Improvvisare è un viaggio: note di ascolto su Diversity, di Zlatko Kaučič

Nazim Comunale

Nato nel 1953 a Postojna, in Slovenia, Zlatko Kaučič è un percussionista, batterista e improvvisatore nomade: dall’inizio degli anni Settanta ha vissuto in Italia, per poi spostarsi in Svizzera, Spagna, Portogallo e Olanda e nel mentre collaborare con - tra gli altri - Irene Schweitzer, Steve Lacy, Misha Mengelberg e Paul Bley. Nel 1992 ritorna in Slovenia dove continua a suonare con una pletora di musicisti di ogni tipo (da Enrico Rava a Ken Vandermark, da Alexander Balanescu a Barry Guy). La sua storia è dunque, come spesso accade nella musica creativa, una storia di relazioni, in questo caso molto forti con il Friuli Venezia Giulia: Kaučič infatti è nel trio Disorder at the Border con Daniele D’Agaro e Giovanni Maier, inoltre è parte del quartetto Suono Madre con Massimo De Mattia, Giorgio Pacorig e Luigi Vitale. Tra i tanti progetti, da menzionare senz’altro l’Orchestra Senza Confini / Orkester Brez Meja da lui diretta assieme proprio a Maier. A proposito di quest’esperienza Kaučič dice: “Il pubblico ha modo di vedere come la musica nasca davanti ai suoi occhi. Cerco sempre di stimolare chi suona con me a prendersi dei rischi, a sperimentare. Prediligo materiali non composti né preparati e non voglio prove, prima: solo musica improvvisata”. Nel 2018 è ricorso il quarantesimo anniversario della sua carriera professionale, che l’etichetta polacca Not Two Records ha deciso di celebrare con Diversity, un cofanetto di 5 cd corredato da un corposo libretto che include un’intervista , liner notes esaurienti e un’introduzione del collega de Il Manifesto Flavio Massarutto. Un lavoro necessario e una retrospettiva doverosa su uno dei più importanti batteristi del free europeo: un interprete senza confini per chi della diversità e dell’incontro ha fatto la propria bandiera. Ve lo raccontiamo disco per disco, ne vale la pena, ricordando, con Wayne Shorter, che la grandezza della musica suonata riflette per davvero la grandezza dell’essere umano.

#1 butterfly wings

Se un battito d’ali di farfalla può generare un tornado dall’altra parte del mondo, se la vita di tante creature è effimera, se le nostre vane pretese di afferrare l’inafferrabile non hanno senso, allora ecco butterfly wings, un’ora scarsa in trio (Agustí Fernandez al piano ed Evan Parker al sax tenore), catturata dal vivo al Sound Disobedience Festival di Lubiana nell’ottobre del 2016. Traversate oceaniche e microscopiche, terremoti sulla punta di un’unghia, un senso del respiro naturale, biologico, moti browniani e traiettorie imprevedibili: tutto seguendo un mood intriso di grazia scontrosa, non ci sono facili fracassi, il pianoforte (magistrale) è la terra su cui fioriscono mille forme vegetali (Kaučič ) e animali (Parker). Abbiamo qui un dialogo in un paesaggio nudo, selvatico, dell’uomo non c’è traccia: si mette in scena una sparizione, una rinuncia alla centralità. Kaučič è astratto, narrativo, sottile e fondamentale nel dare linfa a questo che sembra quasi un processo di fotosintesi clorofilliana: dai pochi squarci di luce che arrivano da un altro imprecisato e irraggiungibile il trio, come un organismo vivente, distilla nutrimento per crescere. Parker è il Parker che conosciamo, in perfetto equilibrio tra fragore e silenzio, Fernandez scova spigoli dentro al corpo-mondo del pianoforte e strappa manuali di jazz, suonando feroce, urgente, trascendente e lirico nello stesso istante. Improvvisazione copernicana, il suono nel suo farsi materia, pulviscolo, cosmo, supernova e buco nero, evoluzione e dissoluzione, orbite ellittiche e rivolte contro la gravità, la gravità che vince le nostre ragioni. Un’ora scarsa di free come presa di posizione ancora una volta contro la dittatura del conformismo, del già detto, del confortevole, del rassicurante: l’ispirazione porta i tre esploratori a sondare territori liminali, è una tesa musica marginale (così definivano la loro gli Anatrofobia, uno dei segreti meglio custoditi dell’underground italiano; sono ancora in attività, recuperate i loro dischi), ombre fugaci di un Novecento che specchiandosi è andato in mille pezzi, repliche dell’eternità, cicli lunari, onde che arrivano e distruggono il lavoro. Si ricomincia, si brulica, non si perde tempo, l’ispirazione richiede talento e disciplina, occorre lanciarsi senza paracadute dallo strapiombo. Ascoltando sorvoleremo radure, luoghi abbandonati, crateri antichi, a volo d’uccello su ciò che era e ciò che è stato: le metamorfosi di Kafka, quelle di Ovidio, gli uccelli come primi mostri secondo la visione di Calvino, il volo come desiderio inesorabile dell’uomo, tutto l’impronunciabile alfabeto della natura. Staccare i piedi da terra, sconfiggere la gravità, decollare e allontanarsi dal risaputo, dall’inevitabile. Icaro e la sua necessaria caduta (le voragini spalancate da certi ostinati di pianoforte), crisalidi di frasi: non ci sono temi o cose che possano essere ricordate dopo l’ascolto di questa torrenziale improvvisazione, resta solo un sapore. Nel cibarsi le farfalle disperdono il polline rimasto attaccato alle loro zampe, contribuendo così alla riproduzione di molte piante e sono idee intraducibili quelle che spuntano in testa all’ascolto, come un polline segreto rimasto casualmente su ali in volo fino a raggiungere, ora, il fiore, il (suo, nostro) punto. Sette movimenti, tra rapimenti rapidissimi e immobilità profonde in un caos sempre fertile.

