alfadomenica gennaio #1

MASCITELLI sulla CRISI - PIRRI su PARRENO - PUGNO POESIA - REZZA VIDEO *

CAPITANI CORAGGIOSI
Giorgio Mascitelli

Nell’attuale situazione economica uno degli appelli più frequenti rivolti dalle grandi agenzie internazionali, pubbliche e private, ai governi dei singoli paesi e particolarmente a quelli dei paesi definiti maiali in inglese per via del loro debito pubblico, è quello di compiere riforme coraggiose.
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I MOLTEPLICI ALTROVE DEL NOSTRO QUOTIDIANO
Chiara Pirri

Philippe Parreno ha immaginato un progetto site specific per il Palais de Tokyo a Parigi. Primo artista ad occuparne tutti i 22.000 mq con una mostra, Anywhere Anywhere out of the world, che compone un universo di opere proprie, vecchie e nuove, mescolate con quelle di artisti che lavorano all’interno dello stesso orizzonte di pensiero.
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IL SUO POTERE, IL NOSTRO
Laura Pugno

*
qui, negli altrove e qui
con forza furiosa, con stanchezza
la forma della costa che si torce
o distende la pianura,

tutto il gioco, la casa, non c’è
via che vada fuori
si è addensata già, la mente-stella
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ANTONIO REZZA - BASTA CANI
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Antonio Rezza è in scena al Teatro Vascello di Roma fino al al 19 gennaio con lo spettacolo ANTOLOGIA

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Capitani coraggiosi

Giorgio Mascitelli

Nell’attuale situazione economica uno degli appelli più frequenti rivolti dalle grandi agenzie internazionali, pubbliche e private, ai governi dei singoli paesi e particolarmente a quelli dei paesi definiti maiali in inglese per via del loro debito pubblico, è quello di compiere riforme coraggiose. Con questa espressione si intende comunemente una serie di provvedimenti, che in armonia con le dottrine neoliberiste, elimina o riduce drasticamente i diritti sociali di fasce crescenti della popolazione gettandole nella precarietà e nella povertà.

Ora se facciamo mente locale a cosa significa il termine coraggio, c’è da rimanere sorpresi dell’uso che ne viene fatto a proposito delle succitate riforme. Difatti compiere un’azione coraggiosa implica sempre la disponibilità ad affrontare rischi per chi la compie: è così nell’epica, dall’Iliade alla Battaglia di Fort Alamo, è così nel sentimento comune, è così nel vocabolario che definisce il coraggio “Forza morale che mette in grado di intraprendere grandi cose e di affrontare difficoltà e pericoli di ogni genere con grande responsabilità” (Zingarelli).

Nel caso delle riforme coraggiose, al contrario, nessuno tra coloro che le propone e le attua rischia alcuna conseguenza di carattere personale, perché i rischi sono tutti a carico dei destinatari o meglio delle vittime delle riforme stesse. Certo vi è il rischio dell’impopolarità presso il proprio elettorato ampiamente ricompensato dalla popolarità presso le èlite internazionali: prova ne sia che nessuno tra i promotori di queste riforme si è trovato a vivere in condizione di precarietà, terminato il proprio mandato. Questo discorso non riguarda soltanto i politici, ma è estendibile a tutti i membri delle èlite globali: tutti gli amministratori di società e banche che con le loro coraggiose speculazioni hanno provocato la crisi dei subprime o i tecnocrati che l’hanno favorita con le loro innovative e perciò coraggiose normative hanno mantenuto la loro posizione o, se sono stati allontanati, hanno ricevuto dei premi sotto forma di liquidazioni principesche.

L’elencazione di queste ovvietà non ha naturalmente come fine quello di scoprire che il mondo è ingiusto, cosa che ciascuno di solito scopre da sé grosso modo dall’età della pubertà, decidendo nella propria intimità come adattarsi a questa scoperta; né serve, altra scoperta dell‘acqua calda, a scoprire che il discorso di ogni potere lascia sempre delle spie linguistiche delle proprie contraddizioni e mistificazioni e un‘adeguata analisi di questo discorso le rivela sempre.

