Speciale / Terzo Reich

Nello Speciale:

  • Anna Ruchat, I non vivi
  • Roberto Danese, Nazisti antiquari, non filologi

I non vivi

Anna Ruchat

[Negli atti dell’istituto di Hademar] leggo la descrizione del momento in cui viene festeggiata la cremazione del decimillesimo cadavere di un paziente psichiatrico; per l’occasione era stato scelto un disabile con la testa enorme. Alla fine per tutti i dipendenti che avevano assistito, vi fu birra e würstel in abbondanza.

Melitta Breznik, Umstellformat, Luchterhand 2002

Il tema dello sterminio dei malati psichici e dei disabili – più di 200.000 persone in massima parte donne e bambini uccisi in Germania tra il 1939 e il 1945 – è rimasto a lungo un tabu nella storia e nelle famiglie tedesche. «Ancora alla fine del 2012», scrive Götz Aly nell’importante saggio Zavorre pubblicato da Einaudi «il direttore dell’Archivio federale tedesco non ha saputo risolversi a tributare rispetto e riconoscimento alle vittime» pubblicando «i nomi e le date di nascita delle 30 076 persone che nella prima fase delle uccisioni morirono nelle camere a gas».

Prova generale per lo sterminio degli ebrei, l’Operazione T4, che sovrintendeva all’organizzazione delle uccisioni per eutanasia, permise di valutare a partire dalla metà del 1939, come reagisse la popolazione all’eliminazione più o meno tacita di parenti e congiunti: «vite indegne di essere vissute», come venivano definiti sotto la dittatura nazionalsocialista. «L’Operazione T4», scrive Aly, «insegnava ai suoi ideatori che era possibile commettere un crimine così grande nel bel mezzo della Germania. Visto che i tedeschi accettavano l’uccisione dei propri connazionali, i dirigenti politici si convinsero che avrebbero potuto commettere crimini ancora più grandi senza incontrare un’opposizione significativa».

Ma non è questa l’unica linea di continuità tra lo sterminio dei malati di mente e quello degli ebrei. Fin dal libro-intervista di Gitta Sereny con Franz Stangl In quelle tenebre (Adelphi 1995) emerge un rapporto strutturale tra le due fasi: lo stesso Stangl, incaricato in un primo tempo di sovrintendere amministrativamente alla gassazione dei malati di mente, fu poi mandato a Chelmno (istituto costruito per l’eutanasia e diventato poi il primo campo di sterminio), e divenne infine comandante di Sobibor e di Treblinka. Addirittura Simon Wiesenthal scrisse nel suo Gli assassini sono tra noi (Garzanti 1967) che gli istituti di eutanasia furono usati come vere e proprie «scuole di assassinio».

Nella società tedesca laicizzata degli anni Trenta il dibattito sull’aborto e la cosiddetta «liberalizzazione della soppressione della vita senza valore» era già in corso da circa un decennio. Nel 1933 entrò in vigore la legge sulla sterilizzazione forzata dei portatori di malattie ereditarie e nel ’35 la «legge per la salvaguardia della salute ereditaria» del popolo tedesco. Un questionario realizzato negli anni Venti e rivolto ai genitori dei 200 bambini ricoverati in una clinica pediatrica per ritardati mentali, che Aly cita all’inizio del suo libro, ci permette di capire quanto già fosse poco sentita la «questione morale». La maggior parte dei genitori rispose infatti di sì alla prima domanda del questionario che chiedeva: «Darebbe il suo consenso a un’abbreviazione indolore della vita di Suo figlio, se degli esperti avessero assodato che è incurabilmente idiota?»

Inizialmente soggetta alla cancelleria del Führer, l’Operazione T4 creò tra il 1939 e il 1941 una rete di ospedali intermedi nei quali avvenivano le selezioni, si compilavano le liste dei pazienti da sottoporre al «trattamento speciale». Di lì venivano poi trasferiti negli ospedali attrezzati con le camere a gas. Ben presto fu chiaro a tutti – ai pazienti in primo luogo, là dove erano in grado di comprendere, ma anche a tutto il personale medico e infermieristico – che il trasferimento significava la morte. Già nell’agosto 1941 il professore ebreo Victor Klemperer che viveva in una «casa degli ebrei», completamente separato dalla società civile tedesca, scrive nei suoi diari: «ora si parla ovunque dell’uccisione dei malati di mente negli istituti.» (Testimoniare fino all’ultimo, Mondadori 2000).

Solo nel caso in cui i genitori o parenti della persona ricoverata si opponevano al trasferimento, scrive Aly, c’era una possibilità di salvezza. In tutti quei casi invece (ed erano la stragrande maggioranza) in cui le persone avallavano più o meno tacitamente la soppressione dei propri congiunti bisognosi di assistenza, la procedura faceva il suo corso: trasferimenti, controlli, valutazioni psichiatriche, fino alla restituzione dell’urna alla famiglia con una lettera in cui si dichiarava che la persona era morta d’infarto o di polmonite. In questo modo l’istituzione psichiatrica e in ultima istanza lo Stato, se per un verso sembravano farsi carico dell’uccisione del paziente, per l’altro legavano a sé i congiunti in un patto di inalienabile complicità. Aly pubblica diverse lettere strazianti di ragazzini che, rendendosi conto della minaccia incombente, chiedono aiuto ai genitori. Si tratta di persone autonome anche se ritardate, come Walter che a sedici anni, essendo stato affidato dai genitori a un istituto, viene messo inizialmente a fare il calzolaio e qualche mese dopo, nell’aprile del 1941, viene trasferito in un campo intermedio da dove scrive alla madre: «Cara mamma, quanto contento sarei se tu potessi venire a trovarmi […]. Se il papà potesse venire quando è in congedo non vi costerebbe molti soldi visto che il papà viaggia con gli sconti dell’esercito. Allora potrei parlare di tutti i particolari con il papà […]. Quando finirà la guerra, si scopriranno anche gli altarini di questi istituti, in alcuni forse si farà un po’ di luce». Walter morirà qualche giorno dopo aver scritto questa lettera, che non viene recapitata ai genitori, nella camera a gas di Pirna-Sonnenstein, vicino a Dresda.

Nei primi mesi del 1941 il vescovo di Münster, conte von Galen, aveva incentrato diverse omelie sul tema dell’eutanasia, ipotizzando che i frequenti decessi dei malati di mente fossero «provocati intenzionalmente». La predica di «Galen» scrive Aly «non rivelava alcun segreto di Stato. Metteva i dirigenti nazisti in imbarazzo, certo, ma poneva anche i tedeschi a confronto con la pratica delle soppressioni da tanti rimossa e così spesso ignorata nel totale silenzio». Dopo le omelie dei vescovi i parenti non potevano più fingere di non sapere.