#2 kras

Fauna di sottofondo, boscaglia, rigagnoli di acqua che scorre, scorre anche se da queste parti oramai pare non piovere da secoli: il sassofono di Evan Parker e le percussioni di Kaučič sono essi stessi suoni della natura. Torna in mente quel disco di Han Bennink e Peter Brötzmann (Schwarzwaldfahrt, FMP Records, 1977) a improvvisare nella Foresta Nera, percuotendo gli alberi, le pietre, assieme ai suoni degli uccelli e di tutte le creature viventi. Perché quello siamo anche noi, creature viventi e (ri)suonanti, e la foresta in cui ci ritroviamo è la selva degli alfabeti, o la giungla dei nostri pensieri, dove può essere complicato distinguere il necessario dal superfluo. La musica improvvisata, quando è di alto livello come in questo caso, ha questa funzione psicanalitica: pulisce, sfronda gli alberi, ci libera da cascami, da volontà, dalla cocciuta e vana ostinazione a voler trovare un senso, un significato. Il senso e il significato sono l’ascolto stesso di queste spericolate e delicatissime incursioni nel dentro/fuori, tra micromondi, massimi sistemi, metafore, ipotesi e filosofie i cui postulati svaniscono nell’attimo stesso in cui vengono enunciati. “È inutile tentare la fuga quando la foresta avanza, soprattutto se noi stessi siamo alberi”, diceva Tahar Ben Jelloun: le percussioni, libere e selvatiche, aggiungono virgole alla tempesta ordinata dei fiati di Parker, capace di scovare sempre nuovi angoli, balena nel mare magnum del suono mentre noi siamo Pinocchi obbligati a dire bugie (la bugia è quella di credere di poterlo dire, di riuscirlo a raccontare questo suono) e sì, finiremo nello stomaco gigante della balena, le onde altissime evocate dal re delle maree Kaučič non ci risparmieranno. E sarà dolce naufragare in questo mare, un’ora di dialogo tra tenore, batteria, percussioni e zither elettrificato, quasi un corrispettivo terrigno degli spazi interstellari di Coltrane e Rashied Alì. È musica impastata di fango e radici, questa, che arriva dai cunicoli, da una trincea, da uno spazio caparbiamente costruito e custodito, lo spazio di un’assoluta libertà d’espressione che si muove certo nel solco delle grande tradizione del free (da Braxton con Roach a Paal Nilssen-Love con Vandermark o Gustaffson) ma sa offrire un punto di vista comunque inaudito. Andrebbe solamente ascoltata e bisognerebbe tacerne: se ne dice qui solo per dirne la folgorante, transitoria, lirica e politica bellezza. Sono le età di un minuto che si rincorrono in queste associazioni che non hanno conclusione ma solo vita, tutti i secoli che abbiamo sulle spalle svaniscono in una nebbia che scolora nel mito, ed allora Ulisse, le sirene bellissime e terribili che aprono la seconda traccia, tra suoni di zither magnetici e scale senza fine che non smettono di salire. La volontà di potenza secondo Horkheimer ed Adorno trova una delle sue prime rappresentazioni proprio nel mito delle sirene: l'eroe afferma la forza dominatrice dell’uomo occidentale sfidando il suono magnifico e terribile di queste creature misteriose e riuscendo ad ascoltarlo senza soccombere. Noi non soccombiamo ma restiamo profondamente affascinati da questi fantasmi, seducenti e pericolosissimi, in un perfetto stillicidio riduzionista tra orme di free e lampi di contemporanea, nel punto esatto in cui l’accademia più lungimirante e la musica creativa più viscerale si incontrano. Silenzi densissimi che alludono più di mille fanfare, pause elusive, un fare ellittico, circospetto, che lentamente sale: avvistiamo terra, il mare alza un sipario di onde minacciose, il suono è il racconto di questo esilio, di questa deriva, non c’è approdo, sino a quando il silenzio non impone nuovamente il suo ineffabile magistero. Dagli abissi del mare alle vene della terra, alle cavità dove si forgiano le scintille che poi saranno parola, alfabeto, suono organizzato; materico, mesmerico il percussionista, stalattiti, stalagmiti, qualcosa inizia, tempi geologici, lo zither a illudere, ma l’ombra è lì, a un passo, e non attenderà. Suoni come di gong, un raccoglimento che sa di zen, l’estasi del monaco e una veglia che potrebbe durare millenni. L’eterno, magico rituale del non ripetersi del ripetersi, dodici minuti che ti sequestrano, strabilianti nel rimanere sempre sul bordo dell’abisso dove tutto poi sparirà, suonando delicatissimi eppure fragorosi. Dopo aver lambito voragini e aver dato vertigini, i nostri si allontanano dall’assoluto per ingaggiare un altro corpo a corpo con tempo e spazio nella bella baruffa classicamente free del quarto dialogo. Chiude un breve encore con Parker in respirazione circolare e le percussioni che sfruculiano, stridono e sfrigolano, a ricordarci che la gravità esiste e ci tiene ancorati al suolo. Una conversazione tra sciamani, arcaica e propizia.

#3 rainbow solitude

Quarantacinque minuti in solo, invece, per il terzo cd, dove lo sloveno ha modo di liberare tutto il proprio estro, tra percussioni tradizionali, a terra e ancora lo zither elettrificato (sorgente di suoni strabilianti). L’incipit toglie il fiato, con le sincopi rumoriste di “Drive trough obstacles”. Suona appunto come una corsa a rotto di collo in una foresta di significati, quella intrapresa da Kaučič in questo solo dove vengono sondate le infinite possibilità poetiche del rumore. Un clima febbrile, vertiginoso, poi stasi ipnotiche e lentissime, le percussioni come Virgilio ad accompagnarci in un limbo tra orme di musica rituale asiatica e astrazioni contemporanee: piatti, sonagli, tamburi, mettono in scena la rappresentazione di un passato remotissimo e familiar. Il percussionista in solo, in ginocchio, convoca gli dei della tempesta per scongiurare disastri , ammesso che in un epoca come la nostra sia possibile scongiurarli, e che gli dei non siano tutti oramai definitivamente spariti. Opportuno ascoltare con l’intenzione giusta,lasciarsi completamente portare altrove, senza fare resistenza. “Ascoltami come chi ascolta piovere” scriveva Octavio Paz ed ecco che forse questo è un buon suggerimento su come predisporsi nei confronti della solitudine dell’arcobaleno, che è la medesima del musicista: stessa la capacità di far sorgere dalla pioggia i colori, medesima l’abilità nel disegnare traiettorie effimere e perfette che svaniscono. Sono suoni che provengono dalla nostra terra o da posti che non sappiamo dire? Dove finisce l’arcobaleno? Misterioso e impossibile, il suono delle percussioni sgorga dal silenzio e fa del silenzio musica facendoci sentire come speleologi che esplorano una grotta dalle cavità particolarmente anguste, avanzando carponi. Nessuna fatica inutile, però, solo una sommessa meraviglia.

