Come rovesciare il mondo ad arte

Oggi un alfapiù speciale: due interventi di Ilaria Bussoni e Nicolas Martino su come rovesciare il mondo ad arte **

LA SCENA OPEROSA DELL'ARTE
Ilaria Bussoni

È di prassi che il catalogo di una mostra d’arte sia pubblicato in concomitanza al suo allestimento, più raro è che il catalogo, traccia di quel filo unitario visivo e sensibile del «discorso» dei curatori, prenda il posto della mostra stessa. È ciò che accade ad Exploit. Come rovesciare il mondo ad arte. D-Istruzioni per l’uso, a cura di Giorgio De Finis, Fabio Benincasa e Andrea Facchi (Bordeaux edizioni, 2015).
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POTENZA E VELOCITÀ DELL'INVENZIONE
Nicolas Martino

All'artista come al pugile insomma appartengono l'improvvisazione e l'innovazione, mai la conservazione, mentre la ripetizione del rito – rito della performance linguistica in cui consistono un incontro di boxe e un'opera d'arte, è sempre una ripetizione differente.
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Come rovesciare il mondo ad arte
«Exploit. Come rovesciare il mondo ad arte» verrà presentanto insieme a «Forza tutt*. La barricata dell'arte» oggi giovedì 2 luglio alle ore 17.30 al Macro - Museo d'arte contemporanea di Roma (via Nizza 138). Due progetti collettivi presentati in modo corale, gli artisti del MAAM a confronto per discutere sulle possibilità dell’arte di immaginare e realizzare l’Altrove. Coordinano: Carla Subrizi, Giorgio de Finis, Fabio Benincasa. Con una videotestimonianza di Michelangelo Pistoletto.

Potenza e velocità dell’invenzione

Nicolas Martino *

«Il drammatico silenzio messo in scena sul ring è il silenzio della natura prima dell'uomo, prima del linguaggio, quando solo l'essere fisico era Dio». Queste parole della scrittrice americana Joyce Carol Oates, riprese dai suoi scritti sulla boxe da poco ripubblicati1, ci permettono di entrare subito nel cuore della questione: l'intimo rapporto che esiste tra la l'arte e la boxe, non solo perché la boxe è ovviamente un'arte (nobile) e l'arte è una lotta, un rapporto agonistico tra l'artista e l'esistente. Ma anche perché entrambe sono arti antichissime, hanno a che vedere con la natura profonda e primordiale dell'essere umano.

Di Lascaux e dell'arte rupestre già sappiamo, ne ha scritto, mirabilmente, un autentico fuoriclasse italiano, il poeta Emilio Villa, lottatore senza pari contro la schiavitù della lingua – quella ytalyana prima di tutto – e contro le modeste consorterie dell'industria culturale, dallo stile inconfondibile come ogni grande campione2. A restituire la potenza contemporanea del primordiale anche il visionario Werner Herzog che, nella sua lotta senza fine contro le immagini consumate, nella grotta Chauvet ha girato uno straordinario documentario3.

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Micheal Halsband, Andy Warhol vs Jean-Michel Basquiat, Tony Shafrazy Gallery 1985.

Quanto al pugilato - è ancora Oates che ci viene in soccorso - le sue origini sono prettamente greche: «Secondo la tradizione un sovrano di nome Teseo (900 a.C. circa) si divertiva allo spettacolo di una coppia di lottatori che, seduti uno di fronte all'altro si pestavano a morte a suon di pugni. Si passò quindi ai pugili che combattevano in piedi e si fasciavano i pugni con strisce di cuoio. Poi con strisce di cuoio coperte di borchie di metallo appuntite – il caestus. Una specie di ring, forse circolare, diventò lo spazio neutro dove un pugile ferito poteva momentaneamente ritirarsi. Quando cominciarono a praticarlo i romani, questo sport divenne popolarissimo […]. Comprovando nella pubblica arena la mortalità cruenta di altri uomini, decretavano per sé stessi, come sempre fanno i campioni, una sorta di immortalità»4.

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Marco Cingolani, Rocky Marciano e Joe Louis, 2014.

E ancora, il «terribile» silenzio di cui si diceva all'inizio, quello del ring, non è forse lo stesso che avvolge l'artista prima dell'opera, prima di iniziare a combattere contro la lingua esistente per crearne una nuova? L'arte è infatti essenzialmente invenzione linguistica, il regno dell'artista è il linguaggio, e nell'arte, proprio come nella boxe, è tutta una questione di stile. Ma anche nel pugilato ogni movimento del corpo, ogni colpo, è linguaggio. E, per insistere ancora sulla coessenzialità di arte e boxe, come il pugile deve essere in grado di pensare su due piedi, deve improvvisare a metà incontro per spiazzare l'avversario, così anche l'artista deve essere sempre capace di un'invenzione spregiudicata che alteri le regole del gioco.

All'artista come al pugile insomma appartengono l'improvvisazione e l'innovazione, mai la conservazione, mentre la ripetizione del rito – rito della performance linguistica in cui consistono un incontro di boxe e un'opera d'arte, è sempre una ripetizione differente. E, ancora, non è un caso forse che una delle immagini più famose di due campioni dell'arte del secondo Novecento, Andy Warhol e Jean-Michel Basquiat, sia quella di un poster - realizzato nel 1985 in occasione di una mostra alla Tony Shafrazi Gallery di New York - che ritrae i due artisti in tenuta da pugili e pronti all'incontro sul ring dell'arte. L'arte, ci dice questa immagine, è un incontro di boxe, un conflitto di linguaggi e di stili.

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Andy Warhol e Joseph Beuys insieme a Lucio Amelio durante la conferenza stampa dello storico incontro organizzato a Napoli nel 1980.