Il fatto è, invece, che l’attuale discorso del potere è un discorso virtuoso, che cioè non si limita a indicare con oggettività scientifica necessità e priorità nei campi dell’economia e della politica, ma tende a costruire una forma globale di vita con la sua etica: è quanto dimostra per esempio Maurizio Lazzarato nell’analizzare la crisi dei debiti pubblici e privati, allorché nota che il potere tende a modellare una vera e propria figura dell’uomo indebitato (La fabbrica dell’uomo indebitato, DeriveApprodi 2012). Altrettanto mettono in luce Pierre Dardot e Christian Laval evidenziando le strategie neoliberiste nella costruzione di un soggetto competitivo (La nuova ragione del mondo, DeriveApprodi 2013).

Ora uno dei capisaldi di questo discorso etico è il principio della responsabilità individuale esteso in ogni ambito: per esempio la posizione sociale di ognuno dipende esclusivamente dalle proprie scelte, o ancora ciascun greco è ritenuto responsabile individualmente del debito contratto dal proprio stato e accresciuto dagli attacchi speculativi, come se avesse contratto dei debiti personali. L’evidenza che tale principio non si applica alle classi dirigenti, perfino in situazioni che implicano effettivamente una quota di responsabilità individuale, non è tuttavia solo una questione di ipocrisia o falsità (perché naturalmente esistono asserzioni morali false e altre che sono vere) di questa morale, ma rivela in nuce quello che è l’effettivo principio su cui si regge la nostra società.

È un principio di carattere gerarchico per cui al di sopra di un certo livello di funzioni occupate e di ricchezza personale accumulata, le azioni compiute non comportano responsabilità individuali, che ha più di un tratto in comune con la vecchia immunità dei primi due ordini delle società ancièn regime.

Visto che viviamo in tempi in cui il potere pretende di modellare le nostre vite in ogni aspetto, occorre armarsi di coraggio, anche se è vero che, come diceva quel tale, se uno il coraggio non ce l’ha, mica se lo può dare. Anche in questo caso, però, non bisogna perdersi d’animo, perché il management moderno ci ha mostrato che se uno non ce l’ha può sempre prenderselo in leasing.

La Coop, chi?

Augusto Illuminati

Prendiamolo alla lettera, il motto: la Coop sei tu! Come l’hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère che apre i Fiori baudelairiani. Se sei tu, devi condividere senza ipocrisia, per fraterna similitudine, i miei vizi. Oppure prenderne le distanze, denunciare quello di torbido che è in me ma forse anche in te.

Ha un bel dire il dott. Poletti, presidente di Legacoop, che essa «è un’associazione che rappresenta le cooperative e quindi non è titolare di alcuna attività di gestione» (19.12.2013), o che le singole aderenti si muovono secondo canoni di mercato applicando le regole contrattuali vigenti: allora è ingannevole sostenere che le coop hanno una marcia “sociale” in più.

Non si può lucrare un vantaggio emotivo politicamente qualificato facendo le peggio cose che fanno gli altri, non è insomma il normale rincalzo che acquisisce la Coca Cola dalle festività natalizie. Legacoop con quello slogan fa appello a uno schieramento politico o morale e si sottopone dunque a una verifica supplementare, se scivola su quel terreno. Oppure, ammette di essere come tutti gli altri, rinuncia alla spocchia a buon mercato e si appiattisce sul senso corrivo in materia di migranti, affari, regime contrattuale, cioè la guerra fra poveri e l’ammirazione per il merito/successo di chi la sfanga speculando sui contributi assegnati ai migranti ristretti nei Cie, sugli appalti di grandi e piccole opere, sui bilanci bancari e assicurativi.

Questo si ricava dai giornali e dal web, ma vorrei soffermarmi su una piccola storia vissuta in diretta. L’occupazione della Scup a Roma, via Nola 5 – palestra, sale studio, ludoteca infantile, mensa sociale, ecc.– si è ritrovata per controparte non il Demanio e la Fip, che ne gestisce la valorizzazione, e neppure la società fittizia F&F immobiliare cui aveva ceduto l’edificio per far cassa, ma la potente Unieco, holding di decine di cooperative “rosse”, oggi uno dei dieci principali general contractor italiani.

