Angelo Mai Altrove. Ferocius alphabets

Roberto Ciccarelli

Associazione a delinquere, estorsione, violenza privata. Accuse feroci contro la coalizione sociale formata dall'Angelo Mai e dal Comitato popolare di lotta per la Casa. Il primo è ancora sequestrato, il secondo sgomberato dalle scuole rigenerate che occupa, è stato temporaneamente riammesso per evitare l'emergenza umanitaria di 300 persone per strada. L'estorsione viene contestata al comitato per quanto riguarda la quota di gestione versata, come ogni occupazione abitativa, anche negli appartamenti nell'ex Amerigo Vespucci e nella ex scuola Hertz. Si tratta di una quota per una cassa comune utile alla ricostruzione e rigenerazione autogestita degli immobili abbandonati.

Qui c'è un primo paradosso: per interrompere l'ipotetico reato ai danni degli occupanti, gli occupanti stessi sono stati sgomberati, venendo doppiamente danneggiati. Nella lunga giornata di mercoledì 19 marzo a Roma qualcuno deve avere compreso l'illogicità della situazione. Per questo, alle famiglie e ai loro bambini è stato concesso di restare temporaneamente nelle proprie occupazioni. Poi c'è un altro paradosso. L'estorsione di queste quote – tutta da dimostrare – non è stata compiuta nei locali dell'Angelo Mai, e tuttavia colpisce persone che non hanno alcun rapporto con la gestione delle quote. Il suo sequestro sospende le attività di uno spazio dove gli occupanti delle case collaborano al funzionamento dell'osteria e fanno parte del collettivo di gestione dell'atelier che fa cultura indipendente, produzioni teatrali e musicali.

Alfredo Jaar, Cultura = Capitale (2012)
Alfredo Jaar, Cultura = Capitale (2012)

L'accusa trasfigura brutalmente l'esistenza di un rapporto politico, culturale e umano, legato all'orizzonte dell'autogestione e della produzione culturale, tra due segmenti del quinto stato – gli artisti, i lavoratori dello spettacolo e della cultura e i poveri urbani, precari e disoccupati in emergenza abitativa. L'Angelo Mai è la prova dell'esistenza di un consorzio umano dell'abitare insieme. Per altri, invece, dimostra l'esistenza di un'associazione a delinquere. Un fatto umano, politico e artistico trasfigurato in un reato penale. Questo è l'abisso dov'è precipitata Roma.

L'accusa è tanto insensata, quanto logicamente iperbolica, ancor prima che politicamente mortificante. Costerà fatica smontarla, e dolore, preoccupazioni, angoscia per le persone coinvolte. Hanno avuto ragione gli attivisti, e con loro larga parte dell'opinione pubblica, a respingerla con sdegno. Perché nello stato di eccezione nel quale è avvenuta l'operazione (il sindaco Marino “non sapeva nulla”, probabilmente nemmeno altre autorità cittadine), si vuole riscrivere una storia che non è solo quella di un centro culturale modello che produce musica e teatro, né solo quella di occupazioni che sono state raccontate come un modello.

Si vuole strappare il senso di un'esperienza per dimostrare che non esiste alternativa. Si colpisce la giuntura stessa della relazione tra soggetti che, nella rappresentazione della società italiana che ci viene proposta, sono altamente dissonanti. L'artista è un individuo egoista, competitivo, corporativo che sfrutta le sue relazioni con la politica per fare il suo spettacolo. Il povero, il disoccupato e il precario (sempre che non sia lo stesso artista) deve restare nascosto nelle periferie immonde della metropoli.

Giuseppe Chiari, L'arte sarà di tutti 1978
Giuseppe Chiari, L'arte sarà di tutti (1978)

Non può spuntare in centro, rovinando la vita ordinata dello shopping. La sua invisibilità è la garanzia che tutto va bene. È quello che dicono dall'alto: i consumi tornano ad aumentare, l'indice della produttività delle imprese è schizzato in alto. La crescita sta iniziando. Preparatevi. Tra sei mesi, anche prima, tutto andrà meglio. La recessione sarà solo un ricordo. Dal basso si vede tutt'altro panorama: povertà, afasia, i contorcimenti a cui induce la marginalità. Non si dà nel panorama urbano, nel paese di Renzi che vuole andare veloce, fa riforme per accreditarsi, l'incontro tra mondi diversi. Questi mondi in realtà già convivono da anni, ma il loro incontro non deve apparire e, quando avviene, viene trattato alla stregua di un crimine.