E come dimenticare lo storico match Warhol vs Beuys che si tenne a Napoli grazie al sapiente lavoro dell'«aquila vesuviana», come lo aveva ribattezzato ABO, il geniale gallerista Lucio Amelio: il 1 aprile del 1980 a piazza dei Martiri cinquemila persone, dentro e fuori la galleria, assistono all'incontro che chiude il secolo della modernità aperto da Pablo Picasso e Marcel Duchamp. La pop seriale americana vs la sperimentazione politica e sociale europea, la potenza del «bombardiere» Rocky Marciano vs la velocità di Muhammad Alì che danzava spavaldo sul ring5. Infine, nella seconda metà degli anni Settanta, sulla soglia estrema della modernità, sarà un altro artista, Francesco Matarrese, a reimpostare l'arte come lotta: la lotta ora fa un salto, e con il rifiuto del lavoro astratto in arte diventa soprattutto lotta contro se stessi6, e interrogazione «politica» sullo statuto della parola e della scena dell'arte, come sottolinea Ilaria Bussoni nel suo intervento.

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Danilo Correale, The Game, 2013.

Ma per ritrovare questo rapporto, nella sua essenza più intima e più vera, primordiale come si diceva all'inizio, occorre tornare alla Bibbia e in particolare alle straordinarie pagine di quel romanzo poetico che è il Libro di Giobbe, tra i testi sacri uno dei più antichi. Chi è Giobbe? A pensarci bene Giobbe è, anche lui, un pugile. La sua lotta, terribile, è contro un avversario incommensurabile, ma Giobbe è anche un artista che risponde all'incommensurabilità della sua sofferenza, al dolore del corpo a corpo combattuto in solitudine con Dio, alla dismisura che costituisce il mondo, con la passione e la potenza della creazione, con la sovversione delle forme esistenti e l'innovazione, la creazione di un mondo nuovo. Il pugile e l'artista si ritrovano uniti in Giobbe, il pugile non può che farsi artista e l'artista non può che essere un pugile. Entrambi combattono nudi, la loro verità è solo quella delle mani, la verità dell'arte e della lotta.

A Giobbe quindi, all'artista e al pugile, come a noi tutti oggi, è data la possibilità di creare un mondo nuovo. È sempre e soltanto con la lotta e l'invenzione che si costituiscono nuovi brani dell'essere, muovendosi con gioia aldilà di ogni misura, ora che il nostro mondo di misure non ne ha più. Occorre farlo come ci hanno insegnato Rocky Marciano e Muhammad Ali: tenaci e a testa bassa, ma anche leggeri come una farfalla e pungenti come un'ape.

* Questo testo - originariamente pensato per Exploit - è ispirato alla manifestazione «arte e boxe» che da alcuni anni si svolge in un comune delle colline abruzzesi noto per essere il paese d'origine di Rocky Marciano, imbattuto campione mondiale dei pesi massimi, e di Rocky Mattioli campione mondiale dei superwelter. A Ripa Teatina, l'antico Castrum Teate, già patria dei Marrucini, si svolge ogni anno un premio a loro dedicato .
  1. Joyce Carol Oates, Sulla boxe, 66thand2nd 2015, p. 63. []
  2. Cfr. Emilio Villa, L'arte dell'uomo primordiale, Abscondita 2005. []
  3. Cave of Forgotten Dreams di Werner Herzog, 2010. []
  4. Joyce Carol Oates, op. cit., p. 45. []
  5. Quello storico match si concluse con una festa al City Hall Café e lo spettacolo queer di Leopoldo Mastelloni. Per una ricostruzione di questa vicenda e del rapporto Warhol-Beuys e Lucio Amelio, si veda: Warhol Beuys. Omaggio a Lucio Amelio, a cura di Michele Bonuomo, Mazzotta, 2007. In generale su Lucio Amelio si veda, a cura di Achille Bonito Oliva e Eduardo Cicelyn, Omaggio a Lucio Amelio, Skira, 2004. A Lucio Amelio è stata recentemente dedicata una mostra al Museo Madre di Napoli. A differenza di Warhol e Beuys, Marciano e Alì non si incontrarono mai sul ring, se non in un match simulato al computer nel 1969. []
  6. Cfr. Francesco Matarrese, Greenberg and Tronti. Being Really Outside? Hatje Cantz Publishers, 2012. []

Dopo il Leviatano

Nicolas Martino

«The horror! The horror!» Le ultime parole pronunciate da Kurtz nello straordinario romanzo di Joseph Conrad svelano inequivocabilmente il «cuore di tenebra» della cultura occidentale che è al centro della ricerca filosofica e politica di Giacomo Marramao (come si dispiega in questo volume del 1995, ora ripensato e assai ampliato): la logica dell’identità e della reductio ad unum. Una logica intorno alla quale si è organizzata una Modernità che attraverso l’ordine Sovrano ha creato il Pubblico e il Privato, il Popolo e l’Individuo, lo Stato e l’Identità, maledicendo la moltitudine della «differenza».

Una ricerca tesa a restituire la profondità di campo del Moderno, a dispetto di tutte le retoriche postmoderne del dissolvimento e oltrepassamento della modernità. Distante dall’abbandono «debolista» alla deriva dell’esistente, ma anche da quelle posizioni che leggono la modernità come progetto incompiuto da rilanciare attraverso un paradigma comunicativo-consensuale, e sempre attenta a bypassare gli idola del postmoderno come quelli della modernità. Già, perché la condizione postmoderna si rivela ben poco radicale, soggiacendo in realtà alla condizione moderna, tanto che, avrebbe detto Michelstaedter, «non può uscire dal gancio, poiché quant’è peso pende e quanto pende dipende».