E infine uscimmo a riveder le stelle”

#4 anima

Assetto a quattro per questo volume, con il leader affiancato dalla danese Lotte Anker (sax tenore, alto e soprano), Artur Majewski alla tromba e Rafał Mazur al basso acustico, (questi ultimi due membri del trio polacco di Agustí Fernandez). Anima, registrato dal vivo in una chiesa in Slovenia. Il vizio diabolico del respiro caro a Emil Cioran e un mood sorvegliato, aereo eppure tesissimo ad aprire il sipario sull’ennesima dimostrazione di come il free possa liberare la mente. L’anima, se per davvero ne abbiamo una e non siamo solo burattini elettrochimici, fiato di statue o scarse briciole di divinità indifferenti, sale a galla in questi sessanta minuti nuovamente sull’orlo del niente che ci attrae e ci seduce. Sale a galla per poi andarsene e lasciarci in totale balia di questi giochi di specchi: l’ego scompare, non ci sono teorie, psicologie, analogie possibili, è semplicemente, ancora una volta, il miracolo del suono nel suo farsi, l’evoluzione di una vera e propria creatura vivente, come vedessimo le fasi dello schiudersi di un fiore e le sentissimo tradotte in note; una lievissima febbre, sottile ed inesorabile, la stessa che fece il mondo,come dice il poeta americano Jim Powell, qualcosa di iniziatico, un big bang dentro una stanza o sotto la volta di una chiesa in questo caso.Dio cos’altro è se non una sillaba, un suono: gli uomini suonano per passare dall’altra parte, per radunare gli spiriti che hanno disertato da questo mondo secolarizzato anche dove non dovrebbe esserlo. Suonano per ineludibile necessità di trascendere, di discendere agli inferi, di farsi altro da sé, di trasfigurarsi. Ascoltiamo allora metamorfosi imprendibili e allegorie dantesche, un limbo o un eterno inizio, tra soffi, rimbrotti, con un basso lievissimo e cruciale a tenere le fila di un discorso che non comincia mai ma semplicemente perché non c’è nulla da dire. “There is nothing to say, and i’m saying it”: John Cage. Suggestioni scelsiane, un’improvvisazione sobria, scabrosa e rigorosissima senza essere mai asettica (vengono in mente anche le geniali e spericolate esplorazioni del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza), creature a cui non potrai nemmeno questa volta dare un nome (Nitke, i suoi rintocchi, le sue eruzioni, le sue attese), la notte che fu e sarà eterna, il teatro della musica eterna.Ansie trattenute e minimali, dire l’indicibile e farlo senza mai alzare la voce, cercarla, cercarla in continuazione questa, la nostra voce, in quest’epoca di parole sbiadite e di scollamento definitivo , dove gli specchi non riflettono più la nostra immagine. Iconic Thoughts, e sono quindici minuti di visioni, stupore dell’orecchio, dell’iride, suoni che gli occhi possono vedere, urla da un abisso nascosto dentro una scatola, apocalissi in miniatura, carillon per la fine del mondo, ombre, agguati, fughe, pentagrammi senza righe. Speleologia e antropologia dell’orlo, una tribù non ancora messa sotto la nostra lente d’ingrandimento di entomologi della civiltà che celebra una creazione all’unisono (Unison Creation), manufatti che si sfaldano nelle mani un attimo dopo essere stati ultimati e ammirati nella loro sfavillante bellezza. Accenni, cenni, prologhi, flashback, lampi, eterni ritorni, un mandala che richiede una preparazione accuratissima e poi viene distrutto. Disco da meditazione per attentati alle buone maniere jazz, senza l’aggravante della premeditazione.

#5 med-ana

Il quinto e ultimo disco di questo enciclopedico box racchiude un dialogo a due colto dal vivo nel 2012 tra Kaučič ed il trombonista tedesco Johannes Bauer, scomparso nel 2016, oltre ad una suite registrata al Brda Contemporary Music Festival nel 2014 con Phil Minton. Frammenti, cellule ritmiche che cercano di farsi strada nel silenzio che tutto allaga, sbuffi, rimbrotti, botta e risposta tra trombone e percussioni: le sconfinate possibilità del respiro e delle mani per conversazioni informali e appoggiate sul nulla. Non c’è un centro di gravità, non c’è un focus, a confermare l’assoluta ed intransigente libertà creativa del percussionista, degnamente coadiuvato qui da una delle più grandi figure della musica improvvisata europea. In questo caso però il risultato a tratti tende esageratamente al riduzionismo, senza che si accenda la scintilla della creazione. Punto di congiunzione tra una accademia invasa dai “barbari” della musica istantanea e i rigori di certo free che gioca sull’ultimo confine del vuoto, questa musica poi sa fortunatamente risvegliarsi (le acrobazie sornione del secondo frammento, dove Bauer usa anche la voce) e offrire l’ennesimo punto di vista inedito e inaudito a chi non pensi al jazz come sottofondo da ascoltare mentre si fa altro. Su cosa sia poi realmente oggi il jazz, e dove vada, il dibattito è aperto da tempo; personalmente rifuggiamo da qualsiasi definizione e ci interessa principalmente che non sia una banale cura a ferite che, in qualche maniera, non vogliamo né possiamo sanare. Perché è proprio in quelle ferite che si annida il sangue della libertà, della rivolta all’esistente. E proprio perché è necessario non arrendersi al reale, ecco a chiudere questo vocabolario di improvvisazione in cinque volumi la voce trasfigurata di Minton, capace di farsi felino, maschera grottesca, figura da teatro giapponese, sciamano,Minotauro, tubo sonoro. Kaučič crea il fondale perfetto per questo assassinio del cantante tradizionalmente inteso: la voce è uno strumento, ci insegnava Demetrio Stratos, e allora non ci sono parole, non ce ne possono essere altre, se non quelle per chiedere d’immergersi in questo invito alla ribellione al già sentito e scoprire così un musicista diverso, semplicemente fondamentale.

“Ecco, è lì che voglio essere”. Il suono come spazio pluridimensionale. Intervista a Rob Mazurek

Nazim Comunale

Rob Mazurek (tromba, cornetta, sintetizzatore modulare, voce, leader di Chicago London Underground, Exploding Star Orchestra e tanti altri progetti ) è una delle teste pensanti più vive dell’attualità jazz, laddove si intenda questo termine con la necessaria apertura mentale: un musicista prolifico, dagli orizzonti vasti, in grado di spaziare su più versanti, restando però sempre fortemente legato alle proprie visioni. Un uomo immerso nel suono. Lo abbiamo incontrato e le sue parole ci hanno permesso di esplorare diversi lati della sua multiforme personalità artistica.

