I gilet gialli e Bartleby

Giorgio Mascitelli

Sul movimento dei gilet gialli in questi mesi mi sono poco informato e li ho osservati distrattamente, se si esclude un istintivo fastidio per il modo in cui venivano trattati dal giornalismo main stream. Ritengo che il mio atteggiamento superficiale, perché si converrà che questo movimento è una delle poche cose interessanti accadute in Europa, sia dovuto all’ assoluta impenetrabilità di quel movimento alle attese, alle emozioni e alle categorie politiche abitualmente usate.

Già nella scelta del simbolo, un indumento che ha a che fare con il mondo del lavoro manuale, ma anche con gli automobilisti e con cento altri impieghi, dal basso valore evocativo, associato perdipiù a un colore che in Francia è da sempre quello dei crumiri, un movimento che fa delle rivendicazioni sociali il proprio tema risulta sfuggente. Anche nei suoi obiettivi possiamo trovare, in un certo senso, il medesimo anonimato: superata una prima fase in cui parevano essere all’ordine del giorno soprattutto richieste concrete e molto immediate, si è passati ad obiettivi più generali ma forse più vaghi, che si basano su una domanda di maggiore uguaglianza e dunque su una critica delle élite.

Anche i tentativi di egemonizzare il movimento sia da organizzazioni di destra sia di sinistra, per tacere del grottesco tentativo dei 5stelle di ‘dialogare’ con i ’leader’, sono sostanzialmente falliti di fronte alla sua natura proteiforme, ma solida nella volontà di esprimersi in prima persona con il linguaggio della piazza. Analogamente il principale avversario Macron, che aveva affrontato senza troppi problemi un’opposizione sindacale classica, è restato sostanzialmente in difficoltà di fronte ai gilet gialli, nonostante qualche concessione economica, qualche riforma eclatante di sapore egualitario come l’abolizione della Scuola Nazionale d’Amministrazione ( ENA, in cui si formano gli alti dirigenti dello stato e delle multinazionali francesi), gli appelli alla nazione e la gestione dura della piazza.

Ancor più sorprendente è la loro sostanziale impermeabilità al mondo mediatico non solo perché non hanno avuto esito le varie accuse di antisemitismo, di neofascismo, di essere al soldo della Russia e di essere composto da Black bloc travestiti di giallo, ma anche perché la mancata individuazione di leader autorevoli mediaticamente impedisce la loro classificazione rispetto al politicamente corretto e ad altri indicatori diffusi abitualmente ( europeismo, sinistra/destra, modernità ecc.). Così si può dire che questo movimento non è rappresentabile entro le normali categorie mediatiche con cui sono commercializzati i prodotti politici.

Ciò che caratterizza profondamente i gilet gialli è la lunga durata delle proteste e la loro ripetizione quasi rituale grazie alla manifestazione del sabato, cosa che da un lato li rende non omologabili a qualsiasi movimento desideroso di occupare uno spazio mediatico né a quegli scoppi di rabbia di qualche ghetto improvvisi, furiosi, impolitici che si consumano in uno spazio temporale e culturale da carnevale. In questa lunga durata e nella ripetitività c’è il rifiuto della logica dell’evento e dunque una marcata refrattarietà alla rappresentazione mediatica; da qui nasce l’impossibilità di assorbire questo movimento nel normale discorso politico ( quello che nomina i vari populisti, sovranisti, globalisti, europeisti e le relative identità). Questa refrattarietà alla mediatizzazione rende, almeno parzialmente, ingovernabile questo movimento secondo le logiche della normale governance politica, perché il modo in cui la politica riconduce i fenomeni sociali al proprio campo e a sua volta viene ricondotta alle istanze economiche e finanziarie dominanti è proprio quello della rappresentazione mediatica, poco importa qui se con i nuovi o i vecchi media. Non ho minimante la conoscenza della situazione per poter prevedere se questo movimento avrà successo o sarà riassorbito ed eventualmente in che misura, ma mi sembra certo che esso sia stato reso possibile dalla crisi della governance neoliberale come l’abbiamo conosciuta dagli anni Novanta in poi e pertanto ne costituisca un sintomo profondo.

L’unico nume tutelare che questo movimento può ragionevolmente invocare è Bartleby lo scrivano, anche se, come è normale nelle ribellioni collettive, il suo ‘preferirei di no’ viene qui coniugato all’indicativo. Infatti la formula di rifiuto di Bartleby, nota Deleuze, ‘disattiva anche gli atti linguistici con i quali un padrone può comandare, un amico benevolo porre delle domande, una persona fidata promettere’ ( Agamben- Deleuze Bartleby la formula della creazione). Insomma sono disarticolate le principali posizioni da cui parte ogni comunicazione pubblica o privata. Ecco in qualche modo analogamente anche i gilet gialli operano una radicale disattivazione di tutti gli atti linguistici e di tutte le procedure comunicative che in questa fase storica in Occidente regolano la rappresentazione del politico.

Infatti la peculiarità e la forza dei gilet gialli risiedono proprio in questa forma di disattivazione e di refrattarietà.

Qualche critico potrebbe obiettare che in tutto ciò ci sia una sorta di nichilismo della prassi, una pura negatività dell’azione. Sarebbe puerile affermare che tale rischio non esista, tuttavia esso non dipende solamente dalla capacità dei gilet gialli di declinare le loro forme di lotta in modo che non sovradeterminino o spostino gli obiettivi, ma anche dal contesto storico ed economico. D’altra parte se esistessero le normali condizioni di dialettica politica che hanno caratterizzato le democrazie occidentali almeno nel secondo dopoguerra, molte delle istanze che animano i gilet gialli avrebbero trovato rappresentanza nel normale sistema dei partiti e dei sindacati e dunque non ci sarebbe stato spazio per un movimento del genere. Nell’attuale sistema di governance, che tutela e promuove il diritto degli individui e la loro competizione, le istanze collettive possono essere rappresentate solo nella comunicazione mediatica, a maggior ragione con la diffusione dei social ( che stanno al vecchio apparato mediatico come airbnb sta a quello della ricezione alberghiera); naturalmente essere rappresentabili dalla comunicazione mediatica comporta di rispettarne i codici e le regole, che non sono affatto innocenti. In particolare, come accennavo sopra, le manifestazioni di piazza possono sussistere solo come evento speciale,possibilmente corredato di folla oceanica e transitoria. La disarmante certezza che ogni sabato, da qualche parte, ci sarà una manifestazione pone oggettivamente una frattura con tale modo di rappresentazione sostituendo all’eccezionalità del singolo evento la quotidianità delle pratiche sociali. Non è questo un passaggio così secondario, se si pensa che nelle società postmoderne il riassorbimento entro logiche mediatiche di quasi ogni fenomeno sociale ha preso il posto che, nelle società moderne, era occupato dalla mediazione politica e sociale. E forse in questo passaggio è possibile scorgere i germi di una nuova grammatica politica, che contrappone un tempo cadenzato ritualmente a quello momentaneo delle breaking news.

