità. Una triade che si ripropone nelle pagine di entrambi i libri riportando alla memoria il simbolo di uno sviluppo promesso ad un’Italia ancora acerba, confusa, distratta da altri mali già all’indomani della sua unità. Sui binari dell’industrializzazione è corsa la marcia alla modernità e sulle filiere dei mercati alimentari è marcito il sogno di una nazione forte e coesa. Ma il tempo scorre in fretta, ed è evidente che quello che sta accadendo a ovest di una delle tre città dell’ex triangolo industriale, non è legato semplicemente a un treno o ad un gruppo di facinorosi che si oppongono allo Stato – come la maggior parte dell’informazione li descrive – sotto la maschera dell’anarco-insurrezionalismo. La posta in gioco è ben altra e ben più alta. L’uomo signore dell’uomo, l’uomo divorato dal tempo, suo padre. Esiste un modo per riappropriarsi del proprio tempo, un tempo non scandito da ritmi veloci e selvaggi, da abitudini automatiche e de-soggettivanti? È possibile ancora pensarsi parte di una comunità con una possibilità di scelta: cosa mangio, dove compro, cosa e come consumo?

Sabotare il tempo di Crono sembra la più grande sfida che il movimento No Tav abbia lanciato allo Stato. Non ci sono partiti in Valle, destra o sinistra, non ci sono ceti ai quali appartenere, borghesia o operaio, ma un’esperienza trasversale che accomuna coloro i quali credono ancora nel cambiamento o in un’alternativa all’attuale governance.

«Un sistema che non offre scelte è un sistema debole, perché la scelta è alla base della cultura umana, ciò che la distingue dalla natura ed è ciò che arricchisce l’umanità intera. Il movimento No-Tav va letto anche in questa chiave, come un’opportunità di aprire nuovi spazi di dialogo e nuove narrazioni, magari anche diverse tra di loro: gli adulti si connettono a un vissuto passato, fatto di speranze più o meno avverate e ricercano momenti in cui era possibile almeno sognare un mondo diverso; i giovani, ai quali questi spazi non sono stati concessi, li creano con l’opportunità di sentirsi davvero protagonisti. Creare delle valvole di sfogo, degli spazi alternativi al pensiero dominante non solo è democraticamente giusto, ma la presenza di una antistruttura è anche essenziale alla sopravvivenza e alla trasformazione di una società». Così Aime conclude il suo libro.

Wu Ming 1

Un viaggio che non promettiamo breve. Venticinque anni di lotte No Tav

Einaudi Stile Libero, 2016, 651 pp., € 21

Marco Aime

Fuori dal tunnel. Viaggio antropologico nella val di Susa

Meltemi, 2016, 297 pp., € 22

A sarà düra!

Carlo Formenti

Da anni il movimento No Tav viene additato dalle sinistre radicali come un esempio di lotta antagonista capace di crescere e durare nel tempo, associando le lodi – rituali – alla precisazione - altrettanto rituale – che si tratta di un caso unico e irripetibile. Ma questo è falso – o almeno solo parzialmente vero: la lotta No Tav presenta alcuni caratteri di unicità, ma non è un caso irripetibile, bensì l’esito di un metodo politico da praticare, piuttosto che celebrare a parole. Lo confermano i racconti dei suoi militanti, raccolti dal Centro sociale Askatasuna. Non avendo lo spazio per commentare queste straordinarie storie di vita, mi limito a restituirne il senso politico, ben sintetizzato dalle sezioni introduttiva e conclusiva che le precedono e seguono. Procedo schematicamente, per punti.

1) La forza del movimento risiede in una comunità che ha costruito la propria identità sulla identificazione del nemico. La chiarezza del fine di parte - gridare tutti insieme NO alla costruzione della linea ad alta velocità e agli interessi di coloro che la sostengono – ha pesato più degli altri, pur importanti, fattori aggregativi (memoria storica della resistenza di movimenti ereticali e partigiani alle invasioni esterne, l’amore per il luogo, ecc.).

