Il Gioco dell’Oca a Casa Morra, una specie di euforia costante

Manuela Gandini

Conversando con Peppe Morra e Teresa Carnevale, seduti nella penombra di una stanza di Palazzo Ayerbo D’Aragona Cassano, mi scorre dinnanzi agli occhi mezzo secolo di performance, happening, rituali, arresti, provocazioni, manifestazioni, mostre, suoni e urla in bianco e nero. Immagini e idee parzialmente esposte - con foto, video, installazioni, testi, costumi di scena - nelle grandi sale del palazzo napoletano diventato da tre anni Casa Morra. L’edificio dalle grandi vetrate non è né museo né centro sociale. Ha le caratteristiche di entrambi, con l’aggiunta dell’archivio e del laboratorio, ma è un ibrido temporale e spaziale. È una navicella per attraversare e superare le coordinate della “normalità” in un viaggio fluido nei movimenti di liberazione, nelle faglie anarchiche, nelle derive psichiche per raggiungere la distanza siderale del sé. Distanza negata e camuffata dai sistemi di controllo e adattamento dell’individuo.

Prima con il museo dedicato a Hermann Nitsch, poi con Casa Morra, Peppe è sempre on the road nel flusso dell’incompiuto. Non si è fermato. Persegue, come un principe anarchico, l’utopia (o il progetto?) di riqualificare il ventre urbano di Napoli attraverso la cultura, l’arte, l’azione e la provocazione. Decine di stanze ancora malandate e piene di spifferi, su una superfice di 4000 mq, costituiscono il luogo esteso di lavoro (artistico e universitario) per un progetto intitolato “Il gioco dell’oca”. Un gioco ha una programmazione secolare – letteralmente di 100 anni di mostre – con stanze che vengono permanentemente dedicate ogni anno a nuovi artisti. Agli spazi di John Cage, Hermann Nitsch, Shozo Shimamoto, Julian Beck già inaugurati, si sono aggiunte recentemente nuove stanze con opere permanenti che costituiscono ciascuna un tassello del percorso temporale. Nell’epoca dell’evenemenziale – dove è l’evento a sorpresa, velocissimo ed evanescente, ad avere un ruolo determinante nella società-spettacolo - una programmazione secolare è un paradosso, un rischio, una beffa. Ma il gioco è tremendamente serio. È un’ulteriore sfida al sistema dell’arte e della finanza, ma può anche essere, per i lungimiranti, un dispositivo di evoluzione del mercato stesso e comunque del tessuto sociale dal quale origina.

3P+B è il titolo (dato dalle iniziali dei cognomi degli artisti) del nuovo assetto che aggiunge all’esistente le stanze di Cesare Pietroiusti, Luca Maria Patella, Vettor Pisani e Nanni Balestrini.

Le installazioni site-specific (anche per chi è morto) sono parte di un mosaico liquido che concepisce l’arte come concetto, comportamento e realizzazione, piuttosto che rappresentazione e oggettivazione formale dell’idea. Ogni stanza è frammento di una narrazione iniziata nelle strade dal Living Theatre, iniziata con il silenzio di Cage e con il corpo ferito dei body artisti e reclama la marginalità dell’arte anche nella dimensione dello scarto.

Pietroiusti ha collocato, nella stanza assegnatagli, i suoi progetti falliti, le opere mai mostrate per le debolezze intrinseche che l’artista palesemente descrive a fianco di ogni opera scartata. L’aspetto austero e spoglio del palazzo un tempo fastoso, crea uno sfondo fantascientifico: diverso dall’ufficialità ma anche dall’alternatività. “Noi siamo gli archeologi del tempo stabilmente portato verso il futuro del nostro tempo che sarà il tempo del tempo e il nostro passato del passato. Guardavamo alla luna e alle stelle e adesso guardiamo al cosmo ed è un passaggio assai importante”, ha affermato Morra.

A proposito di archeologia c’è un Budda in meditazione seduto su una sedia grondante di colore sullo sfondo di una cornice vuota e di due tele con i colori esplosi. L’installazione di Shozo Shimamoto che assembla mucchi di bicchieri di plastica ai piedi della statua, come resti di una festa lontana, è ciò che rimane dell’azione. Ma non c’è la reificazione mercantile del gesto, c’è una memoria che si protrae nel dopo, un lavoro per le generazioni a venire.

