Uguaglianza, lavoro e capitalismo squilibrato

Lelio Demichelis

Il neoliberalismo – lo sappiamo - ha prodotto ricchezza finanziaria per pochi e impoverimento reale e macerie sociali e individuali per i più. Ma questi più non si ribellano, al massimo reagiscono di pancia, cercano un populista, un autocrate o un guru tecnologico o una app a cui delegare se stessi e le proprie scelte. Questi piùsciolti ormai come classe operaia e come ceto medio - accettano di restare nella caverna platonica e pur muovendosi molto elettoralmente (come dimostrato dalle elezioni del 4 marzo) sostanzialmente si adeguano (al neoliberalismo, alla rete, all’ultimo populista sul mercato). Uscire dalla caverna non è – purtroppo - nei loro pensieri.

In nome di una falsa libertà individuale promessa dal neoliberismo e dalla rete abbiamo dimenticato che l’uguaglianza è invece la base della libertà vera, nonché la premessa della fraternità. A ricordarci, invece che l’esplosione attuale delle disuguaglianze è qualcosa che non ha confronti con la storia recente e che è stata una scelta politica delle classi dirigenti; che questo è in palese contrasto con ciò che è scritto nella Costituzione, dove l’uguaglianza, la fraternità e la libertà sono elementi strutturali e strutturanti e vincolanti (e solennemente riconfermati dal demos per referendum); che la disuguaglianza mette in pericolo il futuro della democrazia, della pace e dello stesso sviluppo economico - è un saggio magistrale scritto da un filosofo del diritto di prim’ordine come Luigi Ferrajoli. Perché il principio di uguaglianza «è il principio politico dal quale, direttamente e indirettamente, derivano tutti gli altri principi e valori». E se oggi la disuguaglianza dilaga, ciò deriva dal crollo da una politica «che in questi anni ha abdicato al suo ruolo di tutela degli interessi generali e di governo dell’economia e si è assoggettata alle leggi di mercato», producendo la crisi della ragione politica e di quella giuridica e il trionfo della ragione economica. Ma se questo è vero e vere sono le macerie sociali su cui i più camminano, l’uguaglianza deve diventare di nuovo non solo un valore ma anche, scrive Ferrajoli un principio di ragione per definire una politica alternativa e diversa da quelle attuali, del tutto irrazionali ma potentissime nella loro autoreferenzialità. Un’alternativa già scritta proprio nella Costituzione.

Da qui questo suo Manifesto per l’uguaglianza, che ci ricorda che «l’uguaglianza viene stipulata perché, di fatto, siamo differenti e disuguali, a tutela delle differenze e in opposizione alle disuguaglianze. Il principio di uguaglianza consiste dunque nel valore delle differenze che fanno di ciascuna persona un individuo differente da tutti gli altri e di ciascun individuo una persona uguale a tutte le altre». Per questo, le disuguaglianze (soprattutto economiche e sociali) devono essere almeno ridotte. Era questo il senso virtuoso delle politiche keynesiane post-1945, che invece il neoliberalismo egemone e dominante dagli anni ’80 nega perché suo obiettivo era ed è quello di sciogliere la società nel mercato, la vita nella competizione, trasformando l’individuo in impresa/imprenditore di se stesso. E la competizione, ovviamente, non produce uguaglianza e neppure libertà. E men che meno fraternità.

La riflessione di Ferrajoli sulla Costituzione (e sui Trattati europei) – che non elenca principi astratti bensì vincolanti e prescrittivi – è appassionata e coinvolgente, integra etica e diritto e principio di responsabilità, critica della politica e critica dell’economia, riflessioni su laicità e autonomia/autodeterminazione, necessità di rifondare il diritto del lavoro e a un lavoro oggi invece tornato ad essere drammaticamente merce, per di più low cost. Manifesto quanto mai necessario e che si chiude con la proposta di un costituzionalismo oltre lo stato, che vada cioè a porre limiti e vincoli a quei poteri finora esclusi dal costituzionalismo classico, quelli economici privati (mercati, multinazionali) e quelli extra o sovra statali che vanno a comporre la a-democratica e anti-egualitaria governance neoliberale della globalizzazione. Globalizzazione dove oggi domina un vuoto di diritto pubblico, occupato da un pieno di diritto privato, cioè «da un diritto di produzione contrattuale che si sostituisce alla legge e che riflette la legge del più forte». Non tutelando i diritti dell’uomo, né quelli delle future generazioni.