L'aspetto ancora più grave della vicenda è la sanzione di una forma di vita ormai visibile a Roma, come in altre città. Si dice che siano 10 mila le persone che vivono nelle occupazioni abitative, moltissime quelle sotto sfratto. Sono migliaia le persone che occupano e frequentato spazi occupati e autogestiti. Altrettante si identificano in spazi che non sono né pubblici, né privati, ma comuni. Vengono cioè messi a disposizione per comunità aperte, che si riformano in base alle aspirazioni di un governo differente dei bisogni.

Il messaggio è questo: devi restare nella miseria. Non hai casa? Sei stato sfrattato? Puoi anche occuparla, ma gli strumenti del mutualismo sono illegali. Estorsivi. E quindi ti sgombero. E se non ti posso sgomberare, ti lascio sospeso, e in ogni istante puoi perdere un tetto. Come ieri, anche domani. Sei un freelance, un indipendente, un precario? Produci cultura? Cerchi un'ispirazione? Sperimenti linguaggi, immagini, passioni? Cerchi una collaborazione, e uno spazio dove produrre e incontrare persone che possono essere utili per ampliare l'orizzonte, le intuizioni? Il tuo tentativo di organizzarti in comunità intelligente, aperta e proliferante viene definito come un'associazione a delinquere.

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Claire Fontaine, Capitalism kills love (2008)

È lo stile del governo, la sicurezza che terrorizza. Bisogna tenerne conto quando si sente parlare delle “riforme” per garantire al paese una “modernità”. Vecchio ritornello, stanco e grottesco. In realtà quello che si vede in una città insana e scempiata come la Roma di oggi è lo spettacolo più moderno che ci sia. Criminalizzare le classi povere, marginalizzare chi è alla ricerca di un'autonomia diversa dalla penitenza e dalla povertà economica e culturale che aspetta le prossime generazioni.

Era così nella Parigi di Baudelaire o di Rimbaud. È ancora così anche in Italia. Nel sesto anno della recessione, lo stesso feroce alfabeto della paura. Bisogna però essere consapevoli di cosa scatena questa paura. La paura non è di chi non ha nulla da perdere. Il precario ha già perso il suo lavoro, ma ha trovato una casa. L'artista pensa al suo prossimo spettacolo, non a quello che ha già fatto. La vita diviene. La paura è invece di chi non vuole l'invenzione, la creazione del nuovo, la costituzione di un'alleanza, il respiro di un mondo grande.

Questi angeli sono temuti perché allargano il crinale tra legale e illegale e nel mezzo creano le loro istituzioni mentre l'autorità di quelle costituite rifluisce, o scompare. L'angelo mai tocca con mano la possibilità di un'auto-organizzazione che non è più trattenibile nell'incubo della dipendenza, dell'austerità, nella cooptazione, nella corruzione, nel parassitismo. Per questo viene sgomberato, sequestrato, multato. Ma queste non sono ombre, sono migliaia di corpi che toccano il fondo e restano nei luoghi, fermentano, popolano l'orizzonte.

 

Nuovi disagi nella civiltà

Paolo B. Vernaglione

Che il “discorso del capitalista” sia parlato in sottotraccia da TV, rete e grandi giornali è evidente, soprattutto nella continua denegazione della crisi della finanza neoliberale. Che i tratti specie-specifici della natura umana (senza virgolette) risaltino nella prassi del presente è cosa meno evidente nel colpevole oblìo della critica.

Dunque l’attribuzione di valore alla natura umana e il discorso del capitalista costituiscono due polarità nel cui campo di tensione è possibile un’ontologia non complice dell’attualità. È quanto ottimamente è squadernato in Nuovi disagi nella civiltà, testo a 4 voci, a partire dalla densa introduzione e la puntuale guida al dialogo di Francesca Borrelli, e la cui terza parte è lo specchio in cui si riflettono i nuclei problematici di questa modernità: il sapere come “tra”, relazione transindividuale in cui si genera l’individuo; e la corporeità, in cui ha luogo quel cosiddetto “mutamento antropologico”, difficile per la teoria psicoanalitica quanto facile da osservare nella quotidianità.