Per questo Hitler, spinto anche dalla mutata situazione esterna e interna della Germania, con un atto distensivo nei confronti del vescovo decise di interrompere bruscamente, il 23 agosto del 1941, le soppressioni dei malati di mente. Di fatto l’operazione T4 smise di dover rispondere alla Cancelleria del Führer, cambiò nome e qualche mese dopo riprese a funzionare come emanazione del Ministero degli Interni. I responsabili erano gli stessi e facevano capo ora alla cosiddetta Cooperativa del Reich. Non solo l’Operazione T4 non fu abolita dunque, ma «fu persino legittimata nella sua configurazione giuridica», scrive Aly, «cioè come Cooperativa del Reich per gli ospedali e le case di cura. […] Si optò per la procedura decentralizzata, per la lenta trasformazione di molti istituti di cura e assistenza pubblici in centri per una morte rapida e fortemente accelerata». La morte degli «idioti», così come quella dei tubercolotici, dei detenuti dichiarati pazzi e dei feriti gravi in guerra non avveniva con modalità meno eclatanti negli istituti predisposti.

Il libro di Aly non è soltanto una minuziosa ricostruzione storica degli eventi drammatici che hanno coinvolto la Germania durante il nazismo nell’ambito dell’eliminazione delle cosiddette «vite inutili», ma è anche un testo di denuncia che mette in luce le radici di un atteggiamento diffuso fin dagli anni Venti in un paese già fortemente secolarizzato e che continua a operare nel dopoguerra, sia nella Germania Federale che nella DDR. Aly segue i cervelli prestati alla ricerca dal Comitato del Reich fin nei depositi dell’istituto Max Planck, che ne nega ancora l’esistenza nel 1983. Fa i nomi dei responsabili e ne mette in luce la carriera ben oltre il nazismo. Ma fa anche i nomi delle vittime, i tanti nomi delle vittime dimenticate, sottolineando le responsabilità delle persone negli enti preposti e di tutta la società tedesca. «I tedeschi per la maggior parte avevano accettato quei crimini. […] Perciò, dopo il 1945 continuarono a tacere. Nei soggiorni e nelle camere da letto stavano appese le foto dei martiri, dei figli e dei fratelli caduti. Le foto degli zii o delle nonne che erano stati uccisi perché bisognosi di assistenza, dementi o psichicamente anormali, sottostavano a un’iconoclastia non scritta».

Götz Aly

Zavorre. Storia dell’Aktion T4: l'«eutanasia» nella Germania nazista 1939-1945

traduzione di Daniela Idra

Einaudi, 2017, 268 pp., € 30

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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Nazisti antiquari, non filologi

Roberto M. Danese

Nel 2008 esce in Francia il volume di Johann Chapoutot Le national-socialisme et l’Antiquité per le edizioni PUF. Nel 2012 il libro viene ripubblicato in edizione rivista con il titolo Le nazisme et l’Antiquité. È quest’ultima versione che esce ora in Italia come Il nazismo e l’Antichità. La differenza nel titolo non è secondaria. Se vogliamo trovare infatti un limite in quest’opera, è il tono generale un po’ troppo apertamente irridente nei confronti dei nazisti, a partire dalla scelta di sostituire nel titolo l’originario national-socialisme con il più polemico nazisme usato negli anni Venti dagli oppositori di Hitler.

Chapoutot è un brillante storico del Terzo Reich, che ha voluto riservare specifica attenzione a un fenomeno già piuttosto noto e indagato, ma comunque bisognoso di una nuova analisi scientifica. La necessità di un libro come questo, molto ben documentato e altrettanto ben costruito, è data non solo dall’interesse per un aspetto importante della politica culturale nazista, ma anche dall’impatto che uno studio del genere può avere sul nostro tempo. Chapoutot dimostra con grande abilità che il nazismo non si è limitato a mistificare la cultura greca e romana, ma ha fatto di questa mistificazione una base fondamentale per la giustificazione ideologica del proprio agire politico e uno strumento formidabile di indottrinamento per il popolo tedesco. Insomma, ben più di quanto fece il fascismo con il folclorico riutilizzo della romanità. Hitler (e in qualche modo Himmler) prima crearono, grazie alla connivenza di studiosi tedeschi proni al dettato ideologico del Reich, una base scientifica che sancisse in modo indiscutibile l’origine germanica delle grandi civiltà greca e romana, quindi utilizzarono questa – per loro – incontrovertibile verità per rivendicare a sé tutti i migliori frutti di quelle antiche culture, a cominciare dalle città e dalle opere d’arte. Non fu purtroppo solo un gioco propagandistico, ma una delle giustificazioni principali per l’espansionismo tedesco e per il progressivo irrobustirsi della politica razziale: proclamandosi eredi e insieme padri delle civiltà di Pericle e Augusto (entrambi, per loro, di sangue nordico), si arrogarono il diritto di proclamare inferiori, corrotte e corruttrici tutte quelle razze e quelle culture che non rientravano in questa netta linea genealogica, arruolando come campioni della razziologia autori quali Tirteo oppure Orazio. Sulla reviviscenza di quegli antichi valori modellarono poi il loro inquietante programma ideologico: superiorità della razza nordica, eliminazione delle razze degenerate di origine negroide-semitica, una institutio nazionale che unisse cura del corpo e della mente, fede nell’irrazionalismo e nello Stato sociale contro il razionalismo di matrice umanistica, opposizione fra l’uomo “totale” ariano e l’uomo “scisso” di ascendenza cristiana.

