Étienne Balibar – Il governo dell’Europa

Intervista a cura di Claudia Bernardi e Luca Cafagna

La gestione neoliberale della crisi del capitalismo ha imposto quella che Étienne Balibar definisce, riprendendo le analisi schmittiane, una «dittatura commissaria»: una ridefinizione dell’assetto istituzionale europeo secondo stati d’eccezione che impongono una gestione dall’alto della crisi tramite gli ormai noti governi nazionali imposti dalla troika.

Il processo di finanziarizzazione ha provocato una violenta trasformazione delle forme stesse della politica, ora subordinate al ciclo economico di cui sono la piena espressione. L’architettura istituzionale e la possibile costituzione di un’unione europea sono divenute uno dei temi più dibattuti in questa fase di transizione in cui permangono il deficit di democrazia e la divaricazione tra poteri democratici – quelli che Balibar definisce «contropoteri insurrezionali» – e le istituzioni europee.

Se la dittatura commissaria costituisce una delle forme privilegiate della governance europea, è pur vero che quest’ultima inizia a intravedere limiti nelle politiche di austerità finora applicate. La gestione politica della crisi neoliberale è completamente incapace di rilanciare politiche espansive o un ripensamento complessivo del «progetto Europa». Questi nodi costituiscono sia la posta in palio sia il terreno di scontro per poter costruire nuove istituzioni democratiche all’interno dello spazio europeo dei movimenti.

La scorsa settimana il presidente François Hollande ha dichiarato che secondo il governo francese sarebbe opportuno giungere a una unione politica più marcata dell’Europa entro il 2015. Alla costituzione di un bilancio comune, di una politica fiscale, di difesa e sicurezza comune, fa da contraltare un processo europeo estremamente deficitario dal punto di vista democratico. Come si colloca questa affermazione in confronto al costante deficit di democrazia?

L’impressione immediata è che la preoccupazione principale sia, come negli ultimi anni, quella di raggiungere un certo livello di efficacia o di funzionamento organizzato dei poteri dall’alto, piuttosto che cercare una forma più democratica. Questo ha a che vedere con il fatto che generalmente gli Stati europei, o le classi politiche per essere più concreti, soprattutto nel caso della Francia, non hanno mai avuto veramente l’idea di introdurre il popolo come «terzo giocatore» nel confronto complicato tra Stati nazionali ed elementi federali europei.

L’elemento nuovo è stato introdotto dalla crisi monetaria e dal nuovo ruolo della Bce. Il cosiddetto deficit democratico, infatti, è sempre già concepito come un deficit di legittimità. Secondo me, il problema della legittimità esiste ed è un problema politico importante, ma la questione democratica non si riduce al problema di legittimare le istituzioni europee. Occorrerebbe rovesciare l’ordine di importanza dei due aspetti. Ciò di cui i cittadini europei hanno bisogno è un’Europa più democratica, non un governo europeo più legittimo, sebbene anche questa sia una cosa importante.

Una seconda questione che vorremmo porle è relativa alle politiche di austerità. Recentemente ci sono stati interventi, anche da parte di esponenti dei governi europei, che mettono in discussione l’efficacia delle politiche di austerità. In alternativa a ciò viene spesso proposto un nuovo progetto di welfare europeo o un’evocazione del New Deal. Vorremmo sapere quali sarebbero le caratteristiche di questo New Deal, di un nuovo patto per rifondare l’Europa da un punto di vista politico, prima di tutto, e poi economico.

Non sono un economista, ma leggo quanto posso di queste discussioni. Per me ci sono due aspetti, quasi due misteri, due problemi irrisolti in questa discussione. Il primo aspetto è la razionalità della politica di austerità dal punto di vista capitalista o, anzi, di equilibrio del sistema economico europeo. Non tutti, ma la stragrande maggioranza degli economisti, già da anni, spiega che l’austerità in questa forma è un’imbecillità dal punto di vista economico. In principio dovrebbe servire a risolvere i deficit enormi, i debiti pubblici, ma nei fatti il risultato è una compressione del reddito nazionale – anche per la Germania – e quindi le possibilità di rimborso del debito non aumentano ma diminuiscono.

