Buon Natale

Disegno di Giosetta Fioroni 2015 dal file PDFAndrea Cortellessa

Poiché «al Natale non si dà fuga; in nessun modo», pare giusto fare ai nostri lettori gli auguri, non già per la festività a venire, bensì per quella appena trascorsa. Se a qualcuno questa apparirà una bizzarria arbitraria, si dica pure un errore marchiano, non saremo così sofisti da cercare di dimostrargli il contrario. Non è forse un Errore, il più consapevole e deliberato degli errori, il ricordare – come pure a ogni fine dicembre, implacabili, ci premuriamo di fare – la venuta al mondo di un Essere Divino, da parte di chi non possa dire di «credere» (qualsiasi cosa ciò possa significare) nel Principio Trascendente di cui Egli, stando al Racconto, è Figura Umana? È circostanza nota quella per cui il simpatico panzone barbuto che del Natale oggi consumiamo quale icona globale, Babbo Natale cioè, sia rivestito del rosso e del bianco che lo contraddistinguono solo perché negli anni Trenta lo usò per la sua pubblicità l’azienda che quei colori impiegava da tempo, la Coca Cola; perfetto esempio, insomma, di invenzione della tradizione – per dirla con Hobsbawm e Ranger. Anche questo un errore dunque o, diciamo più precisamente, un anacronismo.

Del resto proprio colui al quale abbiamo rubato la frase d’esordio, Giorgio Manganelli, era per parte sua un cultore assiduo del refuso, un delibatore di sviste, un buongustaio appunto di errori (Tutti gli errori, suona il titolo d’un suo libro di racconti). Nel sulfureo libretto da lui dedicato alla «farsa teologica» del Natale, risalente a chissà quale delle sue stagioni creative (lo scartafaccio dal quale Adelphi lo trasse – poco dopo la sua scomparsa, nel 1992 – non reca data; ma coincidenze tematiche e spie lessicali fanno propendere per l’ultimo periodo dell’autore), e che s’intitola Il presepio, il Manga non manca di sottolineare come la presenza di due delle icone che non possono mai mancare dalla sacra pantomima, il bue e l’asinello, si debba a una circostanza «che ha del miracoloso e del farsesco; termini, abbiamo già detto, che non si contraddicono». Appunto a un refuso, cioè: «Bue ed asino non esistevano; nacquero da un genitivo plurale frainteso da un monaco traduttore. Quando costui scrisse “tra due animali” anziché “tra due età”, i due animali si materializzarono, con perplessi ragli e mugghi». Manganelli fa sua un’interpretazione – di quest’altra tradizione inventata, tre anni fa riconosciuta come tale anche dal Pastore Tedesco, nel suo bestseller sull’Infanzia di Gesù – secondo la quale i due animali (nei secoli fatti oggetto delle più diverse, e talora fantasiose, interpretazioni allegoriche) non sarebbero che il frutto di un misunderstanding nella traduzione, dal greco al latino, della Bibbia dei Settanta – laddove, nella profezia di Abacuc, si preconizzava la nascita del Salvatore en meso duo zoon, a discrimine fra due età, e che in latino divenne invece (equivocando fra il genitivo plurale di zoè, «età» e quello di zòon, «animale») in medio duorum animalium. Dal momento che un altro profeta, Isaia, sapienzialmente aveva scritto che «il bue ha riconosciuto il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone», i due animali vennero da un certo momento in avanti identificati nel bue e nell’asino, appunto (una tradizione attestata, per esempio, nel Vangelo Apocrifo dello pseudo-Matteo, risalente all’VIII-IX secolo).

Aggiunge peraltro Manganelli – anticipando divertito l’arrampicarsi sugli specchi di Joseph Ratzinger – che parlare di errore, in un contesto come quello natalizio, è tautologicamente ingenuo (con citazione a sua volta errata e contaminata, a memoria, di Orazio Carm. IV, 14…): «il refuso, l’errore fa parte in modo perenne della rappresentazione, e indica che all’interno del presepio l’errore non è possibile; tutto è congruo, e una eventuale incongruità è la più sottile, e sconvolgente, delle congruità. Nuovamente, fons quæ celat origines, omnimodo splendidissima, dell’angoscia natalizia».