Quali sono i suoi primi ricordi legati alla musica, le sue epifanie di gioventù?

Probabilmente stare seduto in macchina di mio padre in New Jersey ad ascoltare la radio, quando avevo cinque anni: lui aveva una Ford Station Wagon blu e la radio trasmetteva Bye Bye American Pie. Mio nonno, che era con noi, mi chiese se mi piacesse quella musica, io annuii e così lui mi chiese se allora avevo voglia di andare a comprarla. Ricordo che non capivo cosa volesse dire perché avevo solo cinque anni. Andammo al negozio di dischi e iniziai a suonare quel pezzo cinquanta volte al giorno su un piccolo fonografo verde. Mio padre, che era di famiglia polacca, mi portava a sentire la polka suonata dalle band alla domenica. Ho iniziato a suonare la cornetta quando avevo dieci anni. Il primo contatto con il mondo del jazz e dintorni è avvenuto attraverso il disco Tijuana Brass di Herb Alpert; mio padre inoltre aveva Gillespiana di Dizzy Gillespie, uno dei miei dischi preferiti di tutti i tempi. I primi dischi che comprai furono Bitches Brew di Miles Davis, Birdland di Charlie Parker e qualcosa di Sun Ra, ma non ricordo il titolo del disco. So solo che quando ho sentito Sun Ra per la prima volta, ho pensato: “ecco, è lì che io voglio essere”. Sun Ra venne a suonare in New Jersey nel 1981, avevo quindici anni, la sua musica in qualche modo mi spaventò: ricordo distintamente quel grande ensemble con i musicisti che facevano vocalizzi, maneggiavano fuochi e suonavano le campane, simili a quelle che io ora uso quando suono per ricordare mia madre, scomparsa da pochi anni. Quella esperienza mi ha segnato e ho subito pensato che avrei voluto avere un ensemble così largo, cosa che poi ho concretizzato con la Exploding Star Orchestra. Seguendo la filosofia di Sun Ra, proveniamo tutti da un altrove (We Are All From Somewhere Else si intitola il primo, magmatico disco del 2007 dell’orchestra diretta da Mazurek, ndr). Ci siamo esibiti in autunno al Berlin Jazz Festival con una formazione inedita, fatta per la metà da musicisti berlinesi e per l’altra metà statunitensi.

Oltre a questo progetto, in cosa è impegnato attualmente?

Ho organizzato un festival di musica creativa, Desert Encrypts, a Marfa, in Texas, dove mi sono trasferito da qualche anno (Mazurek ha vissuto anche a Chicago, dove è venuto in contatto con il giro dei Tortoise e dei Gastr Del Sol negli anni Novanta, e successivamente a San Paolo del Brasile, dove ha fondato i São Paulo Underground, ndr) e ho messo insieme per quella occasione una nuova band con Kris Davis al pianoforte (una delle pianiste più interessanti in circolazione, già citata da Gianni Lenoci nell’intervista pubblicata ancora su Alfabeta2 in dicembre, ndr), Chad Taylor alla batteria ed Ingebrigt Håker Flaten al basso (norvegese ma di stanza a Austin, proprio in Texas, membro di The Thing con Mats Gustafsson, nonché leader di The Young Mothers, un interessante collettivo tra freerock, rap e jazz, ndr). Ho anche un nuovo duo con Gabriele Mitelli (giovane trombettista bresciano già salito alla ribalta come miglior nuovo talento nel referendum di Musica Jazz dell’anno scorso , ndr) che mi ha invitato alla sua rassegna, Ground Music Festival, dove abbiamo suonato insieme per la prima volta. Abbiamo un approccio simile allo strumento e alla composizione, quindi mi trovo molto bene come lui. Chicago Underground Duo sta continuando, così come il trio, dove a me e Chad Taylor si unisce il chitarrista Jeff Parker: uscirà un disco quest’anno. Poi ho il gruppo italiano, Immortal Bird Bright Wings: abbiamo cominciato a Forlì con una commissione del Forlì Open Music Festival (parliamo di ottobre 2017, ndr) organizzato da Area Sismica e dal comune: lì suono con Cristiano Calcagnile alla batteria, Fabrizio Puglisi al pianoforte, Pasquale Mirra al vibrafono e Danilo Gallo al basso. Abbiamo suonato anche in Germania a Villingen, la città della MPS Records, per il festival dei 50 anni dell’etichetta.

Può dirmi qualcosa della sua collaborazione con il cantante Emmett Kelly?

Emmett è un grande cantante: ha lavorato molto con Will Oldham (noto come Bonnie Prince Billy, l’eminenza grigia di tutto il movimento alt-folk, autore di opere capitali come I See A Darkness, all’interno di un catalogo oramai sterminato, ndr). Ho mandato melodie e canzoni a Emmett e lui ci ha cantato sopra, aggiungendoci anche dei suoni di synth, e così abbiamo costruito il nostro disco, Alien Flower Sutra, uscito nel 2016.

Chimeric Stoned Horn (album in solo del 2017, dal gusto acido e dall’attitudine fortemente esplorativa, ndr) invece è un suo lavoro in solo molto particolare. Ce ne vuole parlare?

Da qualche anno a questa parte ho cominciato a suonare solo ed esclusivamente la cornetta; ha uno spettro di frequenze che si adatta alla perfezione a quelle prodotte dal mio synth modulare, quindi ho cominciato a sperimentare questa accoppiata, utilizzando anche la mia voce e le campane. Il disco precedente, Rome, registrato su invito di Pino Saulo negli studi della Rai e pubblicato da Clean Feed nel 2017, era più basato sulla composizione. In questo invece mi sono lasciato più andare all’esplorazione libera.

Ha familiarità con la musica di avanguardia italiana?

Certo, ho parecchi dischi del Gruppo Di Improvvisazione Nuova Consonanza; sono anche influenzato anche dal cinema, Morricone è un compositore incredibile, molto profondo. Mi piace tutta la sua musica, dalle cose più tradizionali a quelle più avant-garde.

Ascolta anche musica classica?