Gianni Emilio Simonetti scrive: “L’antipatia ci suggerisce che c’è una certa contiguità tra l’orinatoio di Marcel Duchamp e l’orina che si trasforma in oro. Questa antipatia affonda le sue ragioni nella funzione mercantile attribuitagli”.

I remake delle mostre storiche anni sessanta e settanta, a cura di critici ufficiali, hanno depotenziato la forza eventualmente sovversiva delle opere e delle azioni del tempo. Hanno rinforzato il valore della merce simbolica proprio come l’orina del ready-made si è trasformata in oro.

L’arte però accade a dispetto di tutto, è un flusso interminabile del pensiero, una diarrea non sempre inscatolabile. Non lo è quando, anziché merce, rimane mercurio vivo.

E vedevo lampeggiare una specie di sacra luce dalla sua eccitazione e alle sue visioni, ch’egli descriveva in modo talmente torrenziale che la gente negli autobus si girava per vedere quel “cretino sovreccitato”. Nell’West aveva passato un terzo del suo tempo in una sala da biliardo, un terzo in carcere, e un terzo nella biblioteca pubblica”. Così comincia la descrizione di Dean (Neal Cassady) in On the road, il libro di Jack Kerouac scritto su un rotolo per carta da telefax. Un viaggio sciolto nel linguaggio del quotidiano che si srotola sul manto delle strade più mitiche d’America. E qui c’è la definizione dell’artista (il poeta) in senso lato: colui che compare agli occhi degli altri viaggiatori come “un cretino sovraeccitato”.

Nel tempo della frammentazione del pensiero e della narrazione impossibile, dell’algoritmo e del narcotico per tutti, l’arte riparte dall’unità minima della sopravvivenza. Da un lato si ricostruiscono gli archivi e ci si appropria della sovversione delle avanguardie per riadattare le esperienze pregresse a un presente globale paludoso fatto di nuclei e micro-comunità. Dall’altro domina la rincorsa al riconoscimento del mercato hic et nunc con il quadro alla parete. L’autoironia è l’elemento mancante insieme allo spirito d’avventura. Ma lasciamo a Duchamp la conclusione di queste brevi riflessioni: “Preferisco vivere e respirare piuttosto che lavorare. Ogni secondo, ogni respiro è un’opera che non è iscritta da nessuna parte, che non è visiva né celebrale, è una specie di euforia costante”.

Speciale / Leonetti l’alfabetico

L'altro giorno è morto Francesco Leonetti, che fu - tra le molte altre cose - uno dei membri del comitato della prima "Alfabeta". Lo ricordano tre che furono insieme a lui in quella esperienza.

Un ricordo di Francesco Leonetti

Gino Di Maggio

Ci sono incontri umani la cui memoria non si affievolisce mai, né con l’assenza temporanea, né con il distacco definitivo. Francesco Leonetti, per me, è stato e rimarrà uno di questi.

Una figura intellettuale e artistica complessa, particolare e unica che ne fa uno dei protagonisti della cultura italiana del secondo Novecento.

Ci conoscevamo da molto tempo, e frequentandolo ho imparato molto da lui. Mi affascinava e mi coinvolgeva la sua passione politica e civile che in qualche modo, come in un involucro speciale, avvolgeva tutte le sue molteplici attività culturali.

Per alcuni anni abbiamo lavorato insieme alla direzione della rivista “Alfabeta” e a volte capitava che ci scontrassimo, anche duramente, senza che mai venisse meno tuttavia il rispetto reciproco.

Poi, ancora, ci siamo ritrovati spesso alla Fondazione Mudima di Milano, dove Francesco per molti anni ha sperimentato insieme ad amici, poeti e artisti una sua particolare forma di teatro.

Adesso non lo vedevo da un po’ di tempo, ma sempre sono rimasto in contatto con lui grazie a Eleonora Fiorani, la sua compagna che così amorevolmente lo ha assistito nel suo periodo più travagliato.

Ci siamo incontrati, un’ultima volta, proprio alla Fondazione Mudima alcuni anni fa, quando organizzai la presentazione di quello che credo sia stato il suo ultimo libro pubblicato, dal titolo premonitore, Poesie estreme. Testi poetici che evidenziano, come scriveva Romano Luperini nella sua breve e intensa prefazione, uno “sguardo rasoterra” dell’autore.

In quell’occasione Francesco rilegge questi suoi testi senza l’ausilio di un microfono, con la sua voce inconfondibile. E io, ascoltandolo e osservandolo, trovo che, in questo che sarà il suo ultimo tratto, ha come uno sguardo sul mondo e sugli esseri umani disincantato, nudo e crudo, senza alcuna nostalgia, ma anche privo di ogni amarezza.