È un fatto che l’etimo stesso della parola presepio rinvia agli animali: in quanto designa la mangiatoia nella quale, in questo caso sin dal Vangelo di Luca (II, 7-16), sarebbe stato accolto il Sacro Fanciullo. Ma già il latino, caratteristicamente, oscilla tra il femminile præsæpes e il neutro præsæpium. È l’esitazione, lieve ma non priva di insidie, che ancor oggi ci coglie quando ci occorre di nominare il teatrino che, della Sacra Rappresentazione, è cornice e set tradizionale. Proprio da questa esitazione prende le mosse Silvio Perrella nel testo che accompagna (insieme a quelli dei curatori, Piero Mascitti e Marco Meneguzzo, e poi ancora di Giorgio Agamben, Raffaele La Capria, Ermanno Rea, Erri De Luca e Marzio Breda, con una scheda di Elettra Bottazzi) il catalogo della deliziosa mostra I teatrini-presepi di Giosetta Fioroni, appena inaugurata al MADRE di Napoli: «Si dice presepe o presepio? Sembra che entrambe le forme siano corrette. E più che corrette, direi possibili. Un unico oggetto, dunque, due parole per dirlo». Nell’apposita scheda della Crusca, per dire che si può dire in tutti e due i modi, si ricorre all’auctoritas di Manzoni: il quale, nell’Inno sacro Il Natale, al v. 66 scrive presepio, ma presepe al v. 97.

E sia. Eppure questa minima oscillazione terminologica (che appartiene poi alla stessa Giosetta, se è vero che intitola il prototipo della serie, risalente a vent’anni fa, Presepio Verticale; e poi Teatrino-Presepe i quattro esemplari realizzati ora nei colori Giallo, Viola, Verde e Rosso) pare confermare la natura ontologicamente tremula diremmo, costitutivamente fuzzy, tanto dell’Icona che della Rappresentazione cui essa rimanda. La più flagrante delle rappresentazioni, anzi: quella teatrale. È ben nota la componente teatrale – travestimento, mistificazione, «divertimento») – dell’ispirazione di Giosetta, ma nell’invenzione dei «teatrini» non va trascurata la desinenza, e cioè la meticolosa miniaturizzazione dell’elemento teatrale. Che, come dice la stessa Giosetta nella breve presentazione da lei scritta per la mostra napoletana, si ricollega al «teatro naturale» dell’infanzia. Lo diceva Goffredo Parise nel breve ritratto a lei dedicato nel ’75, poi raccolto in Artisti: «l’infanzia perduta ha preso aspetti microscopici», e «la sua microscopia è diventata ancora più microscopica» con l’uso di raccogliere «luoghi, paesaggi e oggetti in piccole teche-ricordo».

A quello stesso ’75, qualche mese più tardi – racconta Parise in un altro testo di Artisti – risale la scoperta, da parte sua (e verosimilmente della sua compagna Giosetta), delle «scatole» di Joseph Cornell, morto tre anni prima, del quale alla fine del ’77 l’Attico di Fabio Sargentini propose una personale, una delle prime in Italia. Miniaturizzazione (appunto) del Merzbau dadaista, la «scatola» (shadow box) di Cornell è stata definita da Charles Simic (nel suo magnifico libriccino sull’artista, Il cacciatore di immagini [1992], Adelphi 2005) il «più piccolo teatro del mondo»: accostandolo a quelli, pure «in miniatura», che gestivano «per un pubblico fatto di un solo spettatore» personaggi come Goethe, Hans Christian Andersen e Lewis Carroll (Giosetta ha invece parlato dell’ispirazione che le diede vedere quello di Guido Ceronetti, dal quale la portò Parise nel ’65). E sempre il presepio, dice Manganelli nel suo libro omonimo, è a sua volta un «teatro»: perché Rappresenta quanto si trova al di fuori della sua cornice, dove «teatro è per sua natura il mondo». Dice Simic, di Cornell, che il teatro delle shadow boxes «è una sacra rappresentazione sul tema di un paradiso perduto», e quanto all’identificazione di questo paradiso riporta una frase dell’artista che definisce la sua «una camera di compensazione per sogni e visioni», il luogo della «fanciullezza riconquistata» (è il caso di ricordare che manca ancora, in italiano, un’edizione degli scritti di Cornell che faccia il paio con quella curata nel 2000 da Mary Ann Caws per Thames and Hudson; Simic faceva invece direttamente ricorso ai microfilm dei suoi manoscritti, conservati allo Smithsonian Institute).