2) Malgrado la composizione sociale frammentaria, il movimento ha assunto carattere di lotta di classe, nella misura in cui ha capito che il capitale sfrutta il territorio come mezzo di produzione, calpestando l’ambiente e i suoi abitanti per estrarne profitto. Così la rigidità dei comportamenti valligiani diviene il prolungamento della rigidità dei comportamenti di fabbrica (già iscritti nella storia delle lotte operaie della zona).

3) Il rifiuto nei confronti delle istituzioni rappresentative e del ceto politico non è avvenuto sul terreno ideologico dell’antipolitica, bensì sul terreno concreto dell’invenzione di controistituzioni di democrazia diretta e partecipativa: presidi, comitati di lotta, coordinamento valligiano, assemblea popolare.

4) I militanti venuti da fuori hanno saputo farsi accettare/integrare nel movimento senza nascondersi dietro ideologie spontaneiste ed esaltazioni dell’orizzontalità ma, al contrario, rivendicando la funzionalità del proprio ruolo “verticale” di elementi in grado di donare forma, potenza e organizzazione alla lotta pur restandone all’interno (i curatori parlano di “gerarchie provvisorie e funzionali”).

Aggiungo solo due osservazioni e una riflessione. Prima osservazione: ho trovato apprezzabili le critiche alla retorica dei beni comuni: comuni sono solo i beni oggetto di riappropriazione sociale, altrimenti si scade nelle solite, nauseabonde litanie sull’interesse generale. Seconda osservazione: condivido l’atteggiamento “laico” nei confronti della contro informazione in rete: i new media non sono intrinsecamente “democratici” (il libro ne descrive bene l’integrazione nella propaganda anti movimento dei media mainstream), ma solo più efficaci in quella guerra fra network poveri e network egemoni che è divenuta la comunicazione politica.

Infine la riflessione: ciò che è “esportabile” della lotta No Tav è il metodo politico descritto in questo libro che, a mio avviso, somiglia a quello che Lenin e Gramsci indicavano come l’unico modo corretto di costruire l’organizzazione rivoluzionaria in quanto parte integrante della composizione antagonista di classe.

Centro sociale Askatasuna (a cura di)
A sarà düra!
Storie di vita e di militanza no tav
DeriveApprodi (2013), pp. 320
€ 18,00

Terminal Beach

Chiara Balsamo

Fondato da Silvia Maglioni e Graeme Thomson, Terminal Beach nasce nel 2005 come format radiofonico sperimentale trasmesso dalla stazione indipendente Radio Blackout. Oltre a presentare una vasta selezione musicale, il programma lasciava spazio a vere e proprie live performance a partire da mix deterritorializzanti e strategie di disorientamento dell'ascoltatore.

La vicinanza all'emittente radiofonica e il contesto torinese sono fondamentali per comprende il percorso di ricerca e la natura militante del progetto: Radio Blackout infatti si autodefinisce un soggetto rivoluzionario e un mezzo di comunicazione a partire dalla comprensione della distinzione tra comunicazione antagonista e propaganda. Il ruolo di Blackout è ad esempio di fondamentale importanza per la lotta No Tav in Valsusa e punto di riferimento per il movimento nel resto di Italia.

Occupazione ex caserma Colombaia, Susa, marzo 2012 (foto Chiara Balsamo)

La stessa necessità di riflessione sulle pratiche di produzione dell'informazione e della comunicazione è uno dei punti di partenza del progetto Terminal Beach che, in seguito alle prime sperimentazioni radiofoniche, si è ampliato costituendo una piattaforma indipendente per la produzione di lungometraggi, film documentari, laboratori, autoproduzioni editoriali, spettacoli e videoinstallazioni. Come essi stessi affermano, Terminal Beach è una zona di spostamento e di indeterminazione, uno stato d'animo, uno spazio di riflessione critica e di produzione creativa, che esplora le nuove possibili configurazioni di immagine, suono, testo, politica e pubblico.

Dal 2011 - partendo dall'esperienza dei Cinétracts realizzati da Godard, Marker e Resnais - Silvia Maglioni e Graeme Thomson sviluppano il progetto Tube-Tracts. Il progetto (attualmente in corso di lavorazione) consiste in una serie di brevi video che adottano le strategie della pratica di détournement situazionista e le metodologie dei precursori del Cinétracts. I Cinétracts sono una serie di 41 cortometraggi non firmati, che attraverso il montaggio di immagini di reportage giornalistico, slogan, poesie e pensieri sulla teoria della lotta di classe, aprono una discussione sul potenziale rivoluzionario delle immagini e del testo in relazione agli avvenimenti di Parigi nel maggio-giugno del 1968.