Ciò che infatti fa problema, nel confronto tra il capitale testo di Freud del 1929 e una nuova sintomatologia di cui si stenta a ricostruire la genealogia (anoressìa, bulimìa, dipendenze, soggetto panicato…) nell’attuale civiltà digitale e del debito, è l’interpretazione dell’insieme delle molteplici realtà del disagio in un totalizzante “discorso del capitalista”, la cui asserzione consiste nel criminalizzare il godimento di merci (di oggetti, di esseri umani) latore di una pulsione di morte urlata nell’imperativo mercantile: “godi!”. In questa lettura della dinamica sociale il godimento verrebbe imposto a soggetti “senza inconscio”, o comunque lontani da un desiderio di norma procrastinato dalla legge del padre, la cui evaporazione avrebbe causato niente di meno che il crollo dell’intero orizzonte simbolico singolare.

Come invece ricorda Francesco Napolitano a partire dalla metapsicologia di Freud, la psicoanalisi, come scienza naturale, si incarica di ricostituire la naturale innaturalezza dell’animale umano, il cui tratto peculiare è quell’inestricabile intreccio di eventualità storica e invariante concettuale, anzitutto riscontrabile nella facoltà di linguaggio, oggi ampiamente sfruttata. Ciò significa che l’attribuzione delle parti di sfruttato e sfruttatore, padrone e servo, soggetto e assoggettato, come anche di un possibile discorso del rifiuto e di un discorso del capitalista, questa attribuzione non può essere univoca, laddove, ancora con Napolitano, “una buona dose di infelicità è intrinseca alla natura umana” – il godimento totale non essendo possibile.

Si tratta allora da un lato di indagare la finitudine umana in rapporto a qualsiasi legge e in relazione alla sua nostalgica reinvenzione; dall’altro constatare come l’eventuale restauro di un nome del padre, seppure a lettere minuscole, non farebbe altro che riprodurre un dispositivo simbolico di assoggettamento che si aggiungerebbe ai dispositivi di cattura neoliberali, in atto da tempo.

Ciò che dunque vale la pena chiedersi nel realizzare una cartografia delle nuove soggettivazioni è quanto l’interpenetrazione (De Carolis) dell’esteriorità sociale e della psiche individuale abbia effetto sulla legge del desiderio, l’Edipo, il rapporto tra istinto e pulsione e quello tra godimento e desiderio. Altrimenti il lacaniano discorso del capitalista diviene l’ombrello significante sotto il quale riparano senza eccezione tutte le dinamiche psico-sociali al tramonto della modernità. Forse invece è utile distinguere la clinica, da cui si evince la micidiale operatività del “discorso”, dalla filosofia, per la quale è più sensato recuperare l’inseparabilità di verità materiale e verità storica del soggetto “sotto” il capitale, poiché in quel punto rileva l’emergere dell’inconscio come dato ontologico e quindi etico.

Una teoria della clinica e una filosofia del disagio nella civiltà potrebbero invece insieme prendere sul serio, cioè alla lettera, l’ “orda primordiale” e “l’origine egizia di Mosè”, perché in quella lettera c’è forse qualcosa di cui ci parla oggi l’inconscio: l’intreccio di storia e metastoria, “già da sempre” e “proprio ora”, invariante biologica e variazione storica.

Perché o crediamo all’inconscio strutturato come un linguaggio (Lacan), cioè alla facoltà di linguaggio come dato naturale in una evolutiva invarianza, e in tal caso il compito sarebbe osservare in quali rapporti entrano in una certa epoca desiderio e godimento; oppure si crede che esista un orizzonte simbolico (il soggetto barrato, il Significante) le cui catene producono sia l’intero soggetto che l’intera realtà, entrambi assoggettati ad un significante-padrone di cui il godimento è unica legge, imposta in nome e per conto di un desiderio assente.

Mentre però il discorso del capitalista risolve la molteplicità delle forme di soggettivazione ad un dato quantitativo in un giuoco a somma 0 (tutto godimento, niente desiderio e niente legge), la cui economia andrebbe ristabilita nel nome di un padre oggi impronunciabile - come Dio per gli ebrei ortodossi - un’analitica del presente ci indica che le molte forme in cui il godimento si ottiene rimandano ad un’eterogeneità di rapporti al desiderio, di cui è quantomeno ardua la riduzione ad uno.

Gli è che, come De Carolis osserva, il presente invece di compiere il nichilismo lo fa troppo poco. Con Nietzsche, via Benjamin, bisogna volere il tramonto affinché la finitezza umana divenga accettazione della morte (senza cui non c’è eredità), ed esprima così la massima potenza di vita. Così il godimento, pulsione di morte, ha la chance di divenire la forma più radicale di rifiuto di qualsiasi “discorso” voglia ripristinare una legge che priva il soggetto di libertà, cioè di autonomia e di autorganizzazione.