Qui si inserisce la tesa riflessione di Agamben, che con intelligenza Giosetta ha voluto campionare nel suo catalogo, e che riproduciamo a nostra volta qui. Si tratta di un breve testo del ’77, che l’anno seguente entra a far parte di uno dei testi capitali del filosofo, Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienza e origine della storia. Nella seconda parte dell’estratto Agamben si sofferma sul senso della miniaturizzazione (con una traccia dell’analogia – sviluppata dal Lévi-Strauss commentato da altre pagine di Infanzia e storia – fra gioco, bricolage e opera d’arte come «modelli ridotti» dell’esistenza), mentre nella prima insiste sul significato storico del presepe. Vale la pena contestualizzare una simile affermazione ricorrendo appunto ai passi, del suo intervento, qui non compresi – e al libro del ’78 in generale. Per storia va inteso infatti, nel lessico di Agamben (che mutua quello di Benjamin), il momento messianico della sospensione che non separa definitivamente, bensì inscindibilmente e inconcludibilmente congiunge, l’intemporale dell’infanzia e il tempo del linguaggio: il luogo specifico in cui «cade ogni distinzione fra sacro e profano e le due sfere collimano nella storia». Per questo il presepio finisce per essere – di questo trapasso che è fusione, compenetrazione, consustanziazione – un perfetto luogo simbolico: il luogo mitico che rievoca l’avvento del Messia e, insieme, quello fiabesco che rimette in scena, ogni volta identico, il vert paradis des amours enfantines di ciascuno di noi. In questo senso, come sintetizza Agamben, «l’infanzia» è davvero «l’origine trascendentale della storia».

Come si legge in altra parte di Infanzia e storia: «vero materialista storico non è colui che insegue lungo il tempo lineare infinito un vacuo miraggio di progresso continuo, ma colui che è in grado in ogni momento di arrestare il tempo, perché detiene il ricordo che la patria originale dell’uomo è il piacere». Proprio quella del piacere – tanto più squisito quanto più raro – è la dimensione che premeva, e preme, ad artisti come Joseph Cornell (nei cui scritti ricorrono i momenti di perfetta letizia, di sospensione edenica dell’esistenza in una dimensione da lui definita – riporta Simic – «eterniquotidianità») e, oggi, Giosetta Fioroni. Per dirla ancora con Agamben: «colui che, nell’epoché del piacere, si è ricordato della storia come della propria patria originale, porterà infatti in ogni cosa questo ricordo, esigerà in ogni istante questa promessa: egli è il vero rivoluzionario e il vero veggente, sciolto dal tempo non nel millennio, ma ora».

Dal catalogo, per gentile concessione di Silvana Editoriale, riproduciamo le immagini e i testi di Giosetta Fioroni e Giorgio Agamben. Dal Presepio di Giorgio Manganelli, grazie alla cortesia di Lietta Manganelli, riproponiamo parte del primo e il settimo dei trentasette capitoletti di cui si compone il testo.

Giosetta Fioroni

I teatrini-presepi

a cura di Piero Mascitti e Marco Meneguzzo

Napoli, MADRE, dal 23 dicembre 2015 all’11 gennaio 2016

catalogo Silvana Editrice, 2015, 56 pp. ill. col., in astuccio, € 22

Giosetta bambinaI cinque presepi

Giosetta Fioroni

C’era una volta una figlia unica nata dopo molti anni di matrimo­nio dei suoi genitori. Quindi molto attesa e molto amata. Amore che la bambina ricambiò sin dall’inizio profondamente. Il Padre era scultore, allievo del grandissimo Arturo Martini, e la Madre (assai bella) pittrice e marionettista. Nel 1944 per Natale il Papà costruì e modellò un grande Presepe. Lo allestì, nel soggiorno della casa romana per la sua bambina, su diversi tavoli, perché era lungo sei metri. Aveva ruscelli di luminosa acqua celeste, gruppi di pasto­ri, contadini, musicanti, angeli e animali. Vicino alla capanna i Re Magi guardavano l’incantevole gruppo del Bambin Gesù, Maria e Giuseppe scolpito da Mario Fioroni.