E da una filosofia del diritto alla ricerca dell’uguaglianza perduta, a una filosofia della forza lavoro (che è diversa dal lavoro), alla ricerca della dignità e della libertà perdute. Il nuovo libro di Roberto Ciccarelli è, infatti, un altro modo per ragionare di disuguaglianze, classi, politiche neoliberali, capitalismo delle piattaforme, nuovo sfruttamento, «naturalizzazione dell’idea di impresa e sua trasformazione in una favola a sfondo filosofico», di autosfruttamento e di desiderio di liberazione; e di lato oscuro della rivoluzione digitale - che doveva garantire maggiore autonomia e libertà ma che ha invece esteso il dominio del capitale dai corpi (nel passato fordista) alle menti, alla psiche e agli affetti di oggi. Ma serve anche un nuovo modo di ragionare di lavoro perché oggi lo si fa «senza parlare della condizione che lo rende possibile, la forza lavoro». Ciccarelli (rifacendosi al concetto di Quinto Stato), ne cerca una nuova definizione partendo dalle storie di uomini e donne in carne e ossa, secondo un’etica spinozista lontana da quella marxista (che la considerava come «il terreno primordiale dell’antagonismo ma anche della cooperazione tra individui, del conflitto e della solidarietà»), come da quella liberale del contratto di lavoro, oggi «sostituita da una continua rimodulazione della prestazione salariata, in base alle esigenze delle imprese». Il lavoro odierno contiene un paradosso, «da una parte lo si vuole ‘liberare’ facendolo diventare autonomo e creativo come un’opera d’arte, dall’altra parte è considerato un residuo archeologico. Da una parte l’iper-lavoro, dall’altra il sotto-impiego»: tutte parti, tuttavia, di «un unico processo di subordinazione»; perché «in una società capitalista la forza lavoro è finalizzata sempre alla produzione del lavoro-merce». Ma questo – sostiene Ciccarelli nella parte più filosofica del libro - non è un destino, la forza lavoro potendo essere usata «per affermare la vita in quanto mezzo di se stessa e non solo come oggetto del contratto, strumento del lavoro e del capitale umano». Idea affascinante, ma difficile - siamo meno ottimisti di Ciccarelli, pur condividendo la gran parte della sua riflessione sui nuovi lavori, sul potere pastorale tecno-capitalista, sui nuovi modelli manageriali e su molto altro ancora - davanti a un biopotere di tecnica e capitalismo che vuole fare dell’uomo un uomo nuovo che sia falso soggetto e insieme oggetto reale di un mercato e di una tecnica che difficilmente lasceranno l’uomo libero di essere se stesso e libera la sua forza lavoro, essendo capace di sussumere sempre più in sé e per sé anche la forza lavoro.

Perché il capitalismo è un sistema che vive di una produzione incessante di squilibrio. Tema cui è dedicato un importante libro di Roberto Romano e Stefano Lucarelli. Concetto innovativo, questo di squilibrio, che andrebbe oltre la distruzione creatrice di Schumpeter e che sarebbe diverso anche dall’odierna disruption. Una dinamica che deriverebbe dalle tecniche superiori di produzione, quelle che l’offerta e la domanda considerano migliori e vincono sul mercato; mentre «gli imprenditori lavorano ogni giorno per realizzare uno squilibrio, cioè un prodotto capace di produrre un vantaggio rispetto ai concorrenti». Cioè: «senza squilibrio, il capitalismo non avrebbe ragione d’essere». Il problema è allora di governare e di contenere/orientare politicamente e democraticamente questo squilibrio - o questa dynamis, come preferiamo chiamarla, che il capitalismo introduce a forza nel sistema sociale per il proprio profitto, spesso con grande dis-utilità sociale (ad esempio, la disoccupazione tecnologica), ma sempre per alimentare la propria riproducibilità infinita.

