Il rovescio del dolore

Andrea Cortellessa

In copertina – così discreta da poter passare per un logo astratto – c’è un’immagine che vale invece, per il libro, come un’impresa perfetta. Una caffettiera rossa, dipinta col sussiego anodino di Magritte, che ha però manico e beccuccio dallo stesso lato.

La Caffettiera per masochisti fa parte degli Oggetti introvabili dell’artista francese Jacques Carelman: oggetti non solo antifunzionali ma deliziosamente persecutorî (una clessidra a ciottoli che non passano per il suo collo; un martello ricurvo su se stesso; una poltrona fatta di tubi di termosifone; una sedia a dondolo che dondola da destra a sinistra – eccetera).

Così è la scrittura di Luigi Socci, quarantasettenne marchigiano: masochista perché nel rovesciare il fiotto bruciante dell’esistere, ben lungi dal liberarsene, se lo versa ogni volta addosso. La prima volta che lessi suoi versi (poi apparsi, nel 2004, anche sull’Ottavo quaderno di poesia contemporanea curato da Franco Buffoni, con presentazione di Aldo Nove) fu addirittura sedici anni fa: e che solo ora venga alla luce l’opera prima la dice lunga, circa il Socci, tanto nell’antifunzionalità quanto nell’(auto)persecuzione.

Recavano lo stesso titolo di adesso, Il rovescio del dolore, ma il Socci non mi pareva aver ancora elaborato, allora, quel sorriso tirato, raggelato, che fa oggi di lui (tra l’altro) uno dei più efficaci performer in assoluto: a giorno la radice gaddiana del dolore, unico strumento di cognizione di sé e del mondo, non ancora la capacità di rovesciarlo, quel dolore, nel suo (apparente) contrario: quel «comico assoluto» baudelairiano che, ha ragione Massimo Raffaeli, è la sua cifra quietamente tragica.

E che in ambito italiano non può che far pensare a Palazzeschi. Su «Lacerba» si leggeva: «Schivare il dolore, fermarsi inorriditi alle sue soglie, è da vili. […] Entrarci e risolutamente andare […], è eroismo grande. Uscirne carbonizzato e guarito, con questo superbo fiore all’occhiello e un garbato sorriso sulle labbra. Sublime filtro: ironia».

Oggi quell’ironia, riposata nelle sezioni del libro come su tavole d’obitorio, fa l’effetto di una «bic […] lamarasoio» che squarcia ogni luogo comune sentimentale: al padre morto, topico oggi quanto mai, ci si rivolge così: «Non ho il tuo naso e te ne sono grato». Una scrittura insieme tutta nervi («Saldi, i nervi, di fine stagione») e minuziosamente esatta («Per scriverci in corsivo / finita la matita / la morte entra nel vivo / si tempera le dita»), fin quasi al minimalismo terminale della mirlitonnade beckettiana («Chiuso nel mio cunicolo. // Munito di binocolo. // Non cerco l’ironia, trovo il ridicolo»).

Ricorrono come controfigure – più dei clown della topica starobinskiana – i maghi da strapazzo, i prestidigitatori da tre carte o quelle figure incongruamente patetiche che sono i loro assistenti pescati dal pubblico («Ti ho amato da una sedia / in bilico, precario su uno zampo, / risvegliandomi al tre / io non in me»). Una poesia del tutto soggettiva ma, insieme, perfettamente impersonale; una poesia che «non odora di chiuso / e poi / non si fa i fatti miei»: una poesia, dunque, squisitamente teatrale. Che parla «in maschera» e, conia anzi il Socci, quel che ha da dire lo «vice dice».

Si ride a denti stretti, come di una freddura: ma questo gelo, il freddo da palco che intitola una sezione, viene da una scena crudele dove le cose tremende che appaiono, in effetti, si producono davvero («è un tipo di teatro / che va oltre il suo orario»): come l’«effetto speciale reale» della morte della terrorista cecena, gasata al Teatro na Dubrovka dalle forze d’assalto di Putin ma che in una foto famosa pare solo addormentata al suo «posto 12 fila C»: «il teatro russo degli anni zero / è vero».

