Biagio Cepollaro, lo Scriba in bicicletta

Angelo Petrella

Pubblicato dopo oltre un ventennio dalla sua realizzazione, il romanzo d’esordio di Biagio Cepollaro La notte dei botti (Miraggi edizioni, pagg. 144, euro 14) ci immerge in uno scenario distopico alla Ballard: in Italia è accaduto qualcosa, un evento impietoso, un terribile cortocircuito storico, e un gruppo di ignari cittadini si ritrova nel chiuso di un Autogrill a formulare ipotesi sull’avvenimento. Si tratta forse di un colpo di stato? Di una rivoluzione? Quello che si sa è che in seguito alla “notte dei botti” le forze dell’ordine pattugliano capillarmente le strade e la vita d’ogni giorno ha subìto un drastico mutamento.

Tra i principali interpreti del postmodernismo critico teorizzato nell’ambito dei lavori del Gruppo 93 – ovvero insinuarsi tra le pieghe dell’immaginario culturale ormai totalmente assoggettato al dettato del consumismo imperante, per tentare di farlo saltare dall’interno – Cepollaro scrive questo romanzo negli anni immediatamente successivi a Tangentopoli, interpretata con il senno di poi da taluni come gesto di abluzione politica della vecchia classe dirigente, da altri come vero e proprio golpe giudiziario. Ma in realtà il tema kafkiano di fondo assume un connotato prettamente sovrastorico: nessuno riuscirà a individuare né a contestualizzare precisamente la “notte dei botti”. L’evento esiste al di là della realtà, anzi è forse esso stesso fondamento di una realtà che pregiudica a priori qualunque tentativo di demistificarla. La totale separazione della verità dall’ermeneutica necessaria a decifrarla la traspone in un orizzonte mitico se non addirittura metafisico. Il mondo è divenuto un carosello di merci, spettacoli, consumi. L’Autogrill in cui resta confinato il popolo, simbolo primigenio di un non-luogo destinato alla mera compravendita, inizia ad assomigliare quasi a una discarica, tanto gli odori, i colori e i suoni che da lì si sprigionano risultano spregevoli. La prosa di Cepollaro sfrutta un’espressività lacerata ma a volte rigogliosa, quasi barocca, che nel voler abbracciare ogni cosa travolge il lettore e mima il flusso inarrestabile della comunicazione pubblicitaria: rispetto ai testi poetici a cui Cepollaro lavorava tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta – tra cui spiccano soprattutto quelli di Scribeide e Luna persciente – il lessico si carica di ironia e di una furia elencatoria rabelaisiana. Siamo sicuramente nel cuore di quella letteratura materialistica tanto teorizzata dal Gruppo 93: ma la chiave del romanzo non è immediatamente ideologica. Se dovessimo usare dei termini di paragone, verrebbe da chiamare in causa non tanto il Volponi de Le mosche del capitale, quanto quello del Pianeta irritabile. Lì la fantascienza distopica di un mondo irriconoscibile giunge in soccorso di una narrazione ambientalista e allegorica; qui lo fa per un desiderio di reazione contro il ciarlare mediatico che solo oggi, quasi una profezia da parte dell’autore, raggiunge il suo apice tramite i social network.

Eppure, nel magma di personaggi sfuggenti e ammassati nell’universo della “notte dei botti” ce n’è uno, che gira in bicicletta e si fa portatore di sogni e aspirazioni di rivolta. È Scriba: già protagonista della quasi eponima raccolta poetica, forse alter-ego dell’autore, forse allegoria dell’intellettuale in lotta contro l’assenza di significato postmoderna. A capitoli alterni, il personaggio gira per il mondo e registra ciò che vede, con l’unico assillante problema di trovare la lingua adatta a comunicarlo al mondo. È l’amanuense postmoderno, appunto, che si preoccupa di preservare l’esistente affinché in un futuro – forse utopico – l’umanità redenta possa analizzare quanto accaduto ed evitare che si ripeta nuovamente. Cepollaro vuol dirci che ci troviamo alle soglie di un nuovo medioevo, divisi tra particolarismi e governati da un’entità intoccabile e invincibile? Non è dato saperlo. Resta il fatto che, in mezzo a un’umanità quasi informe e ormai priva di identità, Scriba appare come l’ultimo uomo della sua terra, l’ultimo sapiens che eserciti la sua capacità critica in una lotta tragica contro il destino. In questo senso, non siamo distanti dalle premesse narrative di certa letteratura apocalittica americana. Viene in mente innanzitutto Cormac McCarthy e il suo La strada, che usa il tema della “fine del mondo” per criticare appunto l’esistente: «Ora che la Notte dei Botti è scoppiata il casino è davvero grande. Nel giro di poche ore le esplosioni hanno paralizzato la città. Il panico è stato letale per centinaia di persone che attendevano il metrò. Strade intasate, polizia dappertutto. Colpi di fucile, cariche della polizia, fumo da non vederci più nulla. Quello che pedala sul ciglio dell’autostrada, appena la sera prima, si trovava al bar, con il Concessionario, l’Avvocato e il Sarto. E ora che pedala tutto affannato pensa che questi del bar in qualche modo c’entrano con la Notte dei Botti. Perché i discorsi che quelli del bar facevano c’entravano… Al bar, la sera prima, si parlava dell’Afa e si attendeva la Pioggia… Anzi, il Grande Scroscio. Scriba ripensa ai discorsi della sera prima e benedice la bicicletta che lo ha tirato fuori dall’ingorgo».