Perché – ancora Romano e Lucarelli - «le imprese non sono orientate, per definizione, alla tutela dell’interesse collettivo» e quindi serve «la capacità di guidare la dinamica squilibrio-equilibrio-squilibrio», ripensando il ruolo del sindacato e dello Stato, della politica economica e di «una politica del lavoro che non subisca lo squilibrio e contribuisca al ben-essere».

Luigi Ferrajoli

Manifesto per l’uguaglianza

Laterza

pp. 260, € 20,00

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

 

Roberto Ciccarelli

Forza lavoro

DeriveApprodi,

pp. 224, € 18.00

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Roberto Romano e Stefano Lucarelli

Squilibrio

Ediesse

pp. 218, € 16.00

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Apolidi, Clandestini, Ircocervi

Giorgio Mascitelli

Le recenti polemiche scaturite dall’iniziativa in favore della campagna elettorale di Matteo Renzi per le primarie del centrosinistra promossa dal finanziere italiano Davide Serra, attivo nelle isole Cayman e fiscalmente residente a Londra, hanno riportato alla mia memoria la parola apolide. Non naturalmente perché ritenga che Serra sia un apolide, ma perché probabilmente la sua figura così legata al contesto internazionale ha attivato in me delle associazioni logiche con questa espressione e questo concetto ormai desueti.

Il termine apolide, infatti, sembra essere scomparso dal lessico pubblico senza lasciare traccia o quasi: devo confessare che la cosa mi colpisce perché durante la mia infanzia questa parola era spesso usata sui media (di solito riguardava qualche campione dello sport evaso dai paesi caserma del socialismo reale) e restava impressa nella mia mente come relativa a una creatura fantastica e stravagante al tempo stesso, una specie di ircocervo. In verità la vita di questo sostantivo è stata veramente breve: esso si è diffuso tra le due guerre mondiali, verosimilmente per il lascito di profughi della prima guerra e per l’introduzione dell’obbligo dei documenti di identità che in molti paesi data quegli anni, ma la prima attestazione ufficiale in lingua italiana risale solo al 1942.

Non è neanche facile indicare quale termine oggi occupi il suo spazio ideologico e semantico. Il clandestino che in prima battuta sembrerebbe il vero erede non gli corrisponde affatto: la sua condizione ontologica e materiale è di tanto inferiore a quella dell’apolide, che alcuni clandestini sperano di uscire dalla loro condizione attraverso l’asilo politico ossia proprio cercando di diventare apolidi. Ma c’è un’altra qualità che separa in maniera ancora più decisiva il clandestino dall’apolide: quest’ultimo nell’immaginario sociale era una figura drammatica ed eccezionale nel contempo, un’autentica individualità per così dire, la caratteristica del clandestino è al contrario quello di essere massa, numero crescente e perciò minaccioso, insomma di essere un’entità quantitativa e superflua senza dramma personale. Soy una raya en el mar (sono una linea che galleggia nel mare) dice il clandestino di sé nella famosa canzone di Manu Chao e veramente mi sembra che non ci sia definizione più precisa.

Tutte queste differenze, però, discendono da una fondamentale: l’apolide poteva sperare (non che succedesse sempre) di fuggire attraverso i confini verso un potere che ne riconosceva i diritti o quanto meno l’esistenza; il clandestino passa le frontiere per trovarsi sempre di fronte allo stesso potere perché i confini di oggi non sono veri confini, ma assomigliano a zanzariere, che vengono posizionate e tolte a seconda della necessità. Forse è proprio questo fenomeno che ha determinato il declino del termine apolide: in un mondo di frontiere retrattili ed estendibili possono ancora esistere persone che vivono la condizione di apolidia, ma cessa la loro capacità simbolica di diventare un caso. Perciò possono essere benissimo chiamate esuli o rifugiati, insomma con parole più comuni dotate di un basso grado di connotazione.