Perché poi dietro alla maschera della vita il dolore che si finge, come sapeva Pessoa, è quello che davvero si sente. O, come sigla il Socci: «Carne professionale / siamo del carnevale / del finto farsi male la ferita / che maschera la piaga». Applausi.

Luigi Socci
Il rovescio del dolore
con una nota di Massimo Raffaeli
italic pequod, 2013, pp. 143

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Sul rischio manicheo di certe Ztl

Ornella Tajani

«Si tramanda a Bersabea questa credenza: che sospesa in cielo esista un’altra Bersabea, dove si librano le virtù e i sentimenti più elevati della città. L’immagine che la tradizione ne divulga è quella d’una città d’oro massiccio, tutta intarsi e incastonature.

Si crede pure che un’altra Bersabea esista sottoterra, ricettacolo di tutto ciò che c’è di spregevole e d’indegno; una città infera di pattumiere rovesciate da cui franano croste di formaggio, carte unte, vecchie bende». La citazione, rimaneggiata da Le città invisibili di Italo Calvino, si presta a efficace immagine della marcata polarizzazione che si verifica oggi nelle grandi città: laddove il centro aspira a un modello sempre più ideale, in cui vige un preciso codice di bellezza da rispettare, il resto della città sembra destinato a raccogliere tutto ciò che non soddisfa determinati standard estetici.

Così, in un’area urbana che somiglia a una scatola di legno grezzo, si racchiude quel che somiglia a un gioiello da sfoggiare nelle grandi occasioni: dove si godono i panorami più belli e si visitano gli edifici storici; dove non v’è traccia di pompe funebri o posti di pronto soccorso; dove non ci si ammala e non si è infelici, non si muore e spesso neanche si vive, se si pensa ad alcuni casi di esodo verso i sobborghi; dove vanno i turisti, e i cittadini solo quando non hanno niente da fare.

Se la periferia finisce, come rilevava Pierandrea Amato nel suo lavoro La rivolta del 2010, «col delimitare uno spazio frequentabile, quello della città normale, di contro a uno infrequentabile», l’area urbana al di fuori del centro pare invece destinata a quella porzione di vita cittadina non particolarmente interessante da un punto di vista decorativo.

Di questa operazione manichea un aspetto non trascurabile mi sembra essere la pedonalizzazione. Ormai, davanti a una foto di piazza Navona o di piazza del Duomo a Milano piene di automobili, il nostro occhio classifica istantaneamente l’oggetto come reperto d’epoca. Questo perché oggi il centro storico delle città italiane è sempre, o quasi, una zona a traffico limitato: è un modo per preservare le bellezze storico-artistiche e consentirne una migliore fruizione. Ma – verrebbe da chiedersi con le parole che pare avesse usato l’architetto Kenzo Tange, quando l’allora sindaco di Napoli Bassolino gli mostrò per la prima volta piazza del Plebiscito chiusa al traffico – «e adesso le auto dove sono?».

Le auto – altro elemento antiestetico – sono espulse dallo scrigno. È naturale, si dirà: le auto inquinano l’aria e la bellezza del luogo. Il centro è fatto per la promenade. Eppure, azzardando ma non troppo, la sensazione è che il messaggio subliminale non sia tanto «se vuoi, puoi passeggiarci», ma piuttosto «se vuoi passeggiare, devi farlo qui (e là invece no)». Non è difficile prevedere – sta già accadendo – che, seguendo questo modello di pascolo forzato, qualsiasi amministrazione comunale investirà sempre più fondi nella cura del centro, nell’obiettivo di renderne il suolo gradevolmente calpestabile, mentre si occuperà sempre meno di consentire in altre aree urbane la presenza di pedoni.

Lungi da qualsiasi velleità apocalittica, basta rifletterci un istante e non sarà difficile ricordarci di quando, in un punto o un altro della città, ci siamo ritrovati a pensare che, vuoi per l’assenza di marciapiedi, vuoi per la presenza di incroci ardui da attraversare, camminare era impossibile. Il sospetto è che sia la pedonalizzazione stessa a legittimare la rigida separazione: se è stata prevista una zona apposita, perché pretendere di passeggiare altrove?