Blocco A32 Torino Bardonecchia, Chianocco, aprile 2012 (foto Chiara Balsamo)

Il più recente dei Tube-Tracts di Terminal Beach è Trans Euro Express, realizzato nel febbraio 2012 come reazione ai numerosi arresti che colpirono il movimento No Tav nel mese precedente. L'esperienza del movimento No Tav è esemplare nel problematizzare la condizione di stallo linguistico nella comunicazione e nei media. Il codice comunicativo utilizzato dal potere è caratterizzato da un utilizzo mirato di "parole d'ordine", imponendo una ricezione gerarchica e negando ogni possibilità di partecipazione. Come afferma John Berger la strategia ideologica della tirannia è quella di screditare l'esistente in modo che tutto si riduca ad una versione speciale del virtuale da cui trarrà una fonte infinita di profitto; partendo da questi presupposti il No Tav ha da sempre attuato nuove pratiche di resistenza e di linguaggio finalizzate a scardinare tale dispositivo egemoniaco in favore della ragione e dell'esistenza.

Il Tube-Tract si pone all'interno di un contesto di lotta come un mezzo di analisi critica, di soggettivazione e di azione diretta. Il quesito che vuole essere sollevato riguarda la capacità di pensare politicamente attraverso i media, che nel presente svolgono un'azione fondamentale nel controllo della società da parte degli organi di potere.

Nel comunicato che ha accompagnato l'uscita di “Trans Euro Express” sulla piattaforma Info Aut, gli autori affermano: "Trans Euro Express è un Tube-Tract che inaugura una nuova serie, che vogliamo portare avanti anche collettivamente, intorno alla politica del montaggio e delle immagini in uno spirito post-godardiano di youtube, ma è soprattutto una breve composizione affettiva per la resistenza dell'arte e l'arte della resistenza su scala epica (e micropolitica), per l'epopea dei popoli che si rivoltano e si costituiscono nell'atto di resistere alle macchinazioni del capitalismo finanziario".

Ma che paese è l’Italia?

Lello Voce

A volte penso che ciò a cui si assiste, in Italia, sia una sorta di lunghissimo Carnevale, un’ininterrotta Missa paschalis in cui tutto si ribalta, senza ritrovare più il giusto assetto. L’idea mi è tornata in mente alla notizia del rientro di Berlusconi in politica. Cosa c’è di più sinistramente carnevalesco dell’assassino che riappare sul luogo del delitto mascherato da magico rianimatore? È questo dunque il Paese dell’eterno Carnevale? Il luogo ineffabile in cui il topo insegue il gatto, il gatto morde il cane? Temo di sì, anche perché questo del Cavaliere non è l’unico episodio che si presti alla metafora, anzi.

Che paese è un paese nel quale si condanna a quattordici anni di galera chi ha sfondato qualche bancomat, mentre chi ha torturato degli inermi, fino a ridurli in fin di vita, di anni se ne becca quattro e mica perché ha picchiato, umiliato, no, perché per quello nemmeno esiste lo specifico reato, ma solo perché ha provato a depistare; un paese che del capo di costoro ha fatto un Sottosegretario della Repubblica, dove ci si è scandalizzati poco e tardi per la mattanza della Diaz, o per Bolzaneto, ma in cui tutti, ma proprio tutti, i cosiddetti opinion leader, sono insorti contro un manifestante ripreso dalle telecamere mentre dava della pecorella a un carabiniere; un paese in cui non mancano mai le risorse per reprimere questa o quella legittima manifestazione, dai pastori sardi ai No-global, dai terremotati dell’Aquila ai No-tav, ma in cui poi non c’è la benzina da mettere nelle volanti che operano sul territorio?