La questione immediatamente successiva è: perché ostinarsi nella via sbagliata? Da alcuni mesi l’Fmi ha cominciato a spiegare che bisognerebbe cambiare direzione, ma per anni sono state mantenute queste politiche. Allora le spiegazioni che sentiamo sono di due tipi, non incompatibili forse. Da un lato, una spiegazione ideologica, puramente ideologica, che ci rimanda alla concezione cosiddetta «ordoliberista» dominante in Germania, che è la potenza principale. L’altra spiegazione, che non possiamo eliminare, è che nei fatti l’austerità non serve a risolvere la crisi dal punto di vista sistemico o complessivo, ma è una fonte di profitti e di benefit molto importanti per alcuni, compresa la stessa Germania, a breve termine. Leggevo l’altro giorno su «Die Zeit», che non è sempre stata molto critica rispetto a ciò, un articolo molto interessante sul modo in cui la Germania finanzia le proprie attività economiche sfruttando il famoso spread dei tassi ecc.

Cioè, il fatto che le difficoltà di credito dei paesi dell’Europa meridionale producono come risultato indiretto tassi di prestito minimi o anche negativi per la Germania stessa. Questo è il primo problema: a chi giova, non a che giova, l’austerità? Il secondo problema riguarda il New Deal di cui si stava parlando: è una prospettiva seria, per me molto interessante, ma che non può e non deve essere percepita in modo puramente tecnico o tecnocratico. Un New Deal sistematico, complessivo, naturalmente adattato alle circostanze di oggi, non può esistere senza tre – diciamo – pilastri o elementi.

Uno è ovviamente quello che la politica attuale impedisce, cioè investimenti pubblici, piani di sviluppo, un nuovo piano Marshall per l’Europa meridionale, un altro progetto economico per l’Europa. Il secondo, naturalmente, è una politica della domanda e non solo una politica dell’offerta. Il che vuol dire un cambio radicale nella distribuzione del reddito tra la popolazione europea. Questo va completamente contro la tendenza attuale di raggiungere una competitività sufficiente a livello globale abbassando il livello di vita della maggioranza della popolazione. E quindi, terzo aspetto, un ruolo più attivo delle forze popolari e democratiche a livello nazionale.

Il New Deal americano, le politiche sociali dell’immediato dopoguerra in Europa e soprattutto in Inghilterra: non so se avete già visto il film di Ken Loach sulle nazionalizzazioni inglesi, The Spirit of ’45; quella non fu una rivoluzione socialista, ma un momento di equilibrio. Per il momento i progetti del cosiddetto New Deal prendono in carico i primi due aspetti, ma escludono il terzo, che ci rimanda alla questione precedente.
Il New Deal non è semplicemente un modo di gestire il reddito, è una politica complessiva, o sarebbe una politica complessiva, se la parola volesse significare qualcosa.

Dal nuovo numero di alfabeta2, in edicola, in libreria e anche in versione digitale
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Sinistra

Nicolas Martino

«Diremmo, anzitutto, sinistra quella parte del sistema politico che opera efficacemente per rappresentare il potenziale liberatorio racchiuso nella perdita del Senso della Storia, nella perdita dei suoi “ordinatori” mitici. Diciamo sinistra la critica in atto di ogni dogmatismo organicistico-teologico, di ogni impostazione meccanicistico-assiale nella rappresentazione dell’antagonismo culturale e politico. Diciamo sinistra quella parte che si organizza al proprio interno e opera sulla base del riconoscimento della natura catastrofica dell’antagonismo.