Il libro di Chapoutot è molto dettagliato e complesso, ma di lettura agevole e avvincente, soprattutto chiaro nel mettere a fuoco gli obiettivi che il nazismo perseguiva nell’utilizzo dell’antichità classica. Sarebbe interessante analizzare molti aspetti di questo saggio, ma ne sceglierò solo un paio per cercare di mostrarne l’utilità e l’attualità. Nel 1933 Hitler volle una grande riforma scolastica che contribuisse a formare sin dall’infanzia il vero uomo tedesco. Molti filologi, storici, archeologi e filosofi tedeschi si prestarono a favorire questa operazione, che voleva inculcare nei ragazzi i grandi ideali “nordici” della Grecia e di Roma, senza però farli riflettere troppo sui testi. Chapoutot documenta molto bene il dibattito che si accese in merito fra politica, classicisti e insegnanti di scuola: bisognava esaltare l’affinità di sangue e di cultura con gli antichi, ma bisognava anche diminuire le ore di greco e di latino nelle scuole, privilegiando gli studi storico-ideologici a discapito di quelli linguistico-grammaticali. Se guardiamo al dibattito oggi in atto in Italia e in Europa sugli studi classici, non possiamo non accorgerci che si stanno usando simili argomentazioni per limitare il ruolo e lo studio delle lingue antiche, in vista del perseguimento di una cultura del fare più che del pensare. Scrive Chapoutot sul programma educativo nazista: “Il sapere è legittimo solo nella misura in cui è immediatamente utile alla comunità del popolo e allo Stato”. E poi: “Il sapere specializzato consacrato dal regime è un sapere tecnico, pratico, immediatamente disponibile e utilizzabile, che dunque esclude ogni meditazione e quella libertà disinteressata che è propria del pensiero”. Leggete gli attacchi contemporanei verso il liceo classico e verso lo studio del greco e del latino sui nostri giornali e sul web, considerate la filosofia di accreditamento degli Atenei da parte delle Agenzie per la Valutazione dell’Università e della Ricerca, quindi provate a fare un confronto con la cultura del fare esaltata dal regime nazista e messa alla base di ogni suo progetto formativo. Alla fine anche Heidegger aveva capito che tutto ciò era pericoloso, molto pericoloso...

Veniamo poi al marcato antifilologismo di tanti intellettuali al servizio del Führer. Chapoutot ci racconta che Hitler volle un aumento di attenzione verso l’antichità classica ma un’attenuazione del suo studio dal punto di vista veramente scientifico. È qualcosa di simile a quello che sta succedendo oggi, in un quadro di crescente attenzione per l’antichità classica: nelle università ci sono sempre più archeologi che non sanno una parola di greco o di latino, modernisti che non riusciranno mai a leggere Stazio o Virgilio in latino, latinisti e grecisti che considerano un fastidio fare edizioni critiche e lavorare su testi ecdoticamente fondati. Non parliamo di quello che succede nei licei. Lo studio delle grammatiche e della prassi filologica per l’antichità classica insegna a non dar mai per scontato nulla di fronte a un testo, insegna a interrogarsi sempre su ciò che una sequenza di parole o di immagini vuol veramente dire, insegna a capire le retoriche. Questo per i nazisti non solo era inutile, ma anche dannoso: la verità sul significato dei testi antichi su cui si fondava la loro ideologia la diceva il regime stesso, quindi perché fornire allo studente i mezzi per cercare di comprendere da solo quei testi, rischiando di fargli nascere nella testa idee “sbagliate”? La filologia è invece un bene prezioso perché, come ci hanno mostrato i primi grandi umanisti, raffina l’arte del dubbio: e anche oggi non dobbiamo dimenticare quanto si debba stare in guardia nei confronti di chi subdolamente bolla come inutile al progresso e perditempo colui che indugia nel lento esercizio della perplessità e della riflessione.

Il libro di Chapoutot non è dunque solo interessante, ma anche assai utile e la sua lettura dovrebbe essere consigliata a molti, se è vero che historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriæ, magistra vitæ, nuntia vetustatis .

Johann Chapoutot

Il nazismo e l’Antichità

traduzione di Valeria Zini

Einaudi 2017, 523 pp., € 34

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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Hannah o del pensare

Ida Dominijanni

Fu durante un convegno sul quarantennale del Sessantotto, più di cinque anni fa, che Margarethe Von Trotta mi anticipò che stava lavorando a un film sulla vita di Hannah Arendt. Ardua scommessa, pensai e le risposi provando a immaginare come si potesse restituire la complessità della vita, del pensiero e della persona di Arendt in un film di due ore. Ma Margarethe le scommesse, se non sono ardue, non le prende nemmeno in considerazione; e fino a quel momento le aveva vinte tutte: con Anni di piombo (Leone d'oro a Venezia 1981), con Rosa Luxemburg (1986), con Rosenstrasse (20013).

Ha vinto anche questa. Presentato al festival di Toronto del 2012, Hannah Arendt (coproduzione Germania-Lussemburgo-Francia-Israele) è uscito nel frattempo con acclamazione di critica e di pubblico negli Stati uniti (uno dei dieci film migliori del 2013 secondo il New York Times) e in tutta Europa salvo che in Italia, dove pare che le sale non ritengano commestibile la storia di una ignota filosofa: un bel sintomo dello stato dell'arte nel nostro paese. La distribuzione (Ripley's film e Nexo Digital) approfitta dunque della Giornata della memoria per mandarlo in 70 sale e 19 città il 27 e 28 gennaio prossimi, e della ripubblicazione per Feltrinelli de La banalità del male per diffonderlo in formato digitale. Il resto lo faranno scuole, università e circuiti culturali interessati.

In coppia con la cosceneggiatrice americana Pam Katz (ma sono donne anche la produttrice Bettina Brokemper, la direttrice della fotografia Caroline Champetier, la montatrice Bettina Böler), Von Trotta sceglie gli anni fra il 1960 e il 1964 per condensare vita e pensiero di una delle protagoniste assolute del Novecento. Reincarnata in una strepitosa Barbara Sukowa, Hannah vive a New York dal 1941, dopo la fuga in Francia dalla Germania di Hitler nel '33, l'internamento nel campo di detenzione di Gurs e l'esodo oltreoceano con la madre e il secondo marito, Heinrich Blücher, il comunista tedesco autodidatta incontrato a Parigi e sposato nel '40.

Sfondando – giustamente – il confine fra privato e pubblico che Arendt mantenne come un punto fermo della sua filosofia, il film restituisce assieme la dimensione personale e politica di Hannah, le amicizie e l'insegnamento, gli amori e il pensiero, incastonati fra la decisione di andare a Gerusalemme per seguire il processo a Eichmann e il discorso tagliente tenuto alla New School per rispondere agli attacchi suscitati dal suo reportage del processo sul New Yorker, con le tesi esplosive sulla ''banalità del male'' perpetrato da Eichmann nonché sulla ''cooperazione'' dei vertici della comunità ebraica tedesca con le deportazioni.

Esplosive allora e dopo (Von Trotta: «io stessa ho potuto recepirle appieno solo dopo la caduta del Muro di Berlino»), perché insopportabili tanto per la cultura antinazista, rassicurata dall'idea della mostruosità eccezionale di quel male di cui Arendt svelava invece la banale normalità, tanto per la comunità ebraica, rassicurata dalla certezza dell'innocenza assoluta delle vittime. Non solo la comunità intellettuale newyorkese ma tutto il mondo affettivo di Hannah ne resta terremotato: i colleghi che la invitano a dimettersi dall'insegnamento, gli amici ebrei che le voltano le spalle, Hans Jonas, il più antico fra loro, che l'accusa di far prevalere in lei l'arroganza dell'intelligenza tedesca sulle radici ebraiche.