Borrelli, De Carolis, Napolitano, Recalcati
Nuovi disagi nella civiltà. Un dialogo a quattro voci
Einaudi (2013) pp. XLVI - 202
€. 19,00

Irresponsabilità

Giorgio Mascitelli

Anche John Elkann, ultimo (ma solo in ordine cronologico) di un’illustre serie di entomologi che avevano via via scoperto e classificato le specie dei bamboccioni, dei giovani choosy e degli sfigati, ha contribuito ad arricchire il nostro quadro tassonomico descrivendo la specie dei giovani che non lavorano perché stanno troppo bene a casa, per la quale mi permetto di proporre il nome scientifico di eudomotici. Anche a quest’ultimo entomologo, al pari dei suoi sfortunati colleghi, è toccato subire la rabbiosa reazione sia delle farfalle appena classificate sia di un pubblico istintivamente antipatizzante. Infondo era prevedibile che gli sfaccendati avrebbero preso la sua bonaria e oggettiva osservazione scientifica come una sorta di presa in giro delle loro miserie.

Se ci si pensa, però, è curioso che una serie di persone che per ragioni professionali dovrebbero avere una certa consuetudine con la comunicazione mediatica incappi nel medesimo errore da principiante suscitando reazioni polemiche e sarcastiche proprio nei destinatari delle loro dichiarazioni. Credo che una spiegazione sia da rintracciare nel fatto che le classi dirigenti neoliberiste siano istruite a fare questi richiami alla gioventù di tanto in tanto con lo scopo didattico di abituarla alla precarietà generalizzata delle condizioni e dei luoghi di lavoro. Il problema è che questa prassi comunicativa, a occhio e croce, è nata negli Stati Uniti dove i poveri sono considerati, e spesso si autoconsiderano, dei perdenti che hanno avuto la sorte che si meritano, mentre in Italia vige ancora la visione francescana della dignità del povero, un solido archetipo nazionale che non può essere stato cancellato da pochi decenni di televisione e di berlusconismo.

La mentalità necessaria per formulare giudizi del genere implica un sentimento di irresponsabilità come classe dirigente rispetto alla situazione generale. Èun tratto tipico delle classi dirigenti neoliberiste che si autorappresentano come gli aggiustatori o i medici di una situazioni prodottasi indipendentemente dalle scelte di quegli stessi gruppi dirigenti. È insomma la vecchia mentalità del mercato come prodotto delle leggi di natura, che si presenta come una forma di falsa coscienza e in taluni casi di vera e propria ipocrisia, visto che ormai anche da parte neoliberista si ammette che il meccanismo di mercato è un risultato dell’azione degli stati e delle norme giuridiche, a fare capolino.

L’idea di governo che veicola tale senso di irresponsabilità è quella, per usare le parole di Giorgio Agamben, del “suo senso etimologico: un buon pilota – colui che tiene il timone, non può evitare la tempesta ma, se essa sopraggiunge, deve essere capace di guidare la sua barca”1. Queste gaffe da parte di ministri o giovani ereditieri non sono solo dunque gaffe, ma le manifestazioni di una cultura o meglio di un’ideologia che in Italia per particolari ragioni storico- culturali assume la forma di gaffe.

Il senso di irresponsabilità delle classi dirigenti ha chiaramente una funzione decisiva nella propria autorappresentazione perché permette di prendere decisioni che hanno delle evidenti ricadute sulla vita di tante persone senza effetti collaterali psicologici di coinvolgimento emotivo o addirittura di rimorso.

Fin qui l’ideologia neoliberista; in alcune di queste dichiarazioni vi è però anche un aspetto più prettamente italiano: quando un giovane sottosegretario, che ha conseguito un dottorato in modi all’altezza di ogni sospetto, dileggia chi si laurea fuori corso; quando l’azionista di un’azienda che ha condizionato pesantemente lo sviluppo economico del paese con ricadute anche sull’occupazione, sgrida i giovani disoccupati, è del tutto evidente che qui vi è anche un senso di irresponsabilità individuale. Di questo secondo senso di irresponsabilità, e da dove nasca, scrisse a suo tempo Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani ed è perfettamente inutile parlarne: lo si può considerare però il moltiplicatore specificamente italiano della crisi internazionale, che spiega perché la nostra sia una crisi nella crisi, o meglio una crisi al quadrato.