Manca in tutto ciò ogni sicura episteme? Manca ogni principio-dittatura? Manca ogni ancoraggio a filosofie della storia o a sociologie dualistiche? Manca il mito (la Classe e la Promessa che essa incarna)? Per negativo, si sarebbe tentati di dire che proprio il senso acuto di queste perdite è di sinistra. La sinistra è parte del tempo benjaminiano della povertà. In questo tempo tramonta la dimensione della Grande Politica? Può essere – certamente non tramonta la possibilità di un Grande Opportunismo».

Così scriveva Massimo Cacciari nel 1982 interrogandosi sul concetto di sinistra. Un’interrogazione che allora coinvolse la parte più innovativa e raffinata degli intellettuali del Pci riuniti intorno alle riviste «Laboratorio Politico» e «Il Centauro» per giocare la scommessa del disincanto e dell’autonomia del politico. Nei fatti, senz’altro al di là delle intenzioni originarie dei suoi sostenitori, qualcosa è andato storto: il disincanto si è inverato nell’autodissoluzione della sinistra, e il Grande Opportunismo si è deformato nel piccolo e odioso opportunismo di bottega, interno solo alle logiche di Palazzo.

Ora però, rimossa probabilmente la sconfitta e le sue ragioni, quella scommessa viene rilanciata da Carlo Galli, intellettuale e politologo di grande spessore, tra i protagonisti della riscoperta italiana di Carl Schmitt. L’anamnesi proposta è rigorosa, assolutamente condivisibile. Tre sono le tradizioni intellettuali che hanno dato corso alla sinistra del Novecento: il razionalismo democratico, la dialettica socialista e il pensiero negativo (che ha in Nietzsche la sua «piattaforma girevole» in chiave critica o neoconservatrice).

Quattro sono le rivoluzioni del Novecento: quella comunista, quella fascista, quella welfaristica, e infine quella neoliberista inaugurata nella seconda metà degli anni Settanta.
È questa la rivoluzione da studiare a fondo per non rimanere subalterni alla sua «ragione». Ciò che lascia sorpresi è appunto la terapia proposta: la ricostituzione di una sinistra per il lavoro attorno a un «secondo» New Deal capace di «ricomporre l’infranto» ed essere progetto politico anche per i movimenti, altrimenti ridotti solo a testimoniare la protesta.

Ma nel dispiegarsi di quella Great Transformation che è la sussunzione reale della società al capitale, la quarta rivoluzione perfettamente circoscritta da Galli, quando è la vita che viene messa al lavoro, cade ogni illusione di trovare una «giusta» misura dello sfruttamento, e allora l’idea stessa di sinistra è fuori asse perché irrimediabilmente subalterna proprio a quella che, nella loro genealogia del neoliberismo, Pierre Dardot e Christian Laval individuano come un’autentica e singolare «nouvelle raison du monde».

Se ora è invece possibile cominciare a pensare che essere produttivi possa coincidere con l’essere liberi, se il principio stesso della rappresentanza è svuotato dall’interno, la sinistra è ridotta a simulacro. E solo nella costituzione del comune, una volta abbandonata ogni nostalgia per qualsivoglia sinisteritas, solo nel passaggio all’etico, e cioè alla potenza di costituire un mondo sensato, exeunt simulacra.

Carlo Galli
Sinistra
Per il lavoro, per la democrazia
Mondadori (2013), 166 pp.
€ 17,50

Dal numero 30 di alfabeta2, da oggi in edicola, in libreria e in versione digitale

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Lo stato di crisi permanente