È il nocciolo anti-identitario e ''non allineato'' del pensiero di Arendt che ci convoca e ci parla tutt'ora, ogni giorno e in ogni circostanza in cui la certezza dell'appartenenza va a discapito della comprensione dei fatti. Così come tutt'ora ci parla la battaglia di Hannah per non rinunciare alla pubblicazione del suo reportage sul New Yorker: allora come oggi, c'è sempre un caporedattore o una caporedattrice zelante (per inciso, uno dei personaggi più vivi del film) che ti dice che pensi troppo liberamente per vendere, o che sei troppo filosofa per fare del buon giornalismo.

C'è nel film questo nocciolo, che si forma nella testa di Hannah durante il processo al criminale nazista che «siede nella gabbia di vetro come un fantasma e non è per niente terribile»; ma non c'è solo questo. C'è l'amicizia di Hannah con Mary Mc Carthy (Janet McTeer) e Lotte Köhler (fonte diretta della sceneggiatura), quell'amicizia femminile che fu un filo d'acciaio della «non femminista» Arendt ed è un filo d'acciaio della filmografia di Von Trotta, da Sorelle a Anni di piombo a Rosenstrasse. C'è il controverso rapporto d'amore fra Hannah e il suo maestro Martin Heidegger, una sorta di passato che non passa e che non cessa di tornare, fra la gratitudine e l'incubo, nei ricordi e nel sonno, irrinunciabile malgrado e contro l'adesione di Heidegger al nazismo.

C'è, ancor più irrinunciabile, il rapporto con la lingua materna, che s'impone negli esuli contro l'inglese ogni volta che c'è da discutere di qualcosa in cui ne va di se stessi (il film alterna infatti le due lingue, e per fortuna non sarà doppiato in italiano). C'è infine e soprattutto, come ha notato il NYT, non solo il pensiero ma il pensare di Arendt, quella sua peculiare capacità di fare la spola fra i fatti e la teoria, fra l'evento e il concetto, che ne ha fatto la grandezza e che Barbara Sukova lascia srotolare fra una sigaretta e l'altra, fra una nottata alla macchina da scrivere e un riposino diurno sul divano, vita activa senza soste e missione senza tempo.

Erano i favolosi anni Sessanta, quando a New York si poteva ancora fumare perfino in un'aula della New School, e chissà se pure per questo il pensiero volava più libero.

 

L’armonia delle tenebre

Alberto Burgio

Buon esempio della pervasività del potere nazista, le vicende occorse al mondo della musica nei dodici anni di vita del «Reich millenario» sono da alcuni anni oggetto di attenzione da parte della storiografia e anche – per ciò che riguarda la produzione dei musicisti finiti nei Lager – di una musicologia meritoriamente impegnata nel recupero e nella diffusione di un tesoro (circa quattromila partiture) ancora in larga parte misconosciuto (si pensi all’attività svolta da Musikstrasse nell’ambito del progetto «Musica concentrazionari»).

Quella ora offerta da Nicola Montenz è una sintesi documentata e agevole (salvo la deplorevole assenza di un indice dei nomi) di quanto, già a partire dai tardi anni Venti, accadde a compositori, musicologi, direttori e interpreti più o meno celebri: della sorte, cioè, toccata per un verso ai musicisti ebrei, particolarmente numerosi tra i grandi artisti dell’epoca, esclusi dalle orchestre e dalle rappresentazioni, marchiati come veicoli di «arte degenerata» e costretti all’esilio o deportati nei campi di sterminio; e, per l’altro, agli «ariani» che ebbero modo di intraprendere brillanti carriere nella misura in cui accettarono di porsi al servizio del regime per nobilitarne l’immagine in patria e sul piano internazionale.

Se la ricostruzione non aggiunge nulla al noto, ha nondimeno il pregio di ripercorrere con precisione ed equilibrio una storia emblematica, non senza soffermarsi sui problemi rilevanti, anche sul terreno morale, che già campeggiano sullo sfondo delle pagine del Doktor Faustus e delle stesse Considerazioni manniane. E ha per ciò stesso il merito di porre in evidenza la fatale ambivalenza della musica quale forma espressiva aperta al dialogo con la violenza e con l’orrore.

Se il destino tragico dei perseguitati (spiccano le figure di Bruno Walter e Otto Klemperer, di Schönberg, Weill e Krenek, e, tra i deportati a Birkenau, quella, affascinante e misteriosa, della nipote di Mahler, Alma Rosé) mostra l’abisso di feroce demenza sempre immanente all’odio razzista, le multiformi esperienze di quanti scelsero di «allinearsi» alla «politica culturale» del regime (e financo alle pratiche delatorie da esso prescritte) documentano appieno il servile opportunismo di chi decise di ignorarne i crimini pur di raggiungere fama e ricchezza (si pensi ad artisti del calibro di Orff, Karajan e Böhm, celebrati anche nel dopoguerra), la consapevole complicità dei musicisti conquistati all’ideologia nazista (come Hans Pfitzner, Elly Ney e Wilhelm Backhaus) o la sciagurata illusione (coltivata dagli «apolitici» Strauss e Furtwängler) di preservare incontaminato il proprio universo di cultura e arte nel bel mezzo di una demoniaca orgia di sangue.

Il fatto che vi fosse anche chi rifiutava di prestarsi al gioco (come, tra altri, il violinista Josef Szigeti o il sovrintendente Gustav Hartung, quando Goebbels chiese al primo di sostituire l’«ebreo Hubermann» e alcuni membri del Parlamento dell’Assia ingiunsero al secondo di cacciare dal teatro di Darmstadt gli ebrei e gli «inaffidabili») dimostra una volta di più che il paradigma del «terrore totalitario» non basta per capire quanto avvenne nella Germania di Hitler, e rischia di funzionare come un alibi per quanti acconsentirono e parteciparono.