Ma la breve notorietà di Davide Serra ci mostra che una figura nuova ancora senza nome sta emergendo in questi tempi, una figura che va dappertutto e dappertutto è bene accolta perché sembra portare con sé idee per realizzare soldi e soldi per realizzare idee. Questa figura ha in comune con l’apolide il fatto di incarnare un perturbamento delle regole politiche dovuto alla delocalizzazione, anche se in questo caso volontaria, e il fatto di costituire un’individualità marcata, ma nello stesso tempo la sua apparizione sulla scena mette in crisi quello stato di diritto, che è invece per l’apolide l’unico sostegno nella forma del diritto di asilo. È infatti una figura che interviene anche nella politica nazionale, ma con modalità diverse sia da quelle della comune cittadinanza sia da quelle dei vecchi notabili. È radicalmente estranea a uno dei capisaldi dello stato liberale, quel principio di no taxation without rapresentation che sostituisce con l’idea che ci sia un interesse oggettivo a rappresentarla proprio perché non tassabile o tassata altrove.

Il fatto che questa figura sia ancora senza nome non è dovuto alla sua novità, ma rappresenta sul piano linguistico il primato della finanza sul sistema politico, che resta il simulacro o lo spettacolo di decisioni prese altrove. E così come non potremo mai vedere un ircocervo perché è parola senza contenuto reale, così non potremo vedere neanche un contenuto reale senza una parola che lo designi.

Femminismo e neoliberalismo

Cristina Morini

Immerse nella dimensione economico-esistenziale imposta dal neoliberalismo, le nostre vite sembrano schiacciate contro il malinconico orizzonte di cartone privo di prospettiva disegnato dalla crisi economica e dalla crisi della dimensione collettiva della politica. Anche i movimenti sociali sono in affanno, faticano ad aver presa sul reale. Come salvarsi, quando il corpo-mente assume il ruolo del capitale-fisso, diventando il terminale materiale e sensibile delle imposizioni della precarietà in termini di auto-sfruttamento e auto-normazione? Parole e gesti si vanno trasformando in una forma di scambio, agito da una soggettività che si concepisce come un’impresa e che perciò, come un’impresa, deve saperla amministrare.

Imprenditoria di sé, la definisce il libro collettaneo Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, curato da Tristana Dini e Stefania Tarantino. Sullo sfondo di questi saggi, corpi di donna si muovono svelti sui tacchi per le strade della metropoli tra happy hour frequentati per trovare un contatto, utile ai fini di un possibile lavoro. Corpi obbligati a un’attenta manutenzione, la cui dimensione sessuale non viene esclusa ma viene, viceversa, immersa nel lavoro. Il divenire postumano del corpo-macchina è probabilmente anche questo spazio arido, che ci fa scorgere i deserti del desiderio che il soggetto non governa veramente pur mantenendo l’illusione della decisione, come in un gioco perverso di specchi.

Contrastare la prigione trasparente del modello antropogenetico di produzione non è semplice, ci dicono le undici autrici dei saggi contenuti nel libro, tutte provenienti dal pensiero della differenza italiano. Marianna Esposito parla esplicitamente della “necessità di cogliere una complessa sfida teorica che va affrontata per riaffermare il carattere politico, agonistico della libertà femminile all’epoca della governamentalità liberale”. Se questi sono i tempi complessi in cui ci è dato di vivere e, vivendo, di lottare, è necessario smontare gli ingranaggi del sistema, così da potergli resistere, così da potergli opporre una soggettività consapevole.