Andrea Fumagalli

Se Atene piange, Sparta non ride. I paesi europei dell’area mediterranea hanno già versato lacrime amare. Nel 2012 l’imposizione forzosa (o meglio, golpista, nel caso dell’Italia) di politiche di austerity ha prodotto un impoverimento che non ha precedenti nella storia dal dopoguerra a oggi. Ma neanche Sparta, ovvero la Germania, se la passa bene. Ciò che sta avvenendo è l’avvio di un circolo vizioso in cui anche i paesi economicamente più forti rischiano di essere avviluppati in una spirale recessiva che continuamente si autoalimenta. Dopo aver resistito per due anni alla crisi del debito europeo, traendo vantaggio dall’indebolimento dell’euro che ha permesso esportazioni più competitive al di fuori dell’eurozona, anche la Germania ora inizia a mostrare i primi segni di una possibile crisi. Il governo tedesco ha infatti rivisto al ribasso le stime di crescita previste per il 2012 e 2013, avvicinandosi a livelli di stagnazione, e per la prima volta le vendite al dettaglio sono crollate.

Con il 2013 entriamo nel sesto anno di crisi. Neanche la grande crisi del 1929-30 era durata così a lungo. A partire dal 1933 (dopo quattro anni) l’economia Usa aveva ricominciato a risalire la china. All’epoca l’uscita dalla crisi era stata favorita dalla definizione di una nuova governance sociale e politica che prendeva atto, seppure parzialmente e spesso in modo contraddittorio, dei nuovi meccanismi di accumulazione e valorizzazione che l’avvento del paradigma taylorista aveva prodotto.

Oggi non si intravede nulla di tutto ciò. È ormai assodato che la governance capitalistica imposta dai mercati finanziari si è rivelata fallace, seppure dopo aver ottenuto potenti risultati nel plasmare e definire le nuove modalità di valorizzazione e le nuove forme di comando e gerarchia attuali. Tale governance si basava sulle nuove funzioni economiche assunte dai mercati finanziari, con il passaggio da un’economia monetaria di produzione (quella del paradigma taylorista-fordista) a un’economia finanziaria di produzione (quella del biocapitalismo cognitivo): ridefinizione continua dell’unità di misura del valore (una volta venuta meno la parità aurea con il crollo di Bretton Woods) e quindi finanziamento dell’attività privata d’investimento; assicuratore sociale della vita come esito della finanziarizzazione, e conseguente privatizzazione, dei sistemi di welfare; strumento di crescita dell’economia e regolatore della distribuzione del reddito grazie ai processi di espropriazione della cooperazione sociale e al suo indebitamento, e moltiplicatore finanziario della domanda finale.

Condizione perché tale governance potesse garantire stabilità era una continua, illimitata espansione degli stessi mercati finanziari, in grado di produrre (plus)valore in misura costantemente superiore agli effetti distorsivi e negativi sulla domanda causati dalla crescente concentrazione dei redditi e dall’espropriazione della ricchezza sociale prodotta dal «comune». Poiché questa condizione non può persistere illimitatamente, l’instabilità strutturale che ne deriva può essere politicamente e socialmente governata solo facendo ricorso a shock esogeni, dettati dall’emergenza di turno. In altre parole, la governance era data dall’emergenza. Negli anni Duemila l’emergenza era la guerra al terrorismo. Oggi l’emergenza è data dalla stessa crisi dei mercati finanziari e degli Stati europei. Diremo di più: la crisi diventa strumento di governance e quindi è crisi perenne. Ciò significa che l’emergenza è finita: la crisi diventa «norma».

Lo stato di crisi permanente ci dice che è in atto una crisi della valorizzazione capitalistica. Nonostante i profondi processi di ristrutturazione organizzativa e tecnologica che hanno allargato la base dell’accumulazione, imponendo – dietro il ricatto del bisogno – la messa a valore della vita, del tempo di vita e della cooperazione sociale umana, la valorizzazione attuale, proprio perché si fonda solo sull’espropriazione esterna della vita e del «comune» umano, senza essere in grado di organizzarli, non si trasforma in crescita di plusvalore. Il processo di finanziarizzazione ha sì consentito una poderosa «accumulazione originaria», ma non è stato in grado di tradursi in valorizzazione diretta e reale. È questa la contraddizione centrale che sta alla base della crisi attuale. Nonostante i vari tentativi (dalla lusinga, dagli immaginari, al ricatto, al bastone, alla mercificazione totale), la vita umana messa a valore produce comunque un’eccedenza che sfugge al controllo capitalistico, un’eccedenza che non si trasforma in valore economico, è cioè non misurabile in termini capitalistici.