È chiaro che avere un intero lungomare pedonalizzato per farci jogging è un lusso considerevole. Correre al centro della strada è una sensazione quasi irreale, come se il resto del mondo fosse altrove, dove succede qualcosa di molto importante che tu, mentre ti dedichi ai tuoi quaranta minuti di sport, ignori. Ma proprio per antitesi scaturisce il pensiero che nel resto della città, la presunta parte infera dove si svolge la vita quotidiana, si stia pagando il prezzo di quel lusso non comune: nel satellite che per Calvino consisteva nella vera Bersabea, «un pianeta sventolante di scorze di patata» dove, sotto un cielo di comete dalla lunga coda, risplende tutto il bene della città.

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Processo di Giordano Bruno

Alberto Burgio

«Nell’impostazione generale del lavoro, ho anche cercato di resistere alla tentazione brechtiana, soprattutto per evitare le secche di una “maniera” cui, in definitiva, mi sento abbastanza estraneo. Una seconda tentazione – forse inevitabile per chi opera su materiale storico, sia esso preesistente nella sua integrità o tale da aver bisogno di essere distribuito nel “tempo” teatrale – non ha avuto nessuna incidenza nel mio lavoro: la tentazione dell’attualizzazione non mi ha infatti neppure sfiorato, trovandomi ad operare con materiale riguardante un’opera ed una figura straordinariamente contemporanee, che ogni forzatura avrebbe “steccato” nella compatta ed armoniosa modulazione del Bruno personaggio e pensatore.»

Chi così scrive è Mario Moretti, autore di un Processo di Giordano Bruno, pensato e composto per il teatro nel 1969 («un momento esplosivo per la vita della Chiesa di Roma») e ora ripubblicato dalle Edizioni delle Normale in una collana nuova di zecca di piccoli classici della quale si dirà tra breve. Non sempre, anzi di rado, un autore è così buon recensore di se stesso. Non casualmente, considerata la maniacale attenzione con cui questo «teatrante organico» – da mezzo secolo instancabile ambasciatore della drammaturgia italiana contemporanea, oltre che scrittore di teatro lui stesso, e regista e direttore artistico – guarda alle cose e alla vita del teatro, sino a confondersi con esse.

In tutto il Processo, plastica rappresentazione delle inquisizioni di Venezia e Roma, sino al rogo di Campo de’ Fiori addì 17 febbraio 1600, è evidente lo sforzo di tenersi a distanza dalle «tentazioni» del fantastico, del romanzesco e del mitologico, così frequenti quando sono a tema la vicenda e la figura del martire per eccellenza del «libero pensiero». Il difficile sta, però, nel non cadere nell’estremo opposto, nel didascalismo proprio del «teatro-documento», e nel preservare, come osserva Michele Ciliberto, «freschezza e autenticità». Questo equilibrio è, ci pare, la cifra stessa dell’opera morettiana: ciò che – in una miscela sapiente di verità storica e d’intenti paradigmatici – ne fa già un piccolo classico.

E così veniamo alla collezione – una raccolta, appunto, di «piccoli classici» – che ospita questa nuova edizione. Da qualche anno tornata sul mercato editoriale con una produzione assai vivace, la Normale di Pisa vara ora la collana «Variazioni» con l’intento di riunire lavori di non vasta mole afferenti a generi letterari diversi (saggi, interviste, testi teatrali, recensioni) ma legati tra loro dalla convergenza di antico e moderno, propria del classico.

Oltre al Processo di Moretti hanno sin qui visto la luce (tutti nel 2013) il Ritratto di Tocqueville di Sainte-Beuve, a cura di Giulia Oskian; la Vita di Pascal scritta dalla sorella Françoise Gilberte Périer, a cura di Domenico Bosco; il classico Leon Battista Alberti di Eugenio Garin, con un’introduzione di Ciliberto; il saggio di Robertom Gronda Filosofie della praxis, su Giulio Preti e John Dewey; il Trattato sul governo di Firenze del Savonarola, con una premessa del medievalista Gian Carlo Garfagnini. Titoli che parlano da sé. E che – ci pare – testimoniano di una coraggiosa impresa in controtendenza, in questi tempi di vita agra per l’editoria italiana di cultura.