Biagio Cepollaro

La notte dei botti

Miraggi edizioni

pp. 144, euro 14

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su Ibs.it.

Malcolm Lowry, una scrittura dell’annientamento

Filippo Polenchi

Torna in libreria Sotto il vulcano, di Malcolm Lowry, con la nuova traduzione di Marco Rossari. E il traduttore ha il merito di spolverare la vecchia versione (quella di Giorgio Monicelli uscita presso la stessa Feltrinelli, nella collana “I narratori” nel ’61), donarle ritmo, sveltezza, rendere meglio gli sdruccioli dell’ebbrezza, via via più completa, più obliosa.

Parlare di certi grandi libri è difficile. Meglio, forse, prendere una via lievemente inclinata. La via oltre il confine, quella che ha preso anche Kurtz.

Reso folle dalla tenebra dell’onnipotenza, il commerciante di Cuore di tenebra mette in scena un teatro delle possibilità nel suo avamposto. Di notte si celebrano cruenti e nuovi Misteri di Eleusi. I sacrifici, gli abomini non sono che lo spettacolo tragico di una terra consacrata all’annientamento del sé. Kurtz si dissolve nella boscaglia, constata l’orribile vanità del tutto, con la sua querela terminale. Il nulla ha obliterato il senso, ogni senso: così tutto è possibile, letteralmente. E si fanno ecatombi in questo regno del terrore ch’è il rovescio dell’euforia tecnologica ottocentesca.

Oltre il confine. A metà degli anni Trenta Malcolm Lowry è in Messico, a Cuernavaca, la città che trasfigurata diviene Quauhnahuac. Qui, con la prima moglie, assiste alla morte di un indio, investito sulla strada carraia, tenuto a distanza dai soccorsi degli sconosciuti (secondo una legge del luogo atroce e iniqua, per la quale chi interferisce con un sinistro stradale diviene complice dell’incidente). Scrive un racconto su questo episodio, che poi diverrà il primo nucleo di Sotto il vulcano.

Ma non è questo il punto. Il punto è che subito dopo il fattaccio Lowry litiga ferocemente con la moglie: lei parte, lui – già piegato dagli eccessi alcolici, irrequieto fino alla violenza – rimane a sbronzarsi oltre confine. Di là dalla frontiera insomma. Lowry – come il suo Geoffrey Firmin, il Console britannico di Quauhnahuac sul cui ultimo simbolico giorno, il Giorno dei Morti del 1938 (bellissime le descrizioni carnascialesche), si gioca tutto il potente requiem di Sotto il vulcano – è un gringo inadatto alla vita pratica, ricchissimo, morso dal demone dell’infelicità. A questo punto della sua vita, e della Storia, Lowry è uno dei tanti occidentali che si consegnano all’esilio e all’oblio – qui rappresentato dall’alcol – perché incapace di affrontare la catastrofe storica imminente. Firmin e Yvonne, Hugh e Laruelle (il primo è il fratellastro di Firmin, il secondo un regista francese che rivive l’intera vicenda a un anno esatto dalla sua conclusione – ed entrambi hanno avuto una breve storia d’amore con Yvonne) sono narcisisti e indifesi. Disperati. Il fallimento è un destino per questa gente, ma anziché sparire nella dimenticanza affondano con più ingordigia i canini nella polpa succosa e apparentemente accessibile, cioè disposta agli eccessi, del Messico oltreconfine; come dei Kurtz edonisti utilizzano il Sud americano come una colonia personale, come il loro giardino dei sogni. Le cose andranno male per tutti.