Ecco quindi che il «futurismo» del Progetto moderno e il «presentismo» dell’Antiprogetto postmoderno si rivelano essere i due lati dello stesso processo moderno di temporalizzazione della «catena dell’Essere», e il multiculturalismo dei «ghetti contigui», delle differenze che rivendicano la loro specificità rapportandosi le une alle altre come «monadi senza porte né finestre», riproduce e moltiplica in sedicesimo la stessa logica identitaria moderna. Colonizzazione del futuro ed eternizzazione del presente, individuo e comunità, si rapportano l’un l’altro come in un gioco di specchi o double bind.

Ecco perché, ora che siamo oltre la soglia dello Stato-Leviatano, e la Modernità si è trasformata in una Modernità-Mondo, risultano sterili e retorici i superamenti e i rovesciamenti. Bisogna invece lavorare a uno spostamento laterale, e dall’interno stesso della ipermodernità aprire la breccia all’universalismo della differenza (al singolare): una sintesi disgiuntiva distinta «per un verso dall’universalismo dell’identità di stampo illuministico, per l’altro dall’antiuniversalismo delle differenze di stampo multiculturalista».

Questa la proposta avanzata dopo una densa e poderosa analisi della patogenesi del Moderno che attraversa, tra gli altri, Schmitt e Foucault, Weber e la Scuola di Francoforte, gli austromarxisti e i politologi e giuristi weimariani, compresa una preziosa rilettura dell’opera di Borkenau, La transizione dall’immagine feudale all’immagine borghese del mondo (1934) e della polemica che oppose Borkenau e Grossmann intorno al problema dei rapporti fra struttura sociale e sovrastrutture filosofiche. Tanto più affascinante oggi quando ci troviamo ad attraversare un’altra transizione.

Per chiudere, un’ultima osservazione: Marramao giustamente sottolinea come a differenza delle rivoluzioni moderne, che ponevano al primo posto il cambiamento delle strutture, ora è invece necessario spostare l’attenzione sulla costituzione dei soggetti. E in questo senso risulterebbe particolarmente produttivo indagare la natura paradossale di quella jouissance (Lacan) che assoggetta il corpo immettendolo in un movimento interminabile di ricerca del godimento. Si tratta della strategia giocata dalla controrivoluzione neoliberista degli anni Ottanta, che puntava a colonizzare il cuore e l’anima, sintetizzata dalla famosa ingiunzione di Margaret Thatcher: «Arricchitevi!»

Dunque la trasformazione non potrà che prodursi nella capacità dei soggetti di sottrarsi a una enigmatica servitù volontaria, per cui si combatte ormai per la propria servitù come se si trattasse della propria libertà. Lo spazio di questa scommessa potrebbe essere proprio l’Europa, se questa si costruirà come spazio comune di «costituzione dei soggetti collettivi del cambiamento» e, aggiungiamo, come spazio poststatuale rigenerato dalla lezione di Machiavelli e quindi attraversato dai tumulti del comune.

Proprio alla questione dello spazio, e del suo rapporto con il tempo, o meglio allo spatial turn, è dedicato l’ultimo, importante, capitolo del libro, in parte anticipato in un articolo apparso sul numero 30 di alfabeta2.

Giacomo Marramao
Dopo il Leviatano. Individuo e comunità
Bollati Boringhieri (2013), pp. 480
€ 26,00

Dal numero 34 di alfabeta2 in edicola e in libreria in questi giorni

Il 15M è ancora vivo?

Montserrat Galcerán (Fundación de los comunes)*

Dopo aver fatto la sua comparsa nel maggio del 2011, il 15M spagnolo si è affermato come nuovo soggetto nell'agitato panorama politico contemporaneo. Oggi, dopo oltre due anni di mobilitazioni e di lotte, continua a porci degli interrogativi.

Il 15M è ancora vivo?
Una delle prime domande, e tra le più frequenti, che viene posta agli attivisti del 15M è se il movimento esiste ancora. La risposta è decisamente affermativa: Il 15M è vivissimo, e come tutto ciò che è vivo si trasforma e cambia. Ora non ci sono più le acampadas nelle piazze, il 15M non è più la notizia principale sui giornali e in TV, però continuano a esistere un'infinità di assemblee nei quartieri e nelle città, decine di collettivi e associazioni come la PAH (Piattaforma delle vittime dei mutui ipotecari), o il collettivo delle vittime degli investimenti in azioni preferenziali (ad altissimo rischio), continuano a esserci lezioni universitarie in strada e moltissime altre iniziative. Continuano anche le assemblee pubbliche nelle piazze con una notevole affluenza di pubblico e dibattiti molto partecipati.

A seguito del 15M sono sorte le mareas, mobilitazioni di cittadini e lavoratori di quei settori maggiormente colpiti dai tagli, come l'educazione (marea verde), la sanità (marea blanca) o i funzionari della giustizia (marea negra). Le mareas costituiscono un'innovazione rispetto al sindacalismo tradizionale perché rompono con il corporativismo dei lavoratori di quei settori, come per esempio i professori e i medici, e danno vita a un movimento più ampio che vede la partecipazione sia dei lavoratori di quel particolare settore, sia di numerosi utenti del servizio. Così, per esempio, l'ampia mobilitazione che si è prodotta intorno al mondo della scuola, da un lato ha sostenuto le occupazioni e dall'altro ha fatto sì che il conflitto si estendesse anche ai quartieri intorno alle scuole. Qualcosa di simile è accaduto con la sanità. Insomma, anche se ha perso visibilità, il movimento in realtà continua a essere vivo e a muoversi sul territorio come un enorme millepiedi, lentamente ma senza fermarsi.