Dopo un primo sgombero e rioccupazione, si è aperta una procedura giudiziaria, nel cui corso la struttura cooperativa ha negato di avere a che fare con la società fantasma di cui sopra, mentre usciva fuori che in realtà la Unieco, sull’orlo del fallimento, si sta impegnando con le banche a modulare il debito dismettendo beni immobiliari per 142 milioni di euro, fra cui probabilmente l’edificio Scup.

Fioccano le smentite, s’intende, come per Lampedusa, gli altri Cara gestiti da Cono Galipò e le numerose vertenze per contratti irregolari dei dipendenti, con le consuete caratteristiche di opacità e scatole cinesi che consentono di scaricare la responsabilità per li rami. Cooperazione e socialità in questo caso vanno poco d’accordo...

Non voglio entrare nel merito di singole controversie e scandalizzate deplorazioni, ma solo registrare un’impressione: il pieno adeguamento alle dinamiche neoliberiste, con il ricorso a tutti gli espedienti di flessibilizzazione e sub-appalto, esprime una stridente contraddizione fra pratiche effettuali e ricordi evocativi della primitiva missione. Coop, chi? Non puoi operare come Walmart e fingerti Onlus, sfruttare legami privilegiati con le amministrazioni locali di sinistra e agire nel solco del mercato e della precarizzazione.

La Coop sei tu suona derisorio nell’orrore di Lampedusa o nell’ordinaria prassi di un lavoro domenicale di fatto obbligatorio. A meno che quel tu implichi la complice omologazione dell’interlocutore, il popolo coop, alla medesima rassegnata logica dell’impoveritevi e buttate dalla scialuppa chi si aggrappa.

Il ruolo delle cooperative rosse, bianche e delle strutture cielline nel trasformare in affare la gestione dei migranti e dei loro luoghi di segregazione è assai significativo nella governamentalità neoliberista analizzata ne La nuova ragione del mondo di Dardot e Laval, qui già recensito. Il neoliberismo non solo incastra in modo indissolubile funzioni di governo e di mercato, ma costruisce una soggettività auto-imprenditoriale e competitiva, disciplinata e rendicontabile, servendosi di figure intermedie semi-private, che sono imprese a tutti gli effetti ma con parvenze di socialità e magari vantate ascendenze progressiste. Big Society all’italiana.

Ciò consente alle cooperative, in maniera diversa dal riformismo degli albori del capitalismo e poi del fordismo, di prendere l’iniziativa, superando – nella faccia esposta al pubblico, la grande distribuzione – la contraddizione, sempre latente nell’esercizio commerciale, fra promozione edonistica del consumo e salvaguardia del lavoro ascetico dei dipendenti e dei clienti. Luogo elettivo per le tecniche di Pnl (programmazione neuro-linguistica) e di coaching (come imbambolare il cliente e sentirsi realizzati), la vendita che fa leva sull’empatia si completa felicemente con il rinnovo forsennato di brevi contratti oltre ogni limite legale e con salari abbastanza bassi da predisporre a un totale disponibilità per straordinari, festivi e spostamenti di sede secondo i flussi di domanda.

A monte sta l’illusione che la prestazione intermittente costituisca un “percorso formativo”, una soggettività multiforme e potenziata che accoppia gioiosamente management dell’anima e d’impresa, cura di sé e orari di merda, a valle una pubblicità friendly e populista accomoda il cliente sull’impresa, garantendo con il passato la democraticità e con lo slogan la comunanza fra il venditore precario e l’acquirente altrettanto precario e affannato – entrambi interiorizzano la crisi quali imprenditori di se stessi...

Che l’impettita Legacoop o il più casual Eataly di Oscar Farinetti (che strizza l’occhio alla Leopolda quanto la prima, prima di saltare sul carro renziano, al vecchio Pd) vogliano trarne vantaggio è ben comprensibile, che si debba abboccare a tali trucchi aziendali e all’ideologia politica che veicolano – Farinetti in tono sgradevole e vistoso – è tutto da vedere. Bella sfida, comunque, vendere sotto crisi. Merci e illusioni, surplus di prestazione e di godimento. Fantasmi, a breve in saldo.

 

La nuova ragione del mondo

Michele Spanò

Dopo la crisi del 2008 non poche furono le pubblicazioni che annunciavano la fine del neoliberismo o, più sobriamente (benché indulgendo alla barbarie del neologismo), l’avvento di un’età post-neoliberale; si sarebbe potuto credere che un’epoca – e, soprattutto, il paradigma interpretativo che permetteva di leggerla – fosse al tramonto.