Nicola Montenz
L’armonia delle tenebre
Musica e politica nella Germania nazista
Archinto (2012), 332 pp.
€ 16,00

Dal numero 28 di alfabeta2, dal 9 aprile nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Credere, distruggere

Alberto Burgio

Un problema con il quale parte della storiografia sul nazismo si cimenta da anni è la partecipazione di vasti settori di popolazione alla violenza criminale scatenata dal regime. Come spiegarsi che milioni di donne e di uomini «civili» non soltanto acconsentirono alla persecuzione in massa di inermi, ma la sostennero e contribuirono a metterla in atto? Come comprendere la stabile coesistenza di forme di vita criminali con codici culturali e morali tradizionali? In un certo senso, a ordinare il discorso storiografico è dunque ancora l’intuizione che Hannah Arendt ebbe, giusto mezzo secolo addietro, durante il processo ad Adolf Eichmann: i carnefici non erano mostri, destinati per natura all’orrore, bensì, almeno in origine, persone del tutto normali. Il che, lungi dal fornire loro attenuanti (come temevano i critici di Arendt), apre il campo a interrogativi assillanti.

Perché «uomini comuni» possono trasformarsi in spietati assassini? Che cosa deve avvenire nella mente di un individuo perché egli possa rendersi disponibile a compiere consapevolmente e sistematicamente violenze efferate, senza nemmeno riconoscere la mostruosità dei propri atti? Questo insieme di questioni – intorno alle quali viene da tempo costituendosi un complesso paradigma storiografico – è alla base dell’ultima ricerca di Christian Ingrao, direttore dell’Institut d’Histoire du Temps Présent di Parigi, già autore (nel 2006) di uno studio sulla «brigata Dirlewanger» (Les chasseurs noirs), una tra le più famigerate divisioni delle SS attive nella repressione della resistenza sul fronte orientale.

Il libro offre un ritratto dell’intellettualità tedesca che scelse di entrare nel Servizio di sicurezza delle SS. L’analisi prende in esame la vicenda di ottanta intellettuali «umanisti» (filosofi, economisti, storici, geografi e giuristi) che contribuirono alla fondazione ideologica del regime, alla nazificazione dei saperi fino ai parossismi della guerra genocidiaria. Muove dalla loro infanzia (durante la Grande guerra) per poi accompagnarli nella fase di piena adesione al Terzo Reich, scandita tra produzione teorica e (dopo il ’41) partecipazione attiva alla guerra. La narrazione ricostruisce anche la reazione alla disfatta, fino al momento postbellico con la transizione giudiziaria alla democrazia (e nello specifico ci si sofferma sulle strategie di negazione, depistaggio, giustificazione poste in essere al processo di Norimberga).

Si tratta, in una parola, della biografia di un importante settore della generazione che si incaricò di dare esecuzione al progetto hitleriano. Ma l’idea di scandagliare la genesi di personalità criminali non si traduce in una interpretazione deterministica. Il prima aiuta a spiegare il dopo, non lo determina: nel mezzo, si verificano salti di qualità (nella fattispecie, la costruzione dell’ideologia razzista, alla quale proprio gli intellettuali delle SS diedero un importante contributo) e si compiono scelte (tanto più consapevoli nel caso di personale altamente qualificato).

Cruciale è, a giudizio di Ingrao, la condizione della Germania durante la Grande guerra, che costò al paese oltre due milioni di morti e regalò a tanti tedeschi una visione funerea dell’esistenza, mista a una inestinguibile sete di vendetta. Finita la prima guerra se ne attese una seconda, come ordalia e transizione a una nuova era. Su questo sfondo di senso si avviò anche la mobilitazione dei bambini (e, tra questi, di quanti erano destinati a divenire i futuri intellettuali SS). «Il nazismo offriva a quanti vi aderivano il sentimento che il corso delle cose fosse quello della salvezza collettiva attraverso l’avvento dell’impero»: una fede come promessa, come sentimento «che attinge insieme all’ineffabile e alla certezza, mobilitando anime e corpi nell’attesa di un’utopia di fusione razziale».

Da qui l’idea di partecipare a una «comunità di destino», cementata dall’unità genetica e biologica e, perciò stesso, dalla distruzione del nemico e dell’estraneo, che gli intellettuali delle SS contribuirono a individuare e a perseguitare. Dapprima fornendo argomenti al discorso nazista (attraverso sondaggi, agenzie, bollettini di informazione, misurazione e valutazione delle reazioni della società tedesca alle politiche del regime), in un secondo momento «scendendo in campo» nelle file delle Einsatzgruppen incaricate della mattanza di quei «parassiti» che già avevano, in piena «scienza e coscienza», provveduto a definire.

Christian Ingrao
Credere, distruggere. Gli intellettuali delle SS

Einaudi (2012), pp. 405
€ 34

Film non raccomandati

Michele Emmer

Si parla molto di valutazione, di merito, di criteri di scelta in questi ultimi tempi. Salvo poi scoprire che la valutazione, il controllo dell’impiego delle risorse riguarda solo alcuni ma non tutti. Voglio parlare di di cinema. Qualche giorno fa il 2 ottobre ho fatto una piccola indagine sulle recensioni dei film su uno dei giornali di grande tiratura. Per la zona di Roma. Non volevo affatto fare una indagine accurata. A Roma ci sono 48 cinema, non considerando quelli d’ Essai. I film proiettati in tutte i cinema, con ovviamente molti che si ripetevano nelle diverse sale, erano in totale 288. I giornali usano dare un giudizio sui film tramite palline, stelline, o altri simboli. Ora di 288 film proiettati nella sale, 230, cioè l’ottanta per cento avevano giudizi da capolavoro da non perdere (un solo film) a da vedere a si può vedere. Solo il venti per cento dei film non aveva nessun segnale, film di scarso interesse.

In particolare praticamente tutti i film in animazione 3D o comunque i film di animazione più o meno per bambini avevano un qualche segno per consigliarne più o meno la visione. Un solo esempio: Ribelle, il film di animazione con la ragazzina coi i capelli rossi, aveva una ottima recensione. Pur essendo un film di una rara noia, in cui la parte centrale è un film senza alcuna inventiva. E il combattimento tra gli orsi finale, non ha nulla a che vedere con il “vero” combattimento tra orsi del film di Werner Herzog Grizzly Man a cui probabilmente si sono ispirati gli autori. La cosa eccezionale del film sono i capelli della protagonista. Quindi stando alle recensioni su un giornale, in una città, ma credo che la cosa sia abbastanza generalizzata, al cinema di questi tempi ci sono molti film di interesse. Vista la massiccia predominanza dei film buoni o passabili, e dato che scorrendo la lista dei film non mi sembrava che fosse così, ho deciso di andare a vedere un film che non aveva nessuna palla: Una stanza ad Atene di Ruggero Di Paola.