Ce ne sono stati così tanti di questi incauti occidentali, turisti di facili prede che hanno fatto una brutta fine oltre il confine. Per certi versi Sotto il vulcano anticipa le scorribande della Beat Generation. Odissee scapigliate di là dalla frontiera, dove è forse possibile ricreare una comunione con Dio, almeno con un dio naturale, ma dove soprattutto è possibile vivere nel regno dei Kurtz: lontano dallo sguardo dell’Altro, finalmente fuggiaschi, in una verde clandestinità, alla ricerca di ebbrezze supreme (per Lowry il mescal, per i Beatnik lo yageè e altri funghi allucinogeni).

Firmin – come William S. Burroughs, che a Città del Messico uccise la moglie in un gioco assurdo ed etilico – è tutt’altro che una vittima inconsapevole. Il Console è roso da un’incapacità di amare, di poter vivere in comunione con qualcosa e qualcuno. Si è detto che Sotto il vulcano, citando una lettera dell’autore, è una «Divina Commedia ubriaca» e, più precisamente, la cantica infernale della Commedia dantesca. In questo mondo irredento Firmin non può ricevere l’amore di Yvonne, che dopo averlo abbandonato un anno prima ritorna disposta a dargli di nuovo amore e comprensione, ma questa volta è lui che non può seguire alcun richiamo che non quello della propria autodistruzione: «allora quello che vuoi, Geoffrey Firmin, se non altro come antidoto a queste allucinazioni di routine, è, ebbene sì, nient’altro che bere». Nient’altro che bere. Un programma semplice.

Ma come per la letteratura medievale, nella quale dietro ogni amore umano si nasconde l’amore per Dio e ogni racconto d’amore è il racconto dell’amore per Dio, così qui al centro della frattura amorosa c’è una rottura tipicamente modernista, quella tra parola e cosa. Firmin si dedica coscienziosamente all’alcol oltreconfine perché sa di non essere più amato – e non solo da Yvonne – ma dal Creato. Lui che ha abitato il Giardino dell’Eden, lui che è stato il preferito, l’uomo della conoscenza, ora sa di non ricoprire più quel ruolo. Com’è triste sapere di essere stati messi da parte. I personaggi di Sotto il vulcano soffrono di questo narcisismo cosmico (non a caso è ricco il parterre di mestieri dello «spettacolo» col regista Laruelle, l’attrice Yvonne, il musicista Hugh).

La caduta di Firmin non è dalle luci della ribalta, ma da una posizione di privilegio: divino e storico. Tutto il mondo vive quel Giorno dei Morti del 1938: tutto il mondo occidentale scopre tragicamente che quel supposto Giardino dell’Eden non è che un luogo dove la vita conta poco, dove si muore intoccati e perduti all’ombra del Popocatepetl.

Malcolm Lowry

Sotto il vulcano

traduzione di Marco Rossari

Feltrinelli, 2018, 432 pp., € 18

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Thomas Bernhard, una scrittura dell’attrito

Luigi Azzariti-Fumaroli

Siamo finiti su una lastra di ghiaccio dove manca l’attrito e perciò le condizioni sono in certo senso ideali, ma appunto per questo non possiamo muoverci. Vogliamo camminare; allora abbiamo bisogno dell’attrito”. Così Ludwig Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche rifletteva sul movimento che il nostro corpo compie incedendo e sul suo essere condizionato da una resistenza di cui ci si accorgerebbe solo dopo aver scoperto che, in sua assenza, non è possibile restare in piedi. A ben vedere – ha osservato Stanley Cavell in un saggio apparso su Inquiry nel 1988 – l’immagine potrebbe valere a spiegare il significato complessivo delle Ricerche di Wittgenstein: mostrarci i pensieri che ci tengono prigionieri, i desideri che non riusciamo ad appagare, le sublimazioni che ci paralizzano, non già per spiegarcene le ragioni, bensì per mostrarci come ne siamo vittima e come ciò avvenga.

