Calvino e la realtà filtrata

Angelo Guglielmi

Leggendo il volumone delle interviste di Italo Calvino mi viene in mente il furioso (ma anche ingenuo) dibattito sul ritorno della realtà che infuria da qualche tempo sulle pagine culturali dei giornali. L’ingenuità sta nel parlare di ritorno alla realtà come se da sempre il tutto dello scrittore (da Dante ad Aldo Nove – non sto facendo un paragone ma indicando un arco di tempo di quasi mille anni) non fosse il rapporto con la realtà. Ma la realtà non è un dato di fatto che ti viene servito bell’e pronto, è una ricerca e lo scrittore (ancora da sempre) la insegue (e disvela) con il linguaggio. Se il linguaggio ha energia e forza di penetrazione (come in Joyce) la sua presa della realtà sarà piena e vigorosa, se il linguaggio è antiprospettico e conclusivo (come in Moravia) la sua presa della realtà sarà pigra e esigua. È solo il linguaggio che sa cogliere con le sue proposte l’aspetto etico della realtà e le sue inflessioni intime e segrete.

Scriveva Calvino negli antichi anni Cinquanta del secolo scorso che «chi crede nelle cose del mondo e tiene ad esse, chi si ostina a spiegare la vita, chi ha una sua guerra da combattere – sia essa una grande battaglia per una ragione appunto realistica, cioè non astratta, non vacuamente ottimistica, come Swift e Voltaire, oppure per avvertirci di qualcosa che minaccia di schiacciare la nostra ragione, come Gogol’ o Kafka o Picasso – ecco che costoro sono sempre ricorsi a mezzi di invenzione fantastica, a semplificazioni e organizzazioni violente e paradossali dei dati della realtà». E Calvino non ha aspettato l’arrivo del prontuario postmoderno per sapere che la realtà è una modalità complessa che può essere conquistata (scoperta) solo con la furbizia dell’artificio.

Sempre Calvino nel giustificare il titolo (davvero strampalato) delle sue Cosmicomiche scrive: «combinando in una sola parola i due aggettivi cosmico e comico ho cercato di mettere assieme molte cose che mi stanno a cuore. Nell’elemento cosmico non entra tanto il richiamo all’attualità spaziale, quanto il tentativo di rimettermi in rapporto con qualcosa di molto più antico. Nell’uomo primitivo e nei classici il senso cosmico era l’atteggiamento più naturale; noi invece per affrontare le cose troppo grosse abbiamo bisogno di uno schermo, d’un filtro, e questa è la funzione del comico». E allora il comico, l’ironia non è il modo di sbeffeggiare la realtà (e contrastare la sua arroganza) come affermano i nuovi realisti ma al contrario un modo per avvicinarla, per non lasciarla troppo lontana.

In questo quadro di argomentazioni si situa la controversia che oppone Pasolini a Calvino. Pasolini scriveva quel che sapeva – prendendo atto dei fatti che via via accadevano opportunamente drammatizzandoli (la famosa mutazione antropologica) per renderli spettacolari; Calvino scriveva quello che è difficile leggere. La realtà è nel rovescio della moneta che nella sua parte dritta mostra immagini già logore e consumate.

Calvino leggeva con passione i romanzi di Stevenson, del quale scriveva: «è sempre uno scrittore di secondo grado, scrive romanzi di avventura già filtrati. Ha coscienza ironica ed estetica. Non è Alexandre Dumas che ci dà dentro: ed è poi il lettore che magari legge l’ironia nelle sue pagine. Nello scrivere il romanzo storico o d’’avventure, Stevenson è un esteta che gioca con i suoi materiali con grande precisione e finezza. I suoi sono appunto romanzi di secondo grado» (il corsivo è mio). Allora, pensosi nuovi realisti, anche Stevenson (come Calvino che lo ammirava e ne ricavava buoni insegnamenti) è un postmoderno ante litteram che nega la realtà e fa strame della sua complessità (esistenziale, etica e sociale)?

O con Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde o anche con L’isola del tesoro dobbiamo prendere atto che ne ha (della realtà) spremuto una immagine assolutamente oggettiva tanto lieve quanto densa, tanto brillante quanto acuta? Gli rimprovereremo (trattandolo da scrittore evasivo) di essere un autore che fa il romanzo d’avventura già di secondo grado, strizzando l’occhio, usando certi moduli della letteratura popolare come poteva usarli uno scrittore raffinato e con grande sense of humour?

Pasolini certo leggeva Dante ma davanti a Erza Pound (nella nota intervista televisiva) non riusciva a opporgli che uno smarrimento aggressivo. Certo leggeva Omero e il Vangelo ma da questi capolavori si può ricavare qualcosa di utile, oggi, senza aver letto Joyce o Musil? Senza avere scoperto che la scrittura e prima ancora la lettura non è riconoscimento ma avventura? Ma non è di Pasolini che intendevamo parlare e forse nemmeno di Calvino, bensì piuttosto porci delle domande che chiedono risposte finalmente conclusive, da chi mostra di avere certezze inemendabili.

Italo Calvino
Sono nato in America… Interviste 1951-1985

a cura di Luca Baranelli
Mondadori, pp. XXXIV-688 (2012)
€ 25

Sinistra e Nuovo Realismo

Luca Taddio

Severino nel suo intervento («La Lettura», 16 settembre) sul Nuovo Realismo sostiene che i concetti di «libertà» e «democrazia» sono strettamente legati all’analisi della loro metafisica sottostante. In tal modo ci conduce in prossimità di uno dei nodi fondamentali del dibattito contemporaneo. Il Nuovo Realismo non fa eccezione: l’ontologia di Ferraris ha delle chiare implicazioni politiche; egli ritiene infatti che il postmoderno sia stato, suo malgrado, funzionale alle politiche delle destre, dato che, se possiamo negare i fatti, la macchina neoliberale può costruire realtà tutte ugualmente vere. L’efficacia retorica dipenderebbe in questo caso dall’impossibilità di far appello a una realtà vera e incontrovertibile. Il mondo si è fatto favola, e la destra è stata brava a raccontarci favole: in Italia con Berlusconi, nel mondo con Bush. Ferraris chiude la sua risposta su «Repubblica» (18 settembre) auspicando un confronto con Severino. Un primo confronto potrebbe essere incentrato su alcune questioni che potremmo riassumere attraverso tre parole chiave: «etica», «estetica» e «politica».

Il Nuovo Realismo si oppone a un soggettivismo-relativistico tipico della cultura postmoderna per affermare invece che nell’etica, come nel diritto, vi sono, dato un sistema di riferimento, nuclei di oggettività entro cui si inscrivono verità di ragione oltre che di fatto. Lo stesso vale per il bello e per l’arte: pur vedendo continuamente brutti film sappiamo comunque riconoscere i capolavori, oggi come ieri. Certo, giustificarlo può essere complesso, e Severino potrebbe obiettare che il concetto stesso di “sistema di riferimento” ci conduce a verità relative e non assolute. Tuttavia, ogni verità per essere tale deve implicare un sistema di riferimento, altrimenti rimarrebbe una mera tautologia. Ma se il Nuovo Realismo si incammina in questa direzione teorica, rimane la questione se vi possa essere, dentro il “cerchio dell’apparire” evocato da Severino, spazio per un’etica e un’estetica. Circoscriviamo quindi il confronto alla politica. La crisi che stiamo vivendo ci spinge a riflettere sul significato della politica. Il Nuovo Realismo è già stato pensato da Ferraris nel suo Manifesto come una prospettiva politica di sinistra. Possiamo sviluppare ulteriormente questa idea all’interno di un progetto per un manifesto cosmopolita per la sinistra. Proveremo sinteticamente a illustrarne le ragioni.

