Sull’idiozia sociale

Nicola Fanizza

La genialità e l’idiozia, pur configurandosi come situazioni estreme e complementari della nostra coscienza sociale, sono comunque coestensive. L’idiozia abita a pieno titolo nei sotterranei del nostro immaginario e vive e vegeta proprio nel cono d’ombra della genialità. Si può dire che l’idiozia pervade a tal punto la nostra vita, è così immanente ad essa da risultare quasi del tutto assente. Da qui la scarsa attenzione nei confronti di una modalità della nostra esistenza che nelle sue molteplici declinazioni presenta risvolti davvero interessanti.

L’idiozia può essere divertente. Questo accade, specialmente, quando si presenta commista con la pazzia. A tale proposito, l’altro ieri, sulla Linea rossa della Metropolitana milanese, un folle vivente con la sua perfomance – un monologo, in cui trovavano posto simpatici rilievi sui viaggiatori, canzonature dei politici, ardite analogie e frammenti di lucida follia – ha sortito un inconsapevole sorriso su tutti i volti dei viaggiatori. Ho rivisto in lui i tratti del filosofo cinico che dice la verità (parresia) e, insieme, l’immagine dei Santi folli di Bisanzio, che, al fine di riattivare la comunicazione con la città che non li voleva più ascoltare, ricorrevano a gesti estremi, privi di senso e comunque spettacolari.

A volte l’idiozia è disarmante. Ciò accade in particolare quando ci troviamo di fronte all’idiozia dei bambini o degli stupidi. Nondimeno questi ultimi non sono tutti uguali, poiché accanto agli stupidi disarmanti come i bambini ci sono quelli che Ciano, icasticamente – in riferimento a Starace –, chiamava i «coglioni che fanno girare i coglioni». Quando li incontriamo, corriamo quasi sempre il rischio di perdere il controllo delle nostre azioni. La collera, infatti, in quelle rare e fuggitive occasioni, pervade a tal punto la nostra coscienza da offuscare le nostre stesse capacità razionali.

L’idiozia produce i maggiori disastri, quando si coniuga con l’insipienza di chi svolge una funzione di potere: gli ufficiali, specialmente, in caso di guerra, i docenti e i politici. Questi ultimi – in quanto conoscitori delle diverse tecniche e, insieme, possessori della phronesis (l’astuzia, la capacità di mediare fra le esigenze tecniche e la necessità di salvaguardare i legami sociali) – dovrebbero essere i migliori. Eppure non è sempre così.

Nondimeno, nell’inedito spazio sociale prodotto dalle dinamiche della globalizzazione – accanto alle idiozie di cui sopra –, è possibile cogliere il fantasma di una nuova forma di idiozia. Si tratta dell’idiozia sociale che si configura come un vero e proprio ossimoro. La cifra di tale ossimoro, tuttavia, può diventare intellegibile solo se si fanno i conti con il significato che la parola idiota aveva nella lingua greca. Il termine idiotes stava, infatti, a indicare l’uomo privato in contrapposizione all’uomo pubblico, il quale ultimo rivestiva cariche politiche proprio perché era colto, capace ed esperto. Ebbene, oggi, la dissoluzione dei vincoli sociali – determinata dalle politiche neoliberiste – si configura come lo sfondo da cui si origina l’idiozia sociale e, insieme, l’incanaglimento che sempre più pervade il tessuto delle nostre relazioni. Di fatto l’idiozia sociale si dà nella misura in cui ciò che è privato pervade lo spazio pubblico. Non sta pertanto in alcun modo a indicare l’insipienza, ma l’assenza dell’obbligo nei confronti degli altri.

L’idiozia sociale è ormai onnipervasiva. Gli interessi privati signoreggiano nello spazio pubblico, che è stato colonizzato da politici che hanno per lo più lo stesso stile. Quelli di destra – si dice – sono volgari; quelli di sinistra, invece, sono spocchiosi. Se è vero che la plebaglia con la sua volgarità trova sempre più spazio sulle reti televisive di Berlusconi (vedi il talk show Quinta Colonna), è altresì certo che la maggior parte i nipotini di Togliatti continua ad aver come proprio modello il gaga degli anni Trenta (D'Alema). Non si tratta di una grande differenza! La volgarità e la spocchia sono termini coestensivi e, insieme, coessenziali: ambedue rimandano, infatti, alla mancanza di rispetto nei confronti degli altri.