Mario Moretti
Processo di Giordano Bruno
premessa di Michele Ciliberto
Edizioni della Normale (2013), pp.96
€ 10,00

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Distrazioni di massa

Augusto Illuminati

Di come andrà a finire Berlusconi, non ce ne può fregare di meno. Delle procedure bizantine di decadenza, incandidabilità, ineleggibilità, ricalcolo interdizione: idem come sopra. L’agibilità o inagibilità politica del Grande Pagliaccio non è questione indifferente, ma neppure il nostro peggiore incubo notturno.

Non invidiamo le ossessioni diurne di Travaglio e le notti insonni di Asor Rosa, popolate di legalità repubblicana e carabinieri. Altre cose, piuttosto, ci preoccupano. Cosucce materiali che condividiamo con la maggioranza indistinta degli italiani (Imu, Tares, Iva, disoccupazione, mutui) e altre più strutturali. Per esempio, del degrado dell’agire politico, forma primaria della vita liberamente associata, del bios. I suoi nemici sono la necessità e l’indifferenza, i paletti posti da logiche esterne presunte costrittive e la palude del rassegnato disincanto.

Ora, la prassi italiana – la nostra agibilità politica, quella che sola ci interessa – è già fortemente perimetrata da stringenti vincoli economici europei (pareggio di bilancio costituzionalizzato, fiscal compact, mannaia dello spread, pressioni per liberalizzazioni e svendite per far cassa) e vi si aggiunge, aggratis, l’obbligo di imperniare gli spazi residui di manovra sul destino di Berlusconi e la sopravvivenza di un sistema pseudo-bipolare di grandi intese.

Con l’aggiunta di un appassionante dibattito sui regolamenti del Pd, le primarie aperte o chiuse e la finale scelta del leader (cioè del piccione da impallinare) fra Epifani, Cuperlo e Renzi, magari pure Pippo Civati e Deborah Serracchiani. Chi non eromperebbe tutto d’un fiato: il personale è politico! Tanto più che, con l’occasione, abbiamo ripassato – come in un’antologia dei film di Romero – l’intera sfilata dei morti viventi, da Ualter al Baffino.

Nel mondo ne succede di ogni – ascese e cadute di imperi regionali, scontri epocali fra sunniti e sciiti, cambi di regime, droni vaganti, stragi chimiche e manuali – ma noi, in saggia atarassia, discettiamo se le sentenze si rispettano o si applicano, si amano o si esecrano, si scontano nel senso di andar dentro o nel senso di ridurle, tipo saldi. Meno male che da noi guerra civile vuol dire questo, mica stiamo in Siria o in Egitto. L’effetto palude, appunto, che soffoca nella melma quanto della politica è sopravvissuto alla (presunta) necessità.

Ma mi si obbietterà: diavolo, mica tutto va così male, ci sono ancora progetti, battaglie, scadenze che superano questo quadro asfittico! Come no, c’è vita su Marte, ovvero nella sinistra. Leggiamo con avidità il dibattito agostano. Lasciamo perdere le dichiarazioni al vento di Ingroia o le comparsate televisive di Cacciari e lasciamoci sedurre da un bel titolo filosofico: contro le passioni tristi.

Troveremo un sorso d’acqua dissetante, una folata che spazza via il grigio dei rancori? Ahimé, ancor una volta il titolista del manifesto è più bravo dell’estensore del pezzo, Massimiliano Smeriglio, che tira in ballo le passioni tristi in modi che evocano più il benemerito Spinoza.it che l’autore dell’Ethica. Se infatti vogliamo conseguire un più di potenza e di gioia di cui essere causa attiva accozzando sinistra radicale e sinistra di governo (Sel e Pd) sotto l’egida di Bettini e Renzi, beh, alla beatitudine mentale ci manca molto, per non dire alla sanità del corpo e al benessere delle tasche.