Che paese è quello in cui si grida ogni giorno alla bancarotta prossima ventura e tutti si appellano alla necessità di risparmiare, ma poi si tagliano scuole, ospedali, cultura, assistenza, cioè le cose indispensabili alla sopravvivenza della vita sociale, mentre si acquistano miliardi di euro di armi e chi priva gli altri dell’indispensabile non rinuncia a uno solo degli euro che intasca grazie al privilegio di cui gode; un paese in cui, per aiutare i giovani, si impedisce agli anziani di andare in pensione e si continuano a pagare stipendi da favola ai commis di Stato, ma si lascia che la cosa più preziosa che abbiamo, il patrimonio artistico-culturale, vada in malora, in cui si tagliano i fondi all’INFN, che ha giocato un ruolo chiave nella scoperta del Bosone di Higgs, ma non quelli per i portaborse dei deputati?

Che paese è quello in cui il CEO dell’azienda più grande di tutte, dopo decenni di sovvenzioni pubbliche e insuccessi industriali, ha il coraggio di porre condizioni a quello stesso Stato che l’ha foraggiata e fa a pezzi ogni e qualsiasi elementare democrazia sindacale; un paese che si è dato un governo di tecnici, che però, per risolvere il problema per il quale sono stati nominati, assumono un altro tecnico (un meta-tecnico) e tutto questo semplicemente per tagliare tutto ciò che già da anni si taglia, cioè lo stato sociale; un paese i cui politici hanno meno attendibilità di un comico che si è improvvisato Masaniello telematico; un paese in cui per sedere in Parlamento valgono più le plastiche al seno, o l’amicizia con un camorrista, che la competenza?

Che paese è un paese in cui mariti, padri, fratelli, amici commettono più femminicidi e violenze di un qualsiasi estraneo, in cui però si festeggia un bellissimo Family day, appoggiato in primo luogo da cattolicissimi conviventi, divorziati e puttanieri? Che paese è, un paese così, se non il paese dell’infinito Carnevale e, soprattutto, che Quaresima sarà quella che ci attende alla fine di tutta codesta mascherata?

*Pubblicato su ClubDante

Lento

Alberto Capatti

La lentezza è un valore morale. A nessun italiano salterebbe in mente di fare mille chilometri con treni regionali per raggiungere il luogo di vacanza né ad un milanese di andare a un appuntamento di lavoro a Torino con la bicicletta. Tutti i servizi sono esclusi da questo ordine di misura e l’attesa di un’ora per ricevere il primo piatto in un ristorante non lo qualifica come lento ma come infrequentabile. C’è, è vero, la questione della TAV ma concerne culture valligiane che hanno ritmi e velocità proprie, tagliate vie da linee che servono stazioni e città esterne: in Val di Susa motociclette, automobili e autobus assicurano spostamenti rapidi. Quando si parla di lentezza non si allude né ai trasporti né ai servizi e persino in chiesa, una messa di tre ore metterebbe in imbarazzo e in fuga i fedeli.

Che cosa significa allora slow un termine che circola in riferimento all’ambiente, al tempo e all'alimentazione? Non è sinonimo di sonnacchioso, torpido, pesante. È stato lanciato oltre vent’anni fa dall’associazione Slow Food, come antifrasi di fastfood, alludendo a cucine e pasti che domandano il loro tempo, ed esteso a un modo di osservare la vita. Lente sono la crescita di una pianta, la raccolta delle erbe selvatiche o dei funghi, e la cottura di un minestrone o meglio, lenta è l’immagine che ce ne facciamo. Preferire un zuppa cotta a lungo, significa valorizzare non solo la preparazione minuziosa degli ingredienti o la fonte di calore che eroga basse temperature e permette un protratto bollore, ma la pazienza e la dedizione della cuoca lodate dai commensali nel quarto d’ora, al massimo, che vuoteranno la fondina. Questi esempi rivelano un doppio registro di valori: rapidità e lentezza coesistono, ma in campo alimentare non vengono assegnati ai medesimi oggetti alimentari.