È possibile cogliere ancora lo il suo sguardo affettuoso rivolto alla compagna di una vita, lo sguardo addolcito che si posa sul giardino della sua casa milanese al piano terra. E rimane costante il ricordo di un buon bicchiere di vino rosso che ogni giorno si fa gustare.

Si vantava, esagerando, di essere quasi centenario, mentre a noi appariva come sempre un vecchio bambino che amava giocare con le parole, le quali col tempo si erano fatte anche aspre, a volte crudeli.

Ascoltai con sofferta attenzione quei suoi ultimi versi che, ripensandoli oggi, mi appaiono – come probabilmente sono – i suoi più belli.

Quella straordinaria simpatia di Francesco Leonetti

Pier Aldo Rovatti

Nel salone milanese dove si tenevano le riunioni della direzione collegiale di “alfabeta” Leonetti arrivava quasi sempre per primo. Quando mi affacciavo, io un po’ timoroso in quel consesso di personaggi autorevoli e affermati, lui era già lì chino sui suoi appunti con la matita in mano. Si discuteva del numero da mettere insieme e degli articoli da inserire, proposte e giudizi, e Leonetti subito cominciava con scrupolo e inconsueta acribia.

Ricordo soprattutto la parola che adoperava per esprimere il suo parere negativo: dopo avere con diligenza presentato un articolo e fornite tutte le informazioni utili per discuterlo, diceva spesso, in modo lapidario: “recensivo”. E pronunciava il giudizio con una particolarissima esse sibilata alla bolognese. “Recenscivo” voleva dire che lo scritto era troppo schematico, poco interessante, dunque non pubblicabile. Senza sollevare mai la testa dal calepino, stringeva un poco le labbra e tirava una riga accompagnando il gesto con espressione quasi di compiacimento. Una gag che da allora mi è rimasta sempre vivida, un gesto quasi da artista, e ogni volta che mi si è riprodotta una scena analoga (per esempio durante le redazioni di “aut aut”) mi è tornata in mente.

Per me si condensava in questo curioso tratto un ritratto singolarissimo in cui la voce e la postura restituivano per intero il personaggio. Eravamo alla fine dei movimentati anni settanta e Leonetti aveva alle spalle una vicenda ricchissima di scritture poetiche e saggistiche, nonché di gesti pubblici anche artistici, una carriera intellettuale invidiabile accompagnata dall’impegno politico. Pasolini lo aveva fatto apparire in alcuni suoi film grazie al viso antico e provocatorio, e grazie soprattutto a una voce ironica e amabilmente gracchiante. Quella stessa simpaticissima voce che volevo ora evocare nella scenetta che ho appena ricordato.

FRANCESCO EVVIVA LA RIVOLUZIONE!

Nanni Balestrini

agitare violentemente

bisogna fare la

cambiamenti radicali e improvvisi

celeste che descrive un’orbita

che accadono quando i bisogni

che determina cambiamenti radicali

che la vogliamo

della terra intorno al sole

è scoppiata la

ebollizione effervescenza

prendere il potere

i canti della

il rovesciamento del regime al potere

i valori e i modi di pensare

rivolgimento dell’ordine politico-sociale

segnando la nascita del nuovo

1995

Le facce di Mario (per Mario Dondero)

dondero-foto-di-apertura

Nanni Balestrini

dalla parte dell’uomo

c’è la faccia dell’uomo che

guarda in faccia un

uomo che lo guarda e

diventa l’immagine del

l’uomo braccato in

sanguinato l’uomo in

seguito bruciato l’

uomo perduto in

sultato la faccia tra

fitta da anni senza spe

ranza la faccia ap

pesa agli angoli del

mondo la faccia che

scopre il male la

la faccia sconfitta nel

le stagioni assolate nel

la melma nel tufo nel

lo splendido cielo

mentre corre piangendo le

vittime o sorridono o si

guardano vedono le

facce che guardano da

vanti al

dalla parte di mario ci

sono tutte le facce che

lo guardano guardare con

l’occhio della mente che

vive l‘istante immobi

le un attimo prima che

le nuvole coprono il

cielo prima che la

dinamite esplode prima che la

la notte cancella i

sorrisi l’urlo ammutolisce il

desiderio e nessuno torna in

dietro nelle facce che mor

dono gli occhi che

bucano centomila mes

saggi agitati nel

la polvere c’è la

cosa sognata ci sono

le fac

ce d

i mar

io pe

rse

mpre

(dal libro DALLA PARTE DELL'UOMO, ed. Il Canneto 2012)