Il femminismo può contare su antidoti potenti, poiché da sempre ha messo in luce pratiche di disidentificazione per “andare oltre la soggettività assoggettata e mettere al mondo soggettività libere”, scrive Stefania Tarantino nella sua introduzione. Possiamo perciò trarne una lezione di resistenza biopolitica all’altezza dei tempi, poiché il pensiero delle donne si fonda proprio sul rifiuto dell’interiorizzazione dei modelli imposti e contrasta in ogni modo la cancellazione dell’autonomo sentire del soggetto.

Ma, data la propensione corrosiva del neoliberismo, non vi è alcuna ispirazione che possa sentirsi oggi al riparo da criticità, aporie e contraddizioni. Un passato di lotte e di analisi dirompenti del “primo femminismo” non ha evitato, per esempio, che la teorica femminista americana Nancy Fraser esprimesse una critica serrata (un’autocritica) al femminismo contemporaneo, emancipazionista, accusato di aver spianato la strada proprio al neoliberalismo (si veda, oltre all’articolo di Fraser uscito sul Guardian nell'ottobre dello scorso anno, il suo libro Fortunes of Feminism: From State-Managed Capitalism to Neoliberal Crisis, Paperback, 2013, in corso di traduzione per Ombre Corte a cura di Anna Curcio).

Fraser interroga il femminismo statunitense ed europeo della seconda ondata. Mentre la generazione precedente aveva cercato di intervenire sul piano dell’economia politica, a partire dagli anni Ottanta il femminismo si focalizzata sulla trasformazione della cultura e sulla politica del riconoscimento. Non spinge più per radicalizzare i presupposti socialdemocratici della società, ma gravita attorno a nuove grammatiche di rivendicazione politica. Tutto ciò, come è già stato fatto notare, preme, in prima istanza sulla necessità di contestualizzare e definire il campo situando il femminismo e i femminismi, relativizzando la parola del primo mondo e della razza bianca poiché altrove si è arrivati all’ora X meno sguarnite. Ma l’attacco di Fraser costituisce uno spunto per riflettere sullo stato dell’arte da parte del pensiero della differenza e viene infatti utilizzato da diverse autrici (Dominijanni, Bazzicalupo, Esposito, Stimilli).

Laura Bazzicalupo nota che “il neoliberismo è una forma di razionalità politica, una forma di governo che si pratica con l’autogoverno” e che dunque, per reagire al neoliberismo, non è sul piano delle rivendicazioni economiche che è necessario muoversi bensì su quello “del tempo e del soggetto, di una nuova ontologia”. Dominijanni aggiunge la attribuzione del valore della differenza sessuale, “antidoto all’Uno e alla logica identitaria ma anche al suo rovesciamento speculare nella logica del molteplice”; antidoto al godimento imposto,”fallico, narcisista, ripetitivo, seriale”, ingiunto al soggetto dal sistema per poter esistere. Godere di consumo, di dissipazione, di successo e godere soprattutto di un sesso che si pretende “svuotato di percezione si sé, intimità, affettività, statuto del desiderio”. Perciò, più che “sul piano dell’economia e del lavoro, il nodo del rapporto tra neoliberismo e femminismo viene al pettine qui, sul piano della sessualità”. Quel territorio, la sessualità, decisivo per il femminismo degli anni Settata diventa oggi il terreno principale del riaddomesticamento del femminile neoliberale. Esposito indica la necessità di agire “un’analisi lucida dei rapporti di potere messi in campo dal neoliberismo e una riflessione attenta sulle sue dinamiche libidiche di consenso e di produzione di soggettività”.

Si ammette, insomma, in modo profondo e articolato, l’inquinamento inquietante dei processi di soggettivazione a opera del capitale (che fa, bene o male, la parte dell’innominato: gli si preferiscono termini come “sistema neoliberista”, “patriarcato”, “sistema post-fordista”), ma non si assume una critica che abbia a che vedere, più immediatamente, più direttamente, con la struttura dei rapporti economici e sociali. Si ammette Foucault, ma non si ammette Marx, potremmo sintetizzare. E per quanto Marx sia andato stretto a tutto il pensiero femminista, tuttavia la produzione contemporanea di soggettività, nelle larghe pieghe dell’esistenza “cosificata” e messa in competizione che in queste pagine viene lucidamente descritta, genera valore sui rarefatti mercati finanziari, processi di sussunzione “illuminati” o vitali, individualizzazione, furti di tempo. Insomma, si traduce in un indicibile sfruttamento del corpo-mente.