Una morale smart per il nuovo millennio

Giorgio Mascitelli

Nei giorni scorsi si è diffusa sui giornali italiani la notizia infondata che il presidente della commissione europea Juncker avrebbe chiesto scusa per la politica di austerità condotta contro la Grecia, tant’è vero che alcuni esponenti del governo si sono affrettati a parlare di ‘lacrime di coccodrillo’ e di ipocrisia. Vorrei innanzi tutto rassicurarli: il presidente della commissione non si è macchiato di un simile comportamento riprovevole, si è limitato a chiedere scusa per l’avventata austerità, anche se le riforme strutturali restano essenziali e per gli insulti piovuti sui greci. Insomma, in Grecia è stata fatta la cosa giusta, anche se un po’ brutalmente (eppure mi ricordo che allora la questione della rapidità dei provvedimenti era considerata essenziale dalla troika). Ecco, si tratta di un peccato veniale forse dettato dall’eccessivo entusiasmo europeista.

In realtà, anche se le scuse fossero state più articolate e fondate, dal punto di vista pratico non sarebbe cambiato molto: non è certo un presidente a fine mandato che può cambiare le politiche che tuttora sussistono in Grecia o rinegoziare gli obblighi che graveranno su questo paese per tutto il secolo. Da un punto di vista pragmatico, il comportamento di Juncker e di Dijsselbloem, che lo aveva preceduto nell’ammissione che il prezzo pagato dal popolo greco era stato troppo pesante (senza scusarsi peraltro), è comprensibilissimo per vari motivi: è chiaro che il fantasma della Grecia è stato decisivo per l’affermazione elettorale di tante forze politiche sovraniste, che verosimilmente alle prossime elezioni europee modificheranno radicalmente la composizione del parlamento di Strasburgo. Basti pensare in Italia a una forza come i 5stelle, che, senza lo spettro greco ad agire sottotraccia sul nostro elettorato, difficilmente con la sola questione della lotta alla corruzione e ai privilegi del ceto politico sarebbe potuto diventare il primo partito del paese. Ecco allora che il pentimento tardivo può essere una strada per diminuirne l’impatto. Se si considera poi che qualche organismo internazionale come il Consiglio d’Europa ha cominciato a produrre qualche rapporto ufficiale, nel quale le politiche di austerità compiute in Grecia vengono analizzate dal punto di vista dei diritti umani con esiti che ne evidenziano la violazione, allora è saggio fare qualche ammissione generica e qualche retromarcia altrettanto vaga in maniera che l’argomento mediaticamente risulti a qualche titolo già affrontato e non nasca un interesse magari più specifico sulla vicenda.

Del resto, lo statuto delle scuse nella società politica contemporanea occupa uno spazio morale ben definito e molto articolato: innanzi tutto la pratica di scusarsi non è riservata a tutti, ci sono persone che sono oggettivamente inescusabili; la distinzione tra coloro che possono avvalersi della facoltà di fare scuse e coloro che non possono ricalca grosso modo la linea della differenza tra coloro che un tempo sarebbero stati chiamati galantuomini e la canaglia. La cosa interessante è che tale statuto e la relativa differenza riguardano non solo persone fisiche, ma anche istituzioni e soprattutto gli Stati.

È comprensibile che le cose stiano così perché un galantuomo, individuale o collettivo: scusandosi chiarirà che l’errore che ha prodotto una deviazione del suo comportamento non si ripeterà più, potendo riprendere così le sue normali attività in un clima moralmente sincero e sereno. Inoltre, in questo modo, se il già menzionato galantuomo dovesse incorrere in un comportamento successivo che presentasse qualche somiglianza con quello per il quale si era già scusato, il pubblico sarà rassicurato nel sapere che tali somiglianze sono del tutto illusorie poiché è universalmente noto che i galantuomini, individuali o collettivi, sanno mettersi in discussione quando commettono un errore di modo da non ripeterlo più. Suppongo che l’esempio più cospicuo di questa pratica sia costituito dalle scuse che il presidente degli Stati Uniti Clinton presentò alla popolazione del Guatemala nel 1998 per le violenze e le sofferenze procurate dal regime guatemalteco, nato dal colpo di stato del 1954 e che le ingerenze del governo di Washington avevano creato.

La pratica delle scuse costituisce un cospicuo e interessante esempio del fatto che anche nel campo della morale sia possibile fare passi in avanti e ci sia un progresso effettivo e forse anche misurabile. In passato per simili problemi si avevano a disposizione solo due procedure: l’orribile casuistica, escogitata dai gesuiti, per cui si analizzavano i casi specifici in cui una legge morale inderogabile non valeva, e la cinica ragion di stato, per la quale qualsiasi nefandezza era giustificata da fini superiori. È chiaro che queste due modalità, per quanto efficaci, lasciano scorie o, per meglio dire, aloni sulla rispettabilità di chi le usa e che invece una franca ammissione delle proprie colpe o al limite anche un’ammissione di alcuni inconvenienti secondari del proprio comportamento, come nel caso di Juncker, non lasciano affatto con gli ovvi vantaggi morali che ciascuno può arguire.

Le dichiarazioni del presidente della commissione, tuttavia, sembrano avere un’ulteriore funzione che è quella di suggerire, del tutto illusoriamente, una possibile revisione delle politiche condotte nel paese ellenico. Questa impressione è fondamentale per cancellarne un’altra, oggi molto diffusa in molte parti d’Europa, ossia che la gestione della crisi greca sia stata il momento costituente di un nuovo ordine dell’Unione Europea e che in futuro, molto più del trattato di Maastricht o dell’introduzione dell’euro, verrà ricordata come il vero spartiacque. Infatti, è solo in questo frangente che è emersa con chiarezza la percezione che il governo tedesco detiene il potere sovrano dell’introdurre lo stato di eccezione, cosicché gran parte degli avvenimenti politici europei degli ultimi cinque o sei anni potrebbe essere rubricato sotto il titolo di reazioni a questa percezione. Ora questo genere di percezione, che in ogni epoca ha disturbato il detentore del potere, è particolarmente negativo per la UE in quanto essa riposa su un immaginario e una retorica per così dire kelseniani, costituzionali, contrattualistici, al pari di tutte le istituzioni neoliberiste. Anzi, si potrebbe dire che gli aspetti politici (poi naturalmente ci sono quelli economici) della crisi europea risiedono tutti in questo conflitto tra l’autorappresentazione in chiave liberale (un’autorappresentazione che non è un mero orpello decorativo o un’ipocrisia, ma è necessaria per il funzionamento del sistema e la fiducia degli investitori) e l’effettiva collocazione della sovranità. In questa prospettiva le scuse di Juncker diventano un passaggio importante in un’operazione di mascheramento della percezione dell’effettiva sovranità.

