Cannes 70 / Pio, lo zingaro sedotto dall’iper-modernità

Roberto Silvestri

A-CIAMBRA-PioontruckA Ciambra, il romanzo di formazione (e di deformazione) di Pio Amato, rom di 14 anni di Gioia Tauro, è piaciuto molto alla Quinzaine. Molti minuti di applausi per l'odissea tragica di questo ragazzo perdente, ma non malvagio, debole ma non insensibile, traditore ma non per servilismo di comunità, in occasione della anteprima stampa della opera seconda di Jonas Carpignano, italiano che ha studiato cinema a New York e ha risolcato i sentieri interrotti di Zavattini e Rossellini. Immagini di Tim Curtin (Re della terra selvaggia), montaggio di Affonso Goncalves (Carol, Paterson). Opera pluralista e cosmopolita quant'altri mai.

Ma chi è Pio? È stato già il protagonista ombra di un corto premiato a Cannes ed era poi il peperino coinvolto dalla parte giusta nei moti di Rosarno, argomento di Mediterranea, l'opera prima di Carpignano che vinse la Semaine nel 2015 (e ha lanciato un attore magnifico, Koudous Sehion, qui di intensità Denzel Washington). Un gioiello di film distribuito ovunque, tranne in Italia.

Pio è una forza della natura. Analfabeta, ma all'università della strada, basta osservarne gli occhi, e ammirarne il tempismo, è nell'eccellenza. Non abita le baracche di A Ciamba, che prendono fuoco ogni qual volta i carabinieri slegano, a singhiozzo, la canea razzista. Ma, con la numerosa famiglia a sovranità matrilineare, Pio vive nel cemento grigio-soviet della periferia più estrema, quella più adornata di rifuti. E sempre Ciambra è. Uno dei posti più infernali della terra. Eppure Carpignano riesce a dare vita, aria, sostanza, aura e carne anche agli spettri maleodoranti di A Ciambra. E, almeno, nel cinema italiano, è più difficile una apparizione di zingari danzanti che la visione della Madonna.

Ed ecco le prime avventure nel mondo di Pio, raccontateci come fossimo in uno slum-movie di Fernando Meirelles (ricordate La città di dio? E infatti i brasiliani coproducono): gli amori agognati, i giochi infantili, la sopravvivenza dura, lo slang che più hard non si può, le sigarette (“che non fanno male”), le amicizie avulse con chi gli dà una mano (siano pure marocchini), la famiglia, il primo motorino, le birre, gli errori, il rapporto con i gadjo (gli italiani), quelli della 'ndrangheta, le prime promesse e le prime performances con destrezza alla Robin Hood, l'amicizia con i burkinabé, i ghanesi e le nigeriane, a cui porta un tvcolor per la coppa d'Africa, nell'enclave della vicina Rosarno. Il fratello Cosimo e il papà sono finiti in galera, e i debiti assommano a 18 mila euro. Equitalia ne pretende metà, per furto di elettricità. L'altra metà spetta al mafioso della zona, che elargisce le briciole del feudo con la tranquillità di chi ha bei protettori in alto. Ed ecco che tocca a Pio prendere il controllo della situazione. Ma la cifra è alta. Non basta saperci fare nel garage e guidare l'auto a tal punto da beffare i caruba, in una magnifica scena da The Blue Brothers. Si capisce che Carpignano è pesce nell'acqua nella zona proprio come Landis lo è della Chicago drop-out. Ed ecco che infatti entriamo in pieno clima Main Street (Martin Scorsese è il produttore esecutivo del film), anche senza metropoli a chiarire un po' meglio come il giro della droga, della prostituzione e del furto organizzato siano una perfetta macchina addomesticata e fluidifcante nel grande giro mondiale delle merci. Il pensiero sarà anche unico, ma è mafioso. Se una merce è ferma, è un oggetto senza vita. Se una merce gira di qua e di là, grazie alla destrezza di chi sa delocalizzare meglio ancora di Marchionne, l'intero sistema ne trarrà giovamento, no?