  1. la parola italiana governo e tutti i termini affini discendono dal latino gubernator il cui significato originale è timoniere. []

Sulle elezioni europee

Andrea Fumagalli

Sul fatto che queste elezioni Europee non modificheranno nulla non è difficile immaginarlo. Basta una semplice analisi della struttura del biopotere oggi esistente. L'Euro di Maastricht - così come è stato costruito - è come un manganello che ti pesta violentemente quando vai in piazza. Prendersela con il manganello, senza pensare a chi lo usa, e perorare la causa di vietare il manganello (ovvero, fuor di metafora, uscire dall'Euro) non solo è inutile ma potrebbe dare adito a soluzioni peggiori (l'uso della pistola?).

Ma prendersela con il poliziotto che usa il manganello non risolve comunque il problema. Draghi e la Bce, insieme alla troika, non sono altro che fedeli esecutori (come lo è il poliziotto zelante, che sempre più spesso, a Genova 2001 come in Grecia oggi, va anche al di là del suo mandato). Il cuore del problema è l’oligarchia finanziaria a livello globale. Èa questo livello, sfuggevole, non definibile, non immedesimabile in un “nemico” in carne ed ossa (il padrone) o in una istituzione pseudo-sovrana (lo Stato o l’UE) che occorre porsi e dal quale occorre partire per poter immaginare scenari diversi e alternative future. Come scalfire, ridurre, combattere questo potere finanziario, moderno Golia di fronte a tanti piccoli potenziali David ma impossibilitati nell’agire?

Sono possibili circuiti finanziari alternativi in grado di fare “esodo” all’interno e contro i dispositivi di comando, controllo e ricatto che oggi vengono agiti contro le popolazioni e le varie moltitudini dell’Europa e del Mondo? Sul blog di Effimera, è iniziata una discussione su questo tema e sulla possibilità di pensare, come strumento di contro-potere all’oligarchia finanziaria, un’Istituzione finanziaria del comune e una moneta del comune, per la cui analisi si rimanda a: http://quaderni.sanprecario.info/category/effimera/comune-reddito-moneta/. Qui si gioca la partita e da qui si comincia a discutere, come premessa e analisi prepolitica dal cui esito dipende poi lo sviluppo di forme organizzative, di modelli di comunicazioni e di rappresentanza che siano adeguate alla posta in gioco e non semplici retaggi di un passato che oggi non c’è più.

È facile criticare il tentativo della Lista Tsipras da chi si fregia di fare il purista (come Formenti) senza preoccuparsi di individuare alcuna alternativa, perché troppo impegnato a criticare tutto e tutti. Stare seduto sulla collinetta della purezza potrà pure permettere di osservare le tristi vicissitudini umane di questi anni, i singulti di reazione, le meschine operazioni di repressione sociale, l’opportunismo culturale e politico, ecc., ma finché non si avrà il coraggio di scendere nell’agone, sporcarsi le mani, tentare e sbagliare, ritentare e risbagliare, nulla cambierà.

La Lista Tsipras è uno di questi tentativi, probabilmente il meno adeguato per noi in Italia, probabilmente importante per la Grecia dove gli equilibri politici sono diversi, ma credo che sia un tentativo che possa essere laicamente fatto. Purché non sia l’unica proposta in campo e non sia a sua volta il prodotto della triste nomenklatura che ha portato alla morte la sinistra radicale italiana.

Ciò che conta, infatti, a partire dalla critica del presente, è la ricerca di una prospettiva per il futuro. Questo obiettivo – qui da noi (può essere diverso in altre parti del mondo) - non può essere solo pensato all’interno dell’istituzionalizzazione (elettorale) della necessità di trasformazione radicale che il presente ci impone (in quanto si sviluppa su un terreno, quello istituzionale, che non lo consente), ma non lo è neanche all’interno di una ideologia pura sganciata dalla praxis e autoreferenziale.

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Perché voteremo per la lista Tsipras

Franco Berardi Bifo

Qual è l’orizzonte in cui si colloca la lista Tsipras che nasce in questi giorni e si presenterà alle elezioni europee di maggio? In quale contesto opera, quali obiettivi potrà proporsi? Negli ultimi cinque anni l’aggressione del capitalismo finanziario ha prodotto un cambiamento profondo nelle condizioni di vita della popolazione europea, e soprattutto un mutamento nella percezione di ciò che l’Unione europea rappresenta.