È pertanto salutare l’effetto di après coup che viene dalla pubblicazione italiana del monumentale volume di Dardot e Laval (l’edizione francese data al 2009). Se infatti le letture che potevano considerare un ciclo finito o tramontante poggiavano sull’identificazione tra il neoliberismo e una ideologia politica o una dottrina economica influente, è proprio questa sovrapposizione ciò che Dardot e Laval mettono sotto cauzione. Al punto che la crisi, ben lungi dal costituirne la pietra tombale, è, per il neoliberismo, il più serio degli experimenta crucis.

Se si accetta la premessa di Dardot e Laval secondo cui con esso sarebbe in gioco nulla di meno che la “forma della nostra esistenza”, il neoliberismo andrà piuttosto considerato il nome della nostra epoca. More foucaultiano: esso incarna la razionalità tipica della governamentalità contemporanea. Dunque né ideologia né economia (o almeno non solo queste) a fornirne la fisionomia, ma un vasto insieme di discorsi e tecniche – altrimenti detto: una razionalità politica che esprime una speciale normatività – capace di ristrutturare da cima a fondo le condotte istituzionali e soggettive. Il principio di concorrenza da un lato e la forma-impresa dall’altro costituiscono il calco istituzionale e lo stampo soggettivo che hanno modellato e modellano il circuito di assoggettamento e soggettivazione che decide delle forme di vita contemporanee.

Questa promozione del neoliberismo a razionalità governamentale implica che di esso si dia una storia lunga e risalente. Il canovaccio della vicenda è custodito nel corso foucaltiano del 1979. In Naissance de la biopolitique, Foucault allestiva una genealogia intessuta di quelle fasi, quei passaggi e quegli snodi che avrebbero fornito consistenza alla “nuova ragione del mondo”: espressione certo poco foucaultiana e che tuttavia – aldilà dell’enfasi – rimanda allo statuto di razionalità onnicomprensiva (eterogeneità e compatibilità appaiono il suo sigillo e il suo blasone) e alla dimensione transnazionale del neoliberalismo (globalizzarsi e “viaggiare” sembrano la sua vocazione e il suo destino).

Il volume insiste perciò, e a ragione, sui termini della discontinuità che separano il liberalismo classico dal neoliberismo contemporaneo. Sideralmente lontano dal laissez-faire, esso è un’impresa costruttiva e produttiva. Nessuna naturalità del mercato e dei suoi attori; nessuna regolazione spontanea. Nessuna immediata ritirata dello Stato. Ma una certosina opera di produzione di regole e di produzione di soggetti. A rigore si dovrebbe dunque parlare di un modo di produzione dei soggetti. In questa formula forse non felicissima è infatti sintetizzabile anche un altro degli sforzi maggiori del libro: reimpaginare un dialogo tra Marx e Foucault. Impresa improba quante altre mai; e tuttavia è incrociando l’ascissa del capitale come rapporto sociale e l’ordinata di un potere produttivo più che repressivo che il quadro teorico di Dardot e Laval può cominciare a disegnarsi.

Alcuni hanno lamentato l’eccessiva compattezza dell’analisi; il rifiuto di ogni “fuori” della e dalla governamentalità; il fatto, per dirla brutalmente, che Dardot e Laval non si impegnino a dirci “come se ne esce”. Tuttavia questo non sembra certamente il limite maggiore dell’impresa; al contrario: in esso è custodita la lezione più preziosa che è possibile ricavare da un’assunzione integrale e radicale del paradigma governamentale. Se assoggettamento e soggettivazione stanno, nel neoliberismo, sotto il segno della libertà, quest’ultima designa allo stesso tempo il carburante del governo e ciò che fatalmente a esso sfugge. Allora si potrà biasimare piuttosto l’eccessiva speranza catecontica che gli autori ancora accreditano alla “sinistra” che non la mancanza di un programma generale di fuoriuscita.

La via d’uscita – ma l’espressione è ingannevole – non abita altrove che nella stessa dialettica che allaccia il governo di sé e il governo degli altri. Nella transitività che lega l’uno all’altro e nella mai totale riduzione del primo al secondo. È precisamente in questo scarto e in questo diastema – quella contingenza e quell’immanenza in cui operano le forme di vita contemporanee – che si gioca ogni possibile trasformazione.