Una drammaturgia fluida, mai ingolfata dall'ansia documentaria, quella di Carpignano, aiutato da interpreti molto ben allenati. Una tranche de vie che non ha difficoltà a immergersi nella ritmica, a forma di rap, di un racconto-fiaba. Dove non mancano i cavalli senza briglia delle saghe irlandesi. Andare sulla strada senza padroni, essere solo padroni di se stessi. Diventare nemici del mondo così come è, ma amici del cosmo. Sarà questo l'obiettivo di Pio. Un sequel sembra a questo punto inevitabile. Carpignano ha fatto della serialità un metodo per sconvolgere la fiction dall'interno. E' per aquesto che il cinema iutaliano mainstream fatica a celebrarlo. E poi, l'argomento!

I gitani. Sono anarchici, on the road, contro il mondo, losers. Preferiscono l'oro ai soldi.... Rubano. O meglio, come si dice in epoca neoliberista, fanno circolare le merci un po' più a lungo del solito.

I razzisti, i nazifascisti, i socialdemocratici, i liberali, i comunisti duri e puri di tutta Europa sono tutti, esplicitamente o implicitamente, infastiditi a pelle da gitani, sinti, rom o zingari. Non li sanno o non li vogliono comprendere.

Non ci fosse stato il Vaticano, almeno da Giovanni Paolo II a Francesco, a proteggerli, dopo l'orrendo olocausto che tentò di cancellarli dalla terra occidentale, avrebbero avuto solo il sostegno dei fan del circo, di Emir Kusturica e di Guy Debord, il cui regista preferito fu sempre Tony Gatlif (che presenta il suo nuovo rom-movie proprio qui). Se ci pensate non esistono molti film sui gitani. In Italia poi se ne sono occupati,senza paternalismi di sorta, solo Carolos Zonars (greco, ex esule a Roma) e Alberto Grifi, negli ultimi mesi della sua vita, visto che nelle periferie si preparavano piccoli grandi pogrom, come leggiamo sui leggiamo. Ma a Hollywood i gitani, da Douglas Fairbanks a Marlene Dietrich, sono sempre simpatici, e non solo per istinti antinazi. Non si può dire che abbiano mire rifeudalizzanti. Dunque si ammirano per il loro astio nei confronti dei padroni e delle rendite. Ed è di particolare interesse un film che l'attore Robert Duvall girò come regista dentro una comunità gipsy, Angelo my love, anno 1983. Quel loro modo di vivere, in quegli anni di ipermodernità, diventava più consono alla cultura dominante fatta non di fatti ma di ipotesi, di previsioni, di potenzialità. Di lettura, nella mano, dei giochi futuri.

Okja

downloadMariuccia Ciotta

Il festival cambia “format” e genere, Okja (concorso) del coreano Bong Joon Ho è prodotto da Netflix ed è una commedia per bambini. Cose insolite per Cannes. Ma c'è qualche problema. La proiezione del film alle 8,30 del mattino è andata avanti per 8' con il mascherino sbagliato taglia-teste tra urla e battimani di protesta e altri 10' ci sono voluti per studiare il caso e riprendere il film dall'inizio. La colpa sarà probabilmente attribuita all'operatore internet che non sa cos'è il cinema, e che comunque ha deciso, dopo l'accesa querelle dei giorni scorsi, di distribuire Okja in Corea, Stati Uniti e Gran Bretagna. Che la Francia aspetti, vista la guerra aperta a colpi di “eccezione culturale”.

Dopo Wonderstruck, la fiaba viene dalle lussuose foreste sudcoreane dove vive una ragazzina, Mija, e la sua creatura, Okja, un animale geneticamente modificato, un superpig destinato, secondo la Mirando Corporation, a “sfamare il mondo”.

Okja - orecchie da maiale, corpo grigio da ippopotamo e muso da cane - ha negli occhi, però, il luccichio dell'intelligenza. Mija si arrampica sul corpaccione della sua compagna di giochi, che ricambia gli abbracci e la stringe a sé. Potrebbe essere la sorella coreana del giapponese Totoro, marchio Miyazaki. E al contrario del mostruoso anfibio mangia-uomini di The Host, record di incassi di Bong Joon Ho, Okja è un “animale da compagnia”, solo un po' ingombrante. I due esseri, risultato della creatività digitale, non esistono, ma entrambi sono metafore della cupidigia del mercato, che qui si materializza in una fenomenale Tilda Swinton, look da Barbie, volto della corporation ereditata da un padre orrendo, inventore del napalm. Le fa da spalla un altrettanto strepitoso Jake Gyllenhaal, vanesio e queer conduttore tv.