Ascolto ogni tipo di musica, certo. Ascolto Morton Feldman e Boulez. Ho avuto l’occasione di suonare ad Area Sismica nella stessa serata (per l’Haiku Festival del 2018, dedicato alla memoria di Pierantonio Pezzinga, agitatore culturale, voce radiofonica sempre dentro alla ricerca e protagonista attivo del movimento libertario ed antagonista bolognese, ndr) con Fabrizio Ottaviucci e l’ho trovato incredibile. Lo stesso dicasi per Luigi Ciccarelli (protagonista con l’Open Border Quartet assieme ad Hamid Drake, Ken Vandermark e Gianni Trovalusci dell’ultima edizione , ad ottobre 2018, del Forlì Open Music Festival, ndr). Il jazz è un campo così aperto e ampio che resto stupito quando qualcuno dice: “Non mi piace il jazz”. Come per tutte le altre musiche, dipende da cosa fai. Adoro il dub di King Tubby, sono molto influenzato dalla musique concrète di Pierre Henry e Luc Ferrari, dall’elettronica degli Autechre. Quando ero alle scuole superiori sono cresciuto con Black Sabbath e Led Zeppelin, Captain Beefheart e Tom Waits, poi sono venuto a contatto con il periodo elettrico di Miles Davis e quello mi ha completamente aperto la mente. Il mio disco preferito di sempre è il suo Filles De Kilimanjaro (disco del 1969 che segna il passaggio definitivo di Davis al periodo elettrico, ndr). Sicuramente anche Don Cherry, in particolare le sessions di Mu (disco capolavoro registrato in duo con il batterista Ed Blackwell, sempre del 1969, ndr), e Bill Dixon hanno influenzato molto il mio lavoro. Come Exploding Star Orchestra abbiamo registrato un disco con Bill Dixon nel 2009, uno con Pharoah Sanders (Pharoah & The Underground, per la lusitana CleanFeed, 2014, ndr) e infine con Roscoe Mitchell (Matter-Antimatter, per la francese RogueArt, 2013, ndr). Sono sempre estremamente interessato alle collaborazioni, è curioso vedere ogni volta da dove sgorghi la musica, da chi e in quale forma, e poi cercare di organizzarla e al tempo stesso di farla scorrere.

Negli ultimi concerti a cui ho assistito ho notato che usa sempre di più la voce, cantando anche melodie. Una cosa nuova, nel suo approccio.

Credo che in generale le persone non usino la voce abbastanza. Quando mia madre è morta, sei anni fa, ho sentito di doverla usare di più: la sua scomparsa mi ha dato una specie di sveglia, da allora ho cercato di investigare di più l’aspetto spirituale della musica, e da lì è venuto naturale dirigersi maggiormente verso la voce e le percussioni, che sono i primi strumenti dell’uomo. Molti musicisti, anche i più virtuosi, dal mio punto di vista quando suonano restano chiusi, non aprono verso dentro, suonano solo fuori. Studio buddismo, quindi canto tutti i giorni e sono convinto che questo abbia un potere curativo. Non ho affatto una grande voce; quello che cerco di fare è semplicemente cercare di farla risuonare con le voci degli altri strumenti che utilizzo.

Quali sono le voci che la colpiscono di più?

Non lo so, è una buona domanda (lunga pausa di riflessione, ndr). Chet Baker, Billie Holiday, Dinah Washington, Saurah Vaughan (fa riferimento in particolare al disco del 1972 con gli arrangiamenti di Michel Legrand, scomparso proprio pochi giorni orsono, ndr); ascolto anche molta musica giapponese, che trovo vicina a me per come lavora con il tempo e lo spazio: l’intervento della voce in quei lunghi piani sequenza è sempre davvero potente. Spostandoci in Brasile, le voci di João Gilberto, quella di Chico Buarque (credo di avere ascoltato il disco Construção almeno mille volte); il modo in cui cantano d’amore descrive esattamente le sensazioni che si provano in quei momenti: Jobim, così forte e fragile al tempo stesso, ancora così moderno.

C’è un suo disco, in solo, piano e voce, registrato a Belo Horizonte, dove introduce il concerto con una piccola chiosa dicendo che è la prima volta che si esibisce senza band e che forse è giunta l’ora di non essere più quel ragazzino timido che era. Ecco, per me, già quei trenta secondi valgono tutto il disco, il modo in cui parla è musica pura.

Capisco perfettamente, anche per me ad esempio la voce di Caetano Veloso, anche solo quando parla, è fantastica. Tom Zé è stato recentemente al mio festival a Marfa: un artista con uno spiccato lato politico, come tutti questi musicisti brasiliani (la conversazione si è tenuta prima della nefasta elezione di Jair Bolsonaro a presidente del Brasile, ndr). La cantante paulista Tulipa Ruiz, il compositore carioca Marcelo Camelo, ovviamente il percussionista pernambucano Nanà Vascencelos che è scomparso nel 2016. Ci sono troppi musicisti per nominarli tutti. Oltre a suonare, mi piace molto scolpire e fare arte grafica: mi interessano la litografia, l’interazione tra oggetti, segno, spazio, e la relazione che si viene a instaurare tra queste dimensioni e la musica. Creo la musica per i miei dipinti e i miei oggetti, che non sono vivi finché non hanno la loro musica. Mi dedico anche alla scrittura, sono molto interessato alla poesia, alla fantascienza e alla futurologia. Mi piace usare le parole, sono materiali che ho a disposizione per creare suoni.

Poesia è suonare sempre come se fosse l’ultima volta. Intervista a James Brandon Lewis

Nazim Comunale

James Brandon Lewis porta avanti con il suo sassofono tenore la missione originale del jazz: spingere in avanti la ricerca, conservare la tradizione senza che questa diventi qualcosa di polveroso ma resti anzi seme fertile per il futuro, cantare il blues di un popolo e le sue visioni. Carismatico, con i piedi ben saldi nella storia che lo precede, ma sicuro di sé, concentrato e già capace di divagazioni di sostanza quasi filosofica, nonostante la giovane età (è del 1983) ha già da tempo avuto modo di mostrare a chi segue le vicende del jazz di mostrare tutto il suo talento. Look à la Malcom X, voce calma e sussurrata, pause meditate, figlie della consapevolezza del peso che ogni parola può avere. Il suo nuovo disco per Relative Pitch, An UnRuly Manifesto, è appena uscito.

Qual è il suo primo ricordo legato alla musica?