Alfabeta / Combattere

DOMENICA 1 NOVEMBRE ALLE 22.10 SU RAI5

VA IN ONDA LA QUARTA PUNTATA DI “ALFABETA”:

COMBATTERE

con Paolo Fabbri, Fabio Mini, Federica Giardini, Luigi Zoja, Francesco Pecoraro

Prosegue la ricerca di “Alfabeta” attorno ai concetti fondamentali della vita contemporanea. Dopo aver parlato di amore, economia e gioco, ora la lente è puntata sull’universo del conflitto e del combattimento. Come sostiene il filosofo Alain Badiou, quello che abbiamo alle spalle è stato il «secolo della guerra». Le tragedie del “Secolo breve” continuano a proiettare su di noi la loro ombra minacciosa. Alla guerra si può guardare fondamentalmente in due modi: analizzando le specificità storiche di ogni guerra o puntando l'attenzione sulle matrici archetipiche della specie umana, per le quali il combattere è un impulso non mitigabile né razionalizzabile.

Dalle spiagge della Normandia alle vallate desertiche dei territori occupati dall'Isis, dai wargames virtuali dei droni alle guerre combattute con i mezzi della propaganda mediatica, Andrea Cortellessa e «Alfabeta2» ci conducono nelle contraddizioni della grammatica contemporanea del combattere.

Ospiti

PAOLO FABBRI – semiologo

LUIGI ZOJA– psicoanalista

FEDERICA GIARDINI – docente di filosofia politica

FABIO MINI – generale dell’esercito italiano

GIULIANO BATTISTON – reporter

FRANCESCO PECORARO – scrittore

MARCO GIOVENALE - poeta

Il programma è prodotto da Boudu-Passepartout. Regia: Uliano Paolozzi Balestrini Fotografia: Duccio Cimatti Montaggio: Francesca Bracci e Martina Ghezzi.

 

Combattere / Un percorso tra i libri

Il brano letto da Marco Giovenale è tratto da Teatro di Prima (inedito)

Il brano letto da Francesco Pecoraro è tratto da La vita in tempo di pace, Ponte alle Grazie 2013

Giulio Douhet, Il dominio dell’aria. Saggio sull’arte della guerra aerea [1927], in Id., Il dominio dell’aria e altri scritti, Aeronautica militare, Ufficio storico 2002

Alain Badiou, Il secolo [2005], Feltrinelli 2006

Alberto Boatto, Della guerra e dell’aria, Costa & Nolan 1991

Paolo Fabbri, Lo sguardo dell’altro. Strategie del camouflage [2008], in www.paolofabbri.it

Franco Fornari, Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli 1966

Sensibili guerriere. Sulla forza femminile, a cura di Federica Giardini, Jacobelli 2011

Fabio Mini, La guerra dopo la guerra. soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della pace virtuale, Einaudi 2003;Perché siamo così ipocriti sulla guerra?, Chiarelettere 2012

Luigi Zoja, Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollati Boringhieri 2000;Paranoia. La follia che fa la storia, Bollati Boringhieri 2011

Jean Baudrillard, in Guerra virtuale e guerra reale. Riflessioni sul Conflitto del Golfo, a cura di Tiziana Villani e Pierre Dalla Vigna, Mimesis 1991

Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri [2003], Mondadori 2003

Piero Jahier, in La guerra d’Europa 1914-1918 raccontata dai poeti, a cura di Andrea Amerio e Maria Pace Ottieri, nottetempo 2014

Nicole Loraux, La città divisa. L’oblio nella memoria di Atene [1997], introduzione di Gabriele Pedullà, Neri Pozza 2006

James Hillman, Un terribile amore per la guerra [2004], Adelphi 2005

Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, IX, 28-30 [1532], a cura di Remo Ceserani e Sergio Zatti, Utet 2006

Grégoire Chamayou, Teoria del drone. Principi filosofici del diritto di uccidere [2013], DeriveApprodi 2014

Konrad Lorenz, L’aggressività [1963], introduzione di Giorgio Celli, il Saggiatore 1969; 2005

Primo Levi, La tregua, Torino, Einaudi, 1963; 2014

Valerio Magrelli, La guace, in Id., Disturbi del sistema binario, Einaudi 2006

Ingeborg Bachmann, Tutti i giorni [1953], in Ead., Poesie, a cura di Maria Teresa Mandalari, Guanda 1978; 2006