L’Unione che nacque come progetto di pace e di solidarietà è stata trasformata da Maastricht in poi in un progetto di sottomissione della società agli interessi del ceto finanziario. La crisi del 2008 ha offerto l’occasione per l’assalto finale contro la civiltà sociale che il movimento operaio ha costruito nei cento anni della sua storia, e contro i diritti dei lavoratori. La prospettiva politica su cui l’unione fondava il suo progetto è stata stravolta a tal punto che Europa è diventata una parola maledetta per un numero crescente di persone. Se questa spirale di impoverimento e di odio non si spezza, il punto d’arrivo è la guerra.

E la guerra già suona le trombe alle porte d’Europa. Clamorosamente alla frontiera orientale, dove si annuncia la guerra tra Russia ed Europa, ma anche a occidente dove la repubblica catalana promette secessione. E alla frontiera meridionale dove diecimila cadaveri galleggiano sul canale di Sicilia. In alcuni aree l’effetto della violenza finanziaria è oggi visibile a occhio nudo.

Secondo Lancet, la più autorevole rivista medica del mondo, quella che si sta verificando in Grecia è una strage degli innocenti: per effetto delle misure di “risanamento” imposte dalla Banca Centrale europea e dal governo tedesco la mortalità infantile è quasi raddoppiata negli ultimi anni. Il numero dei bambini che nasce sottopeso è cresciuto del 19 per cento, il numero dei bambini nati morti è cresciuto del 20 per cento poiché le prestazioni mediche prenatali costano troppo. I tagli nelle forniture di siringhe monouso e profilattici per i tossicodipendenti ha fatto crescere le infezioni di Aids da 5 nel 2009 a 484 nel breve volgere di tre anni. I diabetici debbono scegliere tra comprare insulina che gli permette di sopravvivere alla malattia, o comprare cibo e sopravvivere alla fame.

Se in Grecia il risanamento sta già producendo effetti paragonabili a quelli di una guerra, in Italia i livelli di consumo e la qualità della vita quotidiana hanno finora subito una flessione meno dirompente: un quarto del sistema industriale è in via di smantellamento, la disoccupazione oscilla intorno al 14%. Sono poste le condizioni per un impoverimento di lungo periodo, e il patto di stabilità prevede per i prossimi anni uno spostamento prolungato e gigantesco di reddito dalla società verso il sistema finanziario.

È possibile fermare questa tendenza assassina con gli strumenti tradizionali dell’azione democratica? Possiamo attenderci che la lista Tsipras possa fermare la devastazione? Io credo di no. Proporsi questo obiettivo sarebbe illusorio, ed è bene saperlo. È troppo tardi per fermare la catastrofe, e gli strumenti dell’azione democratica sono da tempo inefficaci. A spazzare via ogni equivoco su questo punto è stato lo stesso Presidente della Banca Centrale Europea. Prima di diventare presidente della Banca Centrale europea Mario Draghi era stato consulente della banca d’affari Goldmann Sachs, e in quella veste contribuì a confezionare le falsificazioni che hanno portato la Grecia nell’abisso, facendo scattare la trappola in cui il popolo greco è stato imprigionato.

Questo signore dai modi raffinati ha detto che le politiche economiche europee non le decidono le elezioni ma il pilota automatico del sistema finanziario. E se qualcuno avesse dubbi sull’inesorabile logica del pilota automatico, pensi alla parabola di François Hollande che fece la sua campagna elettorale promettendo un cambiamento delle regole europee, per poi piegarsi senza fiatare alle misure che pure aveva promesso di contrastare. Nei prossimi mesi, possiamo starne certi, i partiti che governano in Italia faranno campagna contro le misure austeritarie dimenticando di averle approvate e di esserne del tutto responsabili. Come vassalli recalcitranti i governanti d’Europa meridionale tengono infatti un duplice discorso: quando parlano ai loro sudditi promettono di resistere alla severità tedesca, e ripetono come un mantra la parola “crescita”, ma quando si tratta di rispondere ai guardiani delle inesorabili leggi della finanza tengono gli occhi bassi e sono obbedienti come scolaretti.

È bene dissolvere ogni equivoco su questo punto: nello spazio dell’euro la democrazia è stata revocata e la volontà degli elettori è sistematicamente violata da coloro stessi che gli elettori hanno eletto, perché vige una legge superiore. Ed è bene dissipare un secondo equivoco, quello sulla ripresa e sulla crescita. La ripresa che promettono non ha niente a che fare con un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. La chiamano infatti jobless recovery: un aumento del prodotto nazionale senza aumento dell’occupazione, senza aumento dei salari, senza miglioramento dei servizi. La ripresa di cui parlano gli economisti presuppone la cosiddetta riforma strutturale: privatizzazione di quel che ancora non è privatizzato, riduzione dei costi del lavoro, peggioramento dei servizi sociali, eliminazione definitiva di ogni protezione dei lavoratori. Questa catastrofe non è un pericolo lontano, ma un processo che si sta dispiegando.