La musica nei film, quando ero ragazzino, il modo in cui mi faceva sentire. Quando avevo nove anni mia madre mi chiese se volevo iniziare a suonare e così ho cominciato con il clarinetto; in casa mia mia madre era dentro al jazz, ascoltava smooth jazz. Groover Washington Jr. è di Buffalo, come me. Buffalo è un posto eclettico per la musica in realtà: Ani di Franco, Goo Goo Dolls, Charles Gayle, Joe Ford; anche lo scrittore Ishmael Reed (una delle voci più potenti della comunità afroamericana) ha vissuto lì. Quando ho cominciato a prendere lezioni private sono partito da un disco di Charlie Parker: non ero ispirato, ma intimidito. Quando ero un ragazzo, ascoltare Parker mi faceva pensare: Ok, questo è come un sassofono dovrebbe suonare, allora ho davvero parecchio lavoro da fare. Poi arrivò anche l’ispirazione, ma all’inizio prevaleva una sensazione di timore reverenziale, che poi con il tempo si è dissolta.

Le capita di avere la stessa sensazione ora che le succede con regolarità di suonare con i giganti? (L’intervista è stata fatta durante il festival Ai confini tra Sardegna e Jazz , il giorno prima del concerto di James Brandon Lewis con David Murray, ndr )

No, suono con William Parker da sei anni, domani suonerò con David Murray, sono abituato a questi confronti. Si tratta di comunità, semplicemente il focus è più sul gruppo di persone che sul singolo individuo; sono sempre stato il più giovane in queste situazioni e nessuno mi fa sentire come la mascotte. Il sentimento che provo è di gratitudine per essere parte di questo, non di orgoglio: non ho tempo per essere orgoglioso. In termini di autostima essere parte di questa comunità è per me molto importante. Suono ogni volta come se fosse l’ultima volta, per me. Quindi non ho tempo per altro. Questo è il modo in cui voglio suonare. Una volta che è finita, è finita, e quindi non ho tempo per altro: devo permettere a me stesso di essere me stesso, non di essere intimidito dalla presenza sul palco di persone con una lunga storia alle spalle. Quello che conta è studiare, esercitarsi, allenarsi e lavorare duramente.

Cosa mi dice del concerto di ieri? (la sera prima si era esibito in duo con Chad Taylor, ndr )

La performance è stata per metà improvvisata e per metà basata sui materiali presenti nel disco Radiance Imprints, uscito la scorsa primavera. Sapevamo da quali fonti attingere ma non in quale ordine li avremmo suonati. Abbiamo suonato anche Somewhere Over the Rainbow (in una versione letteralmente fantastica, suonava col respiro degli archi nella musica classica, ndr) ed un tributo a Coltrane. Io ascolto ogni tipo di musica, è molto importante per me. Ho ascoltato decine di volte una canzone di Gene Ammonds, Yeah, prima ero in fissa con un tema di Mal Waldron, ho la tendenza a fissarmi per ore su una musica se questa mi colpisce, voglio restare dentro quell’emozione finché non si esaurisce. È legale, non ha effetti collaterali, ti fa stare bene, quindi, perché no?

E del futuro prossimo?

Ho un album iappena uscito su Relative Pitch, An unruly manifesto: io, Luke Stewart al contrabbasso (anche con gli ottimi Irreversible Entanglements, qui il racconto del loro concerto a Mantova), Jamie Branch alla tromba, Anthony Pirog alla chitarra e Warren Trae Cudrup III alla batteria. Ho finito questo disco lo stesso giorno in cui Radiance Imprints è stato pubblicato, il 9 marzo, che è anche il giorno del compleanno di Ornette Coleman. Si tratta di un lavoro ispirato proprio a lui e a Charlie Haden, con cui ho studiato al California Institute of the Arts. Ho ricercato i punti di contatto tra surrealismo e jazz: sono un grande fan di Bob Kaufman (poeta e musicista della Beat Generation, autore di versi potenti come questi: I miei vicini sono pesci farfalla/ la Compagnia Elettrica minaccia di scollegarmi il cervello/ il postino continua a ficcarmi del porno nella buca/ Mi è morto lo specchi/ E non so se faccio ancora riflesso, da Il Blues dell’acqua pesante, ndr ) o di Jayne Cortez (poetessa ed attivista nera, è stata anche moglie di Ornette Coleman). Nel disco in uscita ci sono dunque titoli come Year 59: Insurgent Imagination. Queste sono le fonti a cui si ispira il mio nuovo lavoro; cerco di mettere un segnalibro che indichi il posto da cui vengo e dove mi trovo ora. Voglio evadere da prigioni nostalgiche secondo un punto di vista personale, non voglio morire di nostalgia, spingere le cose in avanti. Non sono un innovatore, questo sarà il mio sesto album, la mia musica è fatta principalmente di melodia e di improvvisazione: torneremo alla melodia? Può essere, e va bene. Non ci torneremo? Può essere, e va bene lo stesso! Facciamo quello che ci va. Sono contento di questo progetto. Sono nove tracce, 45 minuti; c’è una canzone, Haden is Beauty, che credo sia una delle mie migliori composizioni ad oggi. Sono stato fortunato ad avere l’opportunità di lavorare con lui.

So che scrive poesia: che può dirmi in proposito?

Ho un ensemble di poesia e jazz, Heroes are Gang Leaders, lavoriamo sulla tradizione americana (HAGL hanno vinto l’American Book Award per la letteratura orale nel 2018), ma anche su poeti come Guendaline Brooks (la prima afroamericana a vincere il Pulitzer per la poesia), Bob Kaufmann o Gertrude Stein. Sono almeno sette anni che sto investigando le relazioni tra poesia e jazz; nella stessa residenza in cui ho incontrato Matthew Shipp ho conosciuto un poeta, Thomas Sayers Ellis, ci è capitato di aprire per Amiri Baraka a New York nel 2013. Il nome Heroes are Gang Leaders viene dal suo libro Tales del 1969. Dopo la sua morte abbiamo iniziato questo gruppo, dove suonano anche Warren Trae Cudrup III e Luke Stewart: siamo un ensemble interdisciplinare di dodici persone che esplora le combinazioni possibili tra poesia e jazz. Magari, chissà, un giorno pubblicherò anche un libro con le mie poesie.

Di cosa parlano?

(Lunga pausa di riflessione, ndr) Non ci ho mai pensato, ad essere sincero.

Guarda fuori, a problemi politici, questioni di giustizia, razziali o altro?