Insomma, la sincerità e la franchezza si dimostrano le migliori forme di dissimulazione, ma questa constatazione non deve farci indulgere a vieti atteggiamenti di sterile indignazione perché è del tutto comprensibile che un mondo smart abbia una morale smart.

Diario della crisi infinita

Andrea Fumagalli

La conclusione della trattativa tra Grecia e Troika mostra in modo lampante come la governance economica del capitalismo contemporaneo sia quasi esclusivamente governance bio-politica. Una governance che segue un principio di razionalità che nulla o poco ha che fare con quella razionalità dell’homo oeconomicus che viene ritenuta alla base di qualsiasi scelta economica efficiente e continuamente sbandierata dai manuali di economia politica, dalla stampa e dagli stessi politici di governo per giustificare decisioni che di economico hanno invece ben poco. Prendiamo ad esempio le richieste che, con una pistola puntata alla tempia, sono state imposte alla Grecia per allentare il cappio della stretta della liquidità: 3,5% di avanzo primario per i prossimi 10 anni, 50 miliardi di fondo di garanzia per privatizzare, smantellare e mettere da parte le risorse per ripagare il debito.

Una banale logica economica e contabile, condita con matematica elementare, ci potrebbe mostrare che tale obiettivo non potrà mai essere perseguito. La spiegazione è sempre la stessa: se vuoi ridurre un rapporto (in questo caso il rapporto debito/Pil) può sembrare logico intervenire sul numeratore (quindi riduzione della spesa pubblica e aumento delle tasse – ma solo quelle regressive in modo da non penalizzare troppo i ceti più ricchi). Ma se l’effetto collaterale è ridurre anche il denominatore, cioè il Pil, in modo più che proporzionale (in seguito al demoltiplicatore del reddito), è chiaro che il rapporto non potrà mai diminuire.

È la dimostrazione più semplice dell’illogicità e dell’inefficacia conclamata delle politiche di austerity, come più di cinque anni di sperimentazione hanno evidenziato. Ci chiediamo allora quale sia la logica razionale che sottostà a questo tipo di scelte economiche. Non siamo di fronte a una governance irrazionale (come molti sostengono per comodità), ma a un altro tipo di razionalità, esito di una logica che possiamo definire finanziaria. In altre parole non è logica economica ma logica di potere.

È su questa dicotomia e contrapposizione tra logica economica e logica finanziaria che si snoda la raccolta di diversi interventi di Christian Marazzi negli ultimi tre anni e ora pubblicati da ombre corte con il titolo Diario della crisi infinita.

Questa raccolta si divide in tre parti. La prima, seguendo l’evoluzione della storia, raccoglie contributi e interventi di Marazzi apparsi su UniNomade – prima della sua implosione –, alla Radio Svizzera Italiana e a quotidiani (“il Manifesto”), dalla primavera araba all’istituzionalizzazione delle politiche di Quantitative Easing della Bce dei giorni nostri. La seconda ripropone interviste all’autore su argomenti particolari, mentre la terza parte raccoglie recensioni di libri sulla crisi finanziaria e alcuni interventi a convegni pubblici.

Si tratta di interventi apparentemente diversificati e distanti, sia come argomenti che come taglio d’analisi. In realtà è possibile rintracciare una duplice linea rossa. La prima sta nella metodologia di indagine che Marazzi utilizza: una metodologia che fonda le proprie origini nel pensiero operaista degli anni Sessanta, finalizzata a cogliere gli aspetti dinamici e soggettivi del rapporto capitale-lavoro di fronte alle trasformazioni del ruolo e della funzione dei mercati finanziari, già inizialmente indagati ai tempi della rivista «Primo Maggio» (qui l’ottimo saggio di Stefano Lucarelli al riguardo) e poi affinati con il libro anticipatore Il posto dei calzini (Bollati Boringhieri, 1999), ormai 20 anni fa.

In questi scritti, Marazzi analizza la logica finanziaria che si va definendo con la svolta linguistica nei processi di valorizzazione nel passaggio dal capitalismo fordista del dopoguerra al capitalismo bio-cognitivo di oggi. La seconda, come conseguenza della prima, sta nell’individuazione del ruolo centrale che gli stessi mercati finanziari svolgono, allo stesso tempo, come perno dell’accumulazione contemporanea e causa strutturale della crisi infinita attuale.

Se negli anni Settanta la politica monetaria gestita a livello nazionale (supremazia della Banca Centrale) era lo strumento per tentare di uscire dalla crisi indotta dall’insorgenza dell’operaio massa, negli anni Novanta, una volta annichilito lo spettro dell’opposizione del lavoro al capitale (iniziando a introdurre elevate dosi di precarietà), assistiamo al passaggio dello scettro del comando capitalistico dalla sovranità monetaria ai mercati finanziari globali. Non è un caso che negli ultimi tre decenni si registra il più potente processo di concentrazione finanziaria che la storia del capitalismo ricordi. Ecco allora che la governance bio-politica della finanza si può dipanare alla sua massima potenza, definendo di volta in volta convenzioni finanziarie in grado di produrre in un periodo sempre più breve (speculazione finanziaria) plus-valenze sempre più elevate (D-D’).