Ecco, questo piccolo esempio mi fa pensare che il danno maggiore del capitolo terminale della berlusconeide è ancora una volta lo spostamento del conflitto fuori dall’orizzonte politico, la neutralizzazione risentita e verbosa della sofferenza sociale e della natura di classe della crisi: larghe intese, falchi, colombe e pitonesse, Letta zio-nipote, fronte della legalità con immancabili idoli giudiziari, il bene contro il male, la virtù contro il vizio, tanti sermoni di Napolitano e Scalfari e – alla fine e nel migliore dei casi, se proprio non vogliamo farci sgranocchiare dal Caimano – gli stornelli blairiani di Renzi intonati a cappella da Pd e Sel. Mentre il mondo intorno a noi va in pezzi, piuttosto indifferente – temiamo – a quante rate dell’Imu aboliremo e se si andrà a votare con il Porcellum o il Porcellinum.

Già, il mondo. Che non è quello dei «piccoli segnali di uscita dalla crisi», ma delle nubi indistinguibili di una nuova crisi incombente e di una quasi sicura guerra – che strana coincidenza, vero? Le reazioni farsesche della classe dirigente italiana possiamo già prevederle, in base all’esperienza libica, ma i movimenti daranno qualche segno di vita, malgrado la campagna di distrazione di massa condotta da Repubblica, Fatto, Micromega e compagnia manettante? La risposta alla guerra e non le elezioni italiane o europee sono il banco di prova di una sinistra non subalterna. L’aggettivo “rivoluzionario” per il momento è meglio non evocarlo.

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Sommario alfabeta2 n°32 – settembre/ottobre 2013

Maurizio Ferraris Per una sinistra cosmopolita
Franco Berardi Bifo La rivolta che non crede nel futuro (leggi)
Augusto Illuminati Distrazioni di massa (leggi)
Michele Emmer Si investe nella scienza, in Trentino
Ornella Tajani Sul rischio manicheo di certe Ztl (leggi)

Maurizio Lazzarato Lessico dell’uomo indebitato

ILVA, L’ACCIAIO CHE UCCIDE
Parlano gli operai
Conversazione di Christian Caliandro
Alessandro Leogrande Il groviglio, le scelte
È possibile modificare la fabbrica?
Leonardo Palmisano Dal tramonto all’alba Dalla fabbrica alla città
Cristò Il sapore dell’acciaio sporco

EDITORIA INDYEUROPEA
Ilaria Bussoni Libri a qualunque costo (leggi)
Per una critica al mass-market editoriale
Collettivo 451 La querelle dei moderni e dei moderni
Rimettere in discussione il modo in cui lavoriamo
Alfonso Serrano Per farla finita con le briciole
I cento fiori dell’editoria spagnola

SCUOLA DIGITALE
Giuseppe Dino Baldi Il tempo delle scelte
La didattica e i feudatari del web

EDUCAZIONE AMERICANA
a cura di Claudia Bernardi e Alioscia Castronovo
Eric Martin Oltre gli scioperi studenteschi
Dopo la primavera degli aceri in Québec
Bruno Cava Il colore della quota
Il razzismo nelle università brasiliane
Roberto Vargas Università autonoma e lotte sociali
Ultime notizie da Valparaíso
Bachilleratos populares
Pedagogia autogestita a Buenos Aires
Intervista a Natalia Polti

PERSONAGGI D’ECCEZIONE
a cura del Laboratorio di Semiotica dello IULM
Pierluigi Basso Fossali Effetti di carisma
Nelle fiction di conservazione
Giacomo Festi Eccezion fatta, eccezion ficta
Quando la fiction pare denegare se stessa
Valentina Carrubba Lo specchio di Calibano
Sulle soglie dell’identificazione

MAURO STACCIOLI
Simona Santini La scultura attraverso l’obiettivo
Alberto Fiz
La geometria deviata del grande costruttore