In un simile contesto nessuna politica «riformista» è possibile e ciò si traduce anche in crisi politica e istituzionale. Non vi sono le condizioni di definire un nuovo New Deal compatibile con l’attuale economia finanziaria di produzione, a differenza di ciò che era avvenuto negli anni Trenta del secolo scorso. La fuoriuscita dalla crisi può avvenire solo in un contesto postcapitalistico. Ma di ciò parleremo in seguito.

Da temere abbiamo solo la paura

La risorsa dell’arte nel New Deal

Manuela Gandini

Gli agenti dei servizi segreti americani arrivarono il giorno prima dell’inaugurazione per accertarsi che il Presidente Franklin Delano Roosevelt potesse entrare con la sedia a rotelle alla mostra Children of the Rich on WPA Art Project. Voleva vederla a ogni costo e così arrivò la mattina della domenica in assenza di pubblico. «Era gioioso pieno di vita, di energia. Quell’uomo aveva un’energia straordinaria», ha raccontato Holger Cahill, critico e curatore, direttore del Fap (Federal Art Project). La mostra rendeva conto del lavoro dei fotografi impiegati dallo Stato americano nel programma di sviluppo del New Deal, che fece rinascere gli Stati Uniti. È il 1935, l’America sta attraversando il Big Crash, il più grave tracollo che l’abbia mai colpita. Il Presidente Roosevelt ha iniziato un percorso di umanizzazione della crisi per condurre il popolo americano fuori dalla fame. Con il New Deal, letteralmente nuovo corso, il governo stanzia nuove leggi per impiegare milioni di disoccupati nella costruzione di grandi infrastrutture e di boschi, creando un sistema di occupazione che coinvolge tutte le categorie. Roosevelt si rende conto che è psicologicamente più importante creare lavoro che dare sussidi e capisce che la vittoria dell’America è la vittoria di tutti gli americani e non di una classe. «Il paese ha bisogno e, se non m’inganno sui suoi umori, chiede una coraggiosa e tenace sperimentazione», dichiara. All’interno del New Deal nasce un progetto di impiego per gli artisti americani, il Fap, costola del Wpa (Work Progress Administration). Fu George Biddle, amico d’infanzia del Presidente, pittore e muralista con Diego Rivera in Messico, a suggerirgli l’idea di un programma a sostegno della cultura, sia per la sopravvivenza degli artisti sia per l’importanza politica di creare un’arte pubblica americana. Il programma durò otto anni dal 1935 al 1943 e quando qualcuno mosse obiezioni sull’impegno verso l’arte, Harry Hopkins, consigliere del Presidente, mediatore tra Churchill e Stalin, pilastro del New Deal, rispose candidamente: «Anche gli artisti devono mangiare come ogni altra persona».