Se negli anni Settanta si lottava per un salario indipendente dai processi allocativi di mercato, dagli anni Novanta in poi è la finanza a diventare la variabile indipendente. Al rapporto capitale-lavoro tende ad aggiungersi il rapporto credito-debito, come ci ricorda anche Maurizio Lazzarato ne La fabbrica dell’uomo indebitato (DeriveApprodi, 2012). E la razionalità economica, allora, non è più quella che consente di chiudere il circuito economico in presenza di un accumulazione di capitale reale ma piuttosto quella, del tutto opposta, che obbliga alla restituzione di un debito (che deve essere non rimborsabile), anche a costo di generare crisi, come le politiche d’austerity hanno ampiamente dimostrato. Ma così facendo, come ci spiega Marazzi,

il capitale sta subendo una sua nemesi storica. Ha distrutto la classe operaia fordista [almeno in occidente, ndr.], questo è il suo capolavoro; però il capitale è per definizione, in termini marxiani, un rapporto sociale, quindi distruggere la classe operaia ha significato distruggere quella dinamica che è legata all’essenza stessa del capitale, appunto il suo essere un rapporto sociale, quello che gli permette di crescere (p. 120).

È da questa contraddizione che nasce il concetto di crisi infinita come illusorio strumento di governance del presente ma fattore di permanente e strutturale instabilità del futuro. E non è un caso che Marazzi ci ricordi che:

Nel Poscritto a Operai e Capitale, Tronti scriveva che quello che aveva portato alla grande crisi del ’29 era stato il silenzio operaio nel corso degli anni Venti (p. 121).

Il che ci lascia intendere che oggi è il silenzio delle lotte a perpetuare lo stato di crisi. E infatti Marazzi in più di un intervento si sofferma a esaminare le insorgenze sociali che hanno caratterizzato l’ultimo decennio, dai movimenti spagnoli e greci, a Occupy statunitense, alle lotte italiane dell’Onda e dei Forconi, sino quelle del Magreb e del Brasile. Insorgenze che hanno palesato una diversa composizione del lavoro vivo ma, anche se in loco possono aver ottenuto qualche successo o alimentato qualche rottura, non sono state comunque in grado di scalfire il potere del moloch finanziario.

Ecco allora che Marazzi di fronte alla dittatura dell’oligarchia finanziaria, capace di organizzare anche veri e propri golpe bianchi (one time tanks, now banks) come la vicenda greca di questi giorni ha mostrato, si sofferma sulla possibilità di sottrarsi al bio-potere della finanza tramite la costruzione di circuiti monetari e finanziari alternativi, basati su una moneta complementare, definita “moneta del comune”.

Per evitare di cadere nella trappola tra l’uscita dall’euro secondo un approccio basato sulla sovranità monetaria nazionale oppure un sostegno all’euro così come è […], noi avevamo buttato lì l’idea della moneta del comune. … Bisogna però riconoscere che finora la moneta del comune resta una prospettiva tutta da costruire, anche teoricamente. Per il momento mi sembra che sia stata intesa dai movimenti più che altro nei termini di monete sub-sovrane e parallele; per quanto siano cose sperimentalmente interessanti, siamo però ben lontani da una costruzione teorico-politica tale da rendere l’idea della moneta del comune qualcosa di operativo o comunque di agibile, capace cioè di aggregare forze, consensi e alleanze. Insomma, resta un capitolo da scrivere (p. 119).

Un capitolo che nell’ultimo anno ha cominciato a essere scritto e che rappresenta, insieme all’analisi della composizione del lavoro vivo contemporaneo e alla necessità di formulare una nuova misura (più soggettiva che oggettiva) del valore, una delle sfide principali che abbiamo di fronte.

Christian Marazzi
Diario della crisi infinita
Prefazione di Franco Berardi Bifo
ombre corte (2015), pp. 192
€ 17,00

I confini del diritto

Francesco Brancaccio, Chiara Giorgi, Michele Luminati

È oramai conclamato: viviamo in tempi di crisi. Tuttavia ciò che più è in crisi è la nostra capacità di immaginare un’alternativa, non solo rispetto allo specifico contesto politico e istituzionale odierno, ma in primis rispetto al dato sistemico della società capitalistica.

Da qui il grande sforzo, teorico e pratico, di re-immaginare il presente e riprospettare un futuro, dotandosi di tutti gli strumenti necessari per farlo. Da qui l’idea nata un anno fa di costruire un ciclo di ricerca, che federasse alcune esperienze attive sul territorio urbano di Roma – Fondazione Basso, Libera Università Metropolitana, Istituto Svizzero di Roma, Centro per la Riforma dello Stato, Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università La Sapienza – al fine di intraprendere un paziente lavoro di ricerca e di formazione, capace di intrecciare saperi diffusi ed eterogenei, di combinare luoghi pubblici diversi, istituzioni formali e informali.

Individuando la città sia come luogo nel quale si realizza continua creazione ed estrazione di valore, sia come spazio di incubazione di idee e movimenti alternativi capaci di coinvolgere coloro che sono implicati nella produzione e riproduzione della stessa vita urbana, questa esperienza ha inteso procedere tramite un lungo lavoro di scavo. La sfida è stata di tornare a riflettere su alcuni concetti, categorie problematiche che non a caso attraversano i conflitti odierni, con i quali metterli in tensione, in un intento desideroso tanto di decostruire, quanto di attivare pratiche di resistenza e antagonismo. Al contempo il seminario, concepito anche come esperienza laboratoriale (i laboratori, animati da ricercatori, docenti, studenti, attivisti, sono stati il cuore della riflessione complessiva), ha voluto interrogare a fondo il linguaggio, gli strumenti, il discorso del diritto e dei diritti, strutturalmente coinvolto in una perenne dicotomia, tra conservazione dell’ordine esistente e progettazione di un’alternativa.

Se i diritti non possono essere privati della loro dimensione conflittuale, non possono essere separati dai soggetti reali, quale valenza assume oggi il richiamo dei movimenti al lessico dei diritti e delle Carte? Cosa significa l’attuale “uso politico del diritto”? E ancora, quale rapporto esiste tra i movimenti e le istituzioni? Che rapporto intercorre tra l’ambiguità della dimensione del potere e la fondazione/immaginazione di nuove istituzioni non-statali? Cosa accade quando lo Stato non detiene più il monopolio della produzione del diritto? Quali processi e pratiche di soggettivazione sono sempre più riscontrabili nel panorama odierno, in grado di sfidare la società capitalistica?

Queste sono alcune delle domande di fondo che hanno attraversato il ciclo di ricerca I confini del diritto. Istituzioni e antagonismi - volto a far dialogare la scienza giuridica con altre discipline, la storia con la filosofia – che si è sviluppato in una serie di appuntamenti da gennaio a giugno. È così che si è tornati a interrogare il concetto di cittadinanza – e la sua storia – a partire dalle sfide poste dalle lotte in corso e da analisi che ne mettono in luce la natura conflittuale, processuale e dinamica (La cittadinanza oggi, E. Balibar, P. Costa).