Sul tono di una slapstick comedy con il bestione che travolge gli stand dell'aeroporto in una corsa fracassona e invade le strade di Seoul, il film sul “rapporto tra l'uomo e l'animale”, come dice il regista, vira verso un cupissimo epilogo, dentro un vero mattatoio-lager dove i superpigs vanno al macello consapevoli. Qualcosa tra John Berger e Alberto Grifi. In scena, anche un gruppo di animalisti svitati che sostengono Mija nel recupero dell'animalone. L'ombra di King Kong si profila insieme allo skyline di New York dove Okja viene trascinata in catene per un finto concorso di bellezza. Netflix scommette sul gran successo di pubblico nelle sale e in rete, mentre Cannes non può che accogliere il simbolo della metamorfosi del cinema, sempre che azzecchi il mascherino.

Libri digitali in formato playlist

Maria Teresa Carbone

C'è stato un tempo (qualcuno se lo ricorda? diciamo una trentina d'anni fa) in cui comprare musica voleva dire andare in un negozio di dischi e uscirne con sottobraccio uno o più astucci di cartoncino piatti e quadrati, al cui interno era racchiuso – appunto – un disco (a volte due o tre) di vinile, il cosiddetto 33 giri o lp (long playing) o infine album, dal momento che ognuna delle due facciate conteneva di solito un certo numero di brani.

Da allora il mercato musicale è stato investito da una rivoluzione dopo l'altra, a partire dal cd (compact disc), presentato all'inizio degli anni Ottanta come un oggetto imperituro e oggi pressoché defunto, giù giù fino alla vendita via internet di singoli brani musicali da scaricare (il modello iTunes) e, infine, all'abbonamento mensile, con ascolto in streaming, il cui esempio di maggiore successo è oggi Spotify. A questo proposito, il direttore economico della compagnia svedese, Will Page, ha dichiarato l'estate scorsa alla “Stampa” che nei suoi primi sei mesi in Italia Spotify ha registrato 610 milioni di stream.

Un risultato notevole, sulla cui durata – come si è visto – sarebbe imprudente scommettere. Sta di fatto però che l'idea di offrire ai consumatori una scelta pressoché illimitata di ascolti in cambio di una cifra mensile relativamente modica (una decina di dollari) ha preso piede anche fuori dal campo musicale. Sebbene non sia ancora arrivato in Italia, il fenomeno Netflix – provider di film e serie tv on demand in streaming attivo in tutto il continente americano e in diversi paesi europei (Regno Unito, Scandinavia, Olanda) – rivela che nel giro di una generazione il modo di fruire non solo la musica, ma anche il cinema e la tv, è cambiato: sono già oltre trentasette milioni gli aderenti al piano di offerta di Netflix, più di un miliardo le ore trascorse ogni mese davanti a uno schermo che può essere quello del televisore, del computer, di una consolle come la Playstation o la XBox.

Il passo successivo della mutazione – i libri scaricabili da internet su abbonamento mensile – era forse prevedibile, ma sembrava lontano, anche perché gli editori di tutto il mondo hanno sempre mostrato una certa angoscia all'idea di essere contagiati da quanto era accaduto nel mercato musicale. E invece, ecco che nel giro di qualche settimana, non una, ma addirittura tre società sbucano quasi dal nulla e promettono ai lettori (se non altro a quelli di lingua inglese) che d'ora in poi, pagando la solita cifretta mensile, avranno a disposizione centinaia di migliaia di titoli e potranno pure pasticciarci a piacimento, componendo le loro personali playlist.

Della prima di queste nuove imprese, eReatah (“Read more, read better, pay less” il claim) si sa poco. È ancora in versione Beta, ma è già possibile iscriversi e scaricare la app che consentirà di effettuare il download dei libri. Le laconiche risposte alle FAQ spiegano che i testi resteranno a disposizione dei lettori, anche in caso di abbonamento annullato, e che il lettore (l'eReatah, appunto) funziona su iPad, iPhone e Android, e anche su Kindle, seguendo “tre semplici passi”. Nella lista dei titoli in home page le novità sono poche, i libri proposti vanno dai manuali di self-help (I Will Teach You To Be Rich) ai best seller stagionati (la biografia di Steve Jobs, alcuni romanzi di Stephen King...).