Chi c'è dietro il 15M?
La mentalità paranoica e cospirazionista del potere ha contagiato anche i giornali che non smettono di chiedersi chi ci sia dietro al 15M. La nostra risposta è molto semplice: tutti e nessuno. Dietro al movimento, a dare una mano e a farlo crescere ci siamo tutti/e e nessuno in particolare. Secondo le statistiche circa il 70-80% della popolazione è a favore del 15M o simpatizza comunque con il movimento. Questo non significa che tutte queste persone partecipino attivamente, significa però che tutte queste persone hanno comunque partecipato almeno qualche volta, sono d'accordo con le rivendicazioni del movimento al quale guardano con simpatia, hanno firmato delle petizioni, hanno partecipato a un'assemblea e si sono interessate ai problemi che lì sono emersi e/o hanno fatto sentire la loro voce intorno alle questioni dalle quali sino sono sentite più direttamente coinvolte.

In generale possiamo dire che il 15M è un gigantesco movimento nato in risposta a tutti quei provvedimenti di austerità economica suicidi messi in campo dal governo e dalle autorità europee, a quelle politiche che la popolazione ha deciso di smettere di subire passivamente iniziando a contestarle pubblicamente. Un ruolo fondamentale lo svolgono tutte quelle centinaia di persone che assicurano il funzionamento della logistica e della comunicazione, che preparano gli incontri a poi redigono i verbali e che profondono le loro energie per assicurare continuità al movimento.

Ma visto che in ogni assemblea si decide sempre di nuovo chi deve redigere il verbale, chi deve moderare o animare, è sempre possibile che si aggiungano nuove persone, e che altre al contrario si sgancino. È proprio questo rinnovamento continuo ad assicurare la persistenza del movimento. È davvero raro incontrare le stesse persone negli stessi posti: trovi sempre persone nuove, c'è sempre qualche sconosciuto che ha deciso di riscoprire un ruolo più attivo in un continuo processo di politicizzazione. D'altra parte è anche vero che continuano a esistere vari gruppi e collettivi politici strutturati in maniera stabile e che partecipano al 15M, ma lo fanno allo stesso livello di chiunque altro e senza nessuna prerogativa particolare.

Quand'è che il 15M si trasformerà in un partito politico?
Questo nuovo modo di fare politica disorienta tutti quelli che riducono la politica a un gioco istituzionale, e ritengono che gli unici soggetti politici legittimi siano i partiti. Secondo loro un movimento sociale come il 15M dovrebbe trasformasi in un partito politico e presentarsi alle elezioni. A questa richiesta di trasformazione la risposta è sempre negativa: noi non ci trasformeremo in un partito politico e se dovesse emergere qualche candidatura vicina al 15M, questa dovrà preservare il modo di agire particolare che stiamo inventando.

Questo significa respingere quella distinzione secondo la quale i movimenti, in quanto spazi di incontro e mobilitazione, avrebbero solo la capacità di far emergere le problematiche che interessano la popolazione, mentre i partiti politici, in quanto detentori di un saper-fare particolare, sarebbero gli unici in grado di produrre soluzioni efficaci nel quadro delle loro ideologie. Questo modo di pensare, benché sia ancora diffuso, sta perdendo terreno giorno per giorno.

Un esempio in questo senso ce lo offre la Piattaforma delle vittime dei mutui ipotecari. Questa piattaforma è stata capace non solo di mettere in campo una resistenza efficace, come testimonia il fatto che centinaia di sfratti sono stati bloccati, ma è stata in grado di sviluppare tutta una serie di misure per risolvere, almeno parzialmente, l'emergenza, come la dazione in pagamento e l'affitto sociale. Queste misure sono il risultato di uno studio approfondito della legislazione e di una pratica continua di negoziazione con le banche. Si aggiunga a questo la preparazione di una proposta di legge d'iniziativa popolare per gli ipotecati che ha raccolto un milione e mezzo di firme (la soglia minima è di 500.000), molto più realista ed efficace della legge promulgata dal governo.

Questo è solo un esempio che dimostra come sia sbagliato pensare che i politici siano i custodi di una serie di saperi tecnici che gli permetterebbero di trovare soluzioni adeguate ai problemi dei cittadini, saperi dei quali noi saremmo invece carenti e che richiederebbero un impegno particolare a tempo pieno da ricompensare con privilegi economici e sociali. Al contrario, siamo proprio noi cittadini, pressati da tutti i nostri problemi, che collettivamente siamo in grado di trovare soluzioni nuove e inedite a molti problemi, proprio perché sappiamo anteporre agli interessi di una minoranza predatoria, gli interessi delle moltitudini. Senza dubbio è necessario mettere in campo un certo tipo di saperi, ma possiamo contare su un numero più che sufficiente di specialisti e professionisti: dalla nostra parte abbiamo avvocati, giuristi, ricercatori sociali, urbanisti, banchieri, economisti, esperti di mass media... Tutte queste persone padroneggiano una serie di saperi specifici adatti ad analizzare adeguatamente le varie situazioni e a proporre soluzioni adeguate. Basta mettercisi d'impegno.

Non abbiamo davvero bisogno dei politici di professione, e non dobbiamo neanche pensare di trasformare noi stessi in politici tradizionali. Piuttosto quello che vogliamo è riappropriarci della politica impegnandoci a controllare da vicino quei pochi politici di professione ai quali magari possiamo pensare di affidare alcuni compiti particolari. Ma il potere rimane a noi perché la sua fonte siamo noi, non loro. Se decideremo di presentarci alle elezioni, siano esse politiche o amministrative, dovremo farlo con liste aperte, decise in assemblee pubbliche, con opzioni specifiche per i diversi problemi e l'accordo di favorire quanto più possibile la democrazia diretta e partecipativa, riducendo contemporaneamente i vantaggi e privilegi della politica rappresentativa.