Da un lato del Presepe, appena sopraelevato, si poteva vedere il paese di Betlemme, con luci intermittenti. Socchiudendo gli occhi tutto sembrava animato da lieve movimento. In quegli anni la Mam­ma si era dedicata alla rappresentazione di Fiabe in un Teatrino per marionette da lei allestito con sue nuove scenografie. Le marionette indossavano abiti realizzati con residui di vestiti d’estate; il commento musicale ottenuto con un grammofono a manovella. Il risultato era, per la bambina e per gli amici bambini, di grande suggestione. Ecco, la magia del Presepe e quella del Teatrino, nati dalla grazia espressiva di Mario e Francesca Fioroni, si concentra­rono nel piccolo grande cuore della bambina, il cui nome era Giosetta. E così lei iniziò il suo viaggio emozionato nella vita e nell’arte e diventò…

NOTA I cinque Presepi che saranno in mostra a Napoli sono il sogno del caro amico Piero Mascitti. Forse ricordando il mio Presepe verti­cale del 1996. Essi nascono da una fusione emotiva, tra l’idea del Presepe e quella del Teatrino, della Fiaba.

Fioroni Giosetta, Teatrini Presepi, rosso, 2015Fiaba e storia. Considerazioni sul presepe

Giorgio Agamben

Non si comprende nulla del presepe, se non si comprende innanzi tutto che l’immagine del mondo, cui esso presta la sua miniatura, è un’immagine storica. Poiché esso ci mostra precisamente il mondo della fiaba nell’istante in cui si desta dall’incanto per entrare nella storia […]. Il presepe coglie il mondo della fiaba nell’istante mes­sianico di questo trapasso. Per questo gli animali che, nella fiaba, erano usciti dalla pura e muta lingua della natura e parlavano, ora ammutoliscono. Secondo un’antica leggenda, nella notte di Natale gli animali acquistano per un istante la favella: sono le bestie della fiaba che si presentano per l’ultima volta affatate prima di rientrare per sempre nella lingua muta della natura. Come dice il passo dello pseudo-Matteo, cui si deve l’ingresso del bue e dell’asino nell’iconografia della natività: «il bue conosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del signore»; e S. Ambrogio, in un brano che è una delle più antiche descrizioni presepiali, contrappone al vagito del dio bambino, che si ode, il silenzioso muggito del bue che riconosce il suo signore. Gli oggetti, che l’incanto aveva straniato e animato, sono ora restituiti all’innocenza dell’inorganico e stanno accanto all’uomo come docili arnesi e utensili familiari.

Le oche, le formiche e gli uccelli parlanti, la gallina dalle uova d’oro, l’asino cacabaiocchi, la tavola che s’apparecchia da sola e il basto­ne che picchia a comando: tutto questo il presepe deve sciogliere dall’incanto. Come cibo, merce o strumento – cioè nella sua umile veste economica – la natura e gli oggetti inorganici si affastellano sui banchi del mercato, si sciorinano sui tavoli delle osterie (l’oste­ria che, nella fiaba, è il luogo deputato dell’inganno e del delitto, ritrova qui la sua veste rassicurante) o pendono dai soffitti delle dispense […].

La cifra di questa liberazione profana dall’incanto è la miniaturiz­zazione, quella «salvezza del piccolo» a che (come mostra in ogni tempo il gusto per i burattini, le marionette e quei bibelots che l’Eu­ropa settentrionale chiamava petites besognes d’Italie) certamente scalfisce con un tratto categorico la fisionomia culturale italiana, ma che possiamo però già vedere all’opera nel mondo tardo-antico, quasi come il controcanto cui un mondo irrigidito nel monumentale affida la sua speranza di risveglio storico. Quegli stessi caratteri che Riegl ha esemplarmente riconosciuto nelle miniature, nei mosaici e negli avori tardo-romani – e che egli sintetizza nell’assiale isolamen­to delle figure, nell’emancipazione dallo spazio e nel collegamento a «magico» di ogni cosa – si ritrovano puntualmente nel presepe.

estratto da Fiaba e storia. Considerazioni sul presepe, Città Nuova Editrice 1977, edizione limitata