Si dice siano state create 225.000 opere tra murales, poster, quadri, fotografie e siano stati impiegati 5000 artisti. Non c’erano discriminazioni stilistiche, gli artisti potevano partecipare ai concorsi e venivano scelti in base al progetto, senza che le commissioni conoscessero i loro nomi. Gli edifici pubblici come le poste, gli ospedali, le biblioteche, erano i luoghi ai quali venivano destinati i murales con scene storiche o legate alla ripresa dalla crisi, spesso frutto di una pittura realista. Sembrava infatti urgente capire cosa stesse succedendo e come oltrepassare il baratro mappando la realtà in ogni sua parte. Il lavoro artistico diventava allora strumento cognitivo. Si era stretta un’alleanza, basata sul diritto alla felicità, tra mondo intellettuale, mondo politico e mondo economico. L’ufficio postale era il luogo dove ogni cittadino americano avrebbe messo piede e sarebbe entrato in contatto con l’opera, poiché l’arte doveva essere nutrimento per tutti, orizzontale e democratica. A ogni nuovo edificio federale, nel quale potevano esserci sino a 25 murales, veniva destinato l’1% dei costi al progetto artistico e gli artisti venivano pagati una cifra che oscillava tra i 23 e i 35 dollari a settimana. Alcuni dei loro nomi, allora sconosciuti, erano Willem De Kooning, Mark Rothko, Arshile Gorky, Philip Guston, Thomas Hart Benton, Stuart Davis, Diego Rivera, Gabriel Orozco, Robert Motherwell, Jackson Pollock, che incontrò sul lavoro la sua futura moglie Lee Krasner. E non si era ancora profilata all’orizzonte nessuna Peggy Guggenheim e nessun Leo Castelli. Gli artisti, al pari di lavoratori comuni, poterono sopravvivere, vivere e soprattutto credere in uno Stato che li stava proteggendo, che stava creando il palcoscenico di un’arte autonoma che sino ad allora aveva vissuto il complesso d’inferiorità nei confronti dell’Europa. Si stavano mettendo le basi per la nascita della Pop Art, di un arte popular come popolare era stato l’intervento rooseveltiano. Senza il Federal Art Project ci sarebbe mai stata la bandiera di Jasper Johns? E il suo valore simbolico e culturale, oltre che di mercato, sarebbe stato lo stesso? E infine, i governi statunitensi a venire avrebbero investito nella diffusione della nuova arte americana da usare come fiore all’occhiello per la politica internazionale?

John F. Kennedy nel 1963 possedeva Retroactive I, l’opera di Bob Rauschenberg, che lo ritraeva con Neil Armstrong. Durante il New Deal venivano commissionate anche opere da cavalletto, fotografie e poster che illustravano le condizioni di povertà estrema della popolazione e l’instabile condizione dell’artista. In questo modo si creò una forma di propaganda di ciò che il Wpa stava producendo. «Can the artist survive?», c’ era scritto sui manifesti. Tutti stavano lavorando a un unico obiettivo: uscire dallo stritolamento economico, uscirne tutti compatti senza il tentativo da parte dello Stato di mantenere i privilegi di un nugolo di persone a scapito di molti. Bisognava agire su ogni possibile terreno e temere solo, diceva Roosevelt, la paura. Il WPA promuoveva il fotogiornalismo e le campagne sociali, come quella della Farm Security Administration (FSA), agenzia per il riassetto agricolo, nata dalla necessità di documentare la situazione dei contadini e delle zone rurali per interventi strutturali. Trenta fotografi, tra i quali Walker Evans, Dorothea Lange, Walter Rosenbaum, Ben Shahn, hanno fermato, con i loro 270.000 scatti, un panorama unitario di documentazione sociale, contribuendo ciascuno a proprio modo e aiutandosi a vicenda. Quelle fotografie, che sono poi apparse sulle copertine di Life e Fortune, che sono entrate decenni dopo nelle gallerie e nei musei, che sono state riutilizzate da artiste quali Sherrie Levine in un’altra cornice concettuale, sono nate grazie a Roosevelt che ha proficuamente coinvolto tutte le forze creative dell’America. Ricordate le foto di quelle famiglie magre nelle loro baracche? I loro volti, che in bianco e nero sembrano ancora più sporchi, ci guardano come lontani parenti dalla distanza di poco meno di un secolo. Dorothea Lange nel 1936 in California ritrasse The Migrant Mother, alcune delle quattromila madri che lasciarono la loro terra secca e infruttuosa per cercare radici, erbe e uccellini da dar da mangiare ai figli. Una di queste, in una delle foto più famose, dimostra sessant’anni ma ne ha trentadue.