Paul Virilio, Bunker archéologie [1975], Les Éditions du Demi-Cercle 1991

Sun Tzu, L’arte della guerra, con un saggio di Fabio Mini, Einaudi 2014

Balestrini, istruzioni per l’uso

Tommaso Ottonieri

Non vi è opera probabilmente, nella tradizione della nostra – e non solo – letteratura (e non solo letteratura: d’ogni oltre-letteratura, sfinita o già morta, fraschianamente, nel collasso ipermediale della sua lettera), non vi è opera, così radicalmente permeabile, in lucida impassibile cruauté, per attività di convulso straniamento, come l’arte multiversa che di macchina in macchina, di carattere in carattere, e di supporto in supporto, anima le stringhe verbali o il discorso stesso (da cogliere solo dal «bruciare» del suo procedimento – dalla risonanza del suo maifinito autoestinguersi) di Nanni Balestrini.

Una forma di assoluto autodisciplinamento, nella rete – che è quella che lui muove – di una lingua che stia ad astrarsi nuovamente contro se stessa, per giungere a svuotare persino la radiale molteplicità dei linguaggi che ne dipendono, e l’illusione delle loro autonomie; e d’altro canto, e per paradosso: il mimetismo profondo e tanto più spiazzante che, con gli effetti di realtà scatenantisi dal babelico turbinio di linguaggi gerghi idioletti, le sue scritture e de-scritture instaurano, sporte sempre in un bilico impossibile fra il transfert più incandescente (e denegato, e stornato insomma) e la più siderale distanza.

Nello spazio del tutto artificiale, ma assurdamente rinaturalizzante insieme, di un discorso testuale che si riconduce alle radici spezzate del suo funzionamento, ciò che muove o meglio ciò che agisce (a risalire al Sanguineti di Ideologia e linguaggio) gli oggetti linguistici balestriniani (cioè Nanni medesimo forse, macchina testuale e ipertestuale in sé, espansa su moltitudini di superfici), è l’onda di una respirazione zen... (Già nel ’60: «l’idea di una poesia […] che porti su di sé i segni di un distacco dallo stato mentale»)...

Ossia, la definizione d’uno spazio tutto-aperto dell’accadere, che scocca inevitabile e imprevedibile, dritta come una freccia, dalle sue trame d’insolite algoritmie (e serialità irripetibili... e combinatorie esplose...), lì dove misure metriche inaudite si montano e rismontano dal giro a nastro delle sintassi, e dalla disponibilità dei suoi vuoti a eccedere dalle griglie istituite, a lasciare deserte le gabbie della lingua... – Così, esemplarmente Balestrini taglierà il suo per ora ultimo manifesto sulle pratiche di John Cage, con titolo del tutto rivelatorio (Empty Cage: tanto più a considerare il nome come sostantivo non come nome proprio): e l’invisibilità (di chi agisce, innanzitutto) si elegge a cifra, politica, di questa (auto)sospensione – radice d’acqua del materialismo trascendentale alle cui derive, per sponde diverse, egli non smette di approdare.

Opera per molti versi manifesta, iperformata da griglie e metodi che, non meno, la inducono a sformarsi, a eccedersi, quella di Balestrini è però e non meno opus iniziatico, oscuro; la sua evidenza (evidenza di funzionamenti, e quasi mai di legittimazioni declaratorie) è la misura stessa della sua indecrittabilità; e non valgono le sue chiavi pur palesatissime (quella brechtiana, ad esempio) a sciogliere il paradosso di un sistema di enigmi che espongono e rendono disponibili le loro stesse soluzioni. La ricezione di quest’opera s’è perlopiù attestata, e arrestata, sulla descrizione dei suoi funzionamenti, e delle valenze da assegnare ad essi; ma forse nessuno, prima di Antonio Loreto, aveva osato sfidare a fondo la sua chiusa-permeabile alchimia, e così a fondo anzi, da rischiare qualche deriva di iperdeterminazione o di didascalismo: e però senza mai raggiungerla – sciogliamo subito l’iniziale dubbio – tanto le sue analisi ed esegesi penetrano originalmente il dettato balestriniano. Loreto combatte come un eroe con le categorie ustorie-sfuggenti che l’azione testuale di Nanni propone e sottrae, permeabile e impenetrabile supernamente; con le ombre delle sue figure che si esibiscono senza mai incrociarsi, mai del tutto rivelarsi, nei suoi castelli di riverberati, verbigerati enigmi. Da questo viaggio al termine dei linguaggi e dei montaggi, per la foresta dei patenti artifici dove efflorescenze cristalline si oppongono alle blandizie alcìnie della merce-immaginario, Loreto emerge coi suoi copiosi trofei, un sospetto di Graal, la certezza d’una piena investitura.