Secondo questa prospettiva, nel momento in cui Wittgenstein afferma che “la filosofia è una battaglia contro l’incantamento del nostro intelletto, per mezzo del nostro linguaggio”, parrebbe indicare in quest’ultimo non la causa efficiente dell’angoscia radicata nel pensiero, quanto il mezzo del suo dissolvimento. Ciò nondimeno – come mostrano gli approdi ai quali perviene Thomas Bernhard nel corso della sua assidua frequentazione dei filosofemi e dei biografemi di Wittgenstein – sembra doversi ammettere anche la possibilità che il linguaggio conclami l’insanabile perturbamento dei nostri movimenti di pensiero. L’idea del Tractatus, secondo la quale il linguaggio è quel sistema di simboli che rende possibile a priori la conoscenza del mondo, viene messa radicalmente in questione da Bernhard, non potendo sussistere alcun isomorfismo fra questi due ambiti.

Proprio la presa d’atto della sempre imperfetta coincidenza fra le nostre pratiche discorsive e il mondo, e dunque dell’inutilità della “frase di Wittgenstein” appunto, è il motivo scatenante dell’accesso di follia che, nel breve racconto di Bernhard Camminare, del 1971, mina definitivamente le facoltà intellettuali del protagonista Karrer. Nessuno potrebbe infatti arrischiarsi a definire qualcosa se non come un “cosiddetto tutto”: che le cose e le cose in sé siano solo cosiddette, e per essere precisi, così Karrer, solo cosiddette cosiddette, si capisce da sé. Il gesto del vecchio bottegaio Rustenschacher, di apporre su ogni articolo un’apposita etichetta, parrebbe pertanto una pratica tanto ingenua quanto irritante nella sua stolida, pertinace fiducia nella relazione fra le parole e le cose. Da questo punto di vista, il tracollo psichico di Karrer sarebbe da intendere – ha sostenuto Wandelin Schmidt-Dengler in Der Übertreibungskünstler: Studien zu Thomas Bernhard (Sonderzahl 1997) – come l’emblematica conseguenza di un’incapacità di accettare la delimitazione del concetto di proposizione. Una reiezione di cui la stessa tecnica narrativa adottata da Bernhard sembrerebbe comprovare l’irriducibilità. A questo proposito, in Camminare Bernhard utilizza, con una coerenza maggiore che altrove, l’espediente del monologo indiretto o riportato, ossia di un personaggio che parla attraverso gli altri e la cui voce si avviluppa su se stessa in un susseguirsi incessante di martellanti ripetizioni, per segnare lo scandirsi di un solipsismo linguistico che ricorda il Rudin di Turgenev.

Lo scalpiccio di un camminare inquieto, accordato col tono di un soliloquio che non cessa di inseguirsi nello spazio angusto di un pensare ergotante, traccia il perimetro di una narrazione che si avvale (con un’efficacia che trova eguale forse soltanto nel Putois di Anatole France) della “deissi fantasmatica”, per alludere a una oggettività dislocata unicamente nella mente dell’autore e che tuttavia – ha scritto Enzo Melandri (introducendo al Linguaggio e la logica arcaica di Ernst Hoffmann, ora riproposto da Quodlibet) – viene in certo qual modo comunicata per contagio simpatetico all’interlocutore che voglia prestare ascolto”. Forse allora il delirio che ha condotto Karrer al manicomio dello Steinhof non è nient’altro che lo “scatenamento” che chi parla provoca nell’ascoltatore, a seconda della sua competenza linguistica, e che parrebbe destinato a venir frainteso come uno schizofrenico vaniloquio, nel momento in cui la disposizione stessa delle parole nella frase non trova un interlocutore capace di ordinarla e darle senso. “Si pongono ininterrottamente milioni e milioni di domande a cui si danno risposte, come sappiamo, e chi domanda e chi risponde non si preoccupa se ciò è falso o meno, perché non può preoccuparsene, altrimenti smetterebbe, altrimenti tutto smetterebbe di esserci”.

Thomas Bernhard, Camminare

traduzione di Giovanna Agabio, Adelphi, Milano 2018, 125 pp., € 13

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Inutili strumenti difensivi di fronte all’imprevisto