È così che sì è voluto riflettere sulla funzione delle Costituzioni e del costituzionalismo moderno, inteso come limite ai poteri e garanzia dei diritti, nonché come progetto di emancipazione sociale (Il ruolo delle Costituzioni tra storia e diritto, M.R. Ferrarese, G. Teubner, L. Lacchè). È così che ci si è volti a valutare a fondo il ruolo dello Stato in un paesaggio profondamente mutato, cogliendone ambivalenze, nascondimenti e porosità (Lo stato dello Stato, G. Marramao, P. Schiera, A. Negri). Nondimeno, lo sguardo si è aperto al formidabile laboratorio dell’America Latina dell’ultimo quindicennio, cogliendo potenzialità (ma anche contraddizioni) capaci di offrire importanti spunti di riflessione per la discussione sull’Europa (Il laboratorio dell’America Latina. Movimenti, governi e pratiche del comune, L. Ferrajoli, S. Mezzadra).

L’ultimo incontro dal titolo Democrazia diretta, democrazia rappresentativa, processi costituenti - riprendendo l’argomento della crisi continentale delle forme di rappresentanza e partecipazione democratica, già affrontato in relazione al nodo del federalismo e all’esperienza svizzera (Il federalismo oltre lo Stato, G. Duso, R. Rhinow) - si svolgerà il prossimo 26 giugno e si soffermerà sulla tematica della democrazia, nelle sue diverse declinazioni, tematica che ha tagliato trasversalmente l'intero ciclo seminariale, specie con riferimento allo spazio politico dell'Europa.

La democrazia diretta, oggi tornata centrale nel dibattito politico, svolge una funzione di complementarietà rispetto al dispositivo di rappresentanza o può essere declinata nel senso dell'autogoverno? Dalla sperimentazione del Confederalismo democratico in Rojava alle recenti vittorie, in Spagna, delle liste Ciudadanos, questa seconda accezione sembra ricevere un rinnovato interesse. Il problema che attraverserà questo incontro, animato da tre importanti ospiti (R. Sanchez, H. Kriesi, C. Mouffe), ruota attorno al rapporto tra orizzontalità e verticalità – dunque la riapertura della questione del potere – nei termini della creazione di nuova istituzionalità, oltre la logica della sovranità e in relazione al nesso rappresentanza-rappresentazione.

Democrazia diretta, democrazia rappresentativa, processi costituenti
con: Hanspeter Kriesi, Chantal Mouffe, Raul Sánchez
26 giugno 2015 - ore 17.30
Istituto Svizzero di Roma
via Ludovisi, 48

L’amore della Marea Amarildo

Barbara Szaniecki e Giuseppe Cocco

Fino a metà 2013, la città di Rio de Janeiro sembrava offrire un palcoscenico perfetto per lo spettacolo della rappresentanza. Da tempo stavamo analizzando lo stretto rapporto tra museificazione della cultura e gentrificazione della città e il ruolo del Museu de Arte do Rio de Janeiro (MAR), ciliegina sulla torta della rivitalizzazione della zona portuaria. Ed ecco che, in marzo, l’inaugurazione del MAR è stato teatro di un evento nuovo. Mentre il Sindaco, il Governatore, la Ministra della Cultura e la Presidente della Repubblica si riunivano con la famiglia proprietaria della GLOBO e concessionaria del nuovo museo, fuori dalla festa, manifestanti dei movimenti dei senza tetto e di collettivi culturali gridavano: «Il Sertão non diventerà MAR(e)»1, riprendendo a rovescio una delle profezie della rivolta messianica di Canudos. Il riferimento è alla resistenza storica della secessione messianica e al fatto che furono i reduci dalla guerra del Sertão che costruirono la prima favela di Rio, sul Morro della Providência, proprio lí nella zona portuaria di Rio. Erano in pochi a protestare fuori dal nuovo museo protetto dalla polizia. Tutto sotto controllo? La storia sembrava ripetersi ma, inaspettatamente, qualcosa cominciò a muoversi. Il movimento nato a giugno si presenta come l’espressione mostruosa della costituzione della moltitudine prodottasi durante il governo Lula, e una delle prospettive più interessanti per coglierne la dinamica costituente, tra le reti e le piazze, sembra essere quella della sua «arte»: un'arte della moltitudine.

Espressione mostruosa della costituzione moltitudinaria

I concetti di moltitudine e di mostro sono due strumenti efficaci per afferrare le trasformazioni sociali nel Brasile degli ultimi dieci anni. Molto si è detto intorno alla Classe C2. Quando è scoppiato il movimento, si è cominciato invece a parlare di moltitudine. La stessa cosa succede con il termine di mostro. La diffusione di questi termini sembra sottolineare la loro adeguatezza rispetto alla realtà. Antonio Negri presenta il concetto di moltitudine per lo meno in tre prospettive specifiche e complementari: sul piano sociologico, si tratta delle trasformazioni legate al passaggio dalle economie basate sul lavoro disciplinare di fabbrica a quelle basate sulle reti diffuse nella metropoli e quindi a forme di lavoro sempre più immateriali. Da questa percezione deriva il secondo piano, politico: nuove forme produttive richiedono nuove forme politiche. Se il lavoro di fabbrica aveva prodotto il sindacato e i partiti dei lavoratori, i nuovi sistemi produttivi metropolitani richiedono nuove organizzazioni politiche. Ed è proprio in questo gap tra le attuali potenti forme di produzione e le vecchie forme della politica che risiede la crisi della rappresentanza. Sul terzo piano, quello ontologico, «che cos’è la moltitudine»? Mentre le classi sociali – vecchie e nuove classi medie nel caso del Brasile di oggi – si definiscono a priori via dati statistici, la moltitudine si costituisce nelle lotte.