Movimento-rete. Il virtuale in azione
Uno degli elementi più importanti nel nuovo paesaggio politico a cui ha dato vita il 15M è il ruolo fondamentale svolto dai social network: Facebook, Twitter, N-1, Youtube, i siti web, la viralità delle informazioni, la velocità dei contatti, è questo l'ambiente naturale del movimento. Le notizie viaggiano a una velocità tale per cui tutti possono essere informati puntualmente ed entrare in contatto reciprocamente. Ma la rete funziona anche come archivio: si conservano i documenti prodotti delle assemblee, si tiene memoria delle decisioni che sono state prese, delle questioni discusse, degli accordi e dei dissensi. E sulla rete prendono forma le nuove linee del dibattito ed emergono i nuovo problemi da discutere.

Senza dubbio questo nuovo modo di fare politica in rete è ancora gli inizi e molte delle sue potenzialità ci sono sconosciute. Riuscirà, per esempio, il Partito X (partidodelfuturo.net), un partito nato sulla rete e nel movimento, ad affermarsi ulteriormente e a guadagnare credibilità? Anche Democracia Real Ya (DRY) è un movimento nato sulla rete, ma sarà possibile inventare nuove congiunzioni politiche attraverso la rete? Possiamo dire quali sono i limiti di queste nuove forme politiche? In questo ambito tutto rimane ancora da inventare, ma stiamo progressivamente passando da un utilizzo della rete come spazio di comunicazione e interconnessione, all'affermazione di tutte le potenzialità proprie della rete per dare vita a una nuova politica.

Potere e politica: la gestione comune dei problemi comuni
Noi diciamo, forse con un po' di presunzione, che stiamo reinventando la politica. E questo perché noi non intendiamo la politica come la gestione da parte di alcuni dei problemi che interessano gli altri, ma la intendiamo come la gestione comune dei problemi comuni.

Il capitalismo trionfante ci ha fatto perdere qualsiasi nozione del carattere comune di molti dei problemi che viviamo, e di come sia necessario creare un ambito comune per poterli risolvere. Nessuno può fare niente da solo contro uno sfratto, un licenziamento, i tagli alla sanità e all'istruzione pubblica. L'individuo, se isolato, è condannato all'impotenza. Ma noi diciamo che juntos sí podemos. Per potere bisogna riunirsi e comunicare, creare comunità e scoprire come possiamo, grazie al nostro numero e alla nostra intelligenza, cortocircuitare il potere dei nostri avversari che, asserragliati negli spazi della rappresentanza, inventano ogni giorno nuovi espedienti per convincerci della nostra impotenza. La democrazia reale consiste proprio in questo: trovare il modo di far crescere il potere collettivo del 99%. Solo così possiamo vincere.

Traduzione di Nicolas Martino

* Montserrat Galcerán (Barcellona, 1946), filosofa e militante, insegna all'Università Complutense di Madrid. Tra le sue ultime pubblicazioni Deseo y libertad (Traficantes de Sueños, 2009) e Spinoza contemporaneo (Tierradenadie, 2009)

Buon Natale!

Juan Domingo Sánchez Estop

Molto prima che il cristianesimo diventasse la religione ufficiale dell'impero romano, le date che oggi corrispondono al Natale erano quelle di una delle più importanti feste romane: i Saturnali. I Saturnali celebravano la fine del lavoro nei campi e il riposo invernale dei contadini. In questi giorni gli schiavi godevano di una relativa libertà e si celebrava anche la fine dei giorni più corti dell'anno, l'inizio di un nuovo ciclo. Il cristianesimo recuperò queste date e in particolare quella del 25 dicembre (giorno del Sol Invictus o di Helios secondo il culto mitraico) per festeggiare la nascita di Gesù. Il cristianesimo quindi situò la nascita di Gesù negli stessi giorni in cui gli schiavi potevano godere di una certa libertà e sperare in una liberazione definitiva simboleggiata dal berretto frigio del dio Mitra.

La chiesa celebra in questi giorni la nascita di un uomo restio a farsi assimilare da qualsiasi potere. L'insegnamento del Nazareno, che riprende alla lettera il messaggio rivoluzionario dei profeti, stona in effetti con un'istituzione convertitasi molto presto in un centro di potere a giustificazione di tutti i poteri terreni e di ogni sfruttamento. Sorprende che si predichi il vangelo all'interno di un'istituzione di questo tipo, così come stupisce la pubblicazione di Stato e Rivoluzione di Lenin nell'URSS di Stalin. In tutte e due i casi un messaggio contrario all'ordine esistente finisce per essere neutralizzato dalla sua ripetizione rituale all'interno delle liturgie ufficiali.

Vale la pena allora fare uno sforzo per riscoprire l'autentico messaggio di Gesù – e quello di Lenin – al di là delle mistificazioni. Gesù non è il predicatore di un'obbedienza basata sul terrore, predica invece un'obbedienza libera basata sulla speranza o sulla ragione. E non predica un'obbedienza cieca, ma un'obbedienza alla legge che coincide con la giustizia e la carità. Il messaggio messianico di Cristo - che la Chiesa ha dimenticato - vuole fondare l'obbedienza alla legge su una preliminare assunzione della dimensione del comune. Nessuno prima di Louis Blanc e del Marx della Critica al programma di Gotha aveva detto con tanta chiarezza in cosa potesse consistere una società in cui l'accesso alla ricchezza fosse separata dalla proprietà e dal lavoro, una società comunista. L'idea di «carità» («gratuità»: charis in greco è la grazia, ed è propria della grazia la gratuità) coincide esattamente con un accesso ai beni di questo mondo indipendentemente dai titoli giuridici di proprietà e dalla subordinazione a un ordine del lavoro:

Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?

Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena [Matteo, 6:25]

Gesù chiama a condividere, ad abbandonare la proprietà, a non preoccuparsi per l'economia e a credere piuttosto nella libera capacità produttiva del comune e della comunità: Vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi [Luca, 18:22]

Andy Warhol, The Last Supper (1986)
Andy Warhol, The Last Supper (1986)

In termini moderni si direbbe: Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. I veri discepoli del figlio del falegname non sono i grandi prelati né i potenti, ma i comunisti e gli atei. I comunisti in quanto difensori non degli orrori del socialismo di Stato, ma del regime del comune fondato sulla giustizia e la carità , ovvero una giustizia fondata non sulla proprietà ma sul libero accesso al comune.

E gli atei dicevamo, ma anche in questo caso gli atei veri, quindi non quelli che difendono un'atroce religione della Storia, dello Stato o qualsiasi altro incubo. I veri atei sono quelli che non credono nella provvidenza, né in un ordine dell'Universo, ma nella gratuità e nell'aleatorietà della storia e della natura, nella fondamentale aleatorietà del necessario. Tra questi atei della grazia ci sono naturalmente, insieme ai materialisti che rifiutano il principio di ragion sufficiente, i cristiani che propugnano insieme ai teologi della liberazione una «teologia dei predicati» che afferma non che «Dio è amore», ma che «l'amore è Dio», che il figlio dell'uomo è Dio, e che fuori dalla comunità degli uomini, fuori dal regno di questo mondo, non c'è nessun Dio.

Non lasciamo il Natale in mano a quelli che hanno crocifisso Gesù, ai prelati e ai potenti, a quelli che rubano ai poveri. Il Natale non appartiene a loro, ma all'unica comunità in cui credette Gesù, all'unico popolo di Dio che a sua volta è Dio stesso, non il Dio Unico perché la sua divinità è intrinsecamente molteplice ed è l'unica che merita di essere chiamata Dio. Dentro e contro una tradizione cristiana degenerata e corrotta dal potere, festeggiamo la nascita di un grande protagonista della libertà comunista e atea: Gesù di Nazaret.
Buon Natale!

Traduzione di Nicolas Martino

La differenza dell’operaismo

Nicolas Martino

Gli anni dei Novissimi e del romanzo sperimentale, di Laborintus II di Luciano Berio e La fabbrica illuminata di Luigi Nono, dei monocromi e del No di Mario Schifano, dei Bachi da setola e del Mare di Pino Pascali, sono anche gli anni delle rivoluzioni copernicane e dei nuovi prototipi mentali in ambito politico.

«Abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. È un grave errore. Occorre rovesciare il problema, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia». In questo celebre passaggio di Lenin in Inghilterra, l'editoriale di Mario Tronti sul primo numero di «Classe Operaia» (gennaio 1964), è contenuto il senso e la novità dell'operaismo italiano degli anni Sessanta. Operaismo che, dice ancora Tronti, «comincia con la nascita di Quaderni Rossi e finisce con la morte di Classe Operaia».

Questa rottura degli anni Sessanta conosce due, o meglio tre, importanti anticipazioni a metà degli anni Cinquanta: 1. Le inchieste sulle classi subalterne condotte nelle «Indie di quaggiù» da Ernesto De Martino, Danilo Dolci e Franco Cagnetta. E tra queste, quella di Cagnetta in Barbagia si segnalava per un'impostazione che, rompendo con il populismo neorealista e mettendo in campo la metodologia della storia orale, voleva già essere conoscenza che trasforma. Nel 1960 con Milano, Corea Danilo Montaldi, intellettuale e militante vicino a «Socialisme ou Barbarie», insieme a Franco Alasia avrebbe portato l'inchiesta nella metropoli. 2. Il magistero di Galvano Della Volpe che, rompendo con lo storicismo idealista del marxismo ufficiale italiano, svelava il carattere essenzialmente mistico e romantico della logica hegeliana e delle sue ipostasi, per proporre un marxismo piantato sul metodo sperimentale del circolo concreto-astratto-concreto. Aristotele contro Platone dunque, e la triade De Sanctis, Croce, Gramsci della via togliattiana al socialismo veniva mandata in soffitta. 3. L'approccio fenomenologico alla soggettività promosso da Enzo Paci.

Mario Schifano, No
Mario Schifano, No (1960)

Il 1961 è l'anno di fondazione dei «Quaderni Rossi». Impegnata nell'analisi dello sviluppo capitalistico nel dopoguerra, la rivista promossa da Raniero Panzieri individua la «composizione di classe» del neocapitalismo italiano in quell'operaio massa protagonista della rivolta di Piazza Statuto - espressione potente dell'autonomia operaia nella città - e indomabile protagonista delle lotte narrate in Vogliamo tutto di Nanni Balestrini1. I «Quaderni Rossi» portano l'inchiesta in fabbrica - nel cuore del processo produttivo - dove Romano Alquati sviluppa la conricerca, l'inchiesta come conoscenza che trasforma, e Raniero Panzieri lavora sull'estraneità operaia rispetto alle forme politiche che lo sviluppo si da. Estraneità perché la classe operaia non è per il progresso, ma per la rottura, per la «costruzione di una razionalità radicalmente nuova e contrapposta alla razionalità praticata dal capitalismo».