Così, a scorrere i capitoli di questo temerario attraversamento, ci si ritrova nel cuore non solo della dialettica balestriniana, che centralmente agisce nella forza dei suoi paradossi (iperformalismo come engagement: scrittura (tipografica) come realizzazione delle possibilità del linguaggio parlato: utopia, ed epica, come espressioni della tensione tecnologica del tardo-capitalismo e insieme via d’uscita da quest’ultimo) ma, soprattutto, della fase culturale che, dal tempo della modernità avanzata protraendosi fino a noi, vede Balestrini come suo interprete invisibilmente centrale: dei suoi più attivi e critici, più palingeneticamente decostruttivi.

Mimeticamente rispetto al suo oggetto (pensiamo ad esempio a La violenza illustrata, o almeno alle sue titolazioni), Loreto modella la sua Dialettica in movimenti dicotomici, che sono poi, non forse per avventura, sinfonicamente quattro. Montaggio e distruzione (il rapporto, innanzitutto, col modello brechtiano); Linguaggio e opposizione (critica della lingua, critica dei linguaggi, modi e usi dell’oralità di ritorno in contesti sempre più organicamente tecnologizzato); Soggetto e mondo (con dialettico riferimento al Vittorini «scientista» delle Due tensioni ma soprattutto all’allarmato Calvino del Mare dell’oggettività); Epica e utopia (intorno alla questione del romanzo, dalla decostruzione radicale e «artificializzante» del romanzo borghese all’epos operaista e la sua oralizzazioni iconiche).

La ritmica concettuale della monografia segue e riflette, a specchio, il suo oggetto: secondo una quadripartizione in cui ogni singola dialettica, lacerata e stringente, si espande in fughe ulteriori, si tassonomizza in ulteriori sottotemi ed eventuali sottoinsiemi, un po’ al modo della progettualità geometrico-schizomorfa che Nanni metteva in opera fin nei primi anni ’60 nelle strutture molecolari dei suoi Tape Mark (di cui un diagramma è riprodotto infatti in copertina). E, individuando quel centro virtuale e marcatamente invisibile, che al multiverso di quest’opera compete nel sistema artistico che è il nostro, ci rende il dono più prezioso, giunto in tempo per il Compleanno più memorabile: che è quello insomma d’un (Oltre)Novecento che vuole tutto, sempre e ancora da nonconcludere: enigmatico ma praticabile dal rifrangersi, di questi cristalli verbali, per semprenuova luce tagliente.

Antonio Loreto
Dialettica di Nanni Balestrini. Dalla poesia elettronica al romanzo operista
Mimesis, 2014, 199 pp.
€ 18

alfadomenica dicembre #5

MONTAGNA sull' UNIVERSITÀ INGLESE - CORTELLESSA SU COSTA - BALESTRINI POESIA - FORLANI VIDEO *

COSA CI DICONO LE OCCUPAZIONI DELLE UNIVERSITÀ INGLESI?
Nicola Montagna

Come sta cambiando l'università inglese a tre anni dalla decisione del governo di coalizione di triplicare le tasse? Una prima risposta la stanno dando gli studenti che in queste settimane hanno occupato aule e sale per conferenze nei campus delle università del Sussex, di Birmingham, Manchester, Liverpool, Londra ed altre città.
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IN CERCA DELL'UOMO INVISIBILE
TROVARE CORRADO COSTA
Andrea Cortellessa

Suona banale dire quanto ci manchi, Corrado Costa. Tanti protagonisti dell’arte e della poesia di quegli anni, infatti, sono scomparsi prematuramente. Ma in molti altri sensi Costa è mancante. Si sottrae, intanto, agli organigrammi della nostra sicumera storiografica.
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CANZONETTA DI BUONANNO
Nanni Balestrini

le cose non hanno nomi
le case non hanno muri
i tetti non hanno porte
i treni volano bassi
chi parte non ha meta
c’è poco da stare al passo
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P COME POESIA - alfazeta per alfabeta2
Un video di Francesco Forlani


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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.