Presepio 1996Un Natale col sole

Giorgio Manganelli

I

Nella città in cui vivo, anzi in tutte le città in cui potrei vivere, sta arrivando il Natale. Alcuni dicono, il Santo Natale. Sebbene la mia vita sia distratta e disorientata, da molti segni, come gli animali, mi accorgo della imminenza del Natale. L’irrequietezza agita i miei simili; una sorta di inedita tristezza che si accompagna ad una smania, una torbida cupezza, una litigiosità capziosa, non di rado violenta, ma soprattutto aspramente angosciosa. Quando il Natale si approssima, l’infelicità si scatena su tutta la terra, invade gli interstizi, ci si sveglia al mattino con quel sentimento, discontinuo durante l’anno, che vivere a questo modo pare intollerabile, forse disonesto, una bestemmia. Strano che abbia scelto questa parola, sostanzialmente pia, per descrivere l’infelicità natalizia. E infatti questo avverto, che a differenza della desolazione che direi privata, attraverso la quale passiamo in vari momenti dell’anno, questa è una tetraggine che ha dell’astronomico, come a dire che gli astri sono coinvolti, e forse la tristezza che suppongo mia in realtà è un affetto che tocca gli estremi dell’universo, e oltre, se si dà un oltre. […]

Vien fatto di chiedersi se non basterebbe por fine al Natale per sfuggire a questo elaborato, ingegnoso, maestoso malessere. Ma si sa che al Natale non si dà fuga; in nessun modo. […]

VII

L’errore di una giornata di sole nell’imminen­za del Natale ci rammenta che il Natale è essenzialmente una rappresentazione. Intorno a que­sta rappresentazione, come intorno ad un santuario rinomato fioriscono le bancarelle per i turisti, sono fiorite rappresentazioni settoriali, che tutti considerano di estrema, insuperabile volgarità. In verità non c’è festa, religiosa o altro, che generi da sé una tale quantità di gesti e immagini infime. Ho evitato di proposito, ma anche di misura, la parola «volgarità». Credo che la volgarità – canzoni, cartoline, certi regali – sia essenziale alla sopravvivenza al Natale. Le innocue lacrime del sentimentalismo tengono a bada suicidio ed omicidio, tutta la volgarità in definitiva è una barriera contro il premere della demenza, e mai come a Natale la demenza si lascia respirare dai viventi. Oh, non è la bizzarra mattana di chi crede di essere re o poeta, è la follia di chi crede di poter reggere alla invasione di un alcunché divino. Io non ho detto che ciò che si dice nasca la notte di Natale sia divino, ma questo dico: che vi è stata una evocazione del divino, e dunque si può impazzire per due moti­vi opposti: perché l’evocazione è riuscita, perché l’evocazione è fallita; d’altronde, non era possi­bile astenersi dall’evocare. A Natale avviene una miniaturizzazione del popolo dei morti, stanno tutti sulla coperta di un letto; questo è parto della follia natalizia; ma anche il divino è stato miniaturizzato. Ma i morti si lasciano miniaturizzare, il divino miniaturizzato ha la medesima statura della sua totalità; per questo il bambino è una allucinazione, forse una frode; è grande come il mondo, mentre noi, solo noi, siamo i veri «bambini», e dunque giochiamo, mandiamo quelle cartoline, ascoltiamo o, chi ci riesce, can­tiamo quelle canzoni. Ci diamo anche baci. È forse compito del bambino degradarci a questo modo? Non pare probabile che il compito della divinità sia per l’appunto quello di degradare, o forse di rendere esplicita la degradazione che siamo noi? Irridere insieme galassie e sfintere? Pertanto, io non posso che tener ferma la natu­rale alleanza tra volgarità e divinità, e non posso non ricorrere ad una definizione di volgare, tale da includere non meno la morte che ciò che si usa dire la verità.

Estratto da Giorgio Manganelli, Il presepio, a cura di Ebe Flamini, con una nota di Giorgio Pinotti, Adelphi 1992

Buon Natale!

Juan Domingo Sánchez Estop

Molto prima che il cristianesimo diventasse la religione ufficiale dell'impero romano, le date che oggi corrispondono al Natale erano quelle di una delle più importanti feste romane: i Saturnali. I Saturnali celebravano la fine del lavoro nei campi e il riposo invernale dei contadini. In questi giorni gli schiavi godevano di una relativa libertà e si celebrava anche la fine dei giorni più corti dell'anno, l'inizio di un nuovo ciclo. Il cristianesimo recuperò queste date e in particolare quella del 25 dicembre (giorno del Sol Invictus o di Helios secondo il culto mitraico) per festeggiare la nascita di Gesù. Il cristianesimo quindi situò la nascita di Gesù negli stessi giorni in cui gli schiavi potevano godere di una certa libertà e sperare in una liberazione definitiva simboleggiata dal berretto frigio del dio Mitra.