monsoon-bike_1449924cLaura Bocci

Ho coltivato il desiderio dell’India per moltissimi anni: credo fin da quando, ancora prima dei miei vent’anni, all’inizio degli anni ’70, a Londra, entrai per puro caso in contatto con la comunità indiana dell’East End (che ricompare nel capitolo “La prima India” del mio romanzo La Seconda India – Manni 2013). Poi, alcuni anni dopo, a Heidelberg, in uno Studentenheim dove abitavamo entrambe, feci la conoscenza di una giovane donna indiana, anche lei germanista. Oltre trent’anni più tardi, è stata lei, Neeti, ormai Ordinaria di letteratura tedesca all’università di Pune, a condurre me e la mia vecchia amica Barbara, una psicoanalista tedesca, in un viaggio piuttosto on the road nell’India sud-occidentale, lungo quello stesso itinerario che ho poi riprodotto nel romanzo: questione – per me essenziale - di scrivere solo quello di cui si sa, specialmente nelle parti per così dire saggistiche. Come è ovvio, nella mia “formazione indiana” hanno inevitabilmente avuto la loro parte prima il Kipling dell’infanzia e il canonico Herman Hesse (in questo, la germanistica da un lato e l’essere stata ragazza negli anni ’70 hanno giocato un ruolo innegabile, anche se per fortuna mi sono salvata dal misticismo New Age che ha poi massacrato la mia generazione, specialmente in America e, una volta davvero in India, mi sono tenuta sempre rigorosamente alla larga dalla tanto celebrata spiritualità indiana in tutte le sue varie declinazioni ed epifanie ad usum di noi occidentali); infine Carl Gustav Jung e tutto l’apparato archetipico con il suo corredo di immagini originarie, che in India viene riproposto a ogni passo.

Il viaggio in India è stato il solo viaggio della mia vita che io abbia veramente preparato, ma non certo perché avessi, prima, l’intenzione di scrivere un “romanzo indiano”: anzi, l’idea non mi aveva nemmeno sfiorato e il romanzo ha cominciato a prendere forma solo molti mesi dopo il mio ritorno dall’India (avevo solo vagamente, dentro di me, l’idea di un personaggio maschile che si sarebbe chiamato Giuliano e che avrebbe rappresentato la questione dell’incapacità di amare.)

No, mi ero preparata come - certo ingenuamente - nella vita, si cerca di prepararsi ai grandi eventi, e i grandi viaggi sono certamente, almeno per me, dei grandissimi eventi; ma non è una questione di distanza geografica: infatti, il Nord Africa, in cui ho trascorso circa tre anni nella seconda metà degli anni ’70, malgrado la sua estrema vicinanza all’Italia, è stato per me vera Verfremdung, reale spaesamento, mentre i vari viaggi negli Stati Uniti non lo sono stati affatto. Perdermi nei tanti Kietz berlinesi è per me ancora avventuroso, anche se il volo dura appena un’ora e mezzo. Insomma - ma è quasi banale riaffermarlo – tutto dipende dalla dimensione personale che ogni viaggio assume, dalla sua intensità come esperienza, e in che misura un viaggio sia non – soltanto – scoperta di luoghi geografici reali, ma anche e soprattutto scoperta di geografie interiori.

 E dunque, nei mesi precedenti il viaggio in India - durato sei settimane, all’inizio del 2008, ma la cui intensità è stata per me paragonabile a un soggiorno molto più lungo, di mesi, o forse persino di anni – avevo accumulato le letture più varie: dai classici Moravia-Pasolini-Manganelli a un bel numero di romanzi indiani (i miei preferiti: Il Dio delle piccole cose, Maximum City, Padrona e qmante, Il cromosoma Calcutta, ma la lista sarebbe ancora lunga); poi un‘infarinatura di storia e di mitologia-religione, e un po’ di antropologia della povertà estrema (da Niente, di A. Salza alle idee di Arjan Appadurai); informazioni sulle caste e sui cosiddetti senza-casta o intoccabili, i Dalit; notizie “militanti” sulle popolazioni autoctone e originarie, i tribali o Adivasi (benevolmente definite a suo tempo dai colonizzatori inglesi criminal tribes by birth), sulle loro drammatiche sorti e sui movimenti di Naxaliti o Naxalbari – i “maoisti” indianiche tentano una loro difesa (P. Pagliani: Naxalbari – India: l’insurrezione nella futura “terza potenza mondiale”); alcuni scritti politici di Arundati Roy e di Vandana Shiva, e quelli economici di Amartya Sen, senza dimenticare gli squarci (allora ancora carichi di quasi smisurato, rampante ottimismo per le sorti della globalizzazione economica e del progresso indiano nella forma dello sviluppo capitalistico avanzato) di giornalisti economici come Rampini su “la Repubblica” e Bill Emmott sul “Corriere”. Qui, citando Pasolini, potrei dire che, se anche io sono sempre stata favorevole al progresso ma sfavorevole allo sviluppo, ancora di più lo sono diventata nel corso del viaggio indiano, e dopo, quando mi sono resa conto di quale bestiale ed esplosiva miscela sia la convivenza di resti di medioevo, come le caste, con le anticipazioni forzate di un capitalismo avanzato: di tutto questo purtroppo il recente crollo del palazzo di Dacca, con i suoi mille morti, ha dato in forma tragicamente plastica la più riuscita delle rappresentazioni.