1942. Nella casa della famiglia di Nikolas Helianos, editore abbastanza benestante prima della guerra, entra un ufficiale nazista a cui è stata assegnata la loro casa come alloggio. Nella casa oltre a Nikolas vivono la moglie Zoe e due figli, Leda e Alex. Tutto il film si svolge in quell’appartamento. Siamo in guerra, la Grecia è occupata, il nemico in casa. Bisogna inventarsi una strategia per cercare di sopravvivere. Il capitano nazista è come ci si aspetta, un sadico, privo di intelligenza, con una cultura superificale. A vederlo non si può non ricordare che l’attore che lo interpreta, Richard Sammel, era il nazista cialtrone di quel gran bel film di Quentin Tarantino, Inglourious Basterds.

Il nazista instaura un disciplina ferrea nella casa, sequestra il bagno, costringe a dormire i padroni di casa in cucina. Devono tutti essere i suoi servitori, ha attenzioni solo per la piccola figlia quasi adolescente, attratta dalla divisa. Il padre decide che è meglio non reagire, fare finta di nulla, basta aspettare e sopravvivere. E l’attore Gerasimos Skiadaressis ha esattamente la facce, le espressioni che servono. Che il destino sia segnato lo sappiamo, a renderlo ancora più chiaro il fatto che quando il nazista è seduto per mangiare con tutta la famiglia che deve assistere e servire senza sedersi, dietro di lui, vi è un quadro, una delle versioni de L'isola dei morti del simbolista svizzero Arnold Böcklin (1827-1901). Tra l’altro Adolf Hitler ne possedeva una versione originale. La situazione precipita quando al ritorno da un viaggio in Germania, Nikolas pensa di intravvedere nell’animo del nazista un qualche cedimento, dovuto alle tragedie familiari che lo hanno colpito in Germania. E quell’attimo sarà fatale a Nikolas. Quella stanza è un campo di concentramento, con le stesse regole, con le vittime che devono distruggere la loro stessa umanità, i rapporti tra di loro, devono essere solo vittime compiacenti. E riconoscere la superiorità.

Il modello del tedesco è Rudolf Höss, per due anni comandante del campo di Auschwitz, che viveva con moglie e figli in una villetta a cento metri da uno dei forni crematori, di cui Primo Levi ha scritto nella prefazione all'autobiografia: “Il libro è pieno di nefandezze raccontate con ottusità burocratica che sconvolge; la sua lettura opprime; il suo livello letterario è scadente; ed il suo autore, a dispetto dei suoi sforzi di difesa, appare qual'è, un furfante, stupido, verboso, rozzo, pieno di boria, ed a tratti palesemente mendace... Nelle pagine affiorano ritorni meccanici alla retorica nazista, bugie piccole e grosse, sforzi di autogiustificazione, ma sono talmente ingenui e trasparenti che nessuno ha difficoltà ad identificarli.” Sarà impiccato davanti al forno crematorio nel 1946 lasciando una commossa lettera al figlio. La moglie è Laura Morante, monocorde nella sua recitazione. Un film interessante, ben raccontato, con i due personaggi del tedesco e del marito ben delineati e credibili. Insomma un buon esordio. Quel venti per cento di film da non considerare gli va molto stretto.

Fabio Mauri e la malattia dell’Europa

Manuela Gandini

Un interno borghese anni trenta. Sera. Fumo di sigarette. Uomini e donne eleganti dialogano in tedesco. Martin Heidegger legge in italiano frammenti del suo saggio «Che cos’è la filosofia?». Una donna suona Mozart, Bach e brani di musica dodecafonica. Dalla radio proviene un estratto del processo Eichmann sul conteggio economico relativo alle parti del corpo di una vittima di un campo di concentramento. Le danze trascinano il filosofo e altri intellettuali in un valzer con il nazismo e la borghesia. Atto d’accusa? Nella performance di Fabio Mauri del 1989 - intitolata Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo - c’è un’aria malaticcia, supponente, grave: è l’immagine distorta che un paese ha di sé.

Più che di attualità è oggi di estrema necessità l’analisi di Mauri sull’ideologia, il fascismo, l’Europa e la Germania. «Non riesco ad essere del mio tempo» diceva a ragione. Oggi, a tre anni dalla scomparsa, il suo lavoro, rivolto all’epoca del regime, sta parlando del presente. Come una legione di zombie è tornata la minaccia tedesca in divisa da banchiere, con la volontà di imporre la propria disumanizzante dittatura economica sulla Grecia e l’Europa. Si chiedeva Mauri trent’anni fa: «Che cos’è la Germania? E l’Europa? Che significa essere Europa? Non è stata Europa la Germania del ’30 e del ’40? Io credo lo sia stata. Credo che la natura (la cultura della natura) della Germania riguardi strettamente l’identità europea».

Allora ci chiediamo, a cosa attiene la scena sopra descritta? È un film sul nazismo, una seduta psicanalitica di gruppo o un déjà vu che è già tragicamente tornato? «È un teatro che non è un teatro» affermava Mauri. È un monito, un’analisi, è un allarme sulla pervasiva presenza del male e sulla passività dei popoli. Secondo l’artista: «L’ideologia è la vera merce europea». A Palazzo Reale a Milano, la retrospettiva dell’artista, curata da Francesca Alfano Miglietti, intitolata The End, ripropone un viaggio nella drammaturgia politica moderna e contemporanea. Mentre nei video scorrono le performance storiche che arrivano al presente come ferite ancora purulente; gli oggetti, le ambientazioni, i disegni inediti, ridanno vita a un universo di feticci, di morboso attaccamento, di violenza estrema, di tristezza ma anche di uscita.

Lo specchio con sopra incollata una Stella di Davide fatta di capelli, gli oggetti fintamente realizzati in pelle umana ebrea e le saponette prodotte con il grasso degli israeliti - con le etichette: Treblinka, Dachau, Mauthausen, Belzec - sono tutti frammenti di Ebrea, la performance messa in scena per la prima volta nel 1971. «In Ebrea l’operazione è fredda. E indelicatamente culturale. Ricompio con pazienza, con le mie mani, l’esperienza del turpe. Ne esploro le possibilità mentali. Estendendone l’atto, invento nuovi oggetti fatti di nuovi uomini», scrive l’autore. Siamo poi così lontani dalla realtà dello sfruttamento estremo e mortale della vita umana?

Già nel 1974, Pier Paolo Pasolini, compagno di studi di Mauri dichiarava: «Ora invece succede il contrario, il regime è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, il potere della società dei consumi riesce a ottenere perfettamente distruggendo le varie realtà particolari. Togliendo realtà ai vari modi di essere uomini». Entrambi, artista e scrittore, lavorano sul concetto di ideologia e sulle radici del fascismo. Entrambi sono coscienti del fatto che non sia storia chiusa e che si ripresenti con innumerevoli facce.