Riteniamo questa crisi strutturale: agendo localmente secondo diverse scale di sovranità la politica non è in grado di governare i processi di globalizzazione in corso. Per questa ragione affermo la presenza di un elemento strutturale nella crisi. Il capitalismo finanziario comporta un problema di governance strettamente correlato alla crisi della rappresentanza politica. I politici non rappresentano più i cittadini non per incapacità (o non sempre), ma per la costitutiva impotenza rispetto al potere economico-finanziario. Ciò ci conduce dritti al cuore del problema: il senso della democrazia rispetto alla finanza globale. Se la crisi ci ha portati a un forte deficit di democrazia, dobbiamo immaginare una risposta in grado di invertire questa tendenza. I numeri per una volta rendono intuitivo e chiaro questo “deficit-democratico”: la somma del Pil di tutti i paesi del pianeta si aggira intorno a 54.000 miliardi di dollari, mentre il totale dei capitali speculativi che passano da una piazza finanziaria a un’altra si aggira attorno a 540.000 miliardi di dollari. Mentre la bilancia del potere pende interamente dal versante economico-finanziario invece il potere politico inscritto nelle sovranità nazionali ha un peso esiguo: lo squilibrio si è fatto evidente. Non a caso uno slogan di successo recita: We are the 99%. Questo per dire che il profitto di pochi grava su gran parte della popolazione mondiale.

Il progetto per una nuova sinistra deve fondarsi su una cultura cosmopolita. Il principio è semplice: problemi economici di natura globale richiedono soluzioni politiche di natura globale. Due le idee-guida: Stati Uniti del mondo e democrazia diretta e partecipata. Si tratta certo di idee-guida regolative, ma se non stabiliamo dove vogliamo andare, come e su quale base possiamo trovare i criteri per decidere cosa fare oggi? Non immaginiamo un “super Stato” mondiale, ma forme di governance globale sì; altrimenti le grandi questioni di oggi semplicemente non possono trovare soluzione: dalle speculazioni finanziarie alla fame nel mondo, dalle guerre ai problemi legati all’ambiente. Nessuno oggi ha l’autorità politica per prendere decisioni politiche su scala globale e per farle applicare; da ciò il problema di come regolamentare fenomeni per loro natura transnazionali. Come agire fin tanto che questo scenario non verrà realizzato su scala globale? La vera sfida consiste nel determinare il modo in cui coniugare i processi di globalizzazione in atto con le istanze locali e territoriali: quanto locale e quanto globale.

La cultura riformista non può schierarsi semplicemente pro o contro la globalizzazione, deve invece tentare una difficile sintesi sul piano culturale prima ancora che sul piano economico e giuridico. E tale sintesi passa necessariamente attraverso una cultura cosmopolita: l’idea di “Terra-Patria” come bene comune (per usare le parole di Morin). Poter affermare delle verità presuppone il riconoscimento di fatti: unicamente dal riconoscimento di questi fatti potremo arrivare a smascherare le attuali forme di potere, sempre più pervasive e inafferrabili, e così promuovere nuove forme di equità e giustizia sociale. È a partire da questa prospettiva cosmopolita del Nuovo Realismo che un dialogo con Severino, in primis con la sua riflessione sulla Tecnica, risulta imprescindibile.

I temi di questo articolo saranno discussi nel convegno che si apre domani a Roma
Bentornata realtà. Il Nuovo Realismo in discussione

Apocalypse Now Redux

Augusto Illuminati

I quattro cavalieri della desolazione, la bestia il cui numero è 666 che sale dal mare, sette trombe e sette sigilli, il sorgere dell’Anticristo ingannatore e la sua finale sconfitta con il secondo avvento di Cristo, nella letteratura apocalittica cristiana. Il regno del Dajjal, l’arrivo dell’ultimo imâm, il Mahdî, nella tradizione sciita, la decisiva battaglia contro il Dajjâl degli alleati Mahdî e Cristo, quest’ultimo appollaiato sul suo personale minareto (il manâr Îsà della moschea degli Omayyadi a Damasco), terremoti, eclissi, inondazioni, l’arresto dell’espansione dell’universo, ecc. Vuoi mettere! Davvero la fine dei tempi.

La letteratura fantascientifica, suggestionata dalla tecnologia dei registratori a nastro, mostrò piuttosto propensione verso un riavvolgimento del tempo, un rewind conseguente al raggiungimento del limite espansivo dell’universo e all’inizio della sua fase contrattiva. Walter Benjamin opinò che la catastrofe, erede del Giudizio, consistesse nel fatto che tutto proseguisse come prima, rileggendo l’Eterno Ritorno nietzschiano nella metafora del kafkiano pittore Titorelli, che in una sordida soffitta tira fuori da sotto il letto una serie di quadri tutti uguali e ne impone l’acquisto tangentizio a chi impetra il suo intervento presso il Tribunale.

In ogni caso, un tempo sconnesso, dove riavvolgimenti, sviluppi e soglie di indecidibilità si frammischiano, preannuncia Armageddon, videogioco post-chiliastico. Qualche indizio? Da un po’ di tempo si levano volute di fumo e gli sciamani proclamano con un primo squillo di tromba l’inesistenza della realtà, dissolta in interpretazioni. Ma subito sono scesi in lizza, secondo squillo di tromba, i contro-sciamani affermando che la realtà è consistente e inalterabile, guai a interpretarla ed emendarla, anzi impongono il voto di fiducia in nome del new realism, peggio del governo Monti. Anni ’60-‘70 dello scorso millennio, accademia torinese? Per carità, cronaca culturale rovente. Fra poco –si spera– rivedremo apocalittici e integrati, avanguardia contro romanzo di consumo.

La Transavanguardia è all’ordine del giorno, mentre i neo-melodici già occupano stabilmente il mercato a sud del Volturno e Moccia illucchetta tutti i ponti disponibili. Vintage, ragazzi. Con i complici di don Verzè in veste di Sigilli e illustr* filosof* a cantare le lodi del defunto. Come negli epocali dibattiti di metà del secolo scorso (chi ricorda Vera Lutz?), si propone audacemente di ridurre i salari e aumentare l’orario di lavoro, nonché vietare i sindacati in fabbrica, per incoraggiare gli investimenti e sviluppare il nostro infelice Paese. Il licenziamento libero aumenterà l’occupazione, la precarietà selvaggia produrrà occupazione buona. E che cazzo, noi difendiamo il lavoratore, mica il posto di lavoro, disse la new realist Fornero, e pianse.

Mica ci si può accontentare del ritorno a prima dello Statuto 1970, il regresso ha le sue esigenze e pure gli ortaggi pugliesi e campani. L’importazione degli schiavi dal Mediterraneo è ripresa in grande stile, purtroppo con qualche rivolta. Non preoccupiamoci troppo: corre voce che ne hanno già accerchiati un bel po’ vicino al fiume Sele e già sull’Appia si allestiscono le croci. Bersani deplora che tale barbaro spettacolo incoraggi l’anti-politica e propone l’alleanza fra progressisti e moderati. A proposito, si avvicina la metà di luglio e i giornali annunciano la scesa in campo di un outsider, il cavalier Berlusconi. Sullo schermo appaiono Cicchitto e Capezzone: dicono che allora non ci saranno primarie. Dev’essere il futuro anteriore.

Ci sono delle cose che non si possono dire

Di un Realismo Negativo

Umberto Eco

Ho letto in vari siti di internet o in articoli di pagine culturali che sarei coinvolto nel lancio di un Nuovo Realismo, e mi chiedo di che si tratti, o almeno che cosa ci sia di nuovo (per quanto mi riguarda) in posizioni che sostengo almeno dagli anni Sessanta e che avevo esposte poi nel saggio Brevi cenni sull’Essere, del 1985.

