L’arte dell’indipendenza

Ilaria Bussoni e Nicolas Martino

«Mi sono voluto servire dell’arte, per istituire un modus vivendi, un modo per capire la vita, per provare a fare della mia stessa vita un’opera d’arte, anziché passare tutta la vita a produrre opere d’arte» affermava Marcel Duchamp, ribadendo il contenuto autocritico operato dalle avanguardie nel Novecento sulla figura della soggettivazione incarnata dall’«artista».

Su quel modello di creatività individuata (nelle sue diverse gradazioni di estro, genio, aura e psicopatia egotica) che si era andata formando parallelamente alla modernità capitalistica e che aveva trovato un punto di cesura nella cosiddetta opera d’arte totale. L’avanguardia ha vissuto di questa ambivalenza tra la critica radicale di tale dimensione ipersoggettiva e la sua valorizzazione nel sistema dell’arte, nel suo recupero sia esso mercantile o museale. Una parentesi chiusa con l’arrivo della postmodernità, come epoca della sussunzione reale, dove l’ambivalenza e la critica della figura individuata dell’artista sembrano non avere più spazio, lasciando così dilagare dispositivi di valorizzazione che hanno nel mercato delle opere d’arte e nella figura individuata dell’artista i propri pilastri.

Il tempo della sussunzione reale sembra dunque annullare in partenza il portato della critica stessa dell’avanguardia, o anche solo pensare di poter mettere in discussione tale dispositivo. Eppure sulla superficie piatta di questa immagine molare appaiono e sono apparse, anche in tempi recenti, forme di organizzazione della vita e del lavoro artistico che hanno tentato di problematizzare la natura generale, collettiva, transindividuale dei processi di creazione e di produzione culturale.

Basti pensare a esperienze quali il Teatro Valle, l’Angelo Mai, le Officine Zero, il cinema America o il Maam – Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, che hanno cercato di trovare altri modelli di valorizzazione, produzione e circolazione delle cosiddette opere dell’ingegno. Tentativo non semplicemente poco apprezzato, ma decisamente osteggiato (e sgomberato) da funzioni regolative, amministrative, governamentali incarnate da istituzioni territoriali che hanno tradotto compiti tradizionalmente prefettizi. Le istituzioni (pubbliche e statali) si sono così rivelate particolarmente efficaci nel fare da cinghia di trasmissione a modelli di valorizzazione basati su segmentazione, gerarchia e differenziazione del lavoro del tutto interni al capitalismo cognitivo contemporaneo.

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Questo a fronte del fatto che il lavoro culturale promosso nei luoghi pubblici, gestiti e di proprietà dello Stato, si è rivelato una forma di futile intrattenimento, mostrando una crisi del modello istituzionale che non è risanabile. Del resto non è una novità che lo Stato, nella sua versione neoliberista, proceda tanto alla dismissione della propria dimensione pubblica quanto alla produzione di norme e regole utili al governo del supermercato culturale prodotto dal capitale.

Ci sembra allora che la strada da battere sia quella di organizzare l’indipendenza del lavoro culturale, piuttosto che rivolgersi inutilmente a istituzioni che si articolano sulla promozione di modelli e prodotti culturali omologati al mass market e alla riproduzione dell’esistente. Per questo ci sembra interessante il modello proposto negli ultimi anni dal MAAM, una cattedrale del comune che sorprende per la sua capacità di organizzare il lavoro artistico in assoluta indipendenza e la sfida, sempre rinnovata, volta a costruire una critica della vita quotidiana e dei suoi spazi metropolitani. Nella totale autorganizzazione e assenza di finanziamenti. Un esperimento di «arte totale» all’altezza del presente, capace di prefigurare nuove istituzioni del comune oltre il pubblico e il privato. Oltre la figura dell’artista? Forse, verso una nuova soggettivazione dell’arte.

Opening Indipendence Day (& Night)
Maam – Museo dell'Altro e dell'Altrove
Via Prenestina 913 - 00155 Roma
domenica 22 settembre dalle 17.00 alle 24.00

L’erba vorrei. Antonio Wild

Vorrei assalire un galeone spagnolo, inglese o francese, abbordarlo di sorpresa al grido di omnia sunt communia! Vorrei andare e tornare dalla Tortuga con i miei fratelli della filibusta e con i fratelli della costa dividere equamente il bottino. Depredare senza chiedere il permesso.

Oppure fuggire ad Algeri, come i corsari rinnegati, e di lì partire con gli sciabecchi, attraversare il mediterraneo spiegando le vele del comune per intercettare il vento del cambiamento. Vorrei organizzare l'assalto al treno, galoppando a cavallo s'intende, tutti insieme, torme spericolate di compagni d'avventura.