Questa dunque la mia biblioteca indiana: mi sembrava di essermi attrezzata a dovere, ma solo dopo il viaggio, in realtà, mi sono resa conto di quanto un simile apparato di pre-conoscenze non fosse altro, in sostanza, che un poderoso strumento difensivo e di controllo nei confronti dell’India, e delle emozioni che la vita laggiù temevo avrebbe scatenato in me – come poi è effettivamente avvenuto; e, a dispetto del tanto lavoro preventivo fatto, la prima ammissione, una volta arrivata a destinazione, è stata riconoscere che prepararsi per l’India è di fatto impossibile. Perché l’India ti piomba addosso e ti lascia senza fiato, e sostanzialmente fa paura: la prima reazione so che per molti è non mettere neanche piede fuori dall’albergo, intanto perché si sa che appena lì fuori c’è il gruppo di mendicanti, donne e bambini, che già ti hanno puntato, e aspettano. Sanno benissimo che, se non riprendi il primo volo di ritorno, prima o poi dovrai uscire, e per strada non ti puoi nascondere né puoi scappare; loro ti si attaccheranno al vestito, ti tireranno per la manica fino quasi a strappartela, esporranno malattie della pelle, a partire dalla dilagante lebbra infantile (molta più lebbra in India che in Africa, sosteneva Rita Levi Montalcini) al morbillo ormai endemico (contro il quale l’India non riesce ancora a mettere in atto risolutive campagne di vaccinazione), e deformità di ogni genere, fino a che, solo per liberarsene, si entra nel primo emporio e si comprano generi di primo conforto: latte in polvere, pannolini, banane; a quel punto il sodalizio è stabilito, e si appartiene in esclusiva a quel gruppo. Ogni mattina saranno lì fuori ad aspettare, si getteranno a terra con il gesto di baciarti i piedi, ti seguiranno in fila, pazienti e sorridenti, fino all’emporio, i bambini ti guarderanno fisso senza osare chiedere quello che desiderano di più, le patatine, ma già al secondo giorno tanto lo sai da te. Anche agli occhi di un distratto viaggiatore occidentale appare immediatamente chiaro che dalle strade delle grandi città indiane, così come dalle campagne riarse, sembra proprio che il tanto decantato miracolo economico neoliberista sia lontano, lontanissimo, o forse del tutto assente e inesistente. Al tempo stesso, ognuno di loro è una persona, di cui magari dopo si scopre la storia: ad esempio, le storie di vere e proprie deportazione di massa dei contadini, per far posto a insediamenti industriali o persino turistici, e così milioni di persone piombano nelle periferie delle grandi città, e si accampano sui marciapiedi, in attesa di poter entrare nello slum, che però è già una comunità organizzata benché misera, e comunque un punto di arrivo. Come infatti sostiene Arjan Appadurai, antropologo sociale alla New York University (con altri studiosi dello stesso orientamento riuniti intono alla rivista on line “Salon” e al relativo blog), autore di Cosmopolitismo dal basso: lezioni di etica dagli slums di Mumbay, questi luoghi rappresentano centri di aggregazione sociale dove i più poveri del mondo sentono l’urgenza e il desiderio di attuare “politiche della speranza” e una forma detta di deep democracy che sintetizza l’aspirazione al diritto di abitare, a servizi igienici, alla sicurezza dal crimine e dalla polizia. (Vedi lo Speciale di “Legendaria”, India, mappe-mondi, luglio 2012, pp.27-28).