La chiesa celebra in questi giorni la nascita di un uomo restio a farsi assimilare da qualsiasi potere. L'insegnamento del Nazareno, che riprende alla lettera il messaggio rivoluzionario dei profeti, stona in effetti con un'istituzione convertitasi molto presto in un centro di potere a giustificazione di tutti i poteri terreni e di ogni sfruttamento. Sorprende che si predichi il vangelo all'interno di un'istituzione di questo tipo, così come stupisce la pubblicazione di Stato e Rivoluzione di Lenin nell'URSS di Stalin. In tutte e due i casi un messaggio contrario all'ordine esistente finisce per essere neutralizzato dalla sua ripetizione rituale all'interno delle liturgie ufficiali.

Vale la pena allora fare uno sforzo per riscoprire l'autentico messaggio di Gesù – e quello di Lenin – al di là delle mistificazioni. Gesù non è il predicatore di un'obbedienza basata sul terrore, predica invece un'obbedienza libera basata sulla speranza o sulla ragione. E non predica un'obbedienza cieca, ma un'obbedienza alla legge che coincide con la giustizia e la carità. Il messaggio messianico di Cristo - che la Chiesa ha dimenticato - vuole fondare l'obbedienza alla legge su una preliminare assunzione della dimensione del comune. Nessuno prima di Louis Blanc e del Marx della Critica al programma di Gotha aveva detto con tanta chiarezza in cosa potesse consistere una società in cui l'accesso alla ricchezza fosse separata dalla proprietà e dal lavoro, una società comunista. L'idea di «carità» («gratuità»: charis in greco è la grazia, ed è propria della grazia la gratuità) coincide esattamente con un accesso ai beni di questo mondo indipendentemente dai titoli giuridici di proprietà e dalla subordinazione a un ordine del lavoro:

Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?

Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena [Matteo, 6:25]

Gesù chiama a condividere, ad abbandonare la proprietà, a non preoccuparsi per l'economia e a credere piuttosto nella libera capacità produttiva del comune e della comunità: Vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi [Luca, 18:22]

Andy Warhol, The Last Supper (1986)
Andy Warhol, The Last Supper (1986)

In termini moderni si direbbe: Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. I veri discepoli del figlio del falegname non sono i grandi prelati né i potenti, ma i comunisti e gli atei. I comunisti in quanto difensori non degli orrori del socialismo di Stato, ma del regime del comune fondato sulla giustizia e la carità , ovvero una giustizia fondata non sulla proprietà ma sul libero accesso al comune.

E gli atei dicevamo, ma anche in questo caso gli atei veri, quindi non quelli che difendono un'atroce religione della Storia, dello Stato o qualsiasi altro incubo. I veri atei sono quelli che non credono nella provvidenza, né in un ordine dell'Universo, ma nella gratuità e nell'aleatorietà della storia e della natura, nella fondamentale aleatorietà del necessario. Tra questi atei della grazia ci sono naturalmente, insieme ai materialisti che rifiutano il principio di ragion sufficiente, i cristiani che propugnano insieme ai teologi della liberazione una «teologia dei predicati» che afferma non che «Dio è amore», ma che «l'amore è Dio», che il figlio dell'uomo è Dio, e che fuori dalla comunità degli uomini, fuori dal regno di questo mondo, non c'è nessun Dio.

Non lasciamo il Natale in mano a quelli che hanno crocifisso Gesù, ai prelati e ai potenti, a quelli che rubano ai poveri. Il Natale non appartiene a loro, ma all'unica comunità in cui credette Gesù, all'unico popolo di Dio che a sua volta è Dio stesso, non il Dio Unico perché la sua divinità è intrinsecamente molteplice ed è l'unica che merita di essere chiamata Dio. Dentro e contro una tradizione cristiana degenerata e corrotta dal potere, festeggiamo la nascita di un grande protagonista della libertà comunista e atea: Gesù di Nazaret.
Buon Natale!