Vorrei svaligiare la banca nazionale di Mesa verde, e col malloppo, tutto quanto, non comprare pane, ma comprare dinamite! Come nel film di Peckinpah vorrei tornare con gli amici a salvare chi è caduto tra le grinfie di Mapache, ma stavolta tutti salvi, ce ne andremo tutti insieme, che nessuno inciampi, nessuno rimanga indietro. Vorrei come zorro infilzare tutti i comandanti della Guardie Nazionali e i soldati delle truppe d'occupazione, che Bernardo il muto ritrovasse la parola. Che ritrovassero la parola tutti e subito i balbuzienti e gli umili, che allora smetteranno di alzarsi in piedi quando entri.

Come nella Repubblica Romana del 1849 vorrei resistere all'Europa legittimista e controrivoluzionaria, ovvero quella dell'austerity e del neoliberismo, e come nella Comune di Parigi sparare sugli orologi che battono il tempo senza amore del ricatto, scandito dalla disciplina del lavoro precario e sottopagato.

Vorrei che dappertutto, piantate poche monete, crescessero alberi colmi di zecchini d'oro, che lo stato fosse sempre e solo un participio passato, e come i nomadi dell'Orda d'Oro vorrei cavalcare sulle linee di fuga del desiderio. Vorrei che colassero a picco tutti quelli che tentano di insidiare la nostra felicità e che nessuno dormisse più tra le sbarre, costretto a girare in tondo, senza sentir canzoni, senza vedere il mondo.

Vorrei saper combattere come Bruce Lee e Mohammed Alì, leggero come una farfalla e pungente come un'ape, giocare a calcio su un campetto di terra battuta, e dopo aver scartato anche l'ultimo avversario continuare a correre, perché quello, proprio quello, è l'élan vital che ci spinge tutti avanti. Voglio che ci riprendiamo tutto, tutto quello che è nostro e salpare. Ora, non domani o dopodomani. Salpare ora, perché il tempo dell'attesa è finito.

L’erba vorrei. Nicolas Martino

Vorrei che... tutti i mercanti d'arte chiudessero i battenti, perché sono mercanti di morte. Spacciano merce avariata. Ci si era quasi riusciti, ricordate, negli anni Settanta? Niente da vendere... perché come facevi a vendere una performance, un happening, un'azione comportamentale, un cartellino o una Palla di gomma (caduta da 2 metri) nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo?

La smaterializzazione dell'opera aveva messo in crisi il mercato dell'arte. Una grande occasione! E invece... oplà, ecco la controrivoluzione, il tradimento e la sua ideologia, e il sistema dell'arte riprendeva a girare splendido splendente come una giostra impazzita. Nuovi mercanti, nouveaux critiques, e la nave andava... con il suo carico di scampoli delle defunte avanguardie artistiche, in versioni neo e post, europee ed extra.

Vorrei che... gli artisti si rifiutassero di giocare un gioco dell'arte tenuto in vita artificialmente, la smettessero di giocare alla crisi e fare statuine, cosine belline... che va bene Duchamp, ma da Duchamp agli sciampisti il passo è breve! Ora la committenza è quella del cognitariato metropolitano, le sue opere d'arte possono essere solo quelle che esprimono i tempi e gli spazi del comune. Ricordate quando l'Europa fu attraversata da un movimento potente di costruttori di Cattedrali? Ecco, vorrei che si moltiplicassero le esperienze come quella del MAAM - Museo dell'Altro e dell'Atrove, che il Teatro Valle fosse attraversato ancora e sempre dal desiderio e dalla creatività, e che gli artisti iniziassero a costruire le nostre Cattedrali del comune.

La smettessero insomma di aggirarsi, estenuati, nelle stanze della storia dell'arte ossessionati dalla memoria. Vorrei invece fare l'elogio dell'assenza di memoria, perché davvero è troppo pesante questo bagaglio caricato sulle spalle, siamo sfiniti dalla conservazione, dai monumenti e dai musei. Chiudiamoli i musei, buttiamo giù un po' di monumenti, gli spregevoli anfiteatri della propaganda imperiale, l'infame basilica del Sacro Cuore, le orribili statue equestri che grondano sangue. Mancanza di memoria è libertà! Voglio, e non vorrei, un angelo della storia con lo sguardo rivolto in avanti, solo così potremo liberare il passato dalla prigione del museo e guarire dalla nevrosi del tempo che ci costringe a vivere in un eterno presente, catturati nella sindrome della fretta.