Quanti minuti domanda la cottura di un filetto «al sangue»? Pochissimi, e non per questo è carne da fastfood. Non può essere solo dal cibo preparato pronto, da mangiare, che nasce questa filosofia. Lento acquista un significato particolare se rapportato all’ambiente, alle piante, alla maturazione di un frutto colto dopo un' attesa prolungata. Di fronte alle contraddizioni del sistema culinario, lento è sinonimo di naturale, anzi ne è un'accezione, estesa a tanti valori quali la stagione (degli ortaggi), la crescita (degli animali), l’invecchiamento (dei formaggi o dei vini). Sono tutte pratiche umane, ma qualificandole come naturali si riconosce il rispetto a quell’altra concezione del tempo che hanno una pianta e una pecora, prima della rispettiva morte.

La lentezza è un valore morale, a seguito di una iniziazione, in nome di alcuni principi. Come in qualsiasi religione naturale, il contadino, la cuoca, il degustatore ne sono impregnati. Per questa ragione, non c’è contrasto fra il raggiungere in auto il proprio orticello e passare una giornata a coltivarlo: il tempo consacrato a Dio e quello dedicato al proprio lavoro, non si misurano con la stessa scala, e fanno parte di un registro a variabili multiple. Ma non si darà mai che un verdelento, green e slow, si riconosca semplicemente pio, e devoto ad un culto boschereccio o sativo, pànico o pastorile; si arroga invece un senso pratico, più saggio, una funzione polemica estesa dal fastfood al supermercato, ai surgelati, al proprio cucinino. Se semina l’orticello o una cassetta sul balcone di casa, milita contro l’agroalimentare e la grande distribuzione. Nelle forme di religiosità della nostra epoca, si praticano culto e critica simultaneamente, con gli scenari alterni del declino e della rinascita.

Nell’oratoria di associazioni come Slowfood, il richiamo a slow funge da parola d’ordine, da enunciato poliglotta, ed è una di quelle forme di autocompiacimento che, per l’oratore, danno valore alla vita e alla natura. «Seguite questa via» – una pausa, un sorriso paterno – «ma, vi raccomando, slow... adagino... ». Siccome ogni aggettivo ha i propri contrari, da esso si scivola mentalmente all’esame del mondo, una diabolica macchina genetica, impazzita. Slow è entrato in un codice di cui stiamo commentando gli assiomi: sostenibilità, chilometro zero, decrescita… Con le inverosimiglianze che i pensatori e i funzionari associativi si guardano bene dall’evidenziare. Solo i teologi montano e smontano i principi divini, molti preti si contentano delle preghiere.

La lotta No Tav e i due massimi sistemi del mondo

Christian Caliandro

Nel nuovo quadro dell’economia globalizzata il… compito principale [della politica]
non è più quello di dirigere, ma di garantire un certo grado di coesione sociale;
essa non può più coltivare disegni ambiziosi, ma solo rattoppare e tamponare.
È allora che la politica e i suoi interpreti iniziano a perdere autorità e qualità:
le loro ‘disinvolture’ etiche, che le ideologie avevano permesso di riscattare e
trasfigurare, non possono più nascondersi sotto la gonna di una grande giustificazione.

Franco Cassano, Egonomia: così l'individuo senza società ha cancellato la politica
(La Repubblica, 2 Marzo 2012)

In queste settimane molto convulse e molto confuse, da più parti - sui giornali e in televisione - si levano alti lai sulle possibili degenerazioni della protesta No Tav. La classe dirigente italiana, da parecchi anni ormai, continua ossessivamente - a destra come a sinistra - ad agitare lo spauracchio degli anni Settanta e della violenza politica: «si rischia di tornare agli anni di piombo», «gli anni Settanta non torneranno», «stanno per tornare gli anni Settanta». Per molti versi, sembra quasi che il decennio appena trascorso abbia preparato e creato le condizioni per un rispecchiamento collettivo in quel decennio.