C’è ancora troppo moralismo nell’immaginare una soggettività alternativa; che la si chiami cooperazione sociale o controcondotta quello che si designa altro non è che una forma di vita capace – dentro e contro la governamentalità neoliberale – di accordare il singolare e il comune in nome di una “cosa” tanto indefinibile e idiosincratica come può essere un certo modo di stare al mondo. Sono proprio queste irragionevoli condotte mondane che hanno già cominciato a disfare la ragione del mondo.

Christian Laval, Pierre Dardot
La nuova ragione del mondo
Critica della razionalità neoliberista

prefazione di Paolo Napoli
DeriveApprodi (2013), pp. 512
€ 27,00

Prendersi cura

Lelio Demichelis

Non c’è amore, non c’è relazione così come non c’è socialità senza un prendersi cura dell’altro (o dell’altra o degli altri come insieme); senza una coscienza/conoscenza di sé (sii te stesso/a) quale premessa necessaria per una responsabilità per gli altri e per ciò che è altro da noi. Ma come prendersi cura di qualcuno/qualcosa se la società di oggi è dominata da egoismo, solipsismo/egotismo, competizione, scontro, mala-educazione, tutti vivendo solo nell’immediatezza e nell’istantaneità del qui e ora (perdendo quindi il senso del futuro) e non con gli altri ma contro gli altri?

Questa è una società egemonizzata dal discorso del tecno-capitalismo: ieri (nel neoliberismo del godimento) indotto dalla diffusione del principio di piacere, del narcisismo, dell’edonismo; oggi, dalla crisi del 2007, indotto dal neoliberismo della colpa e della penitenza e quindi obbligata a impoverirsi per salvare quello stesso capitalismo che la sta uccidendo. È una società fatta di persone abbandonate a se stesse, senza più le tutele del vecchio welfare, quando c’era anche lo stato a prendersi cura di chi era in difficoltà; ed è una società transitata in pochi anni dal femminismo al bunga bunga e dove l’erotizzazione è massima e minima è invece la sensualità. Una società come questa, può ascoltare chi propone il passaggio ad un virtuoso prendersi cura come pratica quotidiana di vita, come quotidiano esercizio di responsabilità?

Ovviamente, per noi la risposta è: sì, dovrebbe, se vuole continuare a definirsi società. E ad aiutare la riflessione, ecco l’ultimo lavoro di Letizia Paolozzi, Prenditi cura, (et-al edizioni). Un libro che è «il viaggio di una parola-chiave, sgomitolata con tonalità, colorazioni, vocaboli diversi dialogando con tante donne (e alcuni uomini) in un percorso e in molti spostamenti che mi hanno fatto muovere la mente», un viaggio che vuole evitare «le interpretazioni di parte, i dogmi, le teorie coese.

Le donne (e i pochi uomini) sono partite da sé, nella loro differenza, andando verso l’altro (o l’altra), con la curiosità di sporgersi oltre gli impedimenti. Tenere in conto il proprio ‘io’ per una lettura della società è utile soprattutto in un tempo nel quale le culture della sinistra ci sono state sfilate come un tappeto da sotto i piedi».

Ma cos’è la cura? In primo luogo non è una questione di donne, anche se è rimasta per secoli solo nelle loro mani, mentre dovrebbe riguardare anche (o soprattutto) gli uomini, che invece hanno lavorato poco o niente in questo senso. E avere come altro di cui prendersi cura non solo gli altri, ma anche l’ambiente, le prossime generazioni e il futuro - ed ecco l’incontro con il principio responsabilità di Hans Jonas.

L’attenzione alla cura non dovrebbe essere poi neppure solo cosa da femministe, perché si impone con urgenza come dovere di tutti per salvare almeno quel poco di società e di socialità rimasto in piedi dopo la loro quasi-demolizione da parte dell’economia e della tecnica, apparati che riducono gli uomini e le donne da persone a merci o a nodi di una rete (e Letizia Paolozzi giustamente ricorda che nel femminismo «viene preferita una felice disomogeneità dei pensieri alla mitizzazione della Rete»). La cura, dunque, per tornare a costruire una trama di relazioni tra persone e non invece, come oggi sembra accadere, con un aggeggio tecnologico che traduce il prendersi cura in un misero mi piace.