Si spinge, certo, ricordando la filosofa Angela Putino che, “di fronte alla pratica della relazione ridotta a imprenditoria di sé, volta a vincere a tutti i costi, oppone il rilancio delle teorie femministe e di un essere fuori gara basato sul desiderio come eccedenza” come nota Tristana Dini. La sollecitazione è particolarmente preziosa in tempi di politica del riconoscimento, narcisismo e meritocrazia. Ogni retorica si è completamente sbriciolata contro il nulla raggelato dell’economia della eterna promessa, e allora è finito il momento di puntare alla valorizzazione dei “talenti” o a forme “altre” della decisione e della organizzazione del potere. Ciò che si pone come compatibile rischia infatti di venir neutralizzato, di venir recintato, di volta in volta. La razionalità del sistema economico neoliberale mette a rischio il contenuto rivoluzionario della libertà femminile.

Se è senz’altro vero che il neoliberalismo non opera “come un potere esterno che cala dall’alto i suoi imperativi bensì come un governo dell’auto-governo che fa presa sul desiderio dei soggetti” (Dini), sarà altresì necessario analizzare come tutto ciò venga “organizzato” dal capitale, a partire da quali norme sociali predeterminate, strutture di classe, dispositivi polizieschi, diseguaglianze sanguinanti. Il biocapitalismo ha incredibilmente affinato le proprie capacità di cattura ma a ben vedere mantiene, e anzi amplia, anche se lo fa su basi diverse dalla sola appartenenza di genere e con modalità differenti, i propri eterni progetti di esclusione differenziale.

Questo libro ci parla, indubbiamente. È completamente fuori discussione che la ricerca vada condotta verso la creazione di saperi situati utili a poter fare una corretta diagnosi della situazione. L’esperienza materiale, quotidiana, senziente che stiamo facendo dell’“ordine simbolico dato dalla razionalità neoliberale” (Dini) diviene un metodo del discorso fondamentale perché ci aiuta a orientarci all’interno della novità delle relazioni di potere imposte.

Tuttavia, il pensiero postfemminista, i movimenti LQBT, il femminismo materialista , il pensiero femminista operaista, il femminismo nero e postcoloniale hanno riconosciuto per tempo la condizione precaria, conoscono bene che la discriminazione di genere non è un fattore solamente culturale ma ha radici materiali che affondano profondamente nell’organizzazione capitalistica del lavoro. Nel momento in cui, poi, l’economia finanziaria ha ricondotto ogni singolo atto a una misura per l’accumulazione, dilatando le forme della cattura tra lavoro retribuito e non, insieme ai dispositivi strutturalmente incorporati nel potere patriarcale, sembra ancor più stringente la necessità di essere più precise nell’individuare le intersezioni esistenti tra rapporti tra generi e rapporti sociali.

Si dissolve l’illusione che la “differenza femminile” - quando non coniugata con un agire conflittuale, intendendo con ciò la necessità di assumere una curvatura politica pronta a denunciare ogni sistema di potere e di repressione dell’“alterità” attraverso un'azione sovversiva - sia di per sé sufficiente a rovesciare l’ordine maschile del discorso, grazie al perseguimento di un’umanità relazionale e di cura in grado di incidere sulle condizioni materiali di vita, modificando dall’interno le istituzioni. Ciò è avvenuto solo in parte mentre le accelerazioni imposte dalle trasformazioni neoliberiste del lavoro (oggi esemplificata in Italia dal Jobs Act) hanno creato più macerie che opportunità nella vita delle donne. La questione della libertà delle donne va allora nuovamente spostata sulle questioni generali, cioè sulle battaglie da intraprendere collettivamente, recuperando con forza i concetti di diseguaglianza e di ingiustizia sociale.