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foto di Katja Schilirò

L’approccio della nuova composizione sociale in termini di Classe C riconosce la trasformazione economica della società brasiliana avvenuta durante i governi Lula, ma sottovaluta l’emergenza dei desideri di formarsi e informarsi, esprimersi, comunicare, circolare, esercitare la cittadinanza. Insomma, ignora i desideri di affermazione della biopolitica come potenza della vita e critica dell’uso dell’arte, della cultura e della communicazione come biopotere sotto nuove forme di marketing elettorale. Nonostante le difficoltà vissute nelle metropoli brasiliane, la moltitudine è superproduttiva, iperinformata e ultraconnessa. Se la nozione di moltitudine sembra adeguata ai soggetti che hanno promosso le trasformazioni del Brasile, quella di mostro funziona per capire le soggettività in azione nelle manifestazioni. Questa costituzione mostruosa si presenta sotto due aspetti complementari. In primo luogo, come il «corpo senza organi» di Deleuze e Guattari, ossia un corpo che è intensità piuttosto che un'intenzione. Non si tratta però di uno stadio anteriore alla moltitudine che, a sua volta sarebbe una tappa anteriore alla formazione di classi sociali o di corpi istituzionali. Il mostro non è una tappa storica: il mostro è sempre lí, in agguato. In secondo luogo, va associata al General Intellect di Marx: l’intelligenza produttiva e politicizzata che mette in evidenza opere che sono il frutto di processi collettivi che non eliminano le singolarità. Né bello né brutto, né buono né cattivo, né vero né falso, il mostro sconfigura le nostre certezze estetiche e politiche e, in questo movimento, promuove simultaneamente angoscia e allegria. La faccia più politicizzata della moltitudine non ha niente di autoritario, al contrario, è un terreno di sperimentazione e innovazione fondamentalmente democratico. Il mostro è la vera democrazia nella quale forme e contenuti, principi e processi, mezzi e fini sono indissocciabili.

RJ 2013: dal Monopoly alla metropoli della moltitudine

Moltitudine e mostro indicano altre possibili connessioni tra corpo e mente, tra individuo e società, tra saperi e poteri. Come coglierle? Come si configura un’arte della moltitudine o un’estetica del mostro che possa indicare nuove forme sociali e politiche potenti? Nelle manifestazioni, maschere, costumi, performances, striscioni, scherzi e parolacce sono indirizzati ai politici e agli imprenditori. Tutto ciò porta al carnevale: non però al carnevale spettacolarizzato con le grandi marche di consumo e discorsi di proprietà, ma alla carnevalizzazione della moltitudine come processi dal basso, apertura dei saperi e poteri costituiti, relativizzazione della verità unica e assoluta e costituzione di altre verità. Oltre alla carnevalizzazione, possiamo osservare un’estetica dell’occupazione. Dopo le acampadas del 15M e l’OccupyWallStreet, abbiamo visto proliferare l’OcupaCinelandia (nel centro), l’OcupaMeier (nella zona nord), l’OcupaPovos (occupazione contro il vertice ufficiale Rio+20). Oggi questa forma di lotta è ritornata con l’Ocupabral3, Ocupapaes4, Ocupacamara5 e OcupaAlerj6. Senza contare le molte altre occupazioni di palazzi abbandonati e, ovviamente, le occupazioni storiche nelle favelas. Viste come mostruose, queste occupazioni sono sotto costante minaccia di sgombero. Favelas e occupazioni esistono per via della mancanza di possibilità abitative regolari, ma anche come affermazione di altri modi di vita, di stare nella città, di fare un’altra città.

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foto di Katja Schilirò

Dal MAR alla Marea Amarildo: moltitudine connessa e comune

All’inizio dell’anno, il sindaco aveva distribuito in tutte le scuole pubbliche di Rio un gioco del Monopoli adattato alla città di Rio, elevando la speculazione ludica a norma del suo trionfale progetto. Uno dei primi effetti del movimento di giugno è stato di far crollare questo castello di carte. La sovversione carnevalizzata della città monopoli in metropoli della moltitudine è stata possibile per mezzo di una potente interconnessione. L’immagine del Coletivo Projetação - Amar é a Maré Amarildo7 - sembra aver inspirato una marea infinita di forme espressive che ha attraversato la città manifestando il suo dolore per la strage di giovani nella favela della Maré e per la scomparsa di Amarildo nella favela della Rocinha, entrambi opere della polizia. Dall’onda di violenzia è nata una marea di amore: la Marea Amarildo è un modo di dire ai potenti che governano la città che, anche se la violenza che reprime le manifestazioni nella città è incomparabile a quella che quotidianamente colpisce i poveri nelle favelas, siamo tutti Amarildo. Una connessione politica con una pluralità di linguaggi artistici.

Torniamo alla scena del MAR, all'inizio del nostro articolo. Poco meno di sei mesi dopo la sua inaugurazione, i manifestanti sono tornati al Museo per incontrare il sindaco e il governatore che dovevano partecipare a una cerimonia. Il clima con la polizia era molto teso. Con un megafono in mano, il curatore del museo ha cercato di proporre una mediazione. Pur coraggiosamente impegnato nell'evitare l'arresto dei manifestanti, sembra che a un certo punto il curatore abbia detto che le loro maschere e le loro azioni gli facevano paura. «Ma perché? Questa è una performance!» gli hanno risposto i manifestanti. Non sappiamo cosa il curatore pensi dell’estetica delle manifestazioni – se è d’accordo con l’affermazione che si tratta di performances o, più in generale, di arte – e difficilmente lo sapremo. Riprendiamo quel che Antonio Negri suggerisce in un articolo intitolato Metamorfosi: arte e lavoro immateriale8. Cosa caratterizzerebbe, nel contemporaneo, il lavoro e l’arte in quanto affermazione della potenza della vita? Negri ritiene che il lavoro biopolitico sia un happening multitudinario che si apre al comune.

Più che l'«arte», nel senso che tradizionalmente l'estetica con le sue categorie attribuisce a questo termine, sembra cercar di cogliere l’«artistico» del/nel lavoro contemporaneo. Uno «stile artistico» attraversato dall’etica, esigerebbe, in un primo momento, un tuffo nel movimento infinito dei corpi e degli eventi che lo circondano; in un secondo momento, riflessivo, questa immersione delle singolarità nella molteplicità dello sciame incontra l’amore – forza che si forma nell’incontro tra il conatus e la cupiditas. E infine, in un terzo momento, sempre considerando l’omologia tra natura operativa dell’immateriale (cognitivo, culturale, creativo, affettivo) e la formazione degli sciami, il comune che si sviluppa in forme artistiche deve adesso incarnarsi in una decisione collettiva. Il sublime, secondo Negri, è l’agire etico nella costituzione di un telos della moltitudine. La Marea Amarildo che si è configurata negli ultimi mesi nella molteplicità di linguaggi delle reti e delle piazze è l’«artistico» del lavoro biopolitico nella metropoli carioca che, di fronte ai paradossi e ai pericoli del momento, deve dare senso etico alle nostre decisioni collettive e alla nostra vita comune. Questa arte della moltitudine, nei giorni a venire, consisterà nel mantenere questa connessione attiva, intensa, comune.