Tutto nella convinzione che la cura possa recuperare l’idea di un buon vivere. Che sconfigga il mal vivere di oggi. Ma per farlo occorre «cambiare il modello sociale ed economico del nostro quotidiano, prestando attenzione alla qualità dello sviluppo, alla messa in sicurezza del territorio, delle scuole, delle case», ovvero «significa immaginare un ordine simbolico diverso da quello del dominio, della competizione, dello sfruttamento». Ma il capitalismo e la tecnica sono strutturalmente maschili; e per di più i maschi «insistono nel disegnare cattedrali astratte piuttosto che partire dalla materialità della vita. E la materialità della vita comprende l’avere cura».

Vero. Ma forse – è una osservazione da maschio, costruttore instancabile di cattedrali, di utopie, di astrazioni - è anche vero che non basta partire dalla materialità che è o sarebbe pratica femminile; che senza grandi narrazioni o senza immaginazione progettuale e/o senza utopia, anche il prendersi cura degli altri e della terra faticherà a diventare un sapere sociale condiviso e capace di spezzare finalmente l’egemonia del modello tecno-capitalista, della sua volontà di potenza, della sua incapacità di cura perché intrinsecamente nichilista.

D’altra parte, come ricorda Letizia Paolozzi, «l’esperienza della cura si aggrappa a una narrazione appena tentata, ancora insufficiente». Eppure necessaria, per re-imparare ad essere e a vivere in-comune. In-comune, appunto: pratica virtuosa oggi sopraffatta da quelle logiche di comunità (territoriali o di rete) che ci fanno dimenticare che il passaggio dalla comunità/comunitarismo all’essere-in-comune (ma ce lo ricorda Laura Pennacchi) è fondamentale «per alimentare la ricchezza e la molteplicità, superando la dicotomia individualismo-comunitarismo».

Letizia Paolozzi è comunque ottimista. E per fortuna, almeno le donne lo sono ancora: legate alla materialità (pur con i limiti, per noi, detti sopra) non si lasciano sopraffare dal crollo continuo e disperante – per noi maschi – delle nostre astrazioni e delle nostre grandi narrazioni che pure (e per una fortuna speculare) continuiamo a cercare. Oggi infatti, molte gerarchie si sono sfarinate, il mondo è pieno di fatti nuovi, dunque «non lasciamo le cose come sono. La cura del vivere rappresenta, comunque, una condizione di conoscenza».
Da sottoscrivere.

Letizia Paolozzi
Prenditi cura
et al. (2013), pp. 80
€ 9,00

Forche caudine

Augusto Illuminati

In sé, che i movimenti sovversivi siano ambivalenti, è la scoperta dell’acqua calda. Innegabile, inoltre, che essi segnalino un limite di comprensione e di composizione di classe delle forze egemoni, anche se di origine progressista. A cominciare da vandeani e sanfedisti rispetto alle contraddizioni e al carattere di una rivoluzione (borghese) nativa come quella francese o di parziale importazione (la Repubblica napoletana del 1799).

Chi si sognerebbe oggi di ridurli all’appoggio militare inglese (che ci fu e come) o alle mene degli aristocratici (che in effetti manipolarono contadini poveri, preti refrattari e nobili spiantati), senza occuparsi della frattura che essi aprirono in un processo rivoluzionario gestito da più o meno consistenti élites proprietarie cittadine?

Il movimento operaio, a sua volta, ha sperimentato sulla propria pelle il ricorso storico di quella situazione, nel 1848-1852 e nel 1871 (le campagne contro Parigi o indifferenti ai suoi sussulti), è passato attraverso gli appelli ambigui del sovversivismo fascista nel 1919 e la tragedia dei disoccupati weimariani arruolati nelle SA nel 1932-33. All’inverso, nefasto fu chiudere gli occhi nel 1962 su piazza Statuto o bollare di diciannovismo la cacciata di Lama dalla Sapienza nel 1977.