Simile, ma più consolidata – e più sofisticata nel linguaggio e nella grafica – appare Oyster, app lanciata a maggio da una startup newyorkese al grido di “Live a life well-read”. Qui l'”interlocutore” è, per il momento, solo l'iPhone (prossimamente anche l'iPad) e i volumi proposti hanno, a colpo d'occhio, un'aura di maggiore “qualità letteraria” (Foster Wallace, Chabon, classici moderni come Aldous Huxley o Jack London).

Forse più apparenza che sostanza, ma ha ragione Maurizio Caminito in un articolo dedicato alla nuova impresa a notare che “se, almeno per il momento, l'app di Oyster sembra offrire ancora poco rispetto al gigantesco magazzino di Amazon – che già permette agli utenti Kindle di scegliere tra 350mila titoli con il servizio di prestito Lending Library – la nuova tipologia di business in stile Netflix potrebbe portare alla nuova rivoluzione del mercato editoriale in formato digitale”.

Ma già il dubbioso condizionale si sta trasformando in un sicuro indicativo, perché il terzo contendente sceso in campo ha spalle molto robuste. Fondata nel marzo 2007 da Trip Adler (trent'anni da compiere nel 2014, compagno di università a Harvard di Mark “Facebook” Zuckerberg), Scribd si è conquistata ottanta milioni di utenti sparpagliati in più di cento paesi nel mondo, proponendosi come piattaforma dove caricare e mettere in circolazione gratis o a pagamento testi di ogni tipo: romanzi inediti, saggi accademici, atti processuali. Vuole la leggenda che l'idea sia venuta a Adler, allora ventitreenne, dopo aver sentito il padre, scienziato, lamentarsi della difficoltà di far conoscere al di fuori di una cerchia ristretta le ricerche scientifiche.

Oggi la “biblioteca” di Scribd conta oltre quaranta milioni di titoli fra libri e documenti e si descrive come “più corposa della Library of Congress”. La struttura, insomma, c'era già e numerose case editrici piccole e medie, superando la loro riluttanza, avevano stretto accordi con Adler, tanto che già dallo scorso gennaio Scribd aveva cominciato a offrire ai suoi abbonati una scelta più ampia di ebooks. Nelle ultime settimane, Adler è riuscito ad agganciare il gigante HarperCollins e, forte di questo successo, ha deciso di uscire allo scoperto, offrendo agli utenti accesso illimitato ai testi per otto dollari e 99 al mese.

Ha scritto Cade Metz su “Wired” che attirare HarperCollins non è stato facile, ma che alla fine è stato trovato un modello economico soddisfacente per entrambe le parti: “In sostanza, un editore viene pagato solo se un lettore sceglie uno dei suoi libri e viene pagato per intero solo se il libro viene letto per intero”. La differenza, rispetto ad altre librerie online, è che “questo non è il posto dove ti compri la tua copia digitale di Assassinio sull'Orient Express, è un posto dove scorri e leggi tutto quello che in quel momento ti attira, tre o quattro paragrafi del giallo di Agatha Christie, un capitolo di un noir di Elmore Leonard, il tuo romanzo preferito di Neil Gaiman..”.

Per chi ritiene che un libro si sia letto solo dopo che è stato percorso pagina dopo pagina, dal frontespizio all'ultima riga, sono probabilmente stilettate al cuore, ma Jan Johnson, della piccola casa editrice Red Wheel Weiser Books, che ha aderito a Scribd, pensa che i vantaggi non saranno solo economici: proprio la possibilità di sfogliare qualsiasi libro liberamente, sostiene, consentirà alle persone di scoprire testi che magari decideranno di comprare in seguito presso una libreria online o, chissà mai, in un negozio di mattoni, da un libraio in carne e ossa, dal momento che – afferma quasi incredula – “alcune persone leggono ancora i libri sulla carta”. Strano, ma vero.

Questo articolo ripropone con alcune minime modifiche un testo apparso con il titolo Più libro e più Rete: l'ebook diventa adulto sul magazine online dell'università di Padova “il Bo”.