Ma non è solo in città che si fanno scoperte di questo tipo: se si va in campagna, nelle zone interne più colpite dalla siccità, ad esempio dell’Andra Pradesh dove anche io sono stata e dove tutto dipende dal monsone, il che significa che di acqua ce n’è solo quando piove, si possono scoprire le isole verdi delle comunità rurali, spesso comunità di sole donne e bambini, dopo i suicidi di massa a causa dell’indebitamento compiuti dagli uomini negli ultimi anni. Qui si possono toccare e verificare di persona tutti gli insegnamenti di Vandana Shiva: come sia nefasta l’azione delle grandi multinazionali alimentari tipo Monsanto, che modifica geneticamente e brevetta le sementi, e così se ne impadronisce, rivendendole poi ai governi, che a loro volta le rivendono a caro prezzo ai contadini. Nel mio romanzo racconto di una comunità rurale di donne realmente esistente, dove non solo ci si è rimpadronite delle sementi, ma si sono anche riscoperte sementi tradizionali da tempo abbandonate, si è ritornate agli antichi metodi di conservazione in vasi di argilla, e le donne hanno creato una “banca delle sementi” che le scambia e le presta, e sono sementi proprie, migliori e ben più durature di quelle vendute dal governo. A distanza di anni, suonano come veramente profetiche le parole dell’agronomo della comunità, Saatosh che profetizzava, all’inizio del 2008, gravi crisi alimentari anche nelle grandi città occidentali. Questo radicale cambio di orientamento ha portato benessere e vita al villaggio, dove ora ci sono scuole, un ristorante e una stazione radio, essenziale per moltissime campagne sociali o mediche, in un paese dal tasso di analfabetismo altissimo, quasi il 40%. Per inciso, in India un neonato figlio di una madre analfabeta ha il 65% di possibilità di morire entro il primo mese di nascita, e il 49% entro il primo anno di vita. I dati sono dello studio Infant and Child Mortality in India - Level Trends and Determinants, elaborato dall'Indian Council of Medical Research (Icmr, ente del governo). L'indagine mostra invece che una donna istruita - ovvero in possesso di diploma liceale - ha solo il 20% di possibilità che il piccolo muoia entro il primo mese, e appena l'8% entro l'anno. Ma anche la mortalità materna è altissima, ancora 140 ogni 100.000 parti e, del resto, la povertà estrema, la fame e la mortalità infantile restano molto alte: entro il 2015, l'India non riuscirà a raggiungere molti degli "Obiettivi di sviluppo del millennio", fissati dai 191 Stati membri delle Nazioni Unite nel 2000. E’ un segnale giudicato grave dagli analisti perché colpisce una delle più forti economie emergenti; e ricordo che fu per me uno shock leggere sul “Corriere della sera” (8 gennaio 2008) queste parole a firma di Bill Emmott: “Con la Nano (l’utilitaria TATA a 2000 €, N.d.A.) l’India fa un balzo di qualità e diventa superpotenza”: già, una superpotenza con il 40% di analfabeti e più lebbra e fame che nell’Africa sub-sahariana! Sul numero del 20 luglio scorso di Internazionale veniva proposto uno scioccante reportage sulla fame in alcuni Stati dell’India. Ecco alcuni passaggi dell’articolo: “In un’India che progredisce, che ambisce a diventare la quinta potenza mondiale nel 2015 (lasciandosi dietro addirittura l’Inghilterra) e che non vede l’ora di salire sul carro dei potenti, gli indiani muoiono di fame. In India si sta peggio dello Zimbabwe e del Sudan. Un po’ di numeri: In India ci sono 60,8 milioni di bambini rachitici, 53,8 milioni sono sottopeso, 25 milioni deperiti e 8,1 milioni gravemente deperiti. Tutti sotto i cinque anni d’età, ammesso e non concesso che riescano a raggiungerli. (…) Il 70% degli indiani dipende dall’agricoltura e due terzi delle aziende agricole indiane dipendono dai monsoni. Secondo L’Indice Globale della Fame, l’India (in una classifica di 84 paesi) compare al 65esimo posto, addirittura dopo la Corea del Nord”.