L’artista fu l’unico che riuscì a coinvolgere personalmente Pasolini, avverso ad ogni forma di avanguardia, in una performance dal carattere premonitore e dalle radici antiche. Il 31 maggio 1975, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, mise in scena Intellettuale (il Vangelo di/su Pasolini). Pasolini, seduto, indossa una camicia bianca e ha un giubbotto di jeans posto sullo schienale della sedia. E’ buio. Sul torace gli vengono proiettate le immagini del suo film Il Vangelo secondo Matteo (1964). Lui vede solo un fascio di luce che lo investe. La Passione è qui letteralmente incarnata in un solo uomo che è tutti gli uomini. Un uomo già condannato, come Cristo, a una morte violenta che avverrà cinque mesi dopo. Mauri coglie l’intensità della poetica, i sintomi della tragedia, la violenza del percorso terreno, e dichiara: «La proiezione provoca un effetto singolare: rivela fisicamente la nascita del ‘segno intellettuale’, ‘dentro’ il corpo dell’autore. Possiede la precisione tecnica di una radiografia dello spirito». In mostra è ricostruito il set. C’è la sedia, il proiettore, la sua camicia e il suo giubbotto di allora e il film che scorre in assenza del corpo.

Il rapporto tra realtà e rappresentazione è approfondito da Mauri nell’analisi dell’estetica del nazismo e del fascismo (come falsificazione del reale), sulla quale ha incentrato numerose opere. La performance Che cos’è il fascismo (1971), nella quale venivano riproposti i Ludi Juveniles, i rituali dei giochi ginnici e le competizioni verbali e sportive su un grande tappeto che riproduce una svastica, è un caposaldo della sua opera. Ma i fascismi sono ovunque, non solo negli occhi gelidi di Goebbels che visita la mostra sull’Arte Degenerata. Nel 1993, Mauri costruì un muro di valige vecchie oltre un secolo che puzzavano di Olocausto, definendolo «muro occidentale o del pianto»; nel 1996 ne costruisce uno con valigie hi-tech, tutte uguali, con al centro l’immagine di un ragazzo cinese condannato a morte. «L’Asia – afferma – si affaccia gradualmente sull’economia del mondo a basso costo umano, con volto adolescente, disseminato di atti crudeli».

Secondo Mauri, il nazismo è estetica, lo spettacolo è estetica, i modelli capitalistici sono estetica, mentre l’etica è altrove, nell’arte, nella cultura e nell’umanità profonda. Tra le sue opere storiche ricorrono gli schermi vuoti o con la scritta The End. Sono tele monocrome, contengono tutte le storie e nessuna storia, rivelano la porzione di vita che ci è concessa o il limite di ciò che possiamo percepire. L’ultima sua opera è la scritta «The End» incisa sul muro.

Fabio Mauri
The End

Palazzo Reale Milano, sino al 23 settembre.

Fabio Mauri
Ideologia e Memoria
, a cura dello Studio Fabio Mauri
Bollati Boringhieri, 2012.

Non c’è nessun affaire Heidegger

François Rastier

Il carattere nazista della filosofia heideggeriana è stato oggetto di numerose analisi, nelle quali si è voluto vedere altrettanti affaires speciosi e diffamatori. Con la pubblicazione dei Quaderni Neri (Schwartzen Hefte), quelle analisi cominciano a ricevere dallo stesso Maestro conferme postume ma irrefutabili, che hanno messo in grande agitazione i suoi discepoli (cfr. GA, tomi 93 e 94, che vedranno la luce nel marzo 2014).

Non c’è dubbio che Heidegger, dopo la guerra, avesse riscritto i suoi testi meno equivoci ammantandosi in un peculiare ermetismo. La sua famiglia e i suoi editori, per di più, hanno proibito sino ad oggi di accedere ai suoi archivi. Heidegger stesso, tuttavia, aveva pianificato già prima di morire la pubblicazione delle sue opere complete predisponendone l’uscita secondo un processo di radicalizzazione progressiva: così se nel 2001 fu pubblicato un testo nel quale si esortava a portare a compimento lo «sterminio totale» del nemico interno oggi si annuncia, per completare quel ciclo, la pubblicazione di nuovi volumi che riuniscono i Quaderni Neri. Gli estratti resi pubblici dal dicembre 2013, riprendono negli stessi termini le identiche tesi di Hitler e Rosenberg riguardo al «dominio mondiale giudaico».

Stranamente il curatore dei Quaderni Neri Peter Trawny, direttore dell’Istituto Martin Heidegger – sembra prender le distanze, scrivendo che questo dominio è «per metà immaginario» (Le Monde, 2o gennaio 2014): ma il suo è un modo sottile per affermare che è almeno per metà vero. Senza dubbio i brani citati sono antisemiti; scegliendoli, però, Trawny sembra fare inevitabili concessioni all’antisemitismo (che in apparenza considera come alcunché di banale e veniale) per evitare di affrontare la questione del nazismo. Chiediamoci allora: davvero l’albero antisemita può nascondere la foresta nazista?

Paradossalmente Heidegger supera a destra l’hitlerismo, ricorrendo a una radicalizzazione metafisica dell’antisemitismo. L’immagine drammatizzata del mondo contemporaneo e della modernità scientifica e tecnica che ci presenta è infatti legata essenzialmente alla sua concezione degli ebrei e del loro dominio mondiale (Weltjudentum): se persino Trawny, nella sua curiosa apologia, ricorre al confronto fra l’intento heideggeriano e i Protocolli dei savi di Sion allora questo dominio cessa di esser nascosto nell’oscurità di un complotto, manifestandosi alla luce del sole proprio nello sviluppo tecnico-scientifico.

Nelle sue denunce, allora – come quella nei confronti delle dighe che sfigurano il bacino tedesco del Reno – era possibile cogliere una banale continuazione del Kulturpessimismus del periodo bismarkiano, ma l’innovazione di Heidegger consiste nel considerare lo stato del mondo moderno come il risultato del dominio ebraico. In questo modo generalizza la teoria dell’essere-assieme – teoria legata al mondo degli affari, al commercium (cfr. Sein und Zeit, § 13). Il mondo ebraicizzato resta nell’oblio dell’Essere non soltanto perché gli ebrei, privi di patria e cosmopoliti, sono anche privi di un Dasein (letteralmente di un Esserci) – gli ebrei, infatti, non risiedono in alcun luogo specifico dunque continuano ad essere privi di mondo (Weltlos) – ma perché la modernità è dominata dalla «facoltà di calcolo e dal mercanteggiare», dal «dono esasperato per la contabilità», dalla «tenace abilità a contare» e dal «calcolo vuoto».