Nel 1964 con «Classe Operaia» si compie la rivoluzione copernicana di cui dicevamo all'inizio: il principio è la lotta di classe operaia. Ovvero, solo la lotta incessante tra operai e capitale spiega i movimenti del capitale, quindi la classe operaia è il motore dello sviluppo, è condizione del capitale. La classe operaia è il segreto del capitalismo. Il soggetto è la classe operaia e non il popolo, il luogo è la fabbrica e non la società civile. Il rifiuto del lavoro smonta la retorica lavorista, la rottura con il togliattismo è radicale. La rottura è anche con il terzomondismo di allora, perché «laddove più potente è il dominio del capitale, là si insinua più profondamente la minaccia operaia» e quindi la catena si spezzerà non dove il capitale è più debole, ma dove la classe operaia è più forte.

E ancora, altro rovesciamento rispetto alla visione terzinternazionalista, la classe operaia contiene gli elementi della strategia nella materialità autonoma della sua composizione, mentre il partito detiene il ruolo tattico, della mediazione politica. Ecco quindi che la lotta per il salario è immediatamente politica, il salario è strumento politico di attacco e di redistribuzione radicale della ricchezza sociale. Per la strategia del rifiuto operaio2, la questione del tempo è quella intorno a cui si gioca la partita fondamentale della lotta dentro e contro il capitale.

Pino Pascali, Mare + fulmine (1966) galleria L'Attico
Pino Pascali, Mare + fulmine (1966) galleria L'Attico

Eccola dunque la novità dell'operaismo italiano, un marxismo della differenza e antidialettico che smaschera l'universalismo borghese, alleato in questo del pensiero femminista in rivolta contro il dominio patriarcale. Scissione e parzialità, nessuna Aufhebung possibile, anzi Sputiamo su Hegel avrebbe detto Carla Lonzi. È il marxismo della rude razza pagana, in rottura con il populismo proprio come Scrittori e popolo di Alberto Asor Rosa pubblicato nel 1965. Operai e capitale di Mario Tronti esce nel 1966*, ed è l'opera che esprime al meglio la differenza del marxismo italiano, tanto che, parafrasando Mario Schifano, si potrebbe dire che gli anni Sessanta sono Operai e capitale. Ma, è bene sottolinearlo, Operai e capitale è un'opera collettiva, nasce nelle lotte e dalle lotte, e dal lavoro collettivo dei «Quaderni Rossi» e di «Classe Operaia».

Su «Contropiano», nel biennio '68-'69, si consumerà un'altra rottura intorno al problema organizzativo, quello del partito, e dopo il '68 l'eredità operaista verrà raccolta dalle teorizzazioni di Tronti sull'«autonomia del politico», e di Antonio Negri sull'«autonomia operaia». E ancora da «Primo Maggio», la rivista di storia militante promossa da Sergio Bologna, e dal lavoro di Massimo Cacciari che introdurrà nel dibattito culturale italiano i temi del cosiddetto pensiero negativo.

Ancora oggi quella rivoluzione copernicana, tra salti e rotture, continua a fabbricare prototipi mentali intorno ai quali lavora il pensiero internazionale più audace e radicale. Grandeur de Tronti.

*Operai e capitale è stato appena ripubblicato dalla casa editrice DeriveApprodi

Da alfa63 lo speciale in edicola e in libreria insieme al numero 33 di alfabeta2

  1. Nel 1962 esce per Rizzoli La vita agra di Luciano Bianciardi, un romanzo che anticipa la natura e le caratteristiche del lavoro postfordista: il protagonista qui non è l'operaio massa, come in Vogliamo tutto, ma l'intellettuale impiegato nell'industria culturale, un operaio delle fabbriche dell'anima, antenato arrabbiato degli attuali lavoratori della conoscenza. []
  2. La strategia del rifiuto, così come tematizzata in Operai e capitale, è stata sviluppata in ambito artistico da Francesco Matarrese con il suo rifiuto del lavoro astratto in arte. Le sue non-opere, realizzate in collaborazione con Mario Tronti, sono state presentate a dOCUMENTA (13) di Kassel. []

Elogio materialista di papa Francesco

Juan Domingo Sánchez Estop

I gesuiti sono famosi per la loro proverbiale ambiguità, e per questo sono stai spesso visti con diffidenza. Per gli ideologi della Riforma erano gli eredi legittimi di Machiavelli, e Pascal, nelle sue lettere Provinciali, ha fustigato con la sua implacabile ironia la loro doppiezza.

Il lettore di Pascal avrà ben presenti quelle lunghe e ironiche citazioni dai manuali gesuiti per la confessione nei quali si espone la dottrina dell'intenzione. Per la teologia morale dei gesuiti, così come per l'etica spinozista, il senso etico di un'azione è determinato non dai risultati materiali ma dalle intenzioni. Ecco uno degli esempi che Pascal riprende da quei manuali: Se un prete si presenta in pubblico senza tonaca, commette senz'altro peccato mortale, ma se si è tolto la tonaca per non disonorarla, perché magari si sta appartando per fornicare, allora levarsi la veste non è più un peccato mortale.

Se un sacerdote si abbandona alla fornicazione commette peccato mortale, ma se lo fa per soddisfare un suo impulso e non con l'intenzione di offendere Dio, allora non è più un peccato. In breve: avendo un buon confessore gesuita a portata di mano è davvero difficile essere dannati. Perché verrebbe a mancare proprio una volontà esplicita e determinata alla dannazione, per la quale bisognerebbe ubbidire, indipendentemente dalle proprie azioni, a una specie di imperativo categorico del male (malum radicale), che Kant descrive così: «Di conseguenza il principio del male non può trovarsi in un oggetto determinante il libero arbitrio per inclinazione, in un impulso naturale, ma solo in una regola che il libero arbitrio dà a se stesso per l'uso della propria libertà, cioè in una massima».