A partire dalla ricchezza innegabile dell’analisi agita sul più ininterrotto dei rapporti di potere, quello costruito sulla diversità biologica tra maschio e femmina, la problematica generale foucaultiana, cioè l’idea che il potere attuale presupponga sempre un certo grado di libertà, si rivela un elemento centrale nella critica attuale al capitale, una componente essenziale del confronto critico sull’organizzazione contemporanea della forza lavoro. La capacità di lettura delle dinamiche capitaliste pur senza trascurare l’importanza della libertà negativa che è di solito associata al liberalismo, deve stare al centro dell’azione di ogni femminismo, nel presente. Solo così, e dentro una connessione larga di tutti gli attori sociali antagonisti, si potrà recuperare radicalità, rivendicando appieno un ruolo nella lotta contro il biopotere, riconnettendo la propria storia con quella delle nuove generazioni di donne alle prese con la condizione precaria. Citando Nancy Fraser, “Nessun serio movimento sociale, e meno che mai quello femminista, può ignorare l’assalto alla riproduzione sociale attualmente condotta dal capitale finanziario”.

 

alfadomenica 12 ottobre 2014

MORINI sul FEMMINISMO - PALIDDA sulle CATASTROFI - DOTTI sulla BUCHMESSE - CARBONE Semaforo - CAPATTI Ricetta **

FEMMINISMO E NEOLIBERALISMO
Cristina Morini

Come salvarsi, quando il corpo-mente assume il ruolo del capitale-fisso, diventando il terminale materiale e sensibile delle imposizioni della precarietà in termini di auto-sfruttamento e auto-normazione? Imprenditoria di sé, la definisce il libro collettaneo Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, curato da Tristana Dini e Stefania Tarantino.
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CATASTROFI ANNUNCIATE
Salvatore Palidda

La cronaca genovese, ligure e di tante altre località italiane, ma anche europee e del mondo intero, è eloquente: i disastri si ripetono immancabilmente ogni volta che si produce un nubifragio violento così come in occasioni di incidenti industriali, stradali e di altro tipo.
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DIARIO DA FRANCOFORTE
Marco Dotti

Saranno 7100 espositori, provenienti da 103 paesi. Tutti sparsi per i 171.790 metri quadrati della sessantaseiesima Buchmesse di Francoforte. I numeri, come sempre, fanno paura. Ma poi ci sono i contenuti a rassicurarci, fra nuove tecnologie, vecchi ma mai invecchiati stand e un ospite d'onore, la Finlandia, che spicca tra i primi paesi al mondo per indice di lettura, spesa pro-capite per l'acquisto di libri e funzionalità e fruizione delle biblioteche.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Burrito - Etnie - Immondizia - Negozio
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RICETTA di Alberto Capatti

Cuocer le uova, nella cucina francese, domandava la guida di uno chef. Fra i primi a dedicar loro un ricettario era stato Alfred Suzanne, nel 1885 (100 manières d’accomoder les oeufs). Due anni dopo usciva la traduzione inglese. Ecco la sua: Omelette au naturel.
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Prodotto Interno Legale

Augusto Illuminati

Alberi della legalità, crociere scolastiche anti-mafia, allocuzioni quirinalizie, cerimonie in onore di Falcone e Borsellino a strafottere. È maggio, bellezza, mese mariano e di commemorazioni pelose, nonché di comizi elettorali in cui tutti i candidati si appropriano dei defunti e invocano per i rivali il 41 bis. Virtù e onestà tornano di moda.