POESIA
Andrea Inglese Per una poesia irriconoscibile
Andrea Cortellessa Per riconoscerla: tre connotati
Esempi da Poesia 13
Cantiere aperto di ricerca letteraria
Cetta Petrollo Pagliarani Tre giorni a Rieti
Minicronaca di un evento «memorabile»
Mario Giovenale
Spettri che parlano
Massimiliano Manganelli
EX.IT: contesti aperti
Frammenti da EX.IT

RI-SITUAZIONISMO
a cura di Ivelise Perniola
Mario Perniola Ciò che è vivo e ciò che è morto
Il paradosso situazionista
Anselm Jappe Lotta nelle strade contro lo spettacolo?
La critica della vita quotidiana, mezzo secolo dopo
Carsten Juhl Dalla critica allo spettacolo al corpo critico
A monte delle Femen e delle Pussy Riot
Laura Rascaroli Ancora alla deriva?
Su alcune pratiche filmiche e locative postsituazioniste
Amalia Verzola Come ripensare la contestazione
«Errata» e Toni Arno a Parigi negli anni Settanta

GRECIA
Dimitri Deliolanes La guerra dell’informazione
Un colpo di stato mediatico
Vassili Vassilikos No signal

Gruppo '63
Andrea Cortellessa Cinquant’anni dopo
Umberto Eco
Ma ti paiono questi i tempi per scrivere un romanzo?
Giorgio Manganelli Sgomberare le macerie
Elio Pagliarani Una mappa di terremoti
Enrico Filippini
Segni divergenti che non convergevano mai
Giulia Niccolai Nella vasta mattina di luce implacabile
Carla Vasio Sì, sono suoni, ma difficili da sentire
50 anni del Gruppo 63
Cartellone delle manifestazioni settembre-novembre 2013

PAOLO ROSA 1949-2013
Manuela Gandini Le armi dell’arte e della gentilezza
Paolo Fabbri Artista plurale (leggi)

GLI ARTISTI DI ALFABETA2
Giovanna Giusti Roberto Barni. Passi d’oro
Andrea Fiore Emilio Isgrò. Modello Italia (2013-1964) (leggi)

SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

alfaTURK
una rivolta trasversale

Franco La Cecla Una protesta urbana
Turgul Artunkal Democrazia islamica
Alberto Fabio Ambrosio La Turchia come simbolo
Eleonora Castagna Un coro di voci meraviglioso
La potenza della ricerca di libertà: La casa editrice Otonom
Conversazione di Eleonora Castagna con Melis I·nan e Sinem Özer
Sena Besoz Remixtenza
Video virali vs censura mediatica

laPOESIA
Gilda Policastro Non come vita

ilRACCONTO
Copi Virgina Woolf ha colpito ancora

iLIBRI
Giancarlo Alfano su Claude Simon
Stefano Gallerani su José Donoso
Stefano Colangelo su Édouard Glissant
Paola Splendore su John Berger
Maria Teresa Carbone su Teju Cole (leggi)
Fabio Donalisio su Jan Peter Bremer
Raffaella D’Elia su Paolo Morelli
Massimo Gezzi su Angelo Ferracuti
Andrea Cortellessa su Luigi Socci (leggi)
Alberto Burgio su Mario Moretti (leggi)
Silvia Mazzucchelli su Francesco M. Cataluccio
Giulio Marzaioli su Brunella Antomarini
Rossana Domizi su Laura Mulvay
Marco Pacioni su Franco Voltaggio
Nicolas Martino su Paolo B. Vernaglione (leggi)
Elisabetta Ruffini su Gabriele Turi

laMUSICA
Mario Gamba Un territorio aperto
Quattro vite jazz

l’ARTE
Flora Pitrolo Geologico e domestico
Bill Viola a Londra

ilCINEMA
Valerio Coladonato Il noi e l’io
Alcuni film recenti

Paolo Rosa artista plurale

Paolo Fabbri

Paolo Rosa, artista plurale. Il primo modo che viene a mente per mettere insieme un nome e una definizione che gli stava e mi sta a cuore. Un artista e più precisamente un regista che, in collaborazione del suo Studio Azzurro, ha esplorato, dall’inizio degli anni Ottanta, tutti i linguaggi nuovi della creazione e della comunicazione.