L’insipienza, la supponenza e il sussiego si configurano come i tratti più rilevanti che ineriscono allo stile dei nostri politici, i quali svolgono la loro funzione senza avvertire alcun obbligo nei confronti dello spazio pubblico. Alcuni anni fa mi è capitato di assistere – in occasione della presentazione a Mola di Bari di un libro di Gino Giugni – a uno spettacolo oltremodo vergognoso. Nonostante alcuni dirigenti del Pd avessero accolto a tempo debito l’invito del padre dello statuto dei lavoratori a presentare il suo libro, dichiararono senza alcun pudore di non aver trovato il tempo per leggerlo. E la stessa cosa è accaduta in altre occasioni: gli intellettuali squillo presentano i libri senza averli letti!

D’altra parte, i mezzi di comunicazione di massa ci offrono ogni giorno quantità industriali di idiozia condita in tutte le salse, e con l’arrivo della televisione e dei giornali e di facebook non c’è neppure bisogno di mescolarsi agli idioti, perché l’idiozia ci viene portata a domicilio in modo quasi gratuito.

Le lotte dei pescatori

Nicola Fanizza

Tra le immagini trasmesse dai Tg del 25 gennaio – relative alla protesta di centinaia di pescatori in piazza Montecitorio a Roma –, mi ha colpito in modo particolare l’ombra di uno striscione portato dai marinai di Mola di Bari, il paese in cui sono nato e in cui ho vissuto la mia giovinezza. Da qui i fantasmi relativi a quel periodo della mia vita mi hanno indotto a ripensare a un lontano settembre, allorquando il «Comitato Marinai Studenti» si fece promotore di un’azione di lotta contro gli armatori che coinvolse l’intera marineria del mio paese. Ciò che mi resta dell’atmosfera di quel crepuscolo dell’estate del ‘69 è il sapore del tempo. Si trattava di un tempo qualitativamente diverso, insolito, dilatato e, insieme, sospeso.

A noi studenti e ai giovani marinai venne offerta la possibilità di vivere una seconda infanzia: proprio perché non avevamo niente da fare o da progettare, ci abbandonavamo all’istinto e all’effervescenza magmatica del momento; vivevamo una dimensione di tempo senza tempo. Le nuove forme di sociabilità come le assemblee, il fumare assieme la stessa sigaretta e, in modo coestensivo, l’antico rituale dei giochi di birra, contribuivano ad addomesticare la distanza fra noi studenti e i marinai. Molti allora presero la parola per la prima volta, altri, invece, ascoltavano. Nondimeno eravamo comunque tutti convinti di poter cambiare il mondo! L’esito di quella lotta fu positivo. I pescatori ottennero un nuovo contratto che prevedeva: una nuova e più equa ripartizione del pescato fra armatori e marinai; il salario minimo garantito; e, infine, il diritto di fruire delle ferie.

In quell’inedito spazio sociale il filo dei rapporti amicali consentì la produzione di un tessuto di relazioni che continuò per alcuni anni. Di fatto a quella lotta avevano partecipato – accanto ai pescatori che erano imbarcati sui pescherecci che operavano nel Canale di Sicilia e ai pescatori dediti alla pesca locale – un cospicuo numero di giovani marittimi che in seguito si tennero in contatto con i membri più anziani del comitato. Il leader del «Comitato Marinai Studenti», Carlo Moccia, aveva rapporti epistolari con molti marinai imbarcati sulle navi nonché con i pescatori presenti sui pescherecci che operavano a Siracusa, Mazara del Vallo, Ancona, ecc. Tuttavia col passare del tempo quel filo si spezzò soprattutto per la difficoltà di individuare l’identità del nemico da combattere, poiché il mondo dei pescatori è un mondo composito e variegato: accanto agli armatori possessori di molte barche, vi sono piccoli proprietari di natanti a gestione familiare.

Tornando al tempo presente non è inutile rilevare che la serrata di questi ultimi gironi non è stata decisa dai salariati, ma dai piccoli proprietari di pescherecci e dagli armatori. Di fatto questi ultimi vengono chiamati dal governo della Ue a pagare un conto che non è in alcun modo paragonabile a quello che i nostri marittimi hanno già pagato a caro prezzo a partire dagli inizi degli anni Ottanta. Dopo l’elezione di Ronald Reagan a presidente degli USA, le politiche liberiste contribuirono a determinare una crisi progressiva della marineria italiana. Le grandi compagnie di navigazione con sede nei cosiddetti paradisi fiscali (Montecarlo, Panama, Liberia, ecc.) – pur continuando, inizialmente, a mantenere in servizio ufficiali italiani – hanno sostituto la bassa forza, reclutando marittimi in Corea del Sud o nelle Isole Filippine, pagandoli di meno.