Così il tema medievale dell’usuraio calcolatore, tutto intento a fare il conto dei denari di Giuda, finisce addirittura per esser trasposto alle scienze e tecniche contemporanee nella misura in cui questo mondo fondato sul calcolo ha bisogno delle matematiche e si fonda sui loro modelli – al punto da concretizzarsi nell’orribile tecno-scienza della cibernetica. L’estensione senza precedenti di uno stereotipo odioso, così, è sufficiente a condannare il mondo moderno e a sostenere che «la scienza non pensa» (dato che è incarnata e resa tecnologica dagli ebrei).

Nel 1949, nella conferenza dal titolo Die Gefahr, Heidegger sostenne, che estendendo il suo dominio sul mondo la tecno-scienza fu anche responsabile dello sterminio. Gli ebrei tuttavia non sono stati uccisi, e del resto la loro scomparsa non è degna di esser chiamata morte: da una parte, poiché rimangono confinati all’ambito degli enti, non hanno alcun rapporto con l’Essere e dunque non vivono – quasi fossero accidenti senza sostanza; dall’altra, soprattutto, è la tecnica l’unica vera responsabile della loro scomparsa e ciò giustifica la reiterata immagine dell’industrializzazione (motorisierte, Fabrikation, cfr. GA, 79, p. 27), destinata a esaudire la speranza heideggeriana che l’ebraismo «si escludesse da sé», come semplice effetto collaterale della Machenschaft (‘regno dell’efficienza’) di cui è il principale responsabile.

La pregnante metafora industriale, più volte ripresa da Hannah Arendt ad Agamben, ha contribuito al ritardo che caratterizza la storiografia dello sterminio – sino al punto da indurre trascurare, per mezzo secolo, quella che sarebbe stata chiamata la “Shoah delle pallottole”. Anche se trasformata, insomma – posto che assassinare non significa produrre cadaveri – la metafora ha continuato a sostenere il luogo comune secondo cui la modernità tecno-scientifica era responsabile dello sterminio.

Non c’è dubbio che Heidegger continua ad essere celebrato come un profondo pensatore della tecnica, e le citazioni laudatorie a tal riguardo abbondano ovunque. Ma pensare vuol forse dire condannare tout court, rinunciando a qualunque presa di distanza critica? Formatosi in un periodo nel quale la filosofia accademica temeva che le scienze usurpassero i suoi oggetti di studio, Heidegger sceglie di far ritorno alle tradizioni scolastiche della storia dell’Essere e della differenza ontologica; il suo intento però è creare il vuoto attorno ad esse, perseguendo il progetto antiumanista di eliminazione dell’etica e dell’antropologia filosofica ma anche degli oggetti di studio rivendicati dalle scienze sociali – come la diversità delle culture e delle lingue, posto che il tedesco gli è sufficiente per dire e pensare ogni cosa – fino alle scienze della natura e della vita (fatta eccezione per la Rassenkunde [‘conoscenza delle razze’] tedesca) e senza trascurare, naturalmente, le discipline logico-formali.

Se questa brutale chiusura ha favorito l’oscurantismo delle adesioni settarie, la cosiddetta filosofia heideggeriana dell’Identico si fonda su vuote tautologie ontologiche che tradiscono l’ossessione identitaria persino nelle loro stesse ripetizioni; tuttavia escludendo qualunque alterità e, dunque, privandosi di oggetto il solo obiettivo che le rimane consiste nel diffondere l’odio identitario, che oggi esplode tanto nell’opera del Maestro quanto nell’attualità che ci circonda.

Trawny ritiene che in quegli anni le idee antisemite fossero diffuse (ma da chi? forse che si tratta solo di una patina vintage?), e tuttavia sostiene anche che con la volontà di pubblicare le proprie Heidegger dà prova di una «notevole libertà di pensiero». Così discolpato, Heidegger continua ovviamente a rimanere «uno dei più grandi pensatori del XX secolo». Gli heideggeriani francesi, i quali pure sono soliti ribadire il medesimo giudizio di Trawny, se la prendono con lui giudicandolo un carrierista che ripete sempre una stessa «fesseria» (François Fédier). In Francia, infatti, traduzioni “lenitive” ed eminenti commenti hanno fatto di Heidegger un inevitabile autore di riferimento.

Eppure la divergenza fra le due posizioni, a ben vedere, è di natura esclusivamente tattica: mentre i francesi si sono ormai da molto tempo chiusi in un ostinato diniego, Trawny ha capito molto bene che Heidegger, ipotizzando a coronamento della sua opera completa la pubblicazione di nove volumi dal carattere scopertamente nazista, pensava – ahimé, non senza qualche ragione – che sarebbero stati accolti come una mareggiata in periodo di carestia, e scommetteva sul superamento di un hitlerismo invecchiato, finalmente vinto da un ultranazismo attualizzato e ormai privo di complessi. Ora che il negazionismo ha fatto il suo tempo, insomma, siamo giunti nell’epoca dell’affermazionismo.

A giudicare della prime reazioni, le ripercussioni nel mondo accademico su scala internazionale saranno notevoli. L’antirazionalismo militante, il rifiuto dell’etica e la sopravvalutazione dell’estetica, il ripudio della tecnica e del pensiero scientifico: tutto questo ha sedotto radicalismi universitari di destra e di sinistra che da decenni si riconoscono nel programma heideggeriano dell’Abbau, la ‘distruzione’, nota con la denominazione eufemistica di “decostruzione”.

Non appena Heidegger ha sviluppato uno stile oracolare, pomposo e accortamente ipnotico, ricodificando nel vocabolario dell’ontologia le categorie del nazismo, non si è più saputo o voluto individuarvi il doppio linguaggio da lui stesso rivendicato in privato. L’affaire Heidegger, in definitiva, finisce per ridursi all’accecamento (talora complice) di vari ambiti accademici e molti intellettuali di fama.

Ma una filosofia che fa appello al massacro è davvero diversa da un’ideologia pericolosa? Di fatto alcuni ultranazionalisti russi di rilievo, come Alexandr Dugin, o islamisti come Omar Ibrahim Vadillo si fondano già da tempo su Heidegger per proclamare la superiorità razziale e la guerra totale. Se questo è il panorama nero programmato da Heidegger, allora la radicalizzazione inscritta nel suo progetto editoriale può addirittura assumere un valore educativo, ergendosi a interprete di un antisemitismo rinnovato ma anche di un nazismo radicalizzato e filosoficamente legittimato.

 Traduzione italiana di Antonio Perri