Traduzione di Nicolas Martino

Tempo presente con Presepe

Carlo Antonio Borghi

Sotto Natale. Mettere su un Presepe. Sembra facile ma occorre un certo coraggio, poiché può costare caro in termini di danaro. Lo scorso otto dicembre è passata l’Immacolata. Se n’è andata in giornata lasciandoci in eredità una mummia riesumata e imbellettata. L’Egitto, distratto dagli ambaradam di piazza, non ne ha richiesto la restituzione. Mettere su un Presepe, disponendo Monti&Monti di cartapesta sullo sfondo. Sistemare alberi ritagliati nel compensato a colpi di traforo. Far passare un fiume fatto di vetrini o carta stagnola. Non arriverà mai al mare. Distribuire pecorelle sarde affette dalla Lingua Blu.

Aggiungere maialini sardi (porceddus) infettati dalla Peste Suina Africana. Gli agnelli sono quelli modificati dall’uranio impoverito del Poligono Militare del Salto di Quirra, in Ogliastra. Riempire la scena di pastori e servi pastori e di donne contadine portatrici di brocche. Tutta gente sfrattata dai loro pascoli e poderi pignorati. Alcuni e alcune indossano l’Eskimo. Mettere su tutto il necessario ma badare bene a non tirar su casupole, capanne, ricoveri per animali, granai, mulini a vento e ad acqua, alberghetti e agriturismo. Ognuno di quegli edifici, per quanto in miniatura, verrebbe sottoposto all’IMU, l’inevitabile gabella sui fabbricati, di qualsiasi natura edilizia. Così non si è potuto dare un riparo alla Sacra Famiglia.

Neanche una capanna di fango e frasche che sarebbe tassabile come prima casa. Anche una grotta pagherebbe l’ICI. Anche una casa di bambole verrebbe tassata. Essendo un presepe senza tetti e solette, la Stella Cometa non potrà posarsi e resterà sospesa nel vuoto o striscerà per terra come un lumacone. A tutto il resto penseranno i Magi ai quali dello spread non importa un fico secco, essendo emiri e sultani. Ooooooohhh…it’s snowing! Fioccano rospi, salamandre e sanguisughe. Visti i tempi di ristrettezze e recessione, finiranno in tavola per il cenone. Poi toccherà alla Befana. Ci sarà solo da sperare che non sia una Kaimana. Speriamo sia la solita carampana spazzacamina e carbonaia. È un Natale sotto tutela dell’Unione Europea, Festival di Sanremo compreso.

Il tempo e lo sciopero delle renne

Lelio Demichelis

È arrivato Natale, arriverà l’Anno Nuovo e butteremo (anzi, secondo la nuova grammatica della politica: rottameremo) quello vecchio. Tempo di festa, dunque e finalmente. Quel tempo della festa che una volta era sospensione dal lavoro e dalla fatica, dalla normalità/banalità quotidiana. Un tempo di-verso da quello di tutti i giorni, che portava gli uomini verso un altro tempo e in un altro senso della vita, anche se spesso (“noi li obbligheremo a lavorare, ma li faremo anche divertire”, dice il Grande Inquisitore di Dostoevskij) era lo stesso potere che dettava non solo il tempo di lavoro ma anche quello delle feste (appunto) comandate secondo calendario.

Ma se le renne di Babbo Natale, questa notte avessero fatto sciopero (o creato un evento, dicendolo con termine massmediatico) per richiamare l’attenzione di tutti sull’eccesso di velocità in cui stiamo vivendo? Se avessero protestato per un carico di lavoro ormai insostenibile e richiesto loro da una economia che ha come unico valore l’incremento incessante e compulsivo della produttività (anche delle renne di Babbo Natale)? E se per questo loro merito le chiamassimo con il loro vero nome – Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder, Blitzen e infine Rudolph, quella dal naso rosso – cioè se le considerassimo soggetti con dei diritti e che dicono cose importanti per noi - e non le pensassimo quindi solo come animali sia pure magici?

Già, perché da tempo hanno rubato il Natale. Hanno rubato il tempo della festa. Di più: hanno rubato il tempo della vita libera e autonoma e non connessa a qualche apparato tecnico che ci detta il tempo e il ritmo e la velocità e la necessaria dose di flessibilità. La distinzione tra tempo tecnico e tempo di vita è stata cancellata, come cancellata è la distinzione tra tempo di lavoro e di non-lavoro (o di lavoro precario e sfruttato) e sempre occorre essere al lavoro, sia esso di produzione, di consumo, di divertimento. Un lavoro a produttività e a organizzazione scientifica crescente. Tempo in cui si deve consumare perché il tempo della festa è la festa del consumare (e se per colpa della crisi molti oggi consumano meno, sperano di poter tornare a consumare domani).