E quindi vorrei che... il pontefice di Santa Romana Chiesa abdicasse, si ritirasse in un eremo, ce ne sono di bellissimi sulla Majella per esempio, e dallo splendore silente della montagna vedesse la Chiesa tornare a essere quella comunità di uomini e donne cristiane che operano per il bene comune. Che si ritirasse per sempre insomma, e non per lasciare il posto a un successore, perché la missione della Chiesa come istituzione è venuta meno, perché del katéchon che trattiene non c'è più bisogno. Vorrei, infine, che venisse veramente il tempo della profezia paolina, profezia materialista. Che venisse il tempo nel quale tutti i morti risorgeranno incorrotti e vivranno in eterno con il loro corpo glorioso, perché di continuare a morire proprio non ne possiamo più.

 

La diserzione, il rifiuto e la post-arte

Nicolas Martino

Il fallimento dell'utopia delle avanguardie e delle neoavanguardie ha esaurito la parabola del modernismo rivelando l'opera d'arte nella sua essenza come merce tra le altre. Rivelandola anzi come la merce modello, un prodotto perennemente obsoleto il cui unico interesse risiede nelle sue trovate tecnico-estetiche, e il cui solo uso consiste nello status che conferisce a quelli che ne consumano la versione più recente. La sussuzione del lavoro artistico e culturale nella rete produttiva del capitalismo ha comportato una domesticazione generalizzata.

L'opera d'arte è un gadget di lusso che risponde a un protocollo predeterminato dal sistema globale dell'arte. Produce capitale simbolico e distinzione, ma dev'essere facile, divertente, ben confezionata, curiosa forse, mai dissonante però, perché non sorprende né disorienta mai davvero. Risponde a un gusto internazionalmente omologato, a uno sguardo colonizzato e addomesticato. Se vendi vali, e per vendere devi costruire un prodotto rassicurante, facile, divertente, ben confezionato e opportunamente addomesticato. Ed è proprio questa la verità del capitale, la domesticazione del gusto e della dimensione estetica, la riconfigurazione progressiva dell'intera sensibilità umana, in una società dove, lo aveva intuito l'intelligenza visionaria di Debord, tutta la vita si presenta come un'immensa accumulazione di spettacoli.

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Alfredo Jaar, Studies on Happiness (1981)

Prima del moderno l'artista coincideva con l'artigiano e il suo contrassegno era l'anonimato come nella cultura bizantina e nei secoli in cui era stato in Europa, insieme ai suoi fratelli, un costruttore di cattedrali. La nascita dell'artista moderno, andrà invece di pari passo con l'imporsi del nome proprio e col suo graduale emanciparsi dal monopolio corporativo. Mentre nel caso dell'artigiano il valore estetico faceva tutt'uno con la perizia del mestiere e con la padronanza tecnica, nel caso dell'artista il valore estetico diventerà un plusvalore sovrapposto alla perizia tecnica e alle regole tramandate.

L'opera d'arte sarà definita dal segno di un genio individuale come in Giotto, il primo pittore «borghese»1 che ha inaugurato lo spettacolo moderno dell'arte. L'artista diventerà d'ora in poi un creatore, e quindi il prototipo del soggetto moderno, l'individuo «artefice della propria fortuna». Il processo di emancipazione del soggetto moderno, che trova in Cartesio la sua sanzione metafisica, si completa con il processo di soggettivazione dell'artista. Artista pronto, dopo la secolarizzazione e il fallimento delle utopie rivoluzionarie del Novecento, a essere sussunto dalle fantasmagorie del capitalismo semiotico.

Francesco Matarrese, Telegramma (1978)

E proprio l'artista, dal momento in cui incarna la libertà di creare, è diventato negli anni Ottanta del Novecento, con l'imporsi del nuovo paradigma organizzativo postfordista e l'affermazione del lavoro autonomo e dell'autoimprenditorialità, il modello di «capitale umano»2. Ma l'artista ha sempre solo pensato di essere libero, passando in realtà da una sottomissione all'altra. Anche se non ha un padrone diretto, l'artista è sottomesso a dei dispositivi di potere, che non solo definiscono l'ambito della sua produzione, ma gli fabbricano una soggettività. E anche il lavoro autonomo e l'autoimprenditorialità segnano in realtà una grande sconfitta. Sconfitta di quel movimento dell'autonomia operaia e di quelle soggettività che avevano praticato il rifiuto del lavoro. Sono il risvolto privato di quella sconfitta, il segno dell'incapacità e dell'impossibilità di trasformare il rifiuto del lavoro da negazione del capitale a pratica di invenzione di forme dell'agire economico collettivo.