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  1. «O Sertão não vai virar Mar»: si tratta di un gioco di parole, visto che MAR (sigla del museo) significa anche mare e, allo stesso tempo, è l’inversione della profezia di Antonio Conselheiro, il leader messiânico di Canudos (nella regione semi-arida e povera del nordest) che diceva «o Sertão vai virar mar». []
  2. Con Classe C, si intende quella parte della popolazione per la quale il soddisfacimento di bisogni quali l'alimentazione e l'abitazione non sono più la preoccupazione principale, e che rappresenta oggi più del 50% della popolazione brasiliana. []
  3. Occupazione sotto la residenza privata del governatore Sergio Cabral. []
  4. Occupazione davanti alla residenza ufficiale del Sindico Eduardo Paes. []
  5. Occupazione del palazzo del Consiglio Comunale di Rio (Câmara dos Vereadores). []
  6. Occupazione del parlamento dello Stato di Rio (Assembleia Legislativa). []
  7. Un gioco di parole che mette insieme il verbo Amare con Maré (nome della grande favela dove la polizia militare há ucciso una decina di abitanti durante le manifestazioni di giugno) e Amarildo (nome dell’abitante della favela dela Rocinha scomparso in luglio durante le manifestazioni e mai più ritrovato. []
  8. Antonio Negri, Art et Multitude – Neuf lettres sur l’art suivies de Métamorphoses, Mille et Une Nuits, Paris 2009. []

Il plusvalore del Capitale Umano

Francesca Scotto Lavina

Una notte d’inverno un ciclista, Fabrizio Lupi, padre di famiglia e cameriere, è investito da un SUV e lasciato agonizzante sul ciglio di una statale brianzola. La sua morte è valutata dai periti assicurativi in euro 218.976,00 sulla base dell’aspettativa di vita, dei legami affettivi e delle potenzialità di guadagno, parametri che definiscono il capitale umano.

Questo il titolo dell’ultima pellicola di Paolo Virzì, liberamente ispirata al romanzo di Stephen Amidon. Fin dalle sue premesse il film sembra voler sovvertire la teoria economica di Becker, che considera inalienabile il capitale umano, in quanto ontologicamente pertinente all’individuo. La storia, che prende a pretesto una trama noir incentrata sulla morte di Fabrizio, descrive dei personaggi, che rappresentano unità archetipiche del capitale sociale di una regione, che, nell’accezione comune, è il cuore pulsante dell’economia italiana, ormai in totale dissesto.

Gli uomini sono dei padri, il cui nome impone una legge fondata sull’alienazione del capitale umano. Dino Ossola è un persona volgare, un’immobiliarista truffaldino; non si fa scrupolo di usare il rapporto della figlia Serena con Massimiliano Bernaschi, per entrare nel giro d’affari del padre di lui, Giovanni, che, invece, maschera la sua pochezza con un buon inglese, il lusso raffinato e i modi diplomatici. Lui, finanziere d’assalto, specula sulla bramosia dei pesci piccoli, come Ossola, per recuperare capitali da investire in operazioni al limite del lecito.

Le donne non hanno nerbo per opporsi alla svalutazione inesorabile dell’Io. Carla Bernaschi è un’attrice mancata, che vive apaticamente all’ombra del marito. Trova sollievo al proprio disagio esistenziale nella ristrutturazione del teatro acquistato per lei da Giovanni, in cui coinvolge Donato, un professore con velleità da scrittore. Questi, vede prima in lei la propria musa, per poi tacciarla di vigliaccheria, quando la donna pone fine alla loro relazione in concomitanza alla vendita del teatro, che sarà trasformato in blocchi di appartamenti. Roberta, che Dino sposa in seconde nozze, è una psicologa fragile e ingenua, che compensa con una gravidanza inattesa, la vacuità e la mancanza di interesse del marito.

Il dispositivo narrativo a episodi ripete la morte di Fabrizio e i lassi temporali che la precedono e la seguono. I punti di vista dei primi tre episodi, dedicati a Dino, Carla e Serena, convergono nell’ultimo, che risolve il mistero del crimine e la compravendita di capitale umano nella trattativa tra Carla e Dino. In galera andrà l’esecutore materiale del delitto, un’altra unità minima di quel capitale umano, che ha voluto possedere solo per una notte un bene, il SUV dei Bernaschi, che non avrebbe mai potuto permettersi diversamente. I ricchi, che della tratta di questo capitale umano hanno fatto la loro ricchezza, invece, possono reiterare l’ordinarietà della loro vite.

Sebbene alcuni particolari, come il bianco delle strade innevate, la cadenza, le abitudini sociali connotino il film, l’ambientazione brianzola trova un’intrinseca motivazione proprio nella sua funzione metonimica. Questa terra è la parte che sta per un deserto, dove le ville dei grandi industriali sono le oasi, in cui il soggetto dell’inconscio si estingue, quando, come sostiene Freud, il desiderio viene ripudiato a favore del godimento.

Tra le pieghe del testo affiora una crisi, che è morale, ancor prima che economica e che trova nel rituale sociale, che i personaggi perpetuano, la sua apoteosi. I pezzi, in cui la narrazione smembra le loro vite, sono quelli in cui è ridotto un paese come l’Italia, i cui abitanti sembrano agonizzare apaticamente nel malcostume e nella superficialità, come dimostra il reiterarsi della festa a casa Bernaschi, una volta che la vicenda di Fabrizio è stata archiviata in termini giuridici e monetari.

Il pensiero quasi inconsapevolmente va alla Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, che rappresenta un’Italia (anche alla notte degli Oscar), che si crogiola nella propria anima superficiale e malinconica, per non guardare quella torbida, perché la sua vista potrebbe essere troppo come dimostra lo svenimento del turista giapponese di fronte alla città eterna. Lo sguardo di Virzì, invece, scava quell’anima nera che il manto bianco della neve tenta di seppellire e congelare nell’hinterland milanese insieme al corpo di Fabrizio.

Solo per gli adolescenti la materialità degli oggetti e dei rapporti non costituisce il feticcio, che può sostituire il desiderio della loro autenticità. I figli, sofferenti e soli, sono le vere vittime della nemesi di una storia, del cui corso non sono responsabili, ma anche gli unici, secondo Virzì, a poterlo cambiare. Serena aiuta Massimiliano, che non riesce a superare la mancanza del suo amore e di quello dei suoi genitori; protegge e sostiene nel suo percorso di riabilitazione Luca, il ragazzo di cui è innamorata, depresso per la sua marginalità sociale; supera l’abbandono della madre, da anni in Romania con il suo nuovo compagno e il tradimento del padre, che vende a Carla la verità, che la figlia non vuole confessare, in cambio della somma necessaria al riscatto della loro casa, ipotecata all’insaputa dei familiari nel fondo di Bernaschi, che lo ha portato al fallimento.