Questa dottrina che per Pascal, nel suo rigorismo giansenista, è un'attitudine riprovevole e una dottrina mostruosa, è proprio quella che ha permesso alla Compagnia di Gesù di entrare in contatto con le civiltà più diverse e sviluppare quindi, molto prima che nascesse la teologia della liberazione, una pastorale rispettosa delle culture indigene. Esempi di questa pastorale sono le riduzioni gesuite in Paraguay e le missioni del Perù, e anche la straordinaria avventura dei gesuiti eletti mandarini in Cina che furono sul punto di convertire l'impero cinese al cattolicesimo.

L'idea secondo la quale gli atti contano poco e invece è l'intenzione a essere essenziale, si traduce così in una massima politica molto vicina al pensiero di Machiavelli per il quale la tattica deve sempre essere subordinata alla strategia. L'attitudine del gesuita è essenzialmente politica, in accordo al carattere essenzialmente politico della Chiesa cattolica così come inteso da Carl Schmitt. Il gesuita è un politico cristiano che sa, come dice San Paolo, «essere greco tra i greci e ed ebreo tra gli ebrei». Ciò che conta è l'intenzione.

Jorge Bergoglio, papa Francesco, è un gesuita e il gesuitismo è un carattere essenziale del suo pensiero e del suo modo di agire. La dottrina dell'intenzione è presente in ognuna delle sue dichiarazioni, non come ipocrisia, ma come liberazione evangelica, restituzione della realtà umana alla sua naturale innocenza. Così, quando ricorda che non bisogna esagerare l'importanza delle questioni legate alla morale sessuale, e che in questo senso non bisogna tormentarsi troppo, sta subordinando le azioni umane alle intenzioni che le ispirano. È così che può affermare che anche gli atei si posso salvare, se operano con rettitudine e ubbidiscono alla loro coscienza, difendendo in nome del cristianesimo una libertà di pensiero in linea con quella sostenuta da Spinoza nel Trattato teologico-politico.

Queste sono le parole di Papa Francesco nella sua lettera a Scalfari: «Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che - ed è la cosa fondamentale - la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell'obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c'è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire».

Il peccato tuttavia esiste, ed esiste nella volontà malvagia di perdersi, nell'assoluta ignoranza dell'altro, in quella incapacità di amare che i teologi della liberazione hanno chiamato «peccato oggettivo». Il peccato oggettivo è il risultato di una volontà malvagia: la miseria politicamente orchestrata, la tortura, l'assassinio di Stato, lo sfruttamento, non possono mai corrispondere all'obbedienza a una legge morale di amore e rispetto dell'altro. Nonostante la grande plasticità del messaggio evangelico, non è che tutto vada bene.

Bergoglio, quando è stato arcivescovo di Buenos Aires, ha avuto a che fare con il generale Videla, è vero, ma un politico parla anche con il diavolo. Questo non significa che condividesse le sue idee, come invece è disgraziatamente successo per altri settori della Chiesa argentina. Bergoglio poteva essere presente ai ricevimenti ufficiali della Giunta militare, ma era sopratutto un assiduo delle baraccopoli e dei quartieri più poveri.

Questo non fa di lui un teologo della liberazione in maniera esplicita, è vero, ma il gesuitismo rimane comunque quell'attitudine che rende possibile una teologia della liberazione. Non ci sono teologi della liberazione dell'Opus Dei, né mai ci saranno, perché l'Opus Dei è fondato sulle azioni, valuta le azioni umane come intrinsecamente buone o cattive senza dare importanza alle intenzioni con le quali sono compiute. L'Opus Dei professa un cristianesimo legalista molto poco cristiano, e vicino piuttosto a quel fariseismo che sottomette la vita al dominio minuzioso delle Legge.

Lo stile pastorale gesuita permette a Papa Francesco di rivolgersi apertamente e direttamente ai più poveri: a Lampedusa, tra i migranti clandestini abbandonati alla loro sorte dallo Stato e da gran parte della sinistra italiana, in Brasile tra gli abitanti delle favelas, e anche a Roma, dove propone che i conventi vuoti diano accoglienza ai rifugiati. «Non sono mai stato di destra», ha detto il Papa, prendendo così le distanze di chi a destra brandisce il cattolicesimo come un'arma. C'è chi dice che queste sono solo parole e gesti, ma le parole e i gesti producono effetti. E li stanno già producendo. Bergoglio sa bene che una Chiesa sostenitrice di un messaggio biopolitico reazionario contro le donne e la libertà sessuale avrebbe i giorni contati. Bisogna davvero farla finita con i confessionali trasformati in «camere di tortura» e gli sciagurati preti pedofili, e tornare ad abbracciare nuovamente il messaggio messianico di un tempo nuovo.

In questo senso Francesco come capo della Chiesa sta riuscendo a riconciliare due caratteristiche di questa secolare istituzione che spesso si sono contrapposte: il messianismo e la capacità di intervento politico. Sono due caratteristiche che la sinistra ha sempre rivendicato a sé, e che oggi ha abbandonato in nome del realismo o dell'intransigenza ideologica. Speriamo di imparare qualcosa dall'attuale magistero della Chiesa, levandoci definitivamente di torno l'equivalente dei preti pedofili e dei farisei, ovvero i sinistri burocrati, i tristi ripetitori di dogmi, e quelli ancora più tristi che celebrano i despoti sanguinari come campioni di libertà.

 Traduzione di Nicolas Martino

Dal numero 33 di alfabeta2 in edicola e in libreria da oggi