Dunque perché votare per la lista Tsipras? Una pattuglia di parlamentari che vengano dai movimenti sociali, dal mondo del lavoro e dalla scuola, una pattuglia di persone consapevoli della devastazione prodotta dal finanzismo neoliberista, non potrà evitare che si compia un processo ormai profondamente incardinato nel futuro della società europea. Il problema è già un altro, e si delinea come progetto di lungo periodo: il compito che la lista Tsipras può affrontare è creare le condizioni per ricostruire dal basso l’Unione europea, per la sopravvivenza sociale fuori e contro la dinamica assassina del capitalismo finanziario.

Questa è la ragione per cui io voterò per la lista Tsipras. Non perché si fermi la catastrofe in corso, ma perché nella catastrofe si apra la strada a un nuovo modello di relazione tra il lavoro e il sapere, tra il lavoro e la tecnologia. Una strada che sia libera dal peso della classe dei predoni finanziari. Costoro stanno conducendo una guerra contro la società europea, e la stanno vincendo. Smettiamo di farci illusioni: un’affermazione della lista Tsipras alle elezioni di maggio è solo l’inizio di un esodo di massa, fuori da questa guerra, fuori da questo massacro sociale. Finora ci sono state lotte sporadiche contro la devastazione finanzista: esplosioni di rabbia isolata, e perfino un’estesa ondata di occupazioni nella Spagna del 2011. Ma in assenza di un progetto strategico comune, in assenza di un movimento sociale unitario le lotte non fermano gli aggressori e non aprono alcuna strada nuova.

Il popolo greco ha disperatamente cercato di fermare il massacro, nell’isolamento e nella solitudine. La paura ha prevalso, e mentre la troika massacrava il venti per cento dei neonati greci, i popoli europei fingevano di non sapere cosa accadesse in Grecia, come un tempo gli abitanti delle città tedesche fingevano di non sapere cosa accadesse nei campi costruiti appena fuori delle mura cittadine. Ma le lotte difensive sono destinate alla sconfitta, perché non c’è più niente da difendere, il flagello è già qui, e le condizioni perché il flagello dilaghi sono già ben piantate su tutto il territorio del continente. Il progetto cui dobbiamo lavorare è quello della fuoriuscita dalla forma che il capitalismo finanziario e l’ideologia neoliberista hanno imposto alla società europea.

Questo processo di fuoruscita potrà prendere forma se la lista Tsipras avrà una forte affermazione alle elezioni di maggio, e sarà un processo di disobbedienza e di insolvenza generalizzato, un processo di ricostruzione dal basso dell’unione europea, come spazio della solidarietà sociale.

Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee

Carlo Formenti

Dire che la Lista per Tsipras, così come viene configurandosi, rischia di essere un’ennesima occasione mancata per rilanciare una sinistra italiana degna di questo nome è un eufemismo. Quello che si sta prospettando è una sorta di Ingroia2, o Arcobaleno3, affiancato da un’area neoliberale rappresentata dal “Partito dei Professori” di ALBA e da alcuni intellettuali (come Barbara Spinelli e Paolo Flores D’Arcais) che fanno capo a testate come Micromega e il Fatto Quotidiano.

Ma non si voleva arrivare appunto a una lista unitaria in grado di proiettarsi al di là delle vecchie coalizioni dei partitini della sinistra radicale? Sì, ma l’idea era che questo progetto unitario conservasse chiari tratti di sinistra e incarnasse una forte scelta politica contro questa Europa, espressione antidemocratica degli interessi del capitale finanziario globale. Di tutto questo non mi pare resti traccia alcuna, a partire dal simbolo, una sorta di tappo di bottiglia, da cui è stata espunta persino la parola sinistra (a scanso di ogni equivoco, caso mai qualcuno ancora nutrisse illusioni in merito) e nel quale l’unica connotazione ideologica è affidata al nome del leader (si sa, siamo in tempi di personalizzazione della politica) e al colore rosso dello sfondo sul quale il nome si staglia.