Si tratta della strategia giocata dalla controrivoluzione neoliberalista che punta a colonizzare il cuore e l’anima e sintetizzata dalla famosa ingiunzione di Margaret Thatcher: «Arricchitevi!». La felicità degli anni Ottanta ha un cuore di panna, solo il mercato gode, translucido. Eppure non tutto è perduto, la sussunzione reale non è mai una reificazione totalizzante e nel tessuto del capitale è sempre possibile aprire brecce, produrre incidenti, resistenze e bruciature. Perché il capitale, è bene ricordarlo, non è un Moloch, ma una relazione di comando e quindi sempre una lotta tra i dispostivi di governo e assoggettamento e la cooperazione viva dei soggetti produttivi.

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Guy Debord, Abolition du travail aliéné (1963)

Ma per capire il come, è importante risalire all'origine di questa nostra domesticazione. Ed è dal cuore della modernità stessa che ci arriva una formidabile indagine su questo enigma, quel Discorso della servitù volontaria scritto nel XVI secolo da Étienne de La Boétie, manifesto clandestino di molte insubordinazioni. La tesi fondamentale di questo classico ribalta le concezioni tradizionali sul potere: l'uomo è attraversato da una libido serviendi per cui ogni potere si fonda non tanto sulla forza di chi lo esercita, ma sull'adesione volontaria di chi lo subisce. Gli uomini insomma sembrano amare le proprie catene più della loro naturale libertà. «Decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi. Non voglio che lo abbattiate o lo facciate a pezzi: soltanto, non sostenetelo più, e allora, come un grande colosso cui sia stata tolta la base, lo vedrete precitare sotto il suo peso e andare in frantumi»3. La Boétie ci invita dunque a disertare, a rompere il concatenamento della domesticazione generalizzata a cui da origine quella servitù volontaria che il neoliberalismo contemporaneo riesce a mettere straordinariamente a valore.

Ma come liberarsi dunque da questo agencement, come disertare la colonizzazione dello sguardo e del gusto e la loro domesticazione, fuggendo allo stesso tempo le false promesse del postmoderno? Perché, ricordiamolo, il postmoderno nelle sue diverse formulazioni è, avrebbe detto Michelstaedter con la sua splendida metafora, un peso agganciato al moderno e non può uscire dal gancio, poiché «quant'è peso pende e quanto pende dipende». Pensiamo qui al postmoderno filosofico italiano e al neomaniersimo della Transavanguardia, anamorfosi del moderno, raffinate ideologie scettiche e logiche culturali del neoliberalismo, in quanto «parodie dello sguardo critico e insieme consumata abilità a godere dei privilegi della restaurazione»4.

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Giuseppe Chiari, L'arte sarà di tutti (1978)

Un'indicazione suggestiva ci viene da un'antica parola ebraica, tzimtzum, che significa ritrazione o contrazione, e sta a indicare l'atto d'amore con cui Dio, al momento della creazione, si è ritirato per far posto al mondo. Ecco, allo stesso modo l'artista, con un atto d'amore, dovrà ritirarsi e rifiutare la sua identità, sottrarsi a quella gestione del proprio io che gli ha dato l'illusione di essere libero, per potersi finalmente metamorfizzare. Allo stesso modo, dovremo complessivamente ritirarci da questo mondo in cui domina il capitale, dovremo praticare la diserzione a cui ci invita La Boétie, seguire ostinatamente il rifiuto di Bartleby, ma allo stesso tempo dovremo essere in grado di andare più in là della sola sottrazione, dovremo essere capaci fin da subito «di spedire pattuglie in territorio ignoto, per osservare e sabotare, ma soprattutto per sperimentare e ricostruire»5.

Sperimentare e ricostruire un tempo e uno spazio che restituiscano l'opera alla sua dimensione collettiva. Nel tempo e nello spazio della post-arte, l'opera non potrà che essere di tutti e per tutti come costruzione di uno spazio e di un tempo comuni dell'abitare. Il tempo e lo spazio della post-arte potranno ricordare forse quelli dell'Europa attraversata dai costruttori di cattedrali. Senza più alcuna trascendenza però, la post-arte esprimerà invece l'immanenza assoluta della comunità umana.

Questo articolo è stato scritto in occasione di BANLIEUSART: L’arte incontra i movimenti la giornata organizzata dal MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove per oggi 16 maggio.
Qui il programma completo.

  1. Jean Gimpel, Contre l'art et les artistes, Seuil 1968 []
  2. Maurizio Lazzarato, Marcel Duchamp e il rifiuto del lavoro, edizioni temporale 2014 []
  3. Étienne de La Boétie, Discorso della servitù volontaria, Feltrinelli 2014 []
  4. Bernard Rosenthal, Autopsia della storia, La Salamandra 1979 []
  5. Antonio Negri, Neuf lettres sur l'art, Fayard 2009 []