«Bottega d’arte», laboratorio singolare di sperimentazioni e di esperienze, fondato – con Fabio Cirifino e Leonardo Sangiorgi – come Collettivo militante di controinformazione, Studio Azzurro è un luogo riflessivo e performativo del fare e del pensare, documentato nel libro e dvd Videoambienti e ambienti sensibili (Feltrinelli, 2009). Come regista penso a realizzazioni che mi sono care: al teatro (Il nuotatore, Venezia, 1984; Vedute. Quel tale non sta mai fermo, 1985; La camera astratta, da Documenta 8, Kassel); e soprattutto al cinema «espanso» – per sua definizione – non nella direzione delvideogioco ma della videoarte (Il giardinodelle cose, 1992).

E alle installazioni nei musei e sui musei, veri affreschi digitali e interattivi, tra creazione artistica e ricerca antropologica, didattica e ricezione estetica (Tavoli. Perché queste mani mi toccano?, 1995). Opere costitutivamente aperte che hanno preso la misura immersiva delle nuove tecnologie. Opere che indicano e invitano a una inversione dell’arte e della cultura contemporanea: passare dalla forma e dalla rappresentazione alla relazione e alla partecipazione.

Un’attività di esplorazione e di continua ricerca che Paolo Rosa (con Andrea Balzola) ha articolato teoricamente nel suo ultimo libro, L’arte fuori di sé. Un manifesto per l’età posttecnologica (Feltrinelli, 2011). Un manifesto – formato discorsivo delle avanguardie – di analisi e di proposta che parte da una constatazione radicale: la rete è un connettore semantico, una forma simbolica che ha il valore che ebbe ai suoi tempi l’invenzione della prospettiva. Per Rosa, artista e docente, essere connessi non è essere in rapporto; la sola tecnica non è condizione sufficiente alla generazione di legami collettivi, estetici e culturali.

Estetici in primo luogo: l’interattività permette la produzione di opere «impermanenti» che hanno un carattere di evento e provocano (diamogli la parola) «responsabilizzazione etica ed estetica dello spettatore e […] comportamenti fruitivi imprevedibili che […] producono a loro volta delle possibili trasformazioni dell’opera». E legami culturali: come dimostra il lavoro sui «musei narrativi» (Percorsi narrativi e affreschi multimediali, Silvana, 2011), sulla didattica e la memoria, la cui realizzazione promette un inatteso rinnovo della funzione e del senso dei musei, tramutandoli in luoghi interagenti di conoscenza e in cliniche per gli sguardi.

Un’attività internazionale (Usa, Cina, Giappone ecc.) e nazionale, come il ruolo recente di progettista e direttore artistico della mostra Fare gli italiani. 150 anni di storia italiana, per le celebrazioni dell’Unità d’Italia, Contro il consumismo e la mercificazione, così Rosa pensava al progetto d’un museo felliniano a Rimini, di cui chiedeva la realizzazione nella sua risposta alla consegna, da parte della sua e mia città, del Sigismondo d’oro. Paolo Rosa sapeva che non solo le connessioni, ma neppure le relazioni bastano. Ci vuole attachment, cioè capacità di attaccamento, di prossimità sensibile e affettiva. Qualità singolare che l’amico Paolo, aperto e generoso, possedeva in sommo grado, nonostante gli impegni di insegnamento – al Dipartimento di progettazione e arti applicate dell’Accademia di Belle Arti di Brera – e di gestione, e nonostante le delusioni politiche.

Ma è venuto per me il momento lasciare l’imperfetto che non avrei voluto usare – per ricordare a futura memoria il suo progetto di «stazioni creative». Moltiplicare il collettivo felice di Studio Azzurro? Comunicare e realizzare una pratica teorica delle arti? Non c’è bisogno di sperare per crederci. Toccherà al futuro – per quel che resta oggi della tensione verso quel tempo – dirci se sarà soltanto un’utopia.