So qualche cosa del Vetero Realismo, anche perché la mia tesi di laurea era su Tommaso d’Aquino e Tommaso era certamente un Vetero Realista o, come si direbbe oggi, un Realista Esterno: il mondo sta fuori di noi indipendentemente dalla conoscenza che ne possiamo avere. Rispetto a tale mondo Tommaso sosteneva una teoria corrispondentista della verità: noi possiamo conoscere il mondo quale è come se la nostra mente fosse uno specchio, per adaequatio rei et intellectus. Non era solo Tommaso a pensarla in tal modo e potremmo divertirci a scoprire, tra i sostenitori di una teoria corrispondentista, persino il Lenin di Materialismo ed empiriocriticismo per arrivare alle forme più radicalmente tarskiane di una semantica dei valori di verità.

In opposizione al Vetero Realismo abbiamo poi visto una serie di posizioni per cui la conoscenza non funziona più a specchio bensì per collaborazione tra soggetto conoscente e spunto di conoscenza con varie accentuazioni del ruolo dell’uno o dell’altro polo di questa dialettica, dall’idealismo magico al relativismo (benché quest’ultimo termine sia stato oggi talmente inflazionato in senso negativo che tenderei a espungerlo dal lessico filosofico), e in ogni caso basate sul principio che nella costruzione dell’oggetto di conoscenza, l’eventuale Cosa in Sé viene sempre attinta solo per via indiretta. E intanto si delineavano forme di Realismo Temperato, dall’Olismo al Realismo Interno – almeno sino a che Putnam non aveva ancora una volta cambiato idea su questi argomenti. Ma, arrivato a questo punto, non vedo come possa articolarsi un cosiddetto Nuovo Realismo, che non rischi di rappresentare un ritorno al Vetero.

Nel convocarci oggi qui, ieri a New York, domani a Bonn e poi chissà dove a discutere di queste cose, Maurizio Ferraris ha fissato dei confini alla nostra discussione. Il Nuovo Realismo sarebbe un modo di reagire alla filosofia del postmodernismo.

Ma qui nasce il problema di cosa si voglia intendere per postmodernismo, visto che questo termine viene usato equivocamente in tre casi che hanno pochissimo in comune. Il termine nasce, credo a opera di Charles Jenks, nell’ambito delle teorie dell’architettura, dove il postmoderno costituisce una reazione al modernismo e al razionalismo architettonico, e un invito a rivisitare le forme architettoniche del passato con leggerezza e ironia (e con una nuova prevalenza del decorativo sul funzionale).

L’elemento ironico accomuna il postmodernismo architettonico a quello letterario, almeno come era stato teorizzato negli anni Settanta da alcuni narratori o critici americani come John Barth, Donald Barthelme e Leslie Fiedler. Il moderno ci apparirebbe come il momento a cui si perviene alla crisi descritta da Nietzsche nella Seconda Inattuale, sul danno degli studi storici. Il passato ci condiziona, ci sta addosso, ci ricatta. L’avanguardia storica (come modello di Modernismo) aveva cercato di regolare i conti con il passato. Al grido di Abbasso il chiaro di luna aveva distrutto il passato, lo aveva sfigurato: le Demoiselles d’Avignon erano state il gesto tipico dell’avanguardia. Poi l’avanguardia era andata oltre, dopo aver distrutto la figura l’aveva annullata, era arrivata all’astratto, all’informale, alla tela bianca, alla tela lacerata, alla tela bruciata, in architettura alla condizione minima del curtain wall, all’edificio come stele, parallepipedo puro, in letteratura alla distruzione del flusso del discorso, sino al collage e infine alla pagina bianca, in musica al passaggio dall’atonalità al rumore, prima, e al silenzio assoluto poi.

Ma era arrivato il momento in cui il moderno non poteva andare oltre, perché si era ridotto al metalinguaggio che parlava dei suoi testi impossibili (l’arte concettuale). La risposta postmoderna al moderno è consistita nel riconoscere che il passato, visto che la sua distruzione portava al silenzio, doveva essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente.

Se il postmoderno è questo, è chiaro perché Sterne o Rabelais fossero postmoderni, perché lo è certamente Borges, perché in uno stesso artista possano convivere, o seguirsi a breve distanza, o alternarsi, il momento moderno e quello postmoderno. Si veda cosa accade con Joyce. IlPortrait è la storia di un tentativo moderno. I Dubliners, anche se vengono prima, sono più moderni del Portrait. Ulysses sta al limite. Finnegans Wake è già postmoderno, o almeno apre il discorso postmoderno, richiede, per essere compreso, non la negazione del già detto, ma la sua citazione ininterrotta.

Ma se questo è stato il postmodernismo in architettura, arte e letteratura, che cosa aveva o ha in comune col postmodernismo filosofico, almeno quale lo si fa nascere con Lyotard? Certamente, teorizzando la fine delle grandi narrazioni e di un concetto trascendentale di verità, si riconosce l’inizio di epoca del disincanto – e nel celebrare la perdita della totalità e dando il benvenuto al molteplice, al frammentato, al polimorfo, all’instabile, il postmodernismo filosofico mostra alcune connessioni con l’ironia metanarrativa o con la rinuncia dell’architettura a prescrivere modi di vita razionali. Ma queste analogie, questa comunità di clima culturale, non sembrano aver alcuna connessione diretta con la questione del realismo, perché si può essere polimorfi e disincantati, rinunciare ai grandi racconti per coltivare saperi locali, senza per questo mettere in dubbio un rapporto quasi vetero-realistico con le cose di cui si parla. Caso mai verrebbe messo in dubbio il sapere degli universali, non la credenza anche fortissima nella persistenza dei particolari e nella nostra capacità di conoscerli per quel che sono (e in tal senso sarei tentato di ascrivere a una temperie postmoderna anche la teoria kripkiana della designazione rigida – e infine ricordiamo che il passaggio da Tommaso a Ockham, se sancisce la rinuncia agli universali, non mette in crisi i concetti di realtà e di verità).

Quello che piuttosto emerge (nel cosiddetto postmodernismo filosofico), passando attraverso la decostruzione (sia quella di Derrida sia quella d’oltre oceano, che è solo un articolo prodotto dall’industria accademica americana su licenza francese) e le forme del pensiero debole, è un tratto molto riconoscibile (su cui in effetti si accentra la polemica di Ferraris), e cioè il primato ermeneutico dell’interpretazione, ovvero lo slogan per cui non esistono fatti ma solo interpretazioni.

A questa curiosa eresia avevo da gran tempo reagito, a tal segno che a una serie di miei studi degli anni Ottanta avevo dato nel 1990 il titolo I limiti dell’interpretazione, partendo dall’ovvio principio che, perché ci sia interpretazione ci deve essere qualcosa da interpretare – e se pure ogni interpretazione non fosse altro che l’interpretazione di una interpretazione precedente, ogni interpretazione precedente assumerebbe, dal momento in cui viene identificata e offerta a una nuova interpretazione, la natura di un fatto – e che in ogni caso il regressum ad infinitumdovrebbe a un certo punto arrestarsi a ciò da cui era partito e che Peirce chiamava l’Oggetto Dinamico. Ovvero ritenevo che, quand’anche conoscessimo I promessi sposi solo attraverso l’interpretazione che ne dava Moravia nell’edizione Einaudi, quando avessimo dovuto interpretare l’interpretazione di Moravia avremmo avuto davanti a noi un fatto innegabile, il testo di Moravia, punto ineliminabile di riferimento per chiunque avesse voluto, sia pure liberissimamente, interpretarlo, e dunque fatto intersoggettivamente verificabile.