Il tempo della festa, della vita, il tempo per se stessi ovvero il tempo di ciò che deve essere straordinario e a-normale è stato banalizzato e standardizzato dal mercato e divorato dalla velocità crescente imposta dalle macchine. Perché la macchina del tempo non è quella immaginata da H.G. Wells nel 1895, dove l’uomo-viaggiatore nel tempo era ancora un soggetto che sapeva viaggiare, agendo sulle leve della macchina e decidendo la meta del viaggio temporale. La vera macchina del tempo – quella che produce il tempo degli uomini e per gli uomini - esiste da più di duecento anni e si chiama capitalismo e tecnica.

Lo aveva capito Charlie Chaplin nel suo Tempi moderni (1936), dove i titoli iniziali hanno come sfondo un orologio, mentre le prime immagini accomunano un gregge alle persone che escono dalla subway per andare al lavoro là dove si realizza il gregge della società industriale. In realtà, per chi crede, il tempo nasce con Dio, che lavorò sei giorni ma poi si riposò, perché anche Dio può stancarsi e perché tanta produttività meritava poi un giusto riposo. Ma a quei tempi Dio ragionava ancora in termini di giornate di lavoro, un tempo oggi assolutamente inefficiente (un’intollerabile perdita di tempo), tutti presi da una frenesia che fa dire incessantemente: non ho tempo! O che fa fare mille cose contemporaneamente, perché se il tempo deve andare più veloce (perché sia a produttività crescente) occorre imparare a fare più cose nello stesso momento e non solo più velocemente una cosa per volta.

E dunque: chi controlla il tempo – dividendolo sempre più per aumentarne la produttività, spezzandone la linearità e il senso dà il tempo alla società e agli individui ed è padrone non solo del tempo ma degli uomini e della loro vita. Perché se scomporre il lavoro significa impedire a chi lavora di conoscere l’intero processo di produzione/consumo (e quindi di volerlo magari controllare o modificare, riducendo almeno un poco l’alienazione), suddividere il tempo e velocizzarlo significa togliere ogni senso umano e ogni futuro alla vita. Dalla alienazione del lavoro alla alienazione del tempo.

Scriveva un grande sociologo americano del secolo scorso, Lewis Mumford: “l’orologio e non la macchina a vapore è lo strumento basilare della moderna era industriale”. E l’orologio ha dissociato (ancora Mumford) il tempo dagli esseri umani, che sempre più si sono affidati a una macchina per misurarlo e suddividerlo sempre di più, quindi a velocizzarlo. Così rinnegando la linearità stessa del tempo, ormai senza più storia, senza futuro e senza più un’utopia o un pensare umano e politico.

È la vecchia questione della produttività e del profitto (dalla catena di montaggio di Ford alla rete di oggi), autentica ossessione industriale e capitalistica diventata ossessione sociale e individuale, con tutti che ora devono essere a prestazioni crescenti, mettendo al lavoro il massimo del proprio capitale umano. Ma insieme a questa ossessione, anche il mito della tecnica e davvero siamo tutti futuristi in servizio permanente effettivo. Un mito che vive nel sillogismo: più macchine uguale più tempo libero per gli uomini.

Una falsità clamorosa (una favola per bambini), ma che tutti ogni volta credono vera - e la rete ne è l’ultima conferma. Una falsità, però utile e necessaria per l’economia e la tecnica, perché se tutti abitano sempre più in momenti di tempo senza dimensione – ancora la rete - smettono di pensare al futuro e a progettarlo e si concentrano invece proficuamente (per l’economia) sull’oggi e su produrre-consumare-divertirsi-innovare-connettersi smettendola di fare cose inutili come ‘immaginare una società migliore’ o conoscere se stessi per essere se stessi.

E dunque? Dobbiamo sperare che le renne (che già erano sufficientemente veloci per realizzare i nostri desideri), questa notte (analogamente a milioni di uomini che nel Novecento hanno lottato per contrattare anche, riducendoli, i tempi di lavoro) abbiano scioperato (e che nessuna Authority le accusi di interruzione di pubblico servizio, ovvero di interruzione dell’economia capitalista) – o dobbiamo chiedere loro di farlo almeno il prossimo Natale. Solo modo, forse, per riprendere - gli uomini - il potere sovrano di dire alle macchine a quale velocità devono andare (le macchine; non gli uomini).