Non credo che ci sia più bisogno di questo. Per me ha più a che fare con l’osservare ed il vedere ciò che non è qua (questa attitudine è pienamente erede dell’afrofuturismo di Sun Ra e tanti altri musicisti neri che raccontavano fughe dall’esistente e mondi possibili e impossibili, ndr) Nessuna questione politica, semmai cercare di elaborare un codice. In an Unruly manifesto dico: “The Unruly overthrow the chief of the duplicates. The annointend king of copy who keeps past ink in lines.” (L’Indisciplinato rovescia il capo dei duplicati. Il sovrano unto della copia che trattiene l’inchiostro del passato tra le linee, traduzione mia, ndr.)

Jazz e poesia sono collegati anche nella misura in cui non possono essere tradotti o spiegati, che ne pensa?

Proprio così! The unruly outbox smack up prison guards of notes with rebels reverberations. (“L’Indisciplinato in uscita schiaffeggia i secondini delle note con riverberi ribelli, ndr)

Immaginare la musica. Intervista a Gianni Lenoci

Nazim Comunale

Gianni Lenoci è un pianista e insegnante pugliese meno conosciuto di quanto meriterebbe. Musicista dagli interessi tanto vasti quanto divergenti, autore di una discografia sterminata ed eclettica, è stato assistente di Roscoe Mitchell e insegnanti di talenti come Francesco Massaro. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua visione e il suo approccio.

In ottobre ho sentito Irvine Arditti (probabilmente il più grande violinista vivente per quanto riguarda la classica contemporanea , ndr ) al Forlì Open Music Festival, ha suonato i capricci di Sciarrino, abbacinanti, e in alcuni frangenti la musica alle mie orecchie non pareva così lontana da certo free jazz. C'è un punto in cui l'improvvisazione e la contemporanea si incontrano o è tutto un grande equivoco?

Al confine possono certamente incontrarsi e spesso, quando succede, si generano risultati affascinanti. Ma anche se possono produrre risultati simili, le procedure sono differenti. Sinceramente equivoci non ne vedo. L'incontro mancato tra Charlie Parker e Edgar Varèse è per me emblematico circa l'idea di "confine" sopra evocata. Parker, da genio qual era, si era accorto che il bebop, soprattutto ad opera dei suoi epigoni, stava producendo una sorta di "stagnazione", involuzione e normalizzazione del linguaggio jazzistico (una ventina d'anni più tardi Thelonious Monk ne pagherà artisticamente le conseguenze che lo porteranno al silenzio per dieci anni fino alla sua morte). Parker si rendeva conto che avrebbe dovuto ampliare le possibilità formali e linguistiche del jazz approfondendo aspetti di forma e contenuto già presenti nelle opere dei compositori contemporanei. In primissima istanza aveva tentato di ricevere lezioni da Stravinsky, ma la cosa non andò a buon fine. Trovò invece il coraggio di contattare Edgar Varèse che accettò con interesse. Quest'ultimo era già coinvolto in esperimenti con la musica elettronica, la musica per percussioni e in parte anche con l'improvvisazione. Purtroppo l'incontro fu mancato. Varèse era in Francia e al suo ritorno, quando sarebbero dovute incominciare le lezioni, Parker era già morto per overdose. Trovo questo incontro mai realizzato una delle storie più affascinanti e ricche di implicazioni che la storia della musica consegna alle nostre molteplici interpretazioni. C'è tanta musica ancora da immaginare proprio nell'ambito di quell'incontro mai realizzato. Fra l'altro "free jazz", "contemporanea" ecc. sono solamente categorie molto semplificate. Ognuna di esse contiene moltitudini che si nutrono vicendevolmente superando l'idea stessa di categoria.

Mi interessa questo aspetto della musica da immaginare. Che musica stai immaginando ultimamente ?

Cerco di immaginare l'inaudito, per quanto oggi è possibile.

Hai una modalità di approccio standard, a seconda del contesto in cui ti muovi?

L'unica modalità standard risiede nel lavoro di preparazione che sta dietro una performance e/o una registrazione. Quest'ultima è solo la punta di un iceberg che contempla pratica strumentale, riflessione solitaria, studio e analisi di partiture, ascolti profondi e "immersivi", messa in discussione del tutto e realizzazione finale in cui lasciare spazio alla parte subconscia senza più remore, sicuri del proprio lavoro personale. Come sostiene Ivo Pogorelich, bisogna "diventare le note. Diventare la musica". Questo per me vale per tutti i contesti in cui opero. Siano essi jazz, libera improvvisazione o interpretazione di partiture "classiche".

Che musica segui con maggiore attenzione, cosa ascolti, se hai tempo e modo di farlo e che tipo di ascoltatore sei? Compulsivo, incostante, distratto...

Credo di essere un ascoltatore attento, onnivoro e orgogliosamente schizofrenico. Escludendo la pizzica salentina, la taranta e i loro derivati che sinceramente detesto, trovo in ogni espressione musicale dei motivi di interesse, sia a livello razionale che emotivo. Chiaramente con differenti gradi di coinvolgimento in base al fatto di ascoltare per puro diletto, per studio o per essere informato sulle novità. Mi concedo ogni tanto il piacere di "surfare" su youtube o spotify spinto dalla curiosità di ascoltare ciò che non conosco. Il centro dei miei ascolti è però rappresentato dal jazz e dalla musica classica in tutta la loro molteplicità. Per il mio puro diletto non posso rinunciare a Stevie Wonder, Earth, Wind & Fire e Steely Dan.

Mi racconti qualcosa delle collaborazioni con William Parker e Roscoe Mitchell?

Con William Parker ho collaborato spesso in Italia realizzando concerti e tre dischi. Lo invitai a tenere una masterclass in Conservatorio e da lì è partita una proficua collaborazione. Nella dimensione jazzistica ho sempre cercato per quanto possibile il confronto e la relazione con la cultura afroamericana.In particolare quella rappresentata da musicisti di free jazz. Per ciò che questa parola possa significare; visto che tutto il jazz come forma d'arte è "free" se si conosce un minimo la storia di questa musica. Con Roscoe Mitchell la collaborazione si è svolta totalmente negli USA. Nel 2011 sono stato Associated Artist presso l'Atlantic Center Of The Arts di New Smyrna in Florida dove Roscoe teneva un corso di composizione ed improvvisazione. Mi chiese di entrare nel suo quartetto con Doug Matthews al contrabbasso e Michel Welch alla batteria (all'epoca sezione ritmica stabile di Sam Rivers , che viveva ad Orlando) per un giro di concerti in Florida e devo dire che fu un'esperienza entusiasmante. Passavamo i pomeriggi nel suo cottage leggendo, io al fortepiano e lui al traversiere, le sonate di Carl Philipp Emanuel Bach (che Roscoe considerava il suo compositore preferito) salvo poi la sera lanciarci in torrenziali improvvisazioni all'interno delle sue composizioni. Poi si tornava nel cottage e cucinavamo salmone alla griglia per tutti.