A un’incerta primavera segue lo scoppio dell’estate e a giugno arrivano i nuovi episodi corruttivi dissipando le residue nebbie retoriche e additando la verità effettuale della cosa: mafia, camorra e ‘ndrangheta entrano nel calcolo del Pil, sommandosi al giro di tangenti che già ne faceva parte, tolta la parte spostata su conti esteri. Il presidente del Senato Grasso invoca l’applicazione alla corruzione della legge anti-mafia, ratificandone la virtuosa confluenza. Le grida si susseguono come i 22 livelli di controllo interno sull’Expo –più sono i controllori e i declamatori di virtù più alto è il costo della corruzione e più sale il Pil.

Che il lavoro criminale fosse per certi aspetti lavoro produttivo l’aveva già accennato di sfuggita Marx e tecnicamente vi rientrava la prostituzione sotto pappone (da discutere invece su quella libera, in quanto paragonabile piuttosto all’artigianato o all’agricoltura di autoconsumo). Né scandalizza il fatto che i relativi proventi entrino nel calcolo della ricchezza nazionale, che assomma lavoro produttivo e improduttivo di plusvalore. Che non sia tassato è un altro segno di omogeneità con il resto del prodotto nazionale.

Perfino chi audacemente propone di sostituire al calcolo meramente economico del Pil un ideale indice della felicità (il BES, Benessere Equo Sostenibile), non può ignorare che esso andrebbe comunque parametrato sul soddisfacimento di desideri assortiti, compresi l’amore mercenario, la pedofilia e il consumo di sostanze alteranti – del resto già legalizzate in forma di psicofarmaci, merendine e alcol. Chi siamo noi per dettare regole salutiste o morali?

Gli effetti dei nuovi criteri di calcolo saranno assai benefici per fingere il superamento delle politiche di austerità: elevando infatti artificialmente il Pil, scende in automatico il rapporto debito/Pil e si riduce l’impatto di un’applicazione rigorosa del Fiscal Compact e del pareggio di bilancio. Il trucco statistico sostituisce un’inflazione da accrescimento della domanda, che invece latita. Drogare i criteri di misura corrisponde per armonia prestabilita all’inserimento della droga fra gli indici di ricchezza.

Con qualche piccolo contraccolpo di etica pubblica, che non fermerà il moto degli astri: chiamare “pecorella” un carabiniere (crimine abominevole e improduttivo) costerà sempre quattro mesi a un manifestante valsusino, uccidere un carabiniere opponendosi a un sequestro di droga continuerà, sì, a essere sanzionato penalmente, ma il responsabile sarà fieramente consapevole di aver accresciuto il reddito nazionale, non con l’omicidio, per carità, ma se è riuscito, malgrado l’ostacolo in divisa, a piazzare il prodotto.

Trattandosi di un provvedimento adottato ufficialmente su scala europea possiamo considerarlo complementare a ulteriori iniezioni di liquidità alle banche (l’attività criminale al momento di maggior respiro) e sostitutivo di fastidiose emissioni di bond o aiuti positivi all’occupazione che distorcerebbero con eccessivo stridore i canoni sacri del neoliberismo, insomma un travisamento dei dati nel confronto con gli Usa ­che, d'altra parte, inseriscono formalmente nel loro Pil gli omicidi di guerra e gli apparati di spionaggio e probabilmente ci ficcano dentro un bel po’ di profitti narcos.

Con mossa parallela e tutta nazionale, di pur vaga origine europea, Renzi si appresta a calcolare nell’occupazione giovanile i vari lavori temporanei di merda a 3-400 euro e gli stages totalmente gratuiti (vedi alla voci Expo) che si propone di reperire con la Youth Guarantee, il servizio civile universale e la riforma dell’apprendistato senza apprendistato.

Operazione più complicata, perché insieme di “politiche attive” di workfare e non semplice cosmesi sulle cifre, operazione più difficile perché potrebbe scontrarsi con resistenze dei diretti interessati, poco propensi ad accettare nel medio periodo, dopo l’incasso dei primi soldi maledetti e subito, livelli salariali est-europei con prezzi dell’ovest. Insomma, the show must go on e ne vedremo di ogni.