Il villaggio descritto nel romanzo non è però un’eccezione: nell’India rurale le donne, per quanto maltrattate, denutrite, stuprate e schiavizzate, sono il vero motore dell’economia delle campagne: questo lo si nota ovunque, ovunque le belle e sorridenti donne indiane, sempre eleganti anche in un villaggio sperduto e polveroso o all’uscita di uno slum, magari con una sari di nylon e i capelli adorni di fiori di plastica, con infiniti monili alle braccia e alle orecchie, portano con andatura leggera e apparente naturalezza il peso del mondo: acqua, carichi di legna, bambini, sacchi di farina. Anche se la loro condizione è difficile ancor prima di nascere: gli aborti selettivi di feti femmine sono milioni, perché il problema della dote è enorme; per questo, spesso, le famiglie più povere cedono le bambine, di frequente ancora pre-pubere, all’uomo adulto disposto a pagare di più, a scopo matrimonio o prostituzione, destinandole così a una vita di soprusi: a giudicare dalla stampa indiana in lingua inglese, la sola cui avessi accesso in India, gli uomini non godono infatti di buona fama: facili alle mani e dediti all’alcol, e sempre protetti dalle madri (è solo da anziane, infatti, che le donne acquisiscono potere, autorità e status, e a quel punto è facile approfittarne). Per non parlare dei moltissimi omicidi “bianchi”, dove le suocere semplicemente eliminano o fanno eliminare le nuore sterili: nel mio romanzo è la storia di Rubina, tratta dalla stampa indiana, che ha tra l’altro un rarissimo lieto fine, con un matrimonio d’amore intercasta; già, perché le caste sono ancora il tessuto che sostiene e compatta la società indiana fin nelle sue fibre più profonde. Un dalit non può calpestare l’ombra di un bramino, o bramano; i dawallaba sono addetti alla consegna dei pasti delle caste più alte fin nei loro uffici: pasti preparati a casa di ciascuno, ovviamente, per essere certi che nessuna mano di persone appartenenti a caste inferiori tocchi il loro cibo; i vakmiri hanno l’esclusiva della pulizia dei cessi domestici (le fognature sono rare) e non possono nemmeno avvicinarsi ai banchi del mercato, ma devono porgere un cestino con dentro il denaro legato a un bastone, e qui verrà deposta la merce acquistata. E così all’infinito, mentre la casta dei bramini – che sono sacerdoti del culto, oltre che esponenti di tutte le professioni liberali – si oppongono violentemente all’abbattimento delle caste e all’applicazione di diritti civili per i dalit, che pure la grande democrazia indiana prevede da lungo tempo. Ma, in India, le contraddizioni sono sempre immense: perché tutto questo convive con la modernità estrema, e c’è chi sostiene (il portavoce della Infosys, gigante informatico indiano, Mohandas Pai) che la prossima rivoluzione informatica avverrà proprio in India, in particolare a Calcutta, dove, accanto a Salt Lake City (IBM, Siemens, Philips), sta già sorgendo Rajarhat, futuro agglomerato avveniristico di centri di ricerca e campus di multinazionali. Ma a chi ama l’India, con tutta la sua meraviglia di infinite cose belle dell’arte e della natura, con le persone e i loro gesti sempre rituali e gentili, con i colori e i suoni, con i suoi quadrati di acqua accanto ai templi multicolore sovrastati da palme, dove si svolge tutta la vita nei suoi gesti quotidiani, a chi ama quel tutto che è l’India, universo globale che contiene, ancora nel presente, la storia umana nella sua totalità e la rappresenta ogni giorno, per quanto si possa sperarlo con tutto l’ottimismo della volontà non sembra, oggi, che questo tipo di sviluppo economico possa anche portare con sé progresso e dignità umani per molte centinaia di milioni di persone che ancora ne sono escluse.

Una piccola nota sull’attuale situazione della narrativa in Italia

Enrico Piscitelli

Di libri, di editoria, scrivono tutti, grandi e piccini. Spesso si scrivono cose imprecise, o mezze verità. Ogni tanto qualcuno esce allo scoperto, e ci mostra cos'è, realmente, il sottobosco editoriale. E questo accade quando si è ormai al limite del penale. All'esterno sembra tutto bello e puro. L'esordiente è un tizio qualunque che, seguendo alla lettera il mito americano – quello secondo il quale “ognuno può diventare Presidente”, mito rinnovato ogni cinquant'anni negli States – riesce, dal nulla, a pubblicare con una major, vendendo un mucchio di libri, e vivendo felice della propria scrittura. Questo mito dell'esordiente è falso. Quelli che conosco io, che hanno pubblicato con Mondadori, Einaudi, Rizzoli, hanno alle spalle anni di gavetta, di lavoro nei service editoriali – traduzioni, correzioni di bozze, revisioni di libri di altri – e altri libri già pubblicati dei quali viene taciuta l'esistenza. Non hanno mandato un manoscritto, ma hanno lavorato al loro libro per tre, quattro, cinque anni, affiancati da editor della casa editrice per la quale “esordiranno”. Duro lavoro, insomma. Che spesso non dà i frutti desiderati. Non basta pubblicare con una major, insomma. Spesso anche i libri di Mondadori o Einaudi – che poi, come sappiamo, sono la stessa cosa – restano invenduti, sono dei flop. Leggi tutto "Una piccola nota sull’attuale situazione della narrativa in Italia"