Ora, lasciamo stare per il momento la rozza equazione «anni Settanta = anni di piombo», che ha fatto sprofondare per decenni in un buco nero di percezione collettiva un decennio che ha prodotto moltissime idee e cose interessanti, dal punto di vista culturale, sociale e politico, e che è stato invece compresso in una definizione-Moloch. Se ci pensate bene, sarebbe come nominare gli anni Cinquanta «di ferro», o gli anni Sessanta «di plastica»: tanto più che la definizione venne mutuata, in tempo reale, dal titolo dell’omonimo film di Margarethe von Trotta (1981: a tutt’oggi, una delle opere più complete e significative mai dedicate alla comprensione del terrorismo). In quel caso, il «piombo» designava la qualità spettale - plumbea, appunto - della vita quotidiana nella Germania dei primi anni Settanta (e che rappresentò il terreno di coltura della RAF); qui da noi, schiere di giornalisti e politici trasformarono quell’atmosfera psicologica in qualcosa di molto materiale, che più fisico non si può: il piombo delle pallottole. Ma per ora lasciamo stare, come si è detto.

Ciò che in questi giorni emerge molto chiaramente è il tentativo - rozzo anche questo, ma a quanto pare efficace - di equiparare ogni forma di dissenso e di critica alla violenza politica. In Italia, è una storia vecchia e tragica. Ma la vicenda degli anni Settanta non sembra averci insegnato proprio nulla - o forse, ad alcuni ha insegnato moltissimo, anche troppo. Il dire, come ha fatto di recente il ministro dell’Interno Cancellieri, «massima disponibilità al dialogo; ma il progetto non è assolutamente in discussione», costituisce di per sé infatti una bella sfida alla logica. Come a dire: «protestate, urlate, fate quello che vi pare, ma alla fine questa cosa si farà, e basta». Dove sarebbe, di grazia, l’apertura in questo caso?

Al massimo, si tratta di una finzione di apertura, di un’illusione di apertura: «vi facciamo sfogare un altro po’». Ma la disponibilità vera consiste nell’ascolto, e nella capacità di farsi persuaderela - laddove per esempio gli argomenti addotti dalla controparte risultino inoppugnabili. L’arte del dialogo presuppone sempre, infatti, la possibilità per ognuno degli attori di mutare anche radicalmente la propria opinione su un argomento quando le tesi e le riflessioni dell’altro, o degli altri, risultano più convincenti e interessanti delle proprie. Come scrive Primo Levi ne I sommersi e i salvati (1986): «nei paesi e nelle epoche in cui la comunicazione è impedita, appassiscono presto tutte le altre libertà; muore per inedia la discussione, dilaga l’ignoranza delle opinioni altrui, trionfano le opinioni imposte».

Assistiamo, qui ed ora, allo scontro tra due opposte concezioni del mondo e della realtà socio-economica: l’erosione dei diritti e dello spazio pubblico a favore di un approccio totalmente privatistico e liberista da una parte (un approccio che si è tradotto rapidamente e in cultura popolare e ideologia pervasiva), e un pensiero indirizzato alla riconfigurazione totale dei valori che regolano la vita collettiva contemporanea dall’altra (all’insegna di un senso comune che comune, purtroppo, non è più, e che va perciò ricostruito). Non è altro che l’eterno conflitto tra l’economia intesa - in modo perverso e (auto)distruttivo - come privazione dei tantissimi a vantaggio esclusivo dei pochissimi, e una nuova concezione (quella legata al «bene comune») che, come nota giustamente Ugo Mattei, emerge da un passato lontanissimo (il Medioevo), eppure a noi oggi molto vicino.

È colpa dei No Tav!

Lele Rizzo

Radici. Sono passati ventidue anni da quando per la prima volta, la Valle di Susa si è schierata contro il progetto dell’alta velocità ferroviaria Torino-Lione, e da allora, nulla è più stato come prima. Dopo due decadi abbondanti, il senso della lotta No Tav è un qualcosa che è cresciuto assieme ai bambini della valle, è maturato negli uomini e nelle donne, ha dato respiro agli anziani, anche nell’ultimo passaggio della loro vita. È genetico ci viene da dire molte volte, e probabilmente è proprio così. Per noi in tutti questi anni sono cambiate molte cose, abbiamo capito concretamente, dove sta il potere e come si manifesta. Abbiamo visto la politica istituzionale arricchirsi con il metodo socialista e l’abbiamo vista mutare nei metodi utilizzati per accrescere la sua fame di potere, ma mai l’abbiamo confusa con qualcosa che assomigliasse al progresso o alla modernità alla quale si richiama da sempre. Leggi tutto "È colpa dei No Tav!"