È vero che quando si cita lo slogan per cui non esistono fatti ma solo interpretazioni anche il più assatanato tra i post modernisti è pronto ad asserire che lui o lei non hanno mai negato la presenza fisica non solo dell’edizione Einaudi dei Promessi sposi, ma anche del tavolo a cui sto parlando. Il postmodernista dirà semplicemente che questo tavolo diventa oggetto di conoscenza e di discorso solo se lo si interpreta come supporto per un’operazione chirurgica, come tavolo da cucina, come cattedra, come oggetto ligneo a quattro gambe, come insieme di atomi, come forma geometrica imposta a una materia informe, persino come tavola galleggiante per salvarmi durante un naufragio. Sono sicuro che anche il postmodernista a tempo pieno la pensi così, salvo che quello che stenta ad ammettere è che non può usare questo tavolo come veicolo per viaggiare a pedali tra Torino e Agognate lungo l’autostrada per Milano. Eppure questa forte limitazione alle interpretazioni possibili del tavolo era prevista dal suo costruttore, che seguiva il progetto di qualcosa interpretabile in molti modi ma non in tutti.

L’argomento, che non è paradossale, bensì di assoluto buon senso, dipende dal problema delle cosiddette affordances teorizzate da Gibson (e che Luis Prieto avrebbe chiamato pertinenze), ovvero dalle proprietà che un oggetto esibisce e che lo rendono più adatto a un uso piuttosto che a un altro. Ricorderò un mio dibattito con Rorty, svoltosi a Cambridge nel 1990, a proposito dell’esistenza o meno di criteri d’interpretazione testuali. Richard Rorty – allargando il discorso dai testi ai criteri d’interpretazione delle cose che stanno nel mondo – ricordava che noi possiamo certo interpretare un cacciavite come strumento per avvitare le viti ma che sarebbe altrettanto legittimo vederlo e usarlo come strumento per aprire un pacco.

Nel dibattito orale Rorty alludeva al diritto che avremmo d’interpretare un cacciavite anche come qualcosa di utile per grattarci un orecchio. Nell’intervento poi consegnato da Rorty all’editore l’allusione alla grattata d’orecchio era scomparsa, perché evidentemente Rorty l’aveva intesa come semplice boutade, inserita a braccio durante l’intervento orale. Possiamo astenerci dall’attribuirgli questo esempio non più documentato ma, visto che – se non lui – qualcun altro ha usato argomenti consimili, posso ricordare la mia contro-obiezione di allora, basata proprio sulla nozione di affordance. Un cacciavite può servire anche per aprire un pacco (visto che è strumento con una punta tagliente, facilmente manovrabile per far forza contro qualcosa di resistente); ma non è consigliabile per frugarsi d’entro l’orecchio, perché è appunto tagliente, e troppo lungo perché la mano possa controllarne l’azione per una operazione così delicata; per cui sarà meglio usare un bastoncino leggero che rechi in cima un batuffolo di cotone. C’è dunque qualcosa sia nella conformazione del mio corpo che in quella del cacciavite che non mi permette di interpretare quest’ultimo a capriccio.

Rorty aveva rinunciato all’argomento dell’orecchio, ma che dire di tanto decostruzionismo che rivisita l’antico detto di Valery per cui il n’y a pas de vrai sens d’un texte e di Stanley Fish che nel suo There a Text in This Class? Consentiva alla libera interpretazione di ogni testo?

Che non vi siano fatti ma solo interpretazioni viene attribuito a Nietzsche e credo che persino Nietzsche ritenesse che il cavallo che aveva baciato non lontano da qui esistesse come fatto prima che lui decidesse di farlo oggetto dei suoi eccessi affettivi. Però ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità, e queste responsabilità emergono chiaramente in quel testo che è Su verità e menzogna in senso extra-morale. Qui Nietzsche dice che, poiché la natura ha gettato via la chiave, l’intelletto gioca su finzioni che chiama verità, o sistema dei concetti, basato sulla legislazione del linguaggio. Noi crediamo di parlare di (e conoscere) alberi, colori, neve e fiori, ma sono metafore che non corrispondono alle essenze originarie. Ogni parola diventa concetto sbiadendo nella sua pallida universalità le differenze tra cose fondamentalmente disuguali: così pensiamo che a fronte della molteplicità delle foglie individuale esista una «foglia» primordiale «sul modello della quale sarebbero tessute, disegnate, circoscritte, colorate, increspate, dipinte – ma da mani maldestre – tutte le foglie, in modo tale che nessun esemplare risulterebbe corretto e attendibile in quanto copia fedele della forma originale».

L’uccello o l’insetto percepiscono il mondo in un modo diverso dal nostro, e non ha senso dire quale delle percezioni sia la più giusta, perché occorrerebbe quel criterio di «percezione esatta» che non esiste, perché «la natura non conosce invece nessuna forma e nessun concetto, e quindi neppure alcun genere, ma soltanto una x, per noi inattingibile e indefinibile». Dunque un kantismo, ma senza fondazione trascendentale.

A questo punto per Nietzsche la verità è solo «un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi» elaborati poeticamente, e che poi si sono irrigiditi in sapere, «illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria», monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione solo come metallo, così che ci abituiamo a mentire secondo convenzione, avendo sminuito le metafore in schemi e concetti. E di lì un ordine piramidale di caste e gradi, leggi e delimitazioni, interamente costruito dal linguaggio, un immenso «colombaio romano», cimitero delle intuizioni.

Che questo sia un ottimo ritratto di come l’edificio del linguaggio irreggimenti il paesaggio degli enti, o forse un essere che rifiuta a essere irrigidito in sistemi categoriali, è innegabile. Ma rimangono assenti, anche dai brani che seguono, due domande: se adeguandoci alle costrizioni di questo colombaio si riesce in qualche modo a fare i conti col mondo, per esempio decidendo che avendo la febbre è più opportuno assumere aspirina che cocaina (che non sarebbe osservazione da nulla); e se non avvenga che ogni tanto il mondo ci costringa a ristrutturare il colombaio, o addirittura a sceglierne una forma alternativa (che è poi il problema della rivoluzione dei paradigmi conoscitivi). Nietzsche non sembra chiedersi se e perché e da dove un qualche giudizio fattuale possa intervenire a mettere in crisi il sistema-colombaio.

Ovvero, a dir la verità, egli avverte l’esistenza di costrizioni naturali e conosce un modo del cambiamento. Le costrizioni gli appaiono come «forze terribili» che premono continuamente su di noi, contrapponendo alle verità «scientifiche» altre verità di natura diversa; ma evidentemente rifiuta di riconoscerle concettualizzandole a loro volta, visto che è stato per sfuggire a esse che ci siamo costruiti, quale difesa, l’armatura concettuale. Il cambiamento è possibile, ma non come ristrutturazione, bensì come rivoluzione poetica permanente. «Se ciascuno di noi, per sé, avesse una differente sensazione, se noi stessi potessimo percepire ora come uccelli, ora come vermi, ora come piante, oppure se uno di noi vedesse il medesimo stimolo come rosso e un altro lo vedesse come azzurro, se un terzo udisse addirittura tale stimolo come suono, nessuno potrebbe allora parlare di una tale regolarità della natura». Bella coincidenza, queste righe vengono scritte due anni dopo che Rimbaud, nella lettera a Demeny, aveva proclamato che «le Poète se fait voyant par un long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens», e nello stesso periodo vedeva «A noir, corset velu de mouches éclatantes» e «O suprème Clairon plein des strideurs étranges».