Ma ad apparire intollerabili sono soprattutto altri due fatti: 1) l’idea di Europa che emerge dal dibattito politico fra i promotori della lista; 2) la discussione sulle modalità di scelta dei candidati. I primi segnali di un “sequestro” del dibattito su quale Europa vorremmo al posto di quella della BCE e della Troika, si sono avuti con la “discesa in campo” di Vendola e Sel, cui si sono affiancati, pur non appoggiando (almeno finora) esplicitamente la candidatura Tsipras, autorevoli esponenti della sinistra Pd, come Fassina e Civati che, in dialogo con la Spinelli e Gianni Alfonso, prospettano l’idea di una “terza via”, né mercatista né euroscettica.

Da qualche decennio (Blair docet) abbiamo sperimentato sulla nostra pelle dove portino le “terze vie”; nel caso in questione credo portino a far smarrire ai cittadini europei la consapevolezza che tanto le attuali istituzioni quanto l’attuale configurazione del sistema produttivo e finanziario europei sono irriformabili, e che, se si vogliono difendere gli interessi delle classi subalterne, questa Europa può solo essere distrutta per costruirne dal basso un’altra sulle sue ceneri. Ma questi, si sa, sono pericolosi discorsi sovversivi, cui nessuno dei Professori che hanno preso saldamente in pugno le redini del progetto desidera lasciare spazio. Quindi, per evitare falle nel dispositivo, occorre stabilire un ferreo controllo anche sulla scelta dei candidati, e qui veniamo al secondo punto.

Il testo (se ho ben capito redatto da Guido Viale per conto di ALBA) che fissa alcuni punti di principio in merito è un vero capolavoro di ipocrisia. Dopo i soliti peana sulla democrazia dal basso e sul ruolo dei movimenti (che però non sono mai convocati a parlare in prima persona) si dice che vanno accuratamente evitate soluzioni assembleari, primarie e quant’altro perché “manipolabili” dai partitini (cioè i professori si arrogano il diritto di vegliare sulla democrazia perché non “divori se stessa?”). Poi vengono fissati criteri rigorosamente antipartitici in onore al sentimento populista diffuso – tanto per far vedere che non si è da meno di 5Stelle – dove non è difficile capire che, quando si parla di non ricadere nel minoritarismo, il vero bersaglio sono le sinistre radicali e antagoniste più che l’idea di partito in sé. Quindi no a chi abbia ricoperto cariche istituzionali o ruoli politici all’interno di questo o quel partito. Unica eccezione i sindaci.

E perché mai?! Non siamo pieni di sindaci sotto inchiesta per collusione con la mafia, corruzione e quant’altro, esiste forse un solo motivo perché i sindaci debbano essere apriori considerati più affidabili degli altri politici (che non sia mera demagogia populista: sono più “vicini” agli elettori e consimili banalità). E i criteri in positivo? Quelli delle macchine elettorali che ormai mettono tutti d’accordo, in onore delle esigenze di spettacolarizzazione/ personalizzazione della politica: scegliere “nomi forti” che possano attrarre il maggior numero di voti possibile. Proviamo a riassumere. Chi c’è dentro questo progetto?

Un’alleanza fra Professori e intellettuali europeisti che è un curioso miscuglio di populismo di sinistra e riformismo socialdemocratico; i resti compressi e messi in un angolo dei partiti della sinistra radicale e un po’ di nouveaux philosophes postoperaisti felicemente avviati ad arruolarsi nel campo degli europeisti liberali di sinistra: Negri e Casarini (che per la verità non è philosophe né nouveau) hanno già dato il loro appoggio, e da poco si è aggiunto il mio vecchio amico Franco Bifo Berardi che, secondo quanto leggo in una mail che mi invita a sostenerne la candidatura, avrebbe accettato di impegnarsi solo dietro insistenze dei compagni e per “spirito di servizio” nei confronti dei movimenti (ho riso per mezz’ora leggendo quella formula da vecchio notabile Dc che sicuramente gli è stata indebitamente attribuita, nel senso che avrebbe potuto usarla solo per provocazione dadaista).

Una bella ammucchiata da far impallidire tutti i vecchi Arcobaleni e che, temo, avrà scarso appeal nei confronti degli elettori delle classi subalterne incazzati con l’Europa i quali, di fronte a questo pasticcio, saranno fortemente tentati di astenersi o di votare per Grillo. A meno che i compagni dei movimenti trovino le energie per entrare con i piedi nel piatto dei professori e imporre candidature che siano riconoscibili non in quanto “nomi eccellenti” ma in quanto bandiere delle lotte.