Da qui l’origine di una crisi irreversibile che portò alla disperazione migliaia di marittimi che furono abbandonati al loro destino di disoccupati o di precari. D’altra parte, il lavoro sulle navi diventò un inferno. La necessità di comunicare fra i diversi membri dell’equipaggio attraverso la lingua inglese ha sortito, a volte, conseguenze esiziali. Un direttore di macchina mi ha raccontato il seguente episodio: un marittimo coreano, non riuscendo a capire ciò che gli veniva comandato in lingua inglese, per la disperazione si era dato un colpo di martello sulla fronte, procurandosi un’ampia ferita. Il giorno dopo, quello stesso direttore di macchina chiese di sbarcarsi!

Nelle agitazioni del mese di gennaio, i proprietari di barche hanno protestato contro il governo italiano per l’aumento del prezzo del gasolio. Tuttavia, benché il 25 gennaio l’Ufficio Legislativo del ministero dell’Economia abbia chiarito che l’acquisto di carburanti non è assoggettato all’IVA, la protesta è continuata: evidentemente il rincaro del gasolio non è il fattore determinante della protesta, nella quale entrano in gioco altre motivazioni. Di fatto i proprietari di barche non temono tanto quello che il governo italiano può fare, oggi, contro i loro interessi quanto quello che – tenuto conto dell’atteggiamento servile di Monti rispetto alle direttive della Comunità Europea! – non sarà in grado di fare, per difendere gli interessi dei pescatori, quando l’Ue approverà il nuovo Piano Comune per la Pesca. Si tratta di un piano che prevede: la licenza a punti; la pesca con reti a maglia larga; l’obbligo di dotarsi di strumentazioni Gps; l’obbligo per le piccole barche di pescare oltre il miglio e mezzo dalla costa, ecc.

Molte di queste misure sono sacrosante e condivisibili e tuttavia non trovano il consenso soprattutto dei proprietari di barche: essi dicono che la pesca a maglie larghe sortirà una diminuzione sensibile del pescato: «prenderemo solo l’acqua!»; e secondo il presidente della Federpesca, la norma della patente a punti è in grado di «dimezzare la flotta peschereccia italiana». L’uso delle nuove reti determinerà sicuramente una diminuzione del pescato. Ma non è detto che in futuro tale riduzione produca necessariamente una diminuzione dei redditi dei pescatori: una minor offerta di pesci sul mercato porterà probabilmente a un aumento dei prezzi e i pescatori possono persino veder lievitati i propri guadagni. D’altra parte, la patente a punti – già prevista da una legge del 2009 – si configura, a sua volta, come una misura finalizzata a contrastare la pesca illegale e prevede che i pescatori siano soggetti, dopo un determinato numero di infrazioni, al ritiro della licenza di pesca.

I pescatori sono comunque consapevoli del fatto che la Comunità europea vuole che in Italia si peschi di meno. Da qui la loro angoscia per ciò che potrà accadere. La loro protesta, pur giovandosi del consenso delle diverse forze politiche, non è tuttavia condivisa dalla popolazione che vive nei paesi di mare. Qui si è ormai consolidata una nuova coscienza ecologica in difesa del mare e del suo futuro. Tutti condannano la pesca a strascico nelle zone di riproduzione. E per di più sono consapevoli del fatto che, accanto alla stragrande maggioranza dei pescatori che rispettano scrupolosamente le norme che regolano la pesca, vi sono, purtroppo, anche alcuni proprietari di barche che si comportano come degli autentici bracconieri del mare. Questi ultimi non si accontentano di praticare la pesca di frodo solo in alcune occasioni, come è «consentito» dai nuovi regolamenti, vogliono farlo tutto l’anno!

Nel concludere queste brevi note, ripenso a quella breve e, insieme, intensa esperienza dell’estate del 1969. Ebbene, rispetto a quell’esperienza, uno può sempre dire che in fondo è durata poco. Certo è durata poco, eppure dura ancora!