Così infatti per Nietzsche l’arte (e con essa il mito) «confonde continuamente le rubriche e gli scomparti dei concetti, presentando nuove trasposizioni, metafore, metonimie; continuamente svela il desiderio di dare al mondo sussistente dell’uomo desto una figura così variopinta, irregolare, priva di conseguenze, incoerente, eccitante ed eternamente nuova, quale è data dal mondo del sogno». Un sogno fatto di alberi che nascondono ninfe, e di dèi in forma di toro che trascinano vergini.

Ma qui manca la decisione finale. O si accetta che quello che ci attornia, e il modo in cui abbiamo cercato di ordinarlo, sia invivibile, e lo si rifiuta, scegliendo il sogno come fuga dalla realtà (e si cita Pascal, per cui basterebbe sognare davvero tutte le notti di essere re, per essere felice – ma è Nietzsche stesso ad ammettere che si tratterebbe d’inganno, anche se supremamente giocondo), oppure, ed è quello che la posterità nicciana ha accolto come vera lezione, l’arte può dire quello che dice perché è l’essere stesso, nella sua languida debolezza e generosità, che accetta anche questa definizione, e gode nel vedersi visto come mutevole, sognatore, estenuatamente vigoroso e vittoriosamente debole. Però, nello stesso tempo, non più come «pienezza, presenza, fondamento, ma pensato invece come frattura, assenza di fondamento, in definitiva travaglio e dolore» (e cito Vattimo, Le avventure della differenza, p. 84). L’essere allora può essere parlato solo in quanto è in declino, non s’impone ma si dilegua. Siamo allora a una «ontologia retta da categorie «deboli» (Vattimo p. 9). L’annuncio nicciano della morte di Dio altro non sarà che l’affermazione della fine della struttura stabile dell’essere (introduzione al Pensiero debole, p. 21) L’essere si darà solo «come sospensione e come sottrarsi» (Vattimo Oltre l’interpretazione, p. 18).

In altre parole: una volta accettato il principio che dell’essere si parla solo in molti modi, che cosa è che ci impedisce di credere che tutte le prospettive siano buone, e che quindi non solo l’essere ci appaia come effetto di linguaggio ma sia radicalmente e altro non sia che effetto di linguaggio, e proprio di quella forma di linguaggio che si può concedere i maggiori sregolamenti, il linguaggio del mito o della poesia? L’essere allora, oltre che (come ha detto una volta Vattimo con efficace piemontesismo) «camolato», malleabile, debole, sarebbe puro flatus vocis. A questo punto esso sarebbe davvero opera dei Poeti, intesi come fantasticatori, mentitori, imitatori del nulla, capaci di porre irresponsabilmente una cervice equina su un corpo umano, e far d’ogni ente una Chimera.

Decisione per nulla confortante, visto che, una volta regolati i conti con l’essere ci ritroveremmo a doverli fare con il soggetto che emette questo flatus vocis (che è poi il limite di ogni idealismo magico). Qual è lo statuto ontologico di colui che dice che non vi è alcun statuto ontologico?

Non solo. Se è principio ermeneutico che non ci siano fatti ma solo interpretazioni, questo non esclude che ci possano essere per caso interpretazioni «cattive». Dire che non c’è figura vincente del poker che non sia costruita da una scelta del giocatore (magari incoraggiata dal caso) non significa dire che ogni figura proposta dal giocatore sia vincente. Basterebbe che al mio tris d’assi l’altro opponesse una scala reale, e la mia scommessa si sarebbe dimostrata fallace. Ci sono nella nostra partita con l’essere dei momenti in cui Qualcosa risponde con una scala reale al nostro tris d’assi?

Tornando al cacciavite di Rorty si noti che la mia obiezione non escludeva che un cacciavite possa permettermi infinite altre operazioni: per esempio potrei utilmente usarlo per uccidere o sfregiare qualcuno, per forzare una serratura o per fare un buco in più in una fetta di groviera. Quello che è sconsigliabile farne è usarlo per grattarmi l’orecchio. Per non dire (il che sembra ovvio ma non è) che non posso usarlo come bicchiere perché non contiene cavità che possano ospitare del liquido. Il cacciavite risponde di SÌ a molte delle mie interpretazioni ma a molte e almeno a una risponde di NO.

Riflettiamo su questo NO, che sta alla base di quello che chiamerò il mio Realismo Negativo. Il vero problema di ogni argomentazione «decostruttiva» del concetto classico di verità non è di dimostrare che il paradigma in base al quale ragioniamo potrebbe essere fallace. Su questo pare che siano d’accordo tutti, ormai. Il mondo quale ce lo rappresentiamo è certamente un effetto d’interpretazione, e sino a ieri lo interpretavamo come se i neutrini viaggiassero anch’essi alla velocità della luce e forse domani dovremo deciderci a cambiare idea mettendo in crisi una presunta costante universale. Il problema è piuttosto quali siano le garanzie che ci autorizzano a tentare un nuovo paradigma che gli altri non debbano riconoscere come delirio, pura immaginazione dell’impossibile. Quale è il criterio che ci permette di distinguere tra sogno, invenzione poetica, trip da acido lisergico (perché esistono pure persone che dopo averlo assunto si gettano dalla finestra convinti di volare, e si spiaccicano al suolo – e badiamo, contro i propri propositi e speranze), e affermazioni accettabili sulle cose del mondo fisico o storico che ci circonda?

Poniamo pure, con Vattimo (Oltre l’interpretazione, p. 100) una differenza tra epistemologia, che è «la costruzione di corpi di sapere rigorosi e la soluzione di problemi alla luce di paradigmi che dettano le regole la verifica delle proposizioni» (e ciò sembra corrispondere al ritratto che Nietzsche dà dell’universo concettuale di una data cultura) e ermeneutica come «l’attività che si dispiega nell’incontro con orizzonti paradigmatici diversi, che non si lasciano valutare in base a una qualche conformità (a regole o, da ultimo, alla cosa), ma si danno come proposte «poetiche» di mondi altri, di istituzione di regole nuove». Quale regola nuova la Comunità deve preferire, e quale altra condannare come follia? Vi sono pur sempre, e sempre ancora, coloro che vogliono dimostrare che la terra è quadra, o che viviamo non all’esterno bensì all’interno della sua crosta, o che le statue piangono, o che si possono flettere forchette per televisione, o che la scimmia discende dall’uomo – e a essere flessibilmente onesti e non dogmatici bisogna pure trovare un criterio pubblico onde giudicare se le loro idee siano in qualche modo accettabili.

Di lì l’idea di un Realismo Negativo che si potrebbe riassumere, sia parlando di testi che di aspetti del mondo, nella formula: ogni ipotesi interpretativa è sempre rivedibile (e come voleva Peirce sempre esposta al rischio del fallibilismo) ma, se non si può mai dire definitivamente se una interpretazione sia giusta, si può sempre dire quando è sbagliata. Ci sono interpretazioni che l’oggetto da interpretare non ammette.

Poniamo che su quel muro sia dipinto uno splendido trompe l’oeil che rappresenta una porta aperta. Posso interpretarlo come trompe l’oeil che intende ingannarmi, come porta vera (e aperta), come rappresentazione con finalità estetiche di una porta aperta, come simbolo di ogni Varco a un Altrove, e così via, forse all’infinito. Ma se l’interpeto come vera porta aperta e cerco attraversarla, batto il naso contro il muro. Il mio naso ferito mi dice che il fatto che cercavo di interpretare si è ribellato alla mia interpretazione.

Certamente la nostra rappresentazione del mondo è prospettica, legata al modo in cui siamo biologicamente, etnicamente, psicologicamente e culturalmente radicati così da non ritenere mai che le nostre risposte, anche quando appaiono tutto sommato «buone», debbano essere ritenute definitive. Ma questo frammentarsi delle interpretazioni possibili non vuole dire che anything goes.