Insomma, va bene ricordare l’ambivalenza alla sinistra istituzionale, soprattutto quando si rende corresponsabile della crisi, come fu la socialdemocrazia tedesca nella politica deflattiva di inizio anni Trenta e oggi è il Pd nella servizievole sottomissione al neoliberismo e ai diktat eurocratici, ridondante farne pretesto per polemiche all’interno dei movimenti, che le mani se le sono sempre sporcate, con minore o maggiore avvedutezza e successo, ma sempre senza alzare il ditino e assestarsi in comode certezze. Di tutti i modi per distinguersi e primeggiare è il meno legittimo, il più proclive a derive patetiche.

Il movimento 9D o dei forconi, forse sopravalutato nella sua consistenza e diffusione nazionale e tuttavia a suo modo indicativo della sofferenza sociale e dello sbandamento politico conseguente al fallimento della sinistra e del berlusconismo, da soli o congiunti, ha riproposto quel vecchio nodo e tutta la scontata gamma di reazioni: non è niente in quanto fuori dai giochi parlamentari, è un complotto reazionario, è il pope Gapon che avanza alla testa del quarto, quinto o sesto stato, ecc.

Euforie e allarmismi fuori scala. Sebbene, al pari dell’ossessione giustizialista e manettara di settori che pretendono a ben altra “rispettabilità” mediatica, stiano emergendo componenti virtuali di un blocco d’ordine che, al solito, congiunga individualismo familiar-possessivo, impunità fiscale e legalitarismo contro le classi subalterne. Imprenditori di se stessi, con protezione poliziesca lasca, riti rubati un po’ dai movimenti un po’ dagli stadi e un tocco finale pizzo-squadrista. Un po’ presto per chiamarlo Alba Dorata, al massimo ha indotto Brunetta a promettergli una “casa politica”, robetta.

Qualche tempo fa Spinoza l’aveva spiegato pianamente: siamo attivi quando accade in noi o fuori di noi qualche cosa di cui noi siamo la causa adeguata (cum aliquid in nobis, aut extra nos fit, cujus adæquata sumus causa), esprimibile a noi e agli altri, siamo passivi quando invece non ne siamo che causa parziale (cujus nos non, nisi partialis, sumus causa), insomma un poco c’entriamo, ma in misura minoritaria (Ethica III, def. 2).

Ciò si riflette anche sulla gioia, che è passaggio da minore a maggiore perfezione (ivi, Definizione degli affetti, II), e dunque può essere un affetto attivo o passivo: una gioia passiva è sempre meglio di una passione triste ed è pure inevitabile, essendo noi parte della natura, ma dovremmo cercare di passare dalla gioia passiva a quella attiva, cioè a dare risalto alla nostra azione positiva come causa della perfezione.

In altre parole: naturale sporcarsi le mani per comprendere le passioni tristi e inserirsi in esse per volgerle al meglio, a rischio di essere contagiati dal rancore, decisamente preferibile animare attivamente azioni di contestazione e rivolta secondo i propri programmi, a rischio di trascinarsi dietro detriti ed equivoci. L’iniziativa fa la differenza, sceglie i terreni di scontro, risulta maggioritaria nella parole d’ordine, orienta la composizione, smaltisce le tossine venefiche.

La differenza, appunto, che intercorre fra manifestazioni giustificate ma confusive e inquinate, da seguire e attraversare con attenzione ma senza peana, e lotte che esprimono una composizione sociale già sperimentata (no-Tav e no-Muos, cortei studenteschi di Roma, Torino, Venezia, Milano in questi giorni, lotte dei migranti, assedi, scioperi selvaggi dei tranvieri contro la privatizzazione strisciante, occupazioni abitative, produttive e culturali, progetti di co-working) o più insolite ma chiaramente disposte (il 18-19O, il Fiume in piena della Terra dei fuochi).

In questo secondo ma non meno complicato gruppo la conduzione delle rivendicazioni e i caratteri della repressione (manganelli e caschi ben calcati) non richiedono svolazzi dannunziani o pauperisti, ma faticosa ricomposizione di pezzi di moltitudine e di obbiettivi, sono cose di cui siamo causa più che parziale, se non altro nel gesto di avvio, nella continuità della memoria recente –non di retoriche da fabbrica disciplinata o da sollevazione onirica.

Materia da elaborare e braci da attizzare ce ne sta un sacco: ben vengano nuove soggettività e segmenti inediti di protesta, abbiamo tutto da imparare. Studiando, selezionando, gettandoci dentro. Dentro, ma caute –avrebbe suggerito il Maestro.