Il Presidente Roosevelt e il suo entourage, coscienti dell’immane sofferenza collettiva, compiono azioni pratiche, veloci, concrete per uscire dalla crisi. E gli artisti mettono l’anima. La loro non era solo una questione di sopravvivenza, volevano essere attori di un cambiamento epocale. Personalmente credo che questo spirito non possa mai tramontare, l’artista colombiana Maria Teresa Hincapiè, parlando del suo lavoro, l’anno prima di morire, mi disse: «La gente ha condiviso il mio profondo desiderio di trasformare in amore tutto il dolore del mondo. L’opera è universale, parla della natura umana, della purezza, della sensibilità e delle tradizioni». Un giorno, dopo mesi di eremitaggio, decise di scendere in città e di pulire, come fosse casa propria, l’angolo di una delle strade più sporche e pericolose di Bogotà. Hincapiè cercava la perfezione e il dominio dei movimenti, lavorava sul minimale, sui gesti piccoli e apparentemente insignificanti. È forse questa una via da intraprendere per uscire dal giogo di politiche violente e prevaricatrici? Per creare spazi di libertà e libertà dal linguaggio economico? La crisi che è innanzitutto di pensiero paralizza il cittadino che ha perso diritti, risorse e libertà, diventando debitore di un debito mai contratto. Non ci soffermeremo, in questa sede, sul disastro culturale che incombe nel nostro paese, di cui peraltro rendono conto improvvisamente tutti i media. Non parleremo neppure del linguaggio truce e repressivo nel quale affoga la nostra quotidianità, tra spread, swap, default, bond, grey market, debito, lacrime, sangue, sacrifico, né tantomeno affronteremo il problema del monopolio, delle fondazioni e delle istituzioni artistiche pubbliche e private, detenuto da un ristretto gruppo di finanzieri.

Ci limitiamo a mostrare una via già percorsa da uomini che avevano un profondo senso etico e concludiamo con le parole dell’economista Christian Marazzi: «Negli ultimi vent’anni si è affermato, nelle economie occidentali, quel modello antropogenetico, all’interno del quale la cultura, quindi l’arte, la formazione, la ricerca, la socialità e la sanità, sono fondamentalmente i settori che tirano di più, che generano più lavoro e più reddito. In questi settori la finalità della produzione umana non è un oggetto ma è l’uomo stesso, il suo benessere, il suo stato di felicità. Questo giustifica l’idea secondo la quale occorre ripensare a un rafforzamento di questa tendenza in termini di riconoscimento del contributo di questi settori. Riconoscimento economico, finanziario e di investimento. Ma è proprio ciò che non si fa, si tende a tagliare per poter aprire spazi di privatizzazione con tutte le conseguenze. Da una parte c’è una dimensione di resistenza e di rivendicazione all’interno di questa tendenza e dall’altra sembra che si ponga la questione del vuoto in cui ci troviamo nella produzione di forme di vita di relazione e di spazi esistenziali che sappiano andare oltre la crisi e ne prefigurino un’uscita». Marazzi rivendica infine il bisogno di un’estetica del dopo crisi che abbia una valenza concreta e pratica, recuperando la dimensione della forza-invenzione dell’artista per trasformarla in forza di progettazione in vista della fine della recessione.

Che cosa “dobbiamo tenerci”?

[questo articolo è apparso originariamente il 13.06.2009 sul sito goodwin box]

Massimo Amato

Il professor Alesina ha scritto, il 20 maggio sul Sole 24 Ore, un articolo che condanna l’intervento della politica in economia basando tale condanna su una rilettura fortemente critica del New Deal, del dirigismo che quest’ultimo implicherebbe, e sopratutto sulla equiparazione fra dirigismo e politica tout court.   Su queste basi la sua conclusione non può francamente stupire: «Il capitalismo anglosassone, fondato sul mercato, continuerà a essere quello che produce piu crescita. Teniamocelo.» Leggi tutto "Che cosa “dobbiamo tenerci”?"