In altre parole: esiste uno zoccolo duro dell’essere, tale che alcune cose che diciamo su di esso e per esso non possano e non debbano essere prese per buone.

Chi ha mai detto che i fatti che interpreto possano pormi dei Limiti? Come posso fondare il concetto di Limite?

Questo potrebbe essere un semplice postulato dell’interpretazione, perché se assumessimo che delle cose si può dire tutto non avrebbe più senso l’avventura della loro interrogazione continua. A questo punto anche il più radicale dei relativisti potrebbe decidere di assumere l’interpretazione del più radicale dei realisti vecchio stampo, visto che ogni interpretazione vale l’altra.

Noi abbiamo invece la fondamentale esperienza di un Limite di fronte al quale il nostro linguaggio sfuma nel silenzio: è l’esperienza della Morte. Siccome mi avvicino al mondo sapendo che almeno un limite c’è, non posso che proseguire la mia interrogazione per vedere se, per caso, di limiti non ce ne siano altri ancora.

Ciò che voglio dire ora si ispira a una teoria non metafisica ma semiotico-linguistica, quella di Hjelmslev. Noi usiamo segni come espressioni per esprimere un contenuto, e questo contenuto viene ritagliato e organizzato in forme diverse da culture (e lingue) diverse. Su che cosa viene ritagliato? Su una pasta amorfa, amorfa prima che il linguaggio vi abbia operato le sue vivisezioni, che chiameremo il continuum del contenuto, tutto l’esperibile, il dicibile, il pensabile – se volete, l’orizzonte infinito di ciò che è, è stato e sarà, sia per necessità che per contingenza. Chiamiamolo pure essere o Mondo, come ciò che presiede ogni costruzione e donazione di forma operata dal linguaggio. Parrebbe che, prima che una cultura non l’abbia linguisticamente organizzato in forma del contenuto, questo continuum sia tutto e nulla, e sfugga quindi a ogni determinazione. E in tal senso Hjelmslev non avrebbe detto nulla di diverso da Nietzsche. Tuttavia ha sempre imbarazzato studiosi e traduttori il fatto che Hjelmslev chiamasse il continuo, in danese, mening, che è inevitabile tradurre con «senso» (ma non necessariamente nel senso di «significato» bensì nel senso di «direzione», nello stesso senso in cui in una città esistono sensi permessi e sensi vietati).

Che cosa significa che ci sia del senso, prima di ogni articolazione sensata operata dalle conoscenza umana? Hjelmslev lascia a un certo momento capire che per «senso» intende il fatto che espressioni diverse in lingue diverse come piove, il pleut, it rains, si riferiscano tutte allo stesso fenomeno. Come a dire che nel magma del continuo ci sono delle linee di resistenza e delle possibilità di flusso, come delle nervature del legno o del marmo che rendano più agevole tagliare in una direzione piuttosto che nell’altra. È come per il bue o il vitello: in civiltà diverse viene tagliato in modi diversi, per cui la sirloin steak americana non corrisponde a nessuna bistecca nostrana. Eppure sarebbe molto difficile concepire un taglio che offrisse nello stesso momento l’estremità del muso e la coda.

Se il continuum ha delle linee di tendenza, per impreviste e misteriose che siano, non si può dire tutto quello che si vuole. Il mondo può non avere un senso, ma ha dei sensi; forse non dei sensi obbligati, ma certo dei sensi vietati. Ci sono delle cose che non si possono dire.

Non importa che queste cose siano state dette un tempo. In seguito abbiamo per così dire «sbattuto la testa» contro qualche evidenza che ci ha convinto che non si poteva più dire quello che si era detto prima.

Naturalmente ci sono dei gradi di costrizione. Si prendano due esempi, la confutazione del sistema tolemaico e quella dell’esistenza della Terra Australis Incognita come una immensa calotta – fertilissima – che avrebbe avvolto l’emisfero sud del pianeta. Quando vigevano le due ipotesi, ora confutate, il mondo noto permetteva di essere spiegato in modo verosimile e ragionevole: la teoria tolemaica per secoli ha dato ragione di moltissimi fenomeni, e la persuasione dell’esistenza di una terra australe ha incoraggiato innumerevoli viaggi di scoperta, che di quella terra avevano persino toccato le presunte propaggini. Poi si è scoperto che il sistema copernicano (con le varie correzioni apportatevi sino a Keplero) spiegava meglio i fenomeni celesti, e che la Terra Australe in quanto calotta globale non esiste. Potremmo persino pensare che un giorno – anche se per ora la teoria eliocentrica risponde a più quesiti e ci permette più previsioni di quanto non potesse la teoria geocentrica – emerga un sistema più esplicativo che mette in crisi entrambe le teorie. Ma per ora noi dobbiamo scommettere sul sistema di Keplero, come se fosse vero, e non possiamo usare più la teoria geocentrica. Quanto alla Terra Australe, nella misura in cui dobbiamo prestar fede ai dati di una esperienza provata da migliaia di testimoni e da misurazioni scientifiche, pare assolutamente impossibile affermare che esiste un continente che copre a calotta l’emisfero sud del pianeta, a meno che non decidiamo di definire come Terra Australis l’Antartide (ma si tratterebbe di un puro gioco sui nomi).

Ci sono delle cose che non si possono dire. Ci sono dei momenti in cui il mondo, di fronte alle nostre interpretazioni, ci dice NO. Questo NO è la cosa più vicina che si possa trovare, prima di ogni Filosofia Prima o Teologia, alla idea di Dio o di Legge. Certamente è un Dio che si presenta (se e quando si presenta) come pura Negatività, puro Limite, pura interdizione.

Equi debbo fare una precisazione, perché mi rendo conto che la metafora dello zoccolo duro può fare pensare che esista un nocciolo definitivo che un giorno o l’altro la scienza o la filosofia metteranno a nudo; e nello stesso tempo la metafora può fare pensare che questo zoccolo, questi limiti di cui ho parlato, siano quelli che corrispondono alle leggi naturali. Vorrei chiarire (anche a costo di ripiombare nello sconforto gli ascoltatori che per un attimo avevano creduto di ritrovare una idea consolatoria della Realtà) che la mia metafora allude a qualcosa che sta ancora al di qua delle leggi naturali, che persisterebbe anche se le leggi newtoniane si rivelassero un giorno sbagliate – e anzi sarebbe proprio quel qualcosa che obbligherebbe la scienza a rivedere persino l’idea di leggi che parevano definitivamente adeguare la natura dell’universo. Quello che voglio dire è che noi elaboriamo leggi proprio come risposta a questa scoperta di limiti, che cosa siano questi limiti non sappiamo dire con certezza, se non appunto che sono dei «gesti di rifiuto», della negazioni che ogni tanto incontriamo. Potremmo persino pensare che il mondo sia capriccioso, e cambi queste sue linee di tendenza – ogni giorno o ogni milione di anni. Ciò non eliminerebbe il fatto che noi le incontriamo.

Esiste uno Zoccolo Duro persino nel Dio delle religioni rivelate, dove Dio prescrive dei limiti persino a se stesso. C’è una bella Quaestio Quodlibetalis di San Tommaso in cui il filosofo chiede utrum Deus possit reparare virginis ruinam e cioè se Dio possa riparare al fatto che una vergine abbia perso la propria verginità. La risposta di San Tommaso è chiara: se la domanda riguarda questioni spirituali, Dio può certamente riparare al peccato commesso e restituire alla peccatrice lo stato di grazia; se riguarda questioni fisiche, Dio può con un miracolo ricostituire l’integrità fisica della fanciulla; ma se la questione è logica e cosmologica, ebbene, neppure Dio può fare che ciò che è stato non sia stato. Lascio da decidere se questa necessità sia stata posta liberamente da Dio o faccia parte della stessa natura divina. In ogni caso, dal momento che c’è, anche Dio ne è limitato.

Credo che ci siano dei rapporti tra questo mio modestissimo Realismo Negativo (per cui avvertiamo qualcosa fuori di noi e dalle nostre interpretazioni solo quando riceviamo un diniego) e l’idea popperiana per cui l’unica prova a cui possiamo sottoporre alle nostre teorie scientifiche è quella della loro falsificabilità. Non sapremo mai definitivamente se una interpretazione è giusta ma sappiamo con certezza quando non tiene.

Credo di essermi attenuto a questo principio di realismo negativo sin da quando, all’inizio degli anni Sessanta, nel sostenere l’indispensabile collaborazione del fruitore a ogni testo artistico, intitolavo il mio libro Opera aperta. Questo apparente ossimoro mirava a sostenere che l’apertura, potenzialmente infinita, si misurava di fronte all’esistenza concreta dell’opera da interpretare.

Che era poi da parte mia una ripresa dell’idea pareysoniana che l’interpretazione si articola sempre in una dialettica di iniziativa dell’interprete e fedeltà alla forma da interpretare.

Infinite sono le interpretazioni possibili del Finnegans Wake ma neppure il più selvaggio tra i decostruzionisti può dire che esso racconta la storia di una contessa russa che si uccide gettandosi sotto il treno.

Potrei tradurre questa mia idea di Realismo Negativo in termini peirceani. Ogni nostra interpretazione è sollecitata da un Oggetto Dinamico che noi conosceremo sempre e solo attraverso una serie di Oggetti Immediati (l’Oggetto Immediato essendo già un segno, che può essere chiarito solo da una serie successiva di Interpretanti, ciascun interpretante successivo spiegando sotto un certo profilo il precedente, in un processo di semiosi illimitata). Ma nel corso di questo processo produciamo degli Abiti, delle forme di comportamento, che ci portano ad agire sull’Oggetto Dinamico da cui eravamo partiti e a modificare la Cosa in Sé da cui eravamo partiti, offrendo un nuovo stimolo al processo della semiosi. Questi abiti possono avere o meno successo, ma quando non l’ottengono il principio del fallibilismo deve portarci a ritenere che alcune delle nostre interpretazioni non erano adeguate.

È sufficiente intrattenere questa idea minimale di realismo, che coincide benissimo col fatto che conosciamo i fatti solo attraverso il modo in cui li interpretiamo? Una volta Searle aveva detto che realismo significa che siamo convinti che le cose vadano in un certo modo, che forse non riusciremo mai a decidere in che modo vadano, ma che siamo sicuri che esse vadano in un certo qual modo anche se non sapremo mai quale. E questo ci basta per credere (e qui Peirce viene in soccorso a Searle) che in the long run, alla fin fine, sia pure sempre parzialmente noi possiamo portare avanti la torcia della verità.

La forma modesta del Realismo Negativo non ci garantisce che noi possiamo domani possedere la verità, ovvero sapere definitivamente what is the case, ma ci incoraggia a cercare ciò che in qualche modo sta davanti a noi; e la nostra consolazione di fronte a ciò che altrimenti ci parrebbe per sempre inafferrabile consiste nel fatto che noi possiamo sempre dire, anche ora, che alcune delle nostre idee sono sbagliate perché certamente ciò che avevamo asserito non era il caso.

Cambiare il mazzo di carte

Angelo Guglielmi

Che oggi il nostro mondo (intanto la realtà italiana) stia vivendo uno stato di disagio (e che questo non coincida con le sofferenze portate dall’attuale manovra Monti) è una constatazione indubitabile e chiara agli occhi di tutti. E altrettanto evidente è che questo disagio è presente (agisce) in ogni settore della nostra società, dalla fin troppo detta mancanza di opportunità di lavoro (anzi di futuro) per i giovani (e quando ci sono di natura provvisoria e dunque inutilizzabili per ogni programmazione), all’impoverimento costante delle famiglie, che vedono sempre più ridursi le possibilità di sostentamento e, più in generale, alle stesse condizioni della cultura produttiva, economica, creativa (tanto saggistica che artistica) del nostro Paese. Che si è appassita in vecchie parole di cui avverte l’inadeguatezza di fronte all’insorgere di domande nuove (di cui percepisce l’urgenza ma non ne sa individuare la richiesta). In questo quadro le difficoltà anche insostenibili introdotte dalla manovra del governo tecnico anziché moltiplicare il disagio sembrano tecnicamente alleviarlo nel senso che finalmente sappiamo a chi dare la colpa.

Ovviamente non ci sono colpe (le colpe sono sempre personali) ma un arrugginimento della macchina vitale che si è come bloccata in una ripetitività inessenziale che attiva un processo generale di difficoltà e d’impotenza. Di reazioni non è che non ce ne siano (a prova che è diffusa la consapevolezza della necessità di cambiare il mazzo di carte) ma davvero scarsa è la lucidità (e l’efficacia) che denunciano. Per l'assetto più generale dell'ordinamento sociale sembra verificarsi un vero e proprio movimento di «ritorno al passato» con la riapparizione della plebe in cui il popolo sempre più numeroso sembra scivolare.

Ma la proposta del ritorno al passato (dell’andare avanti tornando indietro) è presente in tutti (o quasi) i settori dell’attività italiana. Riconosciuta universalmente e da tutti la bruttezza della televisione con la sua offerta bassamente spettacolare e una informazione eccitata e distraente, il rimedio proposto da parte di alcuni eccellenti intenditori è il ritorno alla televisione educativa con la riproposta di commedie, concerti e documentari su Leopardi. Che certo ridarebbero nobiltà alla nostra televisione, ma la priverebbe delle ragioni per cui esiste, ovvero rappresentare una comunicazione per tutti (al di là di pubblici specializzati e di gruppo).

Ma non basta. Con rilievo forse diverso, ma confermando lo stesso movimento, è quello che sta avvenendo nel campo filosofico e del pensiero astratto dove è in corso un forte dibattito sulla necessità di superare il post-modernismo e la sua convinzione (e pratica) che non esistono i «fatti» ma le interpretazioni (secondo il detto nicciano) per tornare ai «fatti» e alla rappresentazione della realtà in termini di valori. Dico che questo dibattito è di rilievo forse diverso perché affronta questioni assolute riguardanti il segreto della nostra esistenza dove è difficile pronunciare sentenze definitive.

Dunque il «ritorno» sembra l’arma di salvezza invocata da tanti volenterosi giustamente oppressi e offesi dall’attuale andazzo delle cose e altrettanto desiderosi di una situazione diversa. Rimane che è una contraddizione in termini augurarsi il superamento con il «ritorno» dimenticando che quando si è abbandonato il passato cui oggi si auspica di tornare, l’abbandono riguardava condizioni e pratiche di lavoro che allora (e perché no anche ora?) erano obsolete e impedivano una nostra non pigra attività.