Quelli che restano

Giorgio Mascitelli

Nelle recenti manifestazioni che a partire dal 9 dicembre si sono tenute in vari luoghi d’Italia lo slogan che è risuonato di più è “Siamo italiani”. Interpretato ora come prove delle pulsioni fasciste e razziste della piazza, ora come segno di uno smarrimento di qualsiasi identità e progettualità anche vagamente politiche, ora come sintomo della disperazione di chi ha perso tutto, non ha trovato una spiegazione univoca e anzi è probabile, come usa dire oggi, che abbiano tutti ragione i vari interpreti.

Se partiamo, però, dal presupposto che molti di quelli che sono scesi in piazza sono degli ‘impoveriti’, per ricorrere all’espressione usata da Marco Revelli nel suo bell’articolo sul Manifesto del 13 dicembre scorso, lo slogan “Siamo italiani” assume un valore del tutto oggettivo, aldilà di ogni connotazione soggettiva, alla luce della globalizzazione, non tanto perché la loro posizione di impoveriti è connessa con quella perdente dell’Italia nel sistema internazionale di concorrenza tra paesi. Infatti anche i paesi vincenti, a cominciare dalla Germania, producono i loro impoveriti benché in quantità inferiore.

Il fatto è che questi impoveriti per ragioni di età, di formazione professionale e di cultura difficilmente possono prendere in considerazione l’unica prospettiva che le classi dirigenti italiane ed europee hanno seriamente previsto per questo genere di problemi: l’emigrazione verso le regioni forti dell’euro. In questo senso essi davvero sono italiani nel senso che non sono smistabili altrove e non possono accedere a identità più confortevoli, come quelle che gli uffici stampa dello stato di cose esistente di solito riescono a confezionare, talvolta con trovate veramente geniali, per i settori emigrabili della popolazione. Evidentemente quando la comunicazione professionistica non trova l’eufemismo giusto per designare una condizione sociale, significa che essa è considerata senza speranza né interesse.

In fondo la condizione di chi è sceso in piazza, al netto dei vari fasci, ultras e qualunquisti professionali, non è dissimile da quella di compare Cosimo, il protagonista del classico racconto verghiano Cos’è il re. Costui era un lettighiere rovinato dall’unità d’Italia: infatti finché il re era il Borbone che non costruiva le strade lui faceva affari d’oro, ma sotto il Savoia che portò le carrozzabili e poi le ferrovie, nessuno aveva più bisogno delle sue mule e della sua lettiga in grado di andare dove gli altri mezzi non arrivavano. Come è noto, la generazione di compare Cosimo, dopo una ventata ribellistica dalle venature nostalgiche con il brigantaggio, non in Sicilia per la verità, si risolse all’emigrazione. Ma all’epoca le Americhe erano semivuote e perciò di manica piuttosto larga sulla qualità degli immigrati in arrivo.

Compare Cosimo, tuttavia, poteva essere detto una vittima del progresso perché la costruzione delle strade rappresentava un progresso per la maggior parte della popolazione, mentre gli impoveriti attuali, anche quando rivendicano piccoli privilegi corporativi, hanno di fronte un potere che garantisce solo la prosecuzione delle politiche che hanno prodotto l’impoverimento. D’altra parte, non bisogna farsi illusioni sugli sbocchi politici delle proteste del 9 dicembre, anche se non vi fossero le prevedibili strumentalizzazioni: la storia e, per quanto riguarda per esempio l’Ungheria, anche il presente sono lì a indicarceli.

Eppure quelli che si sentono italiani, perché sono quelli che restano, seppure in una forma becera e largamente inconsapevole, pongono una richiesta di più società, alla quale una sinistra ormai avvezza a pensare in termini di diritti di individualità, in armonia con l’individualismo competitivo promosso dalle classi dirigenti neoliberiste, non è in grado di rispondere (non è un caso che le poche risposte collettive che la sinistra è riuscita a dare in questi anni sono quelle che possono essere copiate dal passato e che le hanno fruttato l’accusa di conservatorismo da parte dei reazionari). Resta da capire chi occuperà questo terreno lasciato libero non tanto nelle prossime settimane, ma nei prossimi anni.