Quali sono i tuoi eroi ( ho il sospetto che questa parola possa non piacerti, ma ci siamo capiti ) musicali, musicisti a cui ti ispiri o che ti hanno illuminato il cammino?

Thelonious Monk e John Cage.

I tuoi due ultimi lavori sono No Baby con Steve Potts e Tiziana Ghiglioni su Dodicilune ed il disco dedicato alle musiche di Earle Brown sulla Amirani di Gianni Mimmo. Due dischi molto diversi di loro. Ce ne vuoi parlare?

No Baby era nell'aria sin dall'inizio della mia collaborazione con Tiziana Ghiglioni nel 2005. Il repertorio comprende composizioni di Ornette Coleman, Steve Lacy e Mal Waldron oltre che miei originals con testi di Tiziana. È una sorta di omaggio al jazz che amiamo ricco di inventiva e passione. Quando Gabriele Rampino, il "patron" di Dodicilune ci chiese di registrare sembrò naturale sia a me che a Tiziana coinvolgere Steve Potts (con il quale collabora da circa 15 anni) come presenza ellittica e trait d'union "fuori schema". Invece il cd dedicato a Earle Brown è il frutto di un premio, promosso dall' Earle Brown Foundation (USA) in occasione delle celebrazioni per i 90 anni di Earle Brown e Morton Feldman, che ho vinto presentando un ampio progetto della durata di due anni che mi ha visto proporre in tutta Europa workshop e concerti incentrati sul rapporto fra Earle Brown, Morton Feldman e la musica di Johann Sebastian Bach, permettendomi di continuare quel lavoro di scavo ed approfondimento che conduco da anni e sulla cosiddetta "Scuola di New York" e sull'interpretazione della musica barocca al pianoforte.

Amirani è tra le etichette in Italia che ancora si prodigano nel diffondere musiche altre. Da musicista con un orizzonte ampio, come ti sembra la situazione per chi è devoto alla ricerca sua dal punto di vista delle etichette che dei musicisti ed infine anche del pubblico?

Credo che tutti e tre gli attori che tu evochi siano al centro di una profonda crisi. Chiaramente questa crisi investe processi più ampi che vanno dalla dimensione politico-sociale alla scuola riflettendosi nella vita di ogni giorno tanto da assistere quasi ad un mutamento antropologico dello scenario.

Insegni in conservatorio, dove organizzi parecchie cose e dove sotto le tue grinfie sono passati musicisti come Francesco Massaro e Livio Bartolo. Ci racconti com'è la vita di conservatorio a Monopoli e quali sono le cose più interessanti che avete fatto ?

Sono circa 30 anni che insegno presso il Conservatorio "Nino Rota" occupandomi principalmente di Improvvisazione, composizione e prassi esecutiva jazz. Posso dirti, senza falsa modestia, di aver formato il 90% dei musicisti pugliesi (ma non solo) di jazz attivi a livello nazionale ed internazionale negli ultimi 30 anni. I casi di Bartolo e Massaro che tu citi, proprio in virtù dei loro percorsi e risultati artistici estremamente differenti dal punto di vista delle estetiche, testimoniano fra l'altro quell'indipendenza assoluta di pensiero che è il primo valore che cerco di inculcare ai miei studenti. È complicato sintetizzare 30 anni di attività, ma posso dirti che assieme al collega Domenico Di Leo, docente di musica da camera e splendido pianista conduciamo all'interno delle attività di produzione del Conservatorio di Monopoli, un laboratorio permanente di ricerca musicale denominato "The Soundscape Experience" realizzando concerti, guide all'ascolto, laboratori, produzioni originali attraversando le musiche di autori più disparati da Miles Davis a Cecil Taylor, da Claude Debussy a Karlheinz Stockhausen e tantissimi altri costruendo nel tempo un rapporto privilegiato con un pubblico fedele ed attento sovvertendo le usuali dinamiche della fruizione musicale.

Qual è stato il tuo percorso di studi, il tuo approccio al piano e poi alla musica elettronica, chi sono stati i tuoi insegnanti e le tue figure di riferimento, da chi ritieni di avere imparato le cose più importanti del tuo mestiere? Hai avuto anche cattivi maestri?

Ho effettuato e compiuto studi regolari sia per il pianoforte che per la musica elettronica. Mi sono diplomato in pianoforte presso il Conservatorio "S.Cecilia" di Roma e in Musica Elettronica presso il Conservatorio "Niccolò Piccinni" di Bari.I miei maestri sono stati Franco Medori per il pianoforte e Francesco Scagliola per la musica elettronica. Detto ciò, mi ritengo sostanzialmente autodidatta. Non per mancanza di riconoscenza ai miei Maestri di Conservatorio, ma proprio grazie a loro. Li ringrazio del fatto che quasi mai hanno interferito con le mie scelte musicali permettendomi di vivere il periodo di formazione (che per un artista non si interrompe mai) in piena autonomia attraverso una costante riflessione e sperimentazione in solitudine e su questioni espressive e su questioni tecniche. Fra l'altro è ciò che io stesso consiglio ai miei studenti. Il Maestro deve essere in grado di togliersi di mezzo il prima possibile. Altri incontri didattici illuminanti sono stati quelli con Paul Bley e Mal Waldron.

Tra i pianisti jazz ora in attività chi sono quelli più interessanti per te?

Matthew Shipp, Kris Davis, Satoko Fuji, Craig Taborn.

Un disco che stai ascoltando recentemente.

Pli Selon Pli di Pierre Boulez, diretto dall'autore, edizioni Erato.

Un disco che ogni appassionato di jazz dovrebbe possedere.

Eric Dolphy/Booker Little Quintet, Live at Five Spot, Prestige Records

Il disco che vorresti avere inciso tu.

Il prossimo!

Mi hai detto che è in uscita un tuo nuovo lavoro per Dodicilune. Di cosa si tratta ?

Sì, a gennaio 2019: un cd in trio con Bob Moses alla batteria e Pasquale Gadaleta al contrabbasso che comprende interpretazioni di composizioni di Ornette Coleman e Carla Bley.