 

Manifesto del New Realism

[Riproponiamo questo articolo, apparso su "Repubblica" l'8 agosto 2011]

Maurizio Ferraris

Uno spettro si aggira per l’Europa. È lo spettro di ciò che propongo di chiamare “New Realism”, e che dà il titolo a un convegno internazionale che si terrà a Bonn la primavera prossima e che ho organizzato con due giovani colleghi, Markus Gabriel (Bonn) e Petar Bojanić (Belgrado). Il convegno, cui parteciperanno figure come Paul Boghossian, Umberto Eco e John Searle, vuole restituire lo spazio che si merita, in filosofia, in politica e nella vita quotidiana, a una nozione, quella di “realismo”, che nel mondo postmoderno è stata considerata una ingenuità filosofica e una manifestazione di conservatorismo politico. La realtà, si diceva ai tempi dell’ermeneutica e del pensiero debole, non è mai accessibile in quanto tale, visto che è mediata dai nostri pensieri e dai nostri sensi. Oltre che filosoficamente inconsistente, appellarsi alla realtà, in epoche ancora legate al micidiale slogan “l’immaginazione al potere”, appariva come il desiderio che nulla cambiasse, come una accettazione del mondo così com’è. Leggi tutto "Manifesto del New Realism"

Verso un nuovo realismo

Tiziana Migliore

Che ne è stato del “nuovo realismo”? L’epidemia di polemiche e consensi esplosa con il Manifesto (2012) di Maurizio Ferraris cede il posto, oggi, a una metabolizzazione intelligente. Secondo Ferraris costruttivismo e postmoderno, attraverso le tesi che “nulla esiste fuori dal testo” (Derrida) e che “non ci sono fatti, solo interpretazioni” (Nietzsche), hanno prodotto nel Novecento un “antirealismo professionale”. Occorre tornare a distinguere “zone d’essere naturali”, come il battito o la respirazione, e “zone d’essere culturali”, socialmente costruite. In barba a Michel Foucault, ci sarebbero cioè la follia come dato ontologico (comportamento sintomatico) e la follia come dato epistemologico (spiegazione medica). Ma corrisponde al vero un realismo per spalti separati? Tifosi dello “zoccolo duro”, da un lato, e tifosi dei linguaggi e delle semantiche dall’altro?

Per Luca Taddio la partita non si gioca su questo piano. Nel saggio Verso un nuovo realismo Taddio chiarisce l’utilità di un ripensamento del reale. Respinge lo iato fra datità a priori e processi metariflessivi, che è senza sbocco, per considerare la dimensione non umana e non antropocentrica dell’ontologia. L’essere è “carne del mondo” (Merleau-Ponty) e ci prende “a calci” (Eco) solo metaforicamente. Ha invece le proprie “pertinenze morfologiche” (Prieto): consistenze, resistenze e attriti non riducibili alle istanze del corpo umano. Così la percezione del passaggio davanti-dietro di un veicolo non è dettata dalle nostre abitudini, ma dall’intervallo di tempo tra la sparizione di A e la comparsa di B.

Il libro di Taddio invita a un’articolazione dello “star di contro dell’oggetto” (Kant), constatando però che, “ogniqualvolta localizziamo la realtà, incontriamo il fenomeno e mai la realtà stessa” (p. 94). Gli “osservabili in atto” non possiedono un noumeno al di qua dell’apparenza; “ci incontrano” (Metzger) a partire da una Gestalt già strutturata, in grado di contagiare il soggetto percipiente. “Se l’occhio non fosse solare, come potremmo vedere il sole?” (Goethe)

Il superamento della preminenza ontologica della carne del corpo, “Nullpunkt di tutte le dimensioni del mondo” (Merleau-Ponty), era stato auspicato anche in fenomenologia: “l’essere della sensazione non è la carne, ma il composto di forze non-umane del cosmo” (Deleuze e Guattari). Si tratta adesso di dimostrare che questi fenomeni sono compatibili con un approccio realista – non dipendono dalla coscienza – e vanno letti iuxta propria principia: il rapporto figura/sfondo, la trasparenza, il completamento amodale…, oltre che leggi immanenti all’organizzazione della materia, su cui si sono interrogati studiosi come René Thom e Ilya Prigogine. Sulla scia di Paolo Bozzi, Taddio delinea un metodo di analisi applicato alla fenomenologia della percezione.

Chiave di volta è il rifiuto dell’assioma che sia “reale” la stabilità del fenomeno rispetto al soggetto o la sua stabilizzazione da parte del soggetto. La metafisica occidentale ha sempre tentato di cogliere l’epistéme come sapere stabile, opposto al divenire. Ma “il disco bianco e nero non è la realtà rispetto al disco grigio in movimento, poiché il disco bianco e nero, in movimento, è grigio” (p. 94). La stabilità – direbbero linguisti e semiologi – è un “aspetto puntuale” del dinamismo delle cose, come il surplace nel ciclismo o nella danza, condizione di equilibrio pensabile (“metastabilità”) che dura finché c’è energia per mantenerlo.

La scommessa del nuovo realismo è di creare un accordo fra una comprensione percettiva della realtà e una comprensione cognitiva ed epistemica, includendo le scienze dure nella filosofia. Marcello Losito, nella postfazione del libro, valuta l’efficacia di un realismo percettivo metastabile in fisica e in matematica. Non vuol dire postulare che la percezione sia asemantica, anzi realtà deriva da “res”, ciò che “costituisce il contenuto della cosa” (p. 117). Il triangolo di Kanisza, stando all’analisi dello stimolo distale, non esiste fisicamente, ma la sua presenza da un punto di vista fenomenico è innegabile, ripetibile e condivisibile, quindi oggettiva. Ugualmente, l’esperienza del bastone spezzato nell’acqua è giudicata illusoria perché fuori dall’acqua il bastone appare intero. Ma nell’acqua è intero perché modifichiamo il sistema di riferimento, cognitivo e non percettivo. L’integrazione cognitiva elabora un controfattuale non rilevabile mediante osservazione e che non può, in alcun modo, alterare o emendare l’evento sul piano percettivo. Viceversa, il fenomeno vincola la descrizione a correggersi.

Gli artisti colgono queste esperienze: fanno cose con i fenomeni” (p. 113). Già in un saggio del 2013 Taddio indagava le leggi gestaltiche attraverso la pittura di Magritte. Qui accenna alle “immagini-evento” del cinema, dove il regista utilizza indizi monoculari di profondità – prospettiva, gradienti di tessitura, grandezza relativa, ombreggiatura – che retroagiscono sulla visione degli spazi naturali. Il procedimento è uguale e contrario a quello di Ernst Gombrich. In entrambi i casi viene meno l’estetica trascendentale delle forme pure a priori; e si attenzionano effetti di senso. Ma Gombrich polarizza la culturalizzazione del naturalismo, l’abilità con cui gli artisti creano, con espedienti visivi, un universo di illusioni significanti: “non mi chiedo come guardiamo il mondo, ma come guardiamo i quadri” (Gombrich). Taddio invece carica positivamente la naturalizzazione della cultura: i fenomeni percettivi, strutturando il visibile, ne determinano il grado di realtà e giustificano l’esistenza del mondo esterno (p. 71).

Purtroppo il ritenere che la percezione fenomenica sia “immediata” o “esperibile direttamente” (pp. 70-71) ostacola la fruttuosa complementarità fra i due approcci. Una semplificazione, dovuta al rifiuto di qualsiasi velo di Maya, mina l’impianto teorico di Taddio. Verificato che il mondo non è “una mia rappresentazione” (Schopenhauer), se il triangolo di Kanisza “è reale tanto quanto il foglio e il tavolo su cui è appoggiato” (p. 88), regime e ruolo non sono gli stessi del foglio e del tavolo. Su un medesimo piano di immanenza il triangolo, infatti, è una figura enunciativa che emerge grazie alle mediazioni enunciazionali del foglio e del tavolo. Scendiamo a patti sul concetto di “mediazione”: non la parousia limite di una realtà che resta oltre e altro, inconoscibile, ma i molti intercessori, delegati, luogotenenti (Latour) per comprendere questa realtà.

Luca Taddio
Verso un nuovo realismo
Osservazioni sulla stabilità tra estetica e metafisica
Jouvence (2013), pp. 252
20,00