Gli occhi grandi di Serena, quelli del ritratto fattole da Luca al loro primo incontro, in un centro dei servizi sociali, quelli con cui lo guarda e ci guarda nell’ultima scena del film, sono il plusvalore del capitale umano, quella parte dell’io ancora non alienabile e non negoziabile.

Cosa vuole l’Europa?

Slavoj Žižek

In una delle sue ultime interviste prima della caduta, un giornalista occidentale ha chiesto a Nicolae Ceaușescu come potesse giustificare il fatto che i cittadini rumeni non potevano viaggiare liberamente all’estero sebbene la libertà di movimento fosse garantita dalla costituzione. La sua risposta seguiva il meglio del sofisma stalinista: è vero, la costituzione garantisce la libertà di movimento, ma garantisce anche il diritto del popolo a una patria sicura e prospera. Abbiamo quindi un potenziale conflitto di diritti: se ai cittadini rumeni fosse stato concesso di lasciare liberamente il paese, la prosperità della patria sarebbe stata minacciata e sarebbe stato messo in pericolo il loro diritto alla terra d’origine. In questo conflitto bisogna fare una scelta, e il diritto alla prosperità e alla sicurezza della patria gode di una chiara priorità...

Sembra che lo stesso spirito del sofisma stalinista sia vivo e vegeto nella Slovenia contemporanea dove, il 19 dicembre 2012, la Corte costituzionale ha rilevato che un referendum sulla legislazione fatta per istituire una “bad bank” e sulla partecipazione sovrana sarebbe stato incostituzionale, di fatto cancellando un voto popolare sulla questione. Il referendum era stato proposto dai sindacati contro la politica economica neoliberale del governo, e aveva ottenuto abbastanza firme per essere obbligatorio. Vi era infatti l’idea di trasferire tutti i crediti cattivi delle principali banche in una nuova “bad bank” che sarebbe poi stata salvata dal denaro statale (cioè a spese dei contribuenti), impedendo ogni seria indagine sui responsabili di questi crediti.

Perché quindi proibire il referendum? Nel 2011, quando il governo greco di Papandreou ha proposto un referendum sulle misure di austerity, c’è stato il panico a Bruxelles, ma perfino in quel caso nessuno ha avuto il coraggio di proibirlo. Secondo la Corte costituzionale slovena il referendum “avrebbe causato conseguenze incostituzionali”. Insomma, nel valutare le conseguenze del referendum, la Corte costituzionale ha semplicemente accettato come un fatto indiscutibile le ragioni delle autorità finanziarie internazionali che stanno facendo pressione sulla Slovenia affinché adotti ulteriori misure di austerity: non obbedire ai diktat delle istituzioni finanziarie internazionali (ovvero non soddisfare le loro aspettative), può condurre a una crisi politica ed economica ed è quindi incostituzionale.

Forse la Slovenia è un piccolo paese marginale, ma la decisione della sua Corte costituzionale è il sintomo di una tendenza globale verso la limitazione della democrazia. L’idea è che, in una situazione economica complessa come quella odierna, la maggioranza della popolazione non sia qualificata per decidere: la gente vuole solo mantenere i propri privilegi, ignara delle conseguenze catastrofiche che si produrrebbero se le sue domande fossero soddisfatte. Questa linea di argomentazione non è nuova.

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Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Lungo queste linee, Fareed Zakaria ha sottolineato come la democrazia possa “prendere piede” solo in paesi economicamente sviluppati: se i paesi in via di sviluppo sono “prematuramente democratizzati”, il risultato è un populismo che finisce nella catastrofe economica e nel dispotismo politico. Non c’è da stupirsi che i paesi del Terzo mondo che hanno ottenuto i maggiori successi economici (Taiwan, Corea del Sud, Cile) abbiano abbracciato la democrazia solo dopo un periodo di regime autoritario. Questa linea di ragionamento non fornisce anche la migliore argomentazione a favore del regime autoritario in Cina?

Con il perdurare della crisi cominciata nel 2008, questa stessa sfiducia nella democrazia, una volta limitata ai paesi in via di sviluppo del Terzo mondo o post-comunisti, sta adesso prendendo piede negli stessi paesi occidentali sviluppati. Quello che uno o due decenni fa era un consiglio paternalistico per gli altri, ora riguarda noi stessi. Ma cosa succede se questa sfiducia è giustificata? E se solo gli esperti possono salvarci, anche a costo di meno democrazia? Il meno che si possa dire è che la crisi offre ampie prove di come non sia la gente, ma gli stessi esperti a non sapere quello che stanno facendo. Nell’Europa occidentale stiamo in effetti assistendo a una crescente incapacità della classe dirigente: sempre meno sanno come dirigere.

Guardiamo a come l’Europa sta affrontando la crisi greca, facendo pressione sulla Grecia per ripagare i debiti, ma allo stesso tempo rovinando la sua economia con l’imposizione di misure di austerity e rendendo perciò certo il fatto che il debito greco non sarà mai ripagato. Alla fine del dicembre 2012 lo stesso Fondo monetario internazionale ha pubblicato una ricerca in cui si mostra come il danno economico di misure di austerity aggressive possa essere fino a tre volte più grande di quanto era stato previsto, cancellando quindi i suoi consigli sull’austerità nella crisi dell’eurozona.

Adesso il Fondo monetario ammette che costringere la Grecia e altri paesi indebitati a ridurre i loro deficit troppo velocemente può essere controproducente... Adesso, dopo che centinaia di migliaia di posti di lavoro sono stati perduti a causa di simili “errori di calcolo”. Qui risiede il vero messaggio delle “irrazionali” proteste popolari in giro per l’Europa: i manifestanti sanno bene di non sapere, non pretendono di avere risposte veloci e facili, ma ciò che il loro istinto sta dicendo è comunque vero, ossia che anche chi è al potere non sa. Oggi in Europa i ciechi guidano i ciechi.

Pubblichiamo un estratto dal libro di Slavoj Žižek e Srécko Horvat (prefazione di Alexis Tsipras), Cosa vuole l'Europa? in